COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio divina sul libro dei Giudici (2)

Lunedì – Giovedì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

libro dei giudici2

Il libro dei Giudici
P. Francesco Rossi de Gasperis

Terza riflessione

Iniziamo la lettura del libro dei Giudici, ponendo una certa attenzione sia ai contenuti, sia al modo in cui vengono presentati, per capire lo spirito del libro e come deve essere letto.

Vi dicevo che si tratta di un testo molto denso e complesso perché – come sempre nella Bibbia – la base è una storia, e con la storia cammina sempre anche la geografia. Dobbiamo tenere presente che le vicende che leggeremo riguardano le tribù delle zone settentrionali, non quindi quelle uscite dall’Egitto, stanziate soprattutto nel sud, nel territorio di Giuda, né quelle del centro. Le tribù del nord sono popolazioni che probabilmente sono sempre rimaste nella Palestina e che, attraverso vicende molto complicate e laboriose, piano piano hanno costituito una federazione con le tribù del sud, venute dall’Egitto (la federazione delle dodici tribù), e hanno formato il popolo d’Israele, che poi si è diviso in due regni, quello del nord e quello del sud. Le tribù del nord avevano molti contatti con le popolazioni che abitavano in quei territori settentrionali.

All’inizio abbiamo due capitoli e mezzo, fino a Gdc 3,6, che costituiscono un’introduzione che ci descrive quello che ieri ricordavamo schematicamente, cioè la conquista continua della terra, dopo la morte di Giosuè. Però alla metà del primo capitolo c’è un elenco impressionante di tutte le tribù d’Israele, che non riescono a conquistare il loro territorio.

Come certamente ricordate, nel libro di Giosuè avviene la spartizione del territorio tra le varie tribù, mentre in Giudici c’è una correzione di questo evento: «Manasse non scacciò gli abitanti di Bet-Sean…Nemmeno Èfraim scacciò i Cananei che abitavano a Ghezer…Zàbulon non scacciò gli abitanti di Kitron né gli abitanti di Naalòl… Aser non scacciò gli abitanti di Acco né gli abitanti di Sidone né quelli di Aclab, di Aczib, di Chelba, di Afik, di Recob… Nèftali non scacciò gli abitanti di Bet-Semes. Gli Amorrei respinsero i figli di Dan sulla montagna e non li lasciarono scendere nella pianura» (Gdc 1,27ss). Quindi nessuna tribù riuscì a conquistare tutto il territorio che le era stato attribuito. In questo, alcuni vedono il progetto divino di lasciare accanto ad Israele qualche popolo diverso perché gli israeliti imparassero a convivere con gli altri.

È quindi un altro modo di presentare la conquista della terra, un modo più lento, laborioso e faticoso, per cui non c’è la cacciata degli altri per mettersi al loro posto. Anche dal punto di vista politico attuale lo Stato d’Israele dovrebbe tenere presente che non c’è mai stata una conquista totale e esclusiva degli Israeliti e dei Giudei. Insieme ci sono sempre stati anche gli altri. Anzi, per combattere ogni idea di totalitarismo – che il Signore corregge nel suo popolo –, sarebbe opportuno ricordare che i generali più fedeli al re Davide (come ad esempio Uria, a cui egli toglie la moglie) non erano israeliti, ma appartenevano ad altri popoli con cui Israele aveva trovato il modo di convivere pacificamente.

Inutile quindi erigere dei muri di esclusione, perché questo non è il modo del Signore di condurre i popoli della terra. Vale per tutti, anche per noi. Non possiamo dire: “La terra è nostra, e gli altri vadano via!”. No, la terra è del Signore, noi non ne siamo i proprietari, come afferma il libro del Levitico: «La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Lv 25,23). Questo è il vocabolario del deserto, che rimane sempre come la grammatica del nostro vivere sulla terra.

In Giudici, dicevo, troviamo la costante del ricadere di Israele nel male compiuto agli occhi del Signore contaminandosi con i culti idolatrici delle altre popolazioni, per cui la convivenza diventa una sfida. Quando il popolo di Dio cade nella tentazione, viene duramente assoggettato a quelle. Da qui nasce l’invocazione al Signore per la salvezza, ed Egli manda un giudice perché sia vindice e liberatore del popolo di fronte alle altre nazioni e, almeno per un certo tempo, rimetta a posto le cose, faccia giustizia. Purtroppo, alla morte del giudice ricomincia l’infedeltà.

C’è dunque il motivo monotono della fragilità, della debolezza del popolo, e perfino la monotonia della misericordia del Signore che perdona. Questa è una lezione da assimilare: il nostro rapporto con Dio è instabile, per cui non si può pensare di essersi messi a posto una volta per tutte. Ad un certo punto può capitare una ricaduta, e allora bisogna riconoscere il Signore non solo come il Santo e il Giusto, ma anche come il Misericordioso.

La storia dei giudici inizia nel terzo capitolo, al v. 7. Come ho già detto, sono enumerati sei giudici ‘maggiori’ e sei ‘minori’. Faccio qualche breve cenno ai ‘maggiori’, soffermandomi di meno su alcuni, e di più su altri.

Abbiamo uno schema molto semplificato della vicenda dei giudici. Il primo è Otnièl, ma lo schema si ripeterà poi per ciascuno di loro.

Il primo momento è: «Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, loro Dio, e servirono i Baal e le Asere». ‘I Baal e le Asere’ sono una ierogamia, cioè un matrimonio di divinità. Nella mitologia antica, la vicenda sessuale, la vicenda dell’uomo e della donna, viene proiettata anche nella sfera del divino, per cui ci sono gli idoli maschili e femminili.

Perciò servire i Baal e le Asere significa proiettare la vicenda umana nella stessa sfera divina e allontanarsi dal Signore, che non è né maschio, né femmina, e non è coinvolto in nessun problema sessuale o nuziale. Questi sono fatti che riguardano gli uomini perché riguardano le generazioni: gli uomini devono moltiplicarsi poiché c’è la morte, e a questa deve succedere la vita. Ma il Signore è al di fuori di questa catena sessuale.

Il peccato d’Israele è quindi quello di allontanarsi dal Signore per seguire il culto di una divinità fatta dall’uomo a propria immagine e somiglianza. Poi si può esprimere in tanti modi, perché l’idolatria prende corpo in molte maniere: il potere, il denaro, la violenza, la guerra… È comunque sempre un allontanarsi dalla purezza della conoscenza del Signore, che è il Dio del deserto, del Sinai, delle grandi teofanie.

Segue la reazione divina: «L’ira del Signore si accese contro Israele», che viene consegnato nelle mani del nemico Aram (regno del nord, Damasco).

Così, duramente provati dalla loro prepotenza, «gli Israeliti gridarono al Signore e il Signore fece sorgere per loro un salvatore, OTNIÈL, figlio di Kenaz, fratello minore di Caleb, e li salvò. Lo spirito del Signore fu su di lui ed egli fu giudice d’Israele».

Purtroppo, alla sua morte, il popolo cade nuovamente nel peccato: «La terra rimase tranquilla per quarant’anni, poi Otnièl, figlio di Kenaz, morì. Gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore». E la storia si ripete.

Questo, dunque lo schema: il giudice interviene e libera Israele (anche se magari si tratta solo di una piccola tribù). Il libro si interessa ai giudici in quanto difensori dell’intero popolo.

Il secondo giudice è EUD, scelto dal Signore dopo che gli israeliti, caduti in mano al nemico Moab (popolo del sud, verso la Giordania) a causa del loro peccato, l’hanno invocato perché li salvasse da una dominazione durata diciotto anni. Moab è un nemico tradizionale di Israele, anche perché collegato ad Esaù, fratello di Giacobbe/Israele.

Eud si comporta in un modo nuovo, rispetto ad Otnièl. Gli israeliti dovevano pagare un tributo al re Eglon (descritto come ‘molto grasso’), e la delegazione si reca da lui per versare quanto richiesto poi riparte. Ma Eud «tornò indietro e disse: “O re, ho una cosa da dirti in segreto”, e quanti stavano con lui uscirono. Allora Eud si accostò al re che stava seduto al piano di sopra, riservato a lui solo, per la frescura, e gli disse: “Ho una parola di Dio per te”. Quegli si alzò dal suo seggio. Allora Eud, allungata la mano sinistra, trasse la spada dal suo fianco e gliela piantò nel ventre» (Gdc 3,19ss).

Il giudice qui si comporta violentemente, ma noi, nella lettura del libro, non dobbiamo far caso a queste cose, bensì alla salvezza d’Israele. Non dobbiamo leggerlo con delle categorie morali. Non c’è nessuna morale: sono tempi duri e le relazioni sono brutali, ma il progetto divino è la salvezza d’Israele. La violenza sta nelle mani degli uomini, ma il Signore si serve anche di questo per raggiungere il suo fine. Questo è un quadro costante perché al Signore importa di farsi un popolo per sé, che sia il suo testimone e di cui poi si serve per offrire un messaggio di salvezza a tutti gli altri popoli.

Traducendo questo pensiero per noi, al Signore interessa la Chiesa intera, la sua purezza («La Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata Ef 5,27) perché possa far conoscere il nome del Signore.

Tornando al giudice Eud, il racconto continua: «Eud era fuggito e, dopo aver oltrepassato gli Idoli, si era messo in salvo nella Seirà. Appena arrivato là, suonò il corno sulle montagne di Èfraim e gli Israeliti scesero con lui dalle montagne ed egli si mise alla loro testa. Disse loro: “Seguitemi, perché il Signore vi ha consegnato nelle mani i Moabiti, vostri nemici”. Quelli scesero dopo di lui, occuparono i guadi del Giordano in direzione di Moab, e non lasciarono passare nessuno. In quella circostanza sconfissero circa diecimila Moabiti, tutti robusti e valorosi; non ne scampò neppure uno. Così in quel giorno Moab fu umiliato sotto la mano d’Israele e la terra rimase tranquilla per ottant’anni».

Troviamo poi una coppia, un uomo e una donna: DEBORA e BARAK. Vale la pena di leggere la loro storia, perché è interessante anche dal punto di vista letterario. È una vicenda rimasta famosa in Israele, tant’è vero che viene celebrata in due capitoli: nel quarto è in prosa, e nel quinto in poesia, con il famoso canto di Dèbora, composizione poetica che sembra essere uno dei testi più antichi dell’Antico Testamento. Ha un vocabolario molto forte, molto violento, e insieme molto epico.

Leggiamo, dunque, con una certa attenzione, al cap. 4,1ss: «Eud era morto, e gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore. Il Signore li consegnò nelle mani di Iabin, re di Canaan, che regnava ad Asor». Asor era una grande città al nord della Galilea.

«Il capo del suo esercito era Sìsara, che abitava a Caroset-Goìm». È interessante questa figura di Sìsara, come si è scoperto solo recentemente, leggendo alcuni articoli. Sìsara, se osserviamo bene le consonanti (la lingua ebraica non ha vocali), suona come ‘Sassari’. Così alcuni studiosi hanno avanzato la possibilità che i re cananei, a quel tempo più civilizzati dei popoli della Sardegna, andassero a cercare appunto dei soldati mercenari fin nelle isole del Mediterraneo. Potrebbero essere quindi dei soldati di ventura venuti dalla Sardegna, dove si trovano tracce di presenza fenicia.

«Gli Israeliti gridarono al Signore, perché Iabin aveva novecento carri di ferro e da vent’anni opprimeva duramente gli Israeliti. In quel tempo era giudice d’Israele una donna…». Questo è molto strano, non perché fosse impossibile o non frequente, ma stupisce il fatto stesso che, a un certo punto, in questo mondo di violenza, di guerra e di tradimenti, appaia una donna, «… una profetessa, Dèbora, moglie di Lappidòt». I nomi hanno una loro particolare importanza, e Dèbora significa ‘ape laboriosa’. «Ella sedeva sotto la palma di Dèbora, tra Rama e Betel, sulle montagne di Èfraim…». Siamo nel centro del territorio, con le tribù di Giuseppe, Efraim e Manasse (la più meridionale, vicina a Gerusalemme), dove Dèbora esercita la funzione di giudice a cui ci si rivolge per risolvere le cause in corso: «…e gli Israeliti salivano da lei per ottenere giustizia. Ella mandò a chiamare Barak [= fulmine] e gli disse: “Sappi che il Signore, Dio d’Israele, ti dà quest’ordine: Va’, marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila figli di Nèftali e figli di Zàbulon [tribù del nord, dove c’è Nazaret]. Io attirerò verso di te, al torrente Kison, Sìsara, capo dell’esercito di Iabin, con i suoi carri e la sua gente che è numerosa, e lo consegnerò nelle tue mani”. Barak le rispose: “Se vieni anche tu con me, andrò; ma se non vieni, non andrò”».

È strano che quest’altro giudice, Barak, voglia con sé anche una donna, ma in queste storie noi dobbiamo cercare che cosa viene da Dio perché nel libro dei Giudici non ci sono i mediatori o un re al quale il Signore deve ‘adattarsi’. Per parlare in termini cattolici, non c’è il Papa; una volta che c’è il Papa, il Signore deve guidare la Chiesa tenendolo presente. C’è un’istituzione stabilita, e per i propri scopi il Signore deve agire attraverso l’istituzione stessa, che in qualche modo lo condiziona. Qui, nel libro dei Giudici, no: c’è il Signore che pensa al suo popolo, e poi ci sono gli uomini con le loro moralità e immoralità. Le iniziative del Signore vengono prese direttamente da Lui.

Tutto questo è interessante per capire quali siano i ‘gusti’ del Signore, che cosa gli piaccia fare. Qui gli piace mettere in ballo una donna: Dèbora. Il guerriero valoroso, che sconfiggerà poi Sìsara con i suoi carri, si dice disposto ad andare in battaglia soltanto se lei lo accompagnerà. In tutto questo marasma sociologico di guerrieri, di alleanze e di inganni, è importante cogliere questo particolare.

«Dèbora] rispose: “Bene, verrò con te; però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini, perché il Signore consegnerà Sìsara nelle mani di una donna”. Dèbora si alzò e andò con Barak a Kedes. Barak convocò Zàbulon e Nèftali a Kedes; diecimila uomini si misero al suo seguito e Dèbora andò con lui». Diecimila uomini erano ben poca cosa di fronte ai novecento carri di Sìsara.

«Cheber, il Kenita [alleato di Sìsara], si era separato dai Keniti, discendenti di Obab, suocero di Mosè, e aveva piantato le tende alla Quercia di Saannàim, che è presso Kedes. Fu riferito a Sìsara che Barak, figlio di Abinòam, era salito sul monte Tabor. Allora Sìsara radunò tutti i suoi carri, novecento carri di ferro, e tutta la gente che era con lui da Caroset-Goìm fino al torrente Kison.

Dèbora disse a Barak: “Àlzati, perché questo è il giorno in cui il Signore ha messo Sìsara nelle tue mani. Il Signore non è forse uscito in campo davanti a te?”. Allora Barak scese dal monte Tabor, seguito da diecimila uomini. Il Signore sconfisse, davanti a Barak, Sìsara con tutti i suoi carri e con tutto il suo esercito; Sìsara scese dal carro e fuggì a piedi. Barak inseguì i carri e l’esercito fino a Caroset-Goìm; tutto l’esercito di Sìsara cadde a fil di spada: non ne scampò neppure uno».

Ma ricordiamo che quando Barak era stato convocato da Dèbora, la donna gli aveva detto: «Bene, verrò con te; però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini, perché il Signore consegnerà Sìsara nelle mani di una donna» (v. 9). Il Signore opererà la salvezza d’Israele sconfiggendo l’esercito nemico tramite Barak, ma la vittoria che concederà ad Israele sarà per mano di una donna. Per Barak le parole di Dèbora potevano essere scoraggianti, ma questo è il gusto di Dio quando agisce senza un’istituzione frapposta.

«Intanto Sìsara era fuggito a piedi verso la tenda di Giaele, moglie di Cheber il Kenita, perché vi era pace fra Iabin, re di Asor, e la casa di Cheber il Kenita. Giaele uscì incontro a Sìsara e gli disse: “Férmati, mio signore, férmati da me: non temere”. Egli entrò da lei nella sua tenda ed ella lo nascose con una coperta». Possiamo immaginare questo grande generale, che è stato sconfitto e cerca scampo presso un alleato nascondendosi… «Egli le disse: “Dammi da bere un po’ d’acqua, perché ho sete”. Ella aprì l’otre del latte, gli diede da bere e poi lo ricoprì. Egli le disse: “Sta’ all’ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti dicendo: C’è qui un uomo?, dirai: Nessuno”. Allora Giaele, moglie di Cheber, prese un picchetto della tenda, impugnò il martello, venne pian piano accanto a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì». Direi che è davvero una scena selvaggia, di grande violenza.

«Ed ecco sopraggiunge Barak, che inseguiva Sìsara; Giaele gli uscì incontro e gli disse: “Vieni e ti mostrerò l’uomo che cerchi”. Egli entrò da lei ed ecco Sìsara era steso morto, con il picchetto nella tempia. Così Dio umiliò quel giorno Iabin, re di Canaan, davanti agli Israeliti. La mano degli Israeliti si fece sempre più pesante su Iabin, re di Canaan, finché ebbero stroncato Iabin, re di Canaan».

Qui ci sono due donne di cui il Signore si serve. Ma non dobbiamo pensare che Egli utilizzi la mano di Giaele per conficcare il picchetto nella testa di Sisara; Giaele agisce per conto suo. Ma perché compie questo gesto, contrario alle regole dell’ospitalità? Che cosa avrebbe detto il marito, alleato di Sìsara, al suo rientro nella tenda? Anche se il testo non lo dice, si potrebbe pensare che Giaele agisca come Raab nella presa di Gerico (vedi Gs 2,1). Giaele diventa quasi profetessa per dimostrare che il popolo di Dio è Israele e non quello di Asor o dei Keniti. Prende perciò le parti d’Israele e, così facendo, prende le parti del Signore.

Quello che interessa al Signore è la salvezza d’Israele di fronte a quei novecento carri di ferro che rappresentano la forza bruta, contro cui si pone la forza altrettanto bruta della donna. Qui si vede una cosa che poi si incontra varie volte. Pensiamo alla figura di Giuditta o a quella di Ester: pare che il Signore non ne possa più del maschilismo, perché è un’ingiustizia insopportabile ed è contro il piano di Dio. Qui ci riportiamo ai racconti della creazione. Il Signore crea l’essere umano a sua immagine e somiglianza, ma per farlo a sua immagine e somiglianza li crea maschio e femmina. E siccome il Signore è ‘uno’ e il maschio e la femmina sono due, costoro non sono a somiglianza di Dio finché non diventano una cosa sola. Perciò il solo maschio o la sola femmina non sono ad immagine di Dio; nessuno di noi è a immagine di Dio per conto suo, ma lo diventiamo quando siamo insieme, in comunione e alla pari. E certamente non maschilizzando le femmine o femminilizzando i maschi… E questo oggi non c’è, nemmeno nella Chiesa, per cui siamo tutti fuori posto nel piano del Creatore. Egli ci fornisce queste storie strane per farci capire il suo stile, e qui mette la gloria nelle mani di due donne.

È molto interessante, perché nella cultura del Medio Oriente Antico – e anche ai nostri giorni – la donna è la parte debole. Ma il Signore comincia con le cose deboli e se ne serve. Nel Nuovo Testamento abbiamo lo stesso atteggiamento, e viene affidato alle donne proprio l’annuncio della risurrezione, l’evento meno immaginabile nel giudaismo del primo secolo. È affidato a delle donne, la cui testimonianza ancora oggi non è valida in Israele perché la donna è passionale, debole.

Tuttavia non si deve puntare all’esaltazione della donna, altrimenti si sbilancerebbe di nuovo la situazione. No, bisogna essere ‘insieme in parità’, rispettando le qualità di ciascuno. Bisogna che io sia contento che l’altro sia se stesso! Molto spesso, invece, e a diversi livelli, la donna è in qualche modo cancellata; e talvolta è contenta di farsi cancellare.

Quegli avvenimenti sono poi celebrati in Giudici 5 con il canto di Dèbora, che nella Bibbia è uno dei più crudeli, ma poeticamente uno dei più belli. Vale la pena di leggerlo insieme: «In quel giorno Dèbora, con Barak, figlio di Abinòam, elevò questo canto: “Ci furono capi in Israele per assumere il comando; ci furono volontari per arruolarsi in massa: benedite il Signore! Ascoltate, o re, porgete l’orecchio, o sovrani; io voglio cantare al Signore, voglio cantare inni al Signore, Dio d’Israele! Signore, quando uscivi dal Seir, quando avanzavi dalla steppa di Edom, la terra tremò, i cieli stillarono, le nubi stillarono acqua». Qui i verbi ricordano quelli usati per il tempo del Sinai. L’uscire, l’avanzare sono i temi dell’esodo.

«Sussultarono i monti davanti al Signore, quello del Sinai, davanti al Signore, Dio d’Israele. Ai giorni di Samgar, figlio di Anat [il giudice successivo a Eud e prima di Dèbora], ai giorni di Giaele, erano deserte le strade e i viandanti deviavano su sentieri tortuosi. Era cessato ogni potere, era cessato in Israele, finché non sorsi io, Dèbora, finché non sorsi come madre in Israele. Si preferivano dèi nuovi, e allora la guerra fu alle porte, ma scudo non si vedeva né lancia per quarantamila in Israele». Nessuno, quindi si ribellava.

«Il mio cuore si volge ai comandanti d’Israele, ai volontari tra il popolo: benedite il Signore! Voi che cavalcate asine bianche, seduti su gualdrappe, voi che procedete sulla via, meditate; unitevi al grido degli uomini schierati fra gli abbeveratoi: là essi proclamano le vittorie del Signore, le vittorie del suo potere in Israele, quando scese alle porte il popolo del Signore. Déstati, déstati, o Dèbora, déstati, déstati, intona un canto! Sorgi, Barak, e cattura i tuoi prigionieri, o figlio di Abinòam! Allora scesero i fuggiaschi per unirsi ai prìncipi; il popolo del Signore scese a sua difesa tra gli eroi. Quelli della stirpe di Èfraim scesero nella pianura, ti seguì Beniamino fra le tue truppe». Come si nota, nel canto non si citano soltanto le tribù del nord che sono andati sul Tabor con Barak, ma quasi tutte le tribù d’Israele.

«Dalla stirpe di Machir scesero i comandanti e da Zàbulon chi impugna lo scettro del comando. I prìncipi di Ìssacar mossero con Dèbora, Barak si lanciò sui suoi passi nella pianura. Nei territori di Ruben grandi erano le esitazioni. Perché sei rimasto seduto tra gli ovili ad ascoltare le zampogne dei pastori? Nei territori di Ruben grandi erano le dispute. Gàlaad sta fermo oltre il Giordano e Dan perché va peregrinando sulle navi? Aser si è stabilito lungo la riva del mare e presso le sue insenature dimora». Ecco i severi rimproveri per quelli che non si sono mossi, non si sono uniti agli altri per la liberazione del popolo.

«Zàbulon invece è un popolo che si è esposto alla morte, come Nèftali, sui poggi della campagna! Vennero i re, diedero battaglia, combatterono i re di Canaan a Taanac, presso le acque di Meghiddo ». Questo ricorda la battaglia di Giosuè avvenuta nella stessa zona. Sono modo con cui, nella poesia, si dice che oggi si ripete quello che è successo ieri e che il Signore è fedele nel suo intervento per la salvezza del suo popolo.

«Dal cielo le stelle diedero battaglia, dalle loro orbite combatterono contro Sìsara. Il torrente Kison li travolse; torrente impetuoso fu il torrente Kison». Segnalo che si tratta del torrente in cui Elia ucciderà i profeti di Baal: «“Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi neppure uno!”. Li afferrarono. Elia li fece scendere al torrente Kison, ove li ammazzò » (1Re 18,40). La geografia prende parte alla storia della salvezza, e abbiamo veramente il senso della terra. Non sono dottrine astratte del catechismo, ma sono una storia e una geografia testimoni della passione di un popolo che si trova ancora oggi di fronte a queste stesse difficoltà.

«Anima mia, marcia con forza! Allora martellarono gli zoccoli dei cavalli al galoppo, al galoppo dei destrieri. Maledite Meroz – dice l’angelo del Signore –, maledite, maledite i suoi abitanti, perché non vennero in aiuto al Signore, in aiuto al Signore tra gli eroi. Sia benedetta fra le donne [siamo rimandati alla preghiera a Maria] Giaele, la moglie di Cheber il Kenita, benedetta fra le donne della tenda! Acqua egli chiese, latte ella diede, in una coppa da prìncipi offrì panna. Una mano ella stese al picchetto e la destra a un martello da fabbri, e colpì Sìsara, lo percosse alla testa, ne fracassò, ne trapassò la tempia. Ai piedi di lei si contorse, cadde, giacque; ai piedi di lei si contorse, cadde; dove si contorse, là cadde finito». Sembra davvero di vedere quest’uomo che si contorce nello spasimo della morte. Il verbo viene ripetuto per ben tre volte.

Adesso assistiamo ad un’altra scena, quella della madre di Sìsara che aspetta il ritorno del figlio vincitore: «Dietro la finestra si affaccia e si lamenta la madre di Sìsara, dietro le grate: “Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché così a rilento procedono i suoi carri?”. Le più sagge tra le sue principesse rispondono, e anche lei torna a dire a se stessa: “Certo hanno trovato bottino, stanno facendo le parti: una fanciulla, due fanciulle per ogni uomo [il testo originale non dice ‘fanciulla’, ma ‘utero’]; un bottino di vesti variopinte per Sìsara, un bottino di vesti variopinte a ricamo; una veste variopinta a due ricami è il bottino per il mio collo”. Così periscano tutti i tuoi nemici, Signore! Ma coloro che ti amano siano come il sole, quando sorge con tutto lo splendore”». Ed ecco la conclusione: «Poi la terra rimase tranquilla per quarant’anni».

La figura di Debora richiama alla mente quella di Giuditta, che viene presentata come una vedova «bella d’aspetto e molto avvenente nella persona; inoltre suo marito Manasse le aveva lasciato oro e argento, schiavi e schiave, armenti e terreni che ora continuava ad amministrare. Né alcuno poteva dire una parola maligna a suo riguardo, perché aveva grande timore di Dio» (Giuditta 8,7-8).

Per porre termine all’assedio posto dagli Assiri decide di uccidere il generale Oloferne. Lascia gli abiti sobri della vedovanza e si rende affascinante; poi, con un’ancella fidata, va alla tenda di Oloferne, lo seduce con la sua bellezza e dopo quattro giorni di preghiera da parte di lei e di corteggiamento da parte di lui, accetta di cenare alla sua tavola: «Oloferne si deliziò della presenza di lei e bevve abbondantemente tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto in un solo giorno da quando era al mondoGiuditta fu lasciata nella tenda e Oloferne era sprofondato sul suo letto, ubriaco fradicio. Si erano allontanati tutti dalla loro presenza e nessuno, era rimasto nella camera da letto. Giuditta, fermatasi presso il letto di lui, staccò la scimitarra; poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e con tutta la sua forza lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa» (Giuditta 13,2ss). Poi, con la testa di Oloferne avvolta nelle tende, fugge dal campo nemico e rientra nella città assediata portando la notizia della liberazione.

Nella Bibbia c’è questo filo che la percorre tutta: Dio si serve, per vincere, delle cose più deboli.

Il libro dei Giudici ci vuole rivelare chi è il Signore. Il mondo in cui si verificano queste cose è il mondo degli uomini, anche oggi. Credo che non ci sia stato nessun tempo nella storia in cui ci fosse più violenza di quanta ce n’è oggi; dal punto di vista morale non abbiamo fatto molti progressi! È il mondo come lo facciamo e lo gestiamo noi; in un certo senso si potrebbe dire che è abbandonato alle nostre mani perché il Signore ci ha dato l’intelligenza e la libertà. Dovremmo capire che è estremamente stupido gestire il mondo in questo modo, ma siccome non lo capiamo, paghiamo le conseguenze.

Secondo il libro dei Giudici, di generazione in generazione – alcune durano quaranta, altre ottant’anni – Dio salva Israele, salva la Chiesa, salva il mondo mediante la Chiesa. Il Signore ha un progetto di salvezza per tutti, ma le sue armi sono quelle della debolezza. E la debolezza estrema è la croce del Figlio, ed è la vittoria del Figlio sulla croce gloriosa.

Ma questo fa pensare a Maria. Nell’inno Tota pulchra es Maria ci sono le parole di Giaele («Coloro che ti amano siano come il sole, quando sorge con tutto lo splendore» – Gdc 5,31) e quelle di Giuditta («Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu magnifico vanto d’Israele, tu splendido onore della nostra gente. Compiendo tutto questo con la tua mano, hai operato per Israele nobili cose: di esse Dio si è compiaciuto. Sii per sempre benedetta dal Signore onnipotente» – Gdt 15,9-10).

Cogliamo allora questi aspetti della rivelazione del Signore riflettendo sul mondo umano e come si presenta pieno di inganni e tradimenti. Giaele è una figura mostruosa, a ben vedere, eppure a Gerusalemme, nella cripta della Dormizione di Maria sul monte Sion, sopra la statua di Maria distesa, ci sono tutte le donne della Bibbia, tra le quali Giaele con il martello. Questo corrisponde, nella poesia della Chiesa, alla Vergine che schiaccia il Maligno (il serpente) e a Gesù che si rallegra, quando tornano gli apostoli, perché vede i demoni colpiti dalla loro predicazione e gettati nell’inferno. Dio si compiace della vittoria sul male. Tra il bene e il male c’è guerra, e Dio vuole schiacciare la menzogna, la violenza, l’ingiustizia. Purtroppo nella coscienza umana queste cose sono confuse tra la libertà umana e la malizia del demonio, ma Dio vuole la sconfitta del male.

In mezzo a tutta questa confusione dobbiamo saper discernere che cosa il Signore preferisce. Ci vuole la forza di Barak, con i suoi diecimila uomini che scendono dal Tabor, ma poi ci vuole il coraggio decisivo di Giaele. Dobbiamo muoverci liberamente in mezzo a tutto questo, assimilando questi criteri di forza nella debolezza.

Una volta sono giunto a Burgos, in Spagna. Nel museo della cattedrale sono stato colpito da un grande arazzo azzurro, che occupava tutta una parete. Descrive il momento in cui Giaele alza il martello, e la cosa veniva segnalata come virtù, ed esattamente la virtù della fortezza. È interessante anche per capire come i gusti e la sensibilità delle generazioni cristiane cambino. Oggi le nostre sensibilità più o meno morali (o moralistiche, visto che la violenza non manca neanche in questi tempi) verrebbero ferite da una scena del genere, ma è significativo notare come il popolo di Dio legga la Scrittura attraverso i secoli.

Quarta riflessione

Il tema della forza nella debolezza, di cui abbiamo parlato, esplode poi pienamente nel Nuovo Testamento e soprattutto con il mistero della croce, ma è uno dei motivi più presenti nella Bibbia proprio perché la celebrazione della potenza, della forza, della vittoria, appartiene a Dio. Questo pervade tutta la Scrittura, tuttavia l’identificazione della potenza nella debolezza umana è propria del Signore. Non prendiamo quindi la storia di Dèbora e Barak come l’esaltazione del femminismo, ma come esempio della preferenza di Dio per le cose a cui di cui l’uomo non tiene conto.

«La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo» (Sal 118,22) è il motivo che troviamo subito nella storia seguente, continuando la lettura del libro dei Giudici. È la vicenda di GEDEONE in cui si constata ancora una volta la forza nella debolezza. Del resto era un po’ lo slogan di Paolo: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10).

Leggiamo il testo di Gdc 6,1ss soffermandoci in qualche approfondimento: «Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore e il Signore li consegnò nelle mani di Madian per sette anni. I madianiti, insieme agli altri figli di Amalek (‘figli dell’oriente’) erano dei popoli nomadi al di là del Giordano, e aspettavano il momento della raccolta dei frutti per fare delle scorrerie nei villaggi al di qua del Giordano e depredare tutti i prodotti. Perciò gli israeliti, sottoposti a queste razzie, erano costretti a fare la mietitura e battere poi il grano nelle grotte per nascondersi.

Così essi rimangono per sette anni alla mercé di Madian: «Israele fu ridotto in grande miseria a causa di Madian e gli Israeliti gridarono al Signore. Quando gli Israeliti ebbero gridato al Signore a causa di Madian, il Signore mandò loro un profeta che disse: “Dice il Signore, Dio d’Israele: Io vi ho fatto salire dall’Egitto e vi ho fatto uscire dalla condizione servile. Vi ho strappato dalla mano degli Egiziani e dalla mano di quanti vi opprimevano; li ho scacciati davanti a voi, vi ho dato la loro terra e vi ho detto: ‘Io sono il Signore, vostro Dio; non venerate gli dèi degli Amorrei, nella terra dei quali abitate’. Ma voi non avete ascoltato la mia voce”».

A questo punto appare un angelo del Signore che poi, nella storia, diventa il Signore stesso. Spesso nella Bibbia, quando si parla di ‘angelo del Signore’ si indica il Signore stesso. È il caso dell’angelo che lotta con Giacobbe allo Iabbok.

«Ora l’angelo del Signore venne a sedere sotto il terebinto di Ofra, che apparteneva a Ioas, Abiezerita». Siamo nella grande pianura di Izreèl (o Èsdrelon), che divide la Galilea dalla Samaria e che è anche la regione più fertile d’Israele (si potrebbe definire il suo ‘granaio’). Ioas era della tribù di Manasse, e bisogna ricordare che Manasse è la metà della tribù di Giuseppe (l’altra è Efraim). Qui c’è Gedeone, che è figlio di Ioas e che è il più giovane della famiglia, forse ancora ragazzo.

Consideriamo allora che questo giovane è il più piccolo di una tribù già piccola: una situazione ‘minima’. «Batteva il grano nel frantoio per sottrarlo ai Madianiti. L’angelo del Signore gli apparve e gli disse: “Il Signore è con te, uomo forte e valoroso!”». Il racconto è pieno di umorismo (cosa non rara nella Bibbia), e lo si coglie anche qui.

Bisogna notare che la storia di Gedeone ha molti tratti che si riprendono nel vangelo di Luca nell’annunciazione a Maria («Il Signore è con te»). Avevamo già sottolineato le riprese delle espressioni su Debora e Giaele in Maria per dire che la Bibbia si nutre della Bibbia e vede una continuità di queste storie come traccia dell’economia della salvezza.

All’umorismo del Signore, Gedeone risponde sullo stesso tono: «Gedeone gli rispose: “Perdona, mio signore: se il Signore è con noi, perché ci è capitato tutto questo? Dove sono tutti i suoi prodigi che i nostri padri ci hanno narrato, dicendo: ‘Il Signore non ci ha fatto forse salire dall’Egitto?’. Ma ora il Signore ci ha abbandonato e ci ha consegnato nelle mani di Madian”». Ma questa volta il Signore gli risponde seriamente: «Si volse a lui e gli disse: “Va’ con questa tua forza e salva Israele dalla mano di Madian; non ti mando forse io?”».

Qui dobbiamo proprio mettere l’accento su questo ‘io’. È il Signore stesso che è venuto a liberare Israele. Non ci sono istituzioni che in qualche modo potrebbero pensare a risolvere il problema secondo le loro metodologie. Secondo lo spirito del libro dei Giudici, è Dio che prende l’iniziativa. È come se dicesse: “Io creo un’istituzione secondo il mio pensiero, ed essa vivrà per pochi anni poi finirà. Sono io, che intervengo! Non ti basta sapere che sono io?”.

Ma Gedeone replica: «Io sono il più piccolo nella casa di mio padre». Il Signore lo rassicura: «Gli disse: “Io sarò con te”». È la stessa parola con cui Dio ha incontrato Mosè, ed è anche la parola a Massa e Meriba: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?» (Es 17,7). Il Signore risponde sempre:” Io sono colui che ‘ci sono’ sempre!”. Questo dovrebbe essere l’atto di fede più puro: il Signore c’è! «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi…». Che cosa significa trovare grazia agli occhi del Signore? Se uno è pieno di grazia è bello, è buono, è puro. Ma può essere che Dio trovi la bellezza in qualcuno o apprezzi la bontà di qualcuno? Si può essere buoni agli occhi del Signore? Certamente no, poiché è Lui che ci rende buoni. E non si può pensare che si sia innamorato della tota pulchra Maria, poiché Lui stesso ne ha creato la bellezza.

Nella Bibbia leggiamo: «Noè trovò grazia agli occhi del Signore (Gen 6,8); e per Mosè: «Ti ho conosciuto per nome, anzi hai trovato grazia ai miei occhi» (Es 33,12). Noè è il primo a godere di questo privilegio, ma che cosa vuol dire? Vuol dire che davanti ad una situazione disperata, il Signore, che vuole salvare, inventa qualcuno che ancora non c’è e che è bello agli occhi del Signore. Non c’è una bellezza che Dio trova fuori da sé, poiché qualunque bellezza viene da Lui. Quindi trovare grazia agli occhi del Signore significa: “Sta’ attento: il Signore ha messo gli occhi su di te e tu, adesso, diventi bello e importante ai suoi occhi per la missione che ti affida”. È un’investitura.

Ma Gedeone si fida e non si fida: «…dammi un segno che proprio tu mi parli». E chiede al Signore di accettare la sua ospitalità: «Intanto, non te ne andare di qui prima che io torni da te e porti la mia offerta da presentarti». Rispose: “Resterò fino al tuo ritorno”. Allora Gedeone entrò in casa, preparò un capretto e con un’efa di farina fece focacce azzime; mise la carne in un canestro, il brodo in una pentola, gli portò tutto sotto il terebinto e glielo offrì. L’angelo di Dio gli disse: “Prendi la carne e le focacce azzime, posale su questa pietra e vèrsavi il brodo”. Egli fece così. Allora l’angelo del Signore stese l’estremità del bastone che aveva in mano e toccò la carne e le focacce azzime; dalla roccia salì un fuoco che consumò la carne e le focacce azzime, e l’angelo del Signore scomparve dai suoi occhi». Questo è il segno chiesto da Gedeone e concesso da Dio.

«Gedeone vide che era l’angelo del Signore e disse: “Signore Dio, ho dunque visto l’angelo del Signore faccia a faccia!”. Il Signore gli disse: “La pace sia con te, non temere, non morirai!”». Lo rassicura perché non è possibile resistere alla presenza divina. «Allora Gedeone costruì in quel luogo un altare al Signore e lo chiamò “Il Signore è pace”».

Questa è la prima volta che nella Bibbia si identifica la pace con il Signore stesso. Nel Nuovo Testamento, nella lettera agli Efesini, Paolo afferma che «Cristo è la nostra pace» (Ef 2,14). Ma qui viene da Gedeone, proprio perché si tratta della salvezza dai madianiti. ‘Pace/shalom’ non significa tanto una tregua con i madianiti, quanto la pienezza delle benedizioni, tutto quello che si può desiderare di bene, di buono, di benedizione da parte del Signore. È la pace messianica, la pace del Risorto: «Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”» (Lc 24,36); «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27).

«Quell’altare esiste ancora oggi a Ofra degli Abiezeriti», nella pianura di Izreèl. In quella stessa notte il Signore gli disse: “Prendi il giovenco di tuo padre e un secondo giovenco di sette anni, demolisci l’altare di Baal che appartiene a tuo padre, e taglia il palo sacro che gli sta accanto». L’altare di Baal appartiene al padre di Gedeone, il che fa capire che si tratta di una famiglia israelitica che si è contaminata con il baalismo. Dio ordina a Gedeone di distruggere quell’altare e anche il palo sacro, che rappresenta le Asere, Astarte. Quelle cose non possono stare in una casa d’Israele! «Allora Gedeone prese dieci uomini fra i suoi servitori e fece come il Signore gli aveva ordinato; ma temendo di farlo di giorno, per paura dei suoi parenti e della gente della città, lo fece di notte. Quando il mattino dopo la gente della città si alzò, ecco che l’altare di Baal era stato demolito, il palo sacro accanto era stato tagliato e il secondo giovenco era offerto in olocausto sull’altare che era stato costruito». La gente si chiede chi sia l’autore dello scempio e, immaginando che sia stato Gedeone, chiedono al padre di condurlo fuori dalla città e di ucciderlo.

Il padre risponde con un tono ironico: «Volete difendere voi la causa di Baal e venirgli in aiuto? Se è davvero un dio, difenda da sé la sua causa, per il fatto che hanno demolito il suo altare». Pare che il padre creda all’idolo, ma fino a un certo punto. È la religiosità: un insieme di cose in cui crediamo fino a un certo punto, superstizione, mezza fede, un quarto di rispetto… «Perciò in quel giorno Gedeone fu chiamato Ierub-Baal…». Anche Gedeone ha due nomi: un nome israelitico, Gedeone appunto, e un nomignolo che significa: «Baal difenda la sua causa contro di lui, perché egli ha demolito il suo altare».

Questo fatto dell’idolatria, della mescolanza tra la fede nel Signore e la religiosità deviata verso gli idoli, ci può forse apparire come un fatto lontano, ma è una cosa vicinissima a noi. Noi siamo pieni di idoli, di altari idolatrici e di pali sacri, e sono il culto della rispettabilità, del successo, della prosperità, del modo di presentarsi, dell’onore familiare, della posizione dei nostri parenti. Quando si tratta di un matrimonio, ad esempio, si domanda subito da quale famiglia provenga lo sposo o la sposa e come stiano economicamente. Questi sono tutti idoli! Cerchiamo la definizione di una persona al di fuori di lei. Perché il Cardinal Martini è stato accolto con molta diffidenza? Perché era un torinese a Milano! Si può accogliere bene uno che non è dei ‘nostri’? Capita anche con chi viene dal sud: è definito subito ‘meridionale’, anche se non si sa da quale zona del sud, e pare non poter essere considerata persona decorosa. Ma capita anche con i tedeschi… Tutti gli aggettivi che mettiamo in campo per costruirci l’immagine di qualcuno sono termini idolatrici che ripetono cose vecchie di cui non ci si libera facilmente.

Ma il Signore ci conosce dal di dentro e non gli importa niente di come appariamo! Ad un certo punto arriva la stagione buona per depredare i raccolti: «Tutti i Madianiti, Amalèk e i figli dell’oriente si radunarono, passarono il Giordano e si accamparono nella valle di Izreèl», in questa vasta valle dominata dal Tabor e dal Carmelo, capisaldi della pianura, e dalle colline della Galilea.

«Ma lo spirito del Signore rivestì Gedeone». Gedeone non si muove di propria iniziativa, ma viene sollecitato dal Signore. «Egli suonò il corno e gli Abiezeriti [famiglia di suo padre] furono convocati al suo seguito. Egli mandò anche messaggeri in tutto Manasse, che fu pure chiamato a seguirlo; mandò anche messaggeri nelle tribù di Aser, di Zàbulon e di Nèftali, le quali vennero a unirsi agli altri». Gli rimane in cuore, tuttavia, qualche dubbio, per cui mette alla prova il Signore: «Gedeone disse a Dio: “Se tu stai per salvare Israele per mano mia, come hai detto, ecco, io metterò un vello di lana sull’aia: se ci sarà rugiada soltanto sul vello e tutto il terreno resterà asciutto, io saprò che tu salverai Israele per mia mano, come hai detto». E il Signore si adatta a queste prove, accetta queste sfide: «Così avvenne. La mattina dopo Gedeone si alzò per tempo, strizzò il vello e ne spremette la rugiada: una coppa piena d’acqua».

Ma Gedeone non è ancora contento e propone un’altra prova al Signore: «Gedeone disse a Dio: “Non adirarti contro di me; io parlerò ancora una volta. Lasciami fare la prova con il vello, una volta ancora: resti asciutto soltanto il vello e ci sia la rugiada su tutto il terreno”. Dio fece così quella notte: il vello soltanto restò asciutto e ci fu rugiada su tutto il terreno». Quelle di Gedeone sono delle pretese audaci per mettere Dio alla prova, ma ricordiamo che anche a Maria l’angelo dà una prova: «Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,36-37).

Siamo giunti al cap. 7 del libro dei Giudici.

«Ierub-Baal dunque, cioè Gedeone, con tutta la gente che era con lui [circa 32.000 uomini], alzatosi di buon mattino, si accampò alla fonte di Carod. Il campo di Madian era, rispetto a lui, a settentrione, ai piedi della collina di Morè, nella pianura. Il Signore disse a Gedeone: “La gente che è con te è troppo numerosa, perché io consegni Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: ‘La mia mano mi ha salvato’. Ora annuncia alla gente: Chiunque ha paura e trema, torni indietro e fugga dal monte di Gàlaad”. Tornarono indietro ventiduemila uomini tra quella gente e ne rimasero diecimila. Il Signore disse a Gedeone: “La gente è ancora troppo numerosa; falli scendere all’acqua e te li metterò alla prova. Quanti lambiranno l’acqua con la lingua, come la lambisce il cane, li porrai da una parte; quanti, invece, per bere, si metteranno in ginocchio, li porrai dall’altra”». La differenza consiste nel fatto che chi si curva sulla sorgente e prende l’acqua con la mano può guardarsi intorno, mentre chi si sdraia per terra per lambirla, non vede il nemico che arriva.

«Il numero di quelli che lambirono l’acqua portandosela alla bocca con la mano, fu di trecento uomini; tutto il resto della gente si mise in ginocchio per bere l’acqua. Allora il Signore disse a Gedeone: “Con questi trecento uomini che hanno lambito l’acqua, io vi salverò e consegnerò i Madianiti nelle tue mani. Tutto il resto della gente se ne vada, ognuno a casa sua”». Il Signore non ha bisogno del numero, ed è una cosa che dovremmo imparare. Negli uffici diocesani si va troppo avanti con i numeri, con le statistiche, perché i numeri ci fanno impressione, ma al Signore le cifre non interessano. La Chiesa nel mondo è una minoranza, e lo diventerà sempre di più, eppure sarà con questa minoranza che il Signore salverà il mondo. Vedete con quale generosità il Signore manda a casa la gente e resta con questi trecento accampati insieme a Gedeone sulle colline, mentre i Madianiti sono ai piedi del monte Morè, nella pianura. I due accampamenti si guardano.

Leggiamo Gdc 7,9-22 e vediamo come si svolge la battaglia «In quella stessa notte il Signore disse a Gedeone: “Àlzati e piomba sul campo, perché io l’ho consegnato nelle tue mani. Ma se hai paura di farlo, scendi con il tuo servo Pura e ascolterai quello che dicono; dopo, prenderai vigore per piombare sul campo”. Egli scese con Pura, suo servo, fino agli avamposti dell’accampamento. I Madianiti, gli Amaleciti e tutti i figli dell’oriente erano sparsi nella pianura, numerosi come le cavallette, e i loro cammelli erano senza numero, come la sabbia che è sul lido del mare. Quando Gedeone vi giunse, un uomo stava raccontando un sogno al suo compagno e gli diceva: “Ho fatto un sogno. Mi pareva di vedere una pagnotta d’orzo rotolare nell’accampamento di Madian: giunse alla tenda, la urtò e la rovesciò e la tenda cadde a terra”. Il suo compagno gli rispose: “Questo non è altro che la spada di Gedeone, figlio di Ioas, uomo d’Israele; Dio ha consegnato nelle sue mani Madian e tutto l’accampamento”. Quando Gedeone ebbe udito il racconto del sogno e la sua interpretazione, si prostrò; poi tornò al campo d’Israele e disse: “Alzatevi, perché il Signore ha consegnato nelle vostre mani l’accampamento di Madian”.

Divise i trecento uomini in tre schiere, mise in mano a tutti corni e brocche vuote con dentro fiaccole e disse loro: “Guardate me e fate come farò io; quando sarò giunto ai limiti dell’accampamento, come farò io, così farete voi. Quando io, con quanti sono con me, suonerò il corno, anche voi suonerete i corni intorno a tutto l’accampamento e griderete: Per il Signore e per Gedeone!”. Gedeone e i cento uomini che erano con lui giunsero all’estremità dell’accampamento, all’inizio della veglia di mezzanotte, quando avevano appena cambiato le sentinelle. Suonarono i corni spezzando la brocca che avevano in mano. Anche le tre schiere suonarono i corni e spezzarono le brocche, tenendo le fiaccole con la sinistra, e con la destra i corni per suonare, e gridarono: “La spada per il Signore e per Gedeone!”. Ognuno di loro rimase al suo posto, attorno all’accampamento: tutto l’accampamento si mise a correre, a gridare, a fuggire. Mentre quelli suonavano i trecento corni, il Signore fece volgere la spada di ciascuno contro il compagno, per tutto l’accampamento. L’esercito fuggì fino a Bet-Sitta, verso Sererà, fino alla riva di Abel-Mecolà, presso Tabbat».

Tutto questo ricorda molto la caduta di Gerico, le cui mura crollano al suono delle trombe di Giosuè. Le vittorie del Signore sono così: senza armi e senza combattimento mette in fuga i nemici. Noi abbiamo assistito a qualcosa del genere. Vi ricordate certamente che, nella Germania orientale, ad un certo momento, la gente cominciò ad uscire dai confini e andare verso occidente. Nessuno la fermava, e il muro di Berlino fu superato: era caduto! Credo che succederà così anche in Israele, con quel muro costruito per separare i palestinesi. Forse ad un certo punto tutto il popolo palestinese si metterà in cammino… I muri non servono più! Basta aspettare che suonino le trombe e si rompano le brocche, cioè i tempi di Dio. Bisogna non avere fretta, non fare giustizia con le proprie mani, ma lasciare la giustizia nelle mani del Signore.

«Gli israeliti si radunarono da Nèftali, da Ader e da tutto Manasse e inseguirono i Madianiti». Cap. 8,1ss: «Ma gli uomini di Èfraim gli dissero: “Perché ti sei comportato a questo modo con noi, non chiamandoci quando sei andato a combattere contro Madian?”. Litigarono con lui violentemente. Egli rispose loro: “Che cosa ho fatto io, in confronto a voi? La racimolatura di Èfraim non vale più della vendemmia di Abièzer? Dio ha consegnato in mano vostra i capi di Madian, Oreb e Zeeb; che cosa mai ho potuto fare io, in confronto a voi?”. A tali parole, la loro animosità contro di lui si calmò. Gedeone arrivò al Giordano e lo attraversò».

Abbiamo qui un altro esempio dell’economia della debolezza, della povertà di mezzi, e si potrebbe dire ‘della luce nelle tenebre’. Infatti questa pagina è stata riletta nella Bibbia stessa, nella profezia di Isaia. Siamo in un tempo lontano da questi fatti, in un momento in cui il Regno del Nord sta minacciando il Regno del Sud con Gerusalemme, perché il re del nord si è alleato con il re di Aram- Damasco per capovolgere la dinastia di Davide, cioè per mettere un re-fantoccio al posto della casa davidica e sovvertire il Regno del Sud.

A Gerusalemme governa il re Acaz, il quale trema, sapendo che quei due sovrani si sono alleati contro di lui. Il profeta Isaia lo invita a domandare un segno al Signore, che interverrà a suo favore, ma Acaz afferma di non voler tentare Dio. Isaia, allora gli dice: «Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is 7,14). La giovane moglie del re gli partorisce infatti un figlio (Ezechia, uno dei più saggi re di Gerusalemme). Il segno dato dal Signore è la garanzia che quella guerra finirà, ma il re Acaz fa un errore gravissimo: chiede aiuto all’Assiria (regno settentrionale) contro i due eserciti che si sono coalizzati contro di lui.

Naturalmente l’Assiria è molto contenta di intervenire, perché ha l’occasione di mettere le mani nella regione d’Israele, e invade il Regno del Nord, nella pianura di Izreèl per intervenire in favore del re di Gerusalemme. Ma, facendo questo, saccheggia anche tutta la regione del nord e cattura molti prigionieri. Comincia così una deportazione della gente della Galilea centrale e settentrionale (siamo nell’anno 736 a.C., con la guerra siro-efraimita). Nel 721 Samaria viene distrutta e di fatto dopo pochi anni il Regno del Nord verrà cancellato.

Isaia, parlando di questo, dice: «In passato umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti» (Is 8,23). Questa regione, dalla quale gli abitanti sono stati deportati in Assiria, vedrà il ritorno degli esiliati: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda» (Is 9,1-2).

Spesso si mieteva nelle caverne per paura degli invasori, per cui la libertà si sperimenta quando si può mietere all’aperto. «Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Madian» (v. 3). Il giorno di Madian è quello di Gedeone, e qui si vede come la Bibbia rilegga la storia con la Bibbia stessa, il che significa celebrare la fedeltà di Dio che continua ad intervenire nelle vicende umane. (…)

Certo, il vero nemico alla fine è Satana, e il vero combattimento c’è, ed è quello spirituale. Tuttavia la Bibbia, poiché ci parla della storia degli uomini, attraversa tutte le inimicizie e ostilità umane anche a livello temporale. Se pensiamo che la devozione del Rosario si è diffusa moltissimo in Europa con la vittoria di Lepanto, ci rendiamo conto che ancora oggi noi prendiamo parte all’entusiasmo per quella vittoria sulla minaccia turca. Oggi i turchi arrivano senza navi, perché il Signore vuole la mescolanza anche con l’Islam. Noi li abbiamo ricacciati con le flotte austriache e venete, e il Signore li fa ritornare da un’altra parte. Egli non vuole le guerre con la spada, ma con lo Spirito. Ci vuole un grande discernimento spirituale per vedere dove ci porta la parola di Dio! Quello che a Lui interessa è vedere l’uomo e la donna che siano ‘uno’, a sua immagine e somiglianza, cioè che i popoli sappiano fondersi e l’amicizia vinca sull’inimicizia.

Non dobbiamo più avere paura gli uni degli altri, ma avere tutti paura di ciò che è male, falso, peccato, menzogna, ricordando però che il Signore è all’opera per combattere il male. Bisogna lasciargli il tempo di affermare i suoi metodi perché se vogliamo metterci le mani noi, guastiamo tutto. Non dobbiamo avere fretta di intervenire nelle vicende umane, nelle politiche umane, ma dobbiamo invece essere testimoni della politica di Dio. Questo vale anche per tutte le divisioni nelle famiglie, nelle coppie, nelle associazioni, nei partiti. Diamo fiducia al Signore, che porta avanti la sua battaglia senza armi, ma con le trombe e le brocche. Allora la luce appare nella notte!

Gruppi di lettura continua della Bibbia in Bergamo
Settimana Biblica 2012 Bergamo 24 – 29 settembre 2012 Il libro dei Giudici
Relatore: p.j. Francesco Rossi de Gasperis
Il testo non è stato rivisto dal relatore

http://odos.altervista.org/alterpages/files/Giudici2012-1.pdf


 

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Questa voce è stata pubblicata il 21/08/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , .

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