COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio divina sul libro dei Giudici (3)

La Palestina al tempo dei Re

Lunedì – Giovedì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

IL LIBRO DEI GIUDICI
P. Francesco Rossi de Gasperis

Quinta riflessione

Dobbiamo davvero pregare perché il Signore ci faccia capire la sua Parola, soprattutto quella della prima alleanza. Essa è ricca di attualizzazioni continue, anche nella vita della Chiesa.

Il tempo della monarchia, in Israele, richiama certamente la nostra presente situazione nella Chiesa, dove c’è un’istituzione di tipo monarchico. Quando ho studiato teologia all’Istituto Gregoriano (ero al primo anno, nel 1954), il mio professore di ecclesiologia, cioè del Trattato della Chiesa, insegnava esplicitamente che la Chiesa è una monarchia. Ebbene, questo era falso allora ed è falso adesso, ma era un modo per farci capire che nella Chiesa c’è fondamentalmente una forma monarchica, come se il Papa potesse stare da solo. È tutto falso! Il Papa è il primate dei vescovi, e i vescovi sono sempre con lui nel Collegio episcopale, come il Concilio Vaticano II ha messo in luce molto bene. Il Concilio Vaticano I non aveva avuto il tempo di completare questa chiarificazione, perché erano arrivati i piemontesi a Roma… È vero tuttavia che noi sperimentiamo un regno dello Spirito, che però ha una forma istituzionale stabile: il papato, il primato di Pietro. Questo ha – come vediamo bene anche nella Scrittura – un carattere temporaneo, non definitivo. Il Regno ultimo, quello definitivo e vero, è quello di Cristo, unico Re, perché tutte le istituzioni umane passano.

La monarchia, dunque, appartiene al passato, ma ci sono delle forme che in qualche modo riprendono la stessa storia. Chiediamo allora al Signore di farci capire sia le cose, sia la loro temporaneità, in modo che non ci fissiamo troppo su alcuni aspetti che ci possono essere più o meno graditi oggi, perché tanto passeranno. C’è qualcosa che non passerà ed è già presente oggi, ed è la regalità di Cristo.

Impariamo la sapienza del cuore, che ci faccia vivere nel tempo con la consapevolezza di ciò che resta e di ciò che passa, di ciò per cui vale più o meno la pena di impegnarsi. Chiediamo al Signore la sapienza di vivere nella storia, nella Chiesa e nella nostra vita terrena, senza credere che questa sia la vita definitiva, ma riconoscendo che siamo pellegrini sulla terra, in cammino verso la ‘patria’.

Siamo ancora nella storia di Gedeone, che sta al centro del libro dei Giudici ed è una storia cruciale, proprio dal punto di vista di quanto si diceva adesso. Infatti si incomincia a parlare di una monarchia. Siamo al cap. 8, e Gedeone insegue al di là del Giordano Zebach e Salmunnà, i re madianiti che ha sconfitto, li raggiunge e li sconfigge di nuovo. Si rifà poi ad una storia di cui non abbiamo altre notizie: «Poi disse a Zebach e a Salmunnà: “Come erano gli uomini che avete ucciso al Tabor?”» (v. 18). Di questa battaglia del Tabor non si sa nulla. Si tratterebbe di fratelli di Gedeone uccisi da questi due re nel corso della battaglia stessa. «Quelli risposero: “Erano come te; ognuno di loro aveva l’aspetto di un figlio di re”». È questa la prima volta in cui si parla di Gedeone che ha l’aspetto di un figlio di re, come i suoi fratelli uccisi. Egli fa giustizia, e mette a morte i due re.

A questo punto viene posta la prima richiesta di rendere stabile il ministero dei giudici, cioè di fare di questo intervento di Dio – il quale suscita i giudici quando il popolo è in pericolo – un’istituzione permanente. È il problema cruciale della prima parte della Bibbia: rendere permanente un’istituzione umana che rappresenti stabilmente il Signore in mezzo al suo popolo.

È il problema della Chiesa di tutti i tempi. Il disegno di Dio è di essere il Re del suo popolo e di essere ‘sopra’ di esso. Come può fare? Ci vuole una mediazione umana, perché tra il re e il popolo ci deve essere comunione. Se vogliamo, qui troviamo una ragione fondamentale dell’Incarnazione. Se il Signore vuole veramente occupare dell’umanità, in qualche modo deve appartenere ad essa, perché finché se ne sta per conto suo come Dio, è diverso. La Divinità non ha niente a che fare con la nostra umanità: il Signore è ‘Altro’! Ma per diventare nostro Re deve entrare in contatto con noi, bisogna che Lo sentiamo come uno di noi, pur essendo ‘altro e diverso’.

Ecco perché il Figlio decide di incarnarsi. Ricordo l’affermazione di S. Ignazio: “Che cosa fa la Trinità di fronte alla situazione umana?”. Bisogna che Dio entri nell’umanità, se vuole essere veramente il nostro Signore! Quindi l’unico vero Re che rimane per sempre, è il Verbo incarnato, il Figlio di Dio fatto carne. Non abbiamo bisogno di altro.

Anche i giudici dell’Antico Testamento vengono e poi spariscono. Sono interventi dello Spirito, che però non ha una dimora stabile e visibile in mezzo al popolo, e allora viene il desiderio – talvolta si potrebbe parlare di ‘smania’, di fissazione – di avere qualcosa di permanente: l’istituzionalizzazione del giudice, un re umano. Resterebbe sempre il dominio di Dio su Israele, ma si vuole un suo rappresentante in modo ininterrotto.

Ebbene, questo è molto pericoloso e fondamentalmente Dio non lo vuole in modo definitivo. Bisogna tenerlo ben presente, nella lettura della Bibbia, perché non viene sottolineato in modo chiaro nelle catechesi che si fanno. Tutto il tempo dell’alleanza del Sinai fino alla nuova alleanza appartiene all’Antico Testamento. Non si deve confondere la nuova alleanza con il Nuovo Testamento. Nel Nuovo Testamento comincia a compiersi la nuova alleanza che è già presente nell’Antico.

La nuova alleanza comincia al tempo di Geremia, nel VI secolo a.C., ma fino ad allora c’è l’alleanza del Sinai, impersonata e poi incarnata dalla monarchia. Ebbene, Dio non vuole questo tempo. Fino alla nuova alleanza Israele si costruisce per conto suo, secondo i suoi criteri, e quasi forza il Signore a dargli quella istituzione che Lui non vuole. Questo apparirà in modo chiaro subito dopo il libro dei Giudici, in 1Samuele, quando gli anziani d’Israele chiedono di avere un re. Samuele è l’ultimo giudice. È un giudice saggio, che guida bene il suo popolo, ma poiché i suoi figli non sono buoni come lui, gli anziani si presentano davanti a Samuele e gli dicono: «Ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie» (1Sam 8,9). Certo, sanno che lo Spirito di Dio li guida, ma loro non lo vedono! Desiderano avere un’istituzione permanente, come tutte le altre nazioni.

Questo al Signore non piace. Egli non vuole avere sulla terra un’istituzione stabile che lo rappresenti. Si potrebbe dire che al Signore non piace il Vaticano, perché non è nel suo disegno, tuttavia lo accetta. Del resto è sempre il suo popolo… Il Signore si fa condizionare da questo desiderio umano, al punto che il Figlio di Dio incarnato sarà un ‘figlio di Davide’. Ma il regno di Davide non è nel piano di Dio! Davide è un re umano, per quanto santo possa essere, e Dio non ama un re umano per il suo popolo. Visto però che Israele insiste per avere un re umano, ne sceglie uno di suo gusto, sceglie Davide, il re che prega, il re salmista. È anche il re della penitenza, poiché si pente dei propri peccati, per cui è ‘il meno peggio’ di quello che si può immaginare.

Gesù è ‘figlio di Davide’ e Figlio del Padre, per cui porta a livello di santità estrema, nella propria regalità, anche il modo in cui regna Davide. E noi celebriamo la fine del nostro anno liturgico la regalità di Cristo con la festa di Cristo Re. Questa è la regalità che Dio vuole: il regno del Figlio. Se Gesù fosse solo il ‘figlio di Davide’ sarebbe come Salomone, e quello passa.

Dobbiamo sottolineare il fatto che il Signore si fa condizionare dai nostri gusti, dai nostri desideri. Abbiamo quattro secoli della storia del suo popolo in cui c’è questa successione di re: Saul, Davide, i suoi figli che dividono il regno tra nord e sud. Tutta la storia della monarchia è la storia di un’istituzione come l’hanno voluta gli uomini per essere un popolo come gli altri popoli. Ma il desiderio di Israele di essere come gli altri popoli è peccaminoso.

Questa è una chiave di lettura della storia umana che dobbiamo tenere presente, oggi in modo particolare. Ai nostri giorni è rivenuto fuori uno Stato d’Israele che non è come lo vuole il Signore. Il popolo di Dio non può essere come tutte le altre nazioni, e di fatto ci sono molti israeliti e molti israeliani che desidererebbero essere un popolo diverso dagli altri, senza esercito e senza bandiera, ma siccome le altre nazioni sono armate, non possono fare a meno di adeguarsi per difendersi.

Ebbene, queste scelte non sono degne del popolo secondo il Signore. Il popolo di Dio deve essere una semente in mezzo a tutti gli altri popoli; è fatto per tutti, e non per essere ristretto nei confini nazionali e istituzionali. Il Signore non ha niente a che fare con questo tipo di strutture umane! E tuttavia questo è il suo popolo. Non dobbiamo dimenticare che lo Stato d’Israele è lo Stato del popolo di Dio, e infatti dà un po’ fastidio a tutti, sulla faccia della terra.

Tutto questo è un’immagine della vita umana e le generazioni devono passare perché l’uomo diventi quello che veramente è. Non possiamo prendere la nostra vita presente come modello della vita umana, poiché questo è solo un passaggio della vita umana. Non siamo ancora come Dio ci vuole, ma siamo soltanto come noi ci siamo fatti e ci stiamo facendo, e il Signore è con noi in questa nostra autocostruzione. Alla fine però decide di metterci le mani Lui e questo avviene quando noi passiamo la nostra ‘Pasqua’… Il nostro mondo presente è passeggero, transitorio, e quello che siamo chiamati a fare è preparaci per essere come dovremo essere in modo definitivo. Bisogna cominciare il lavoro con le nostre mani sapendo che il Signore è con noi mentre ci stiamo facendo a modo nostro. Noi facciamo dei progetti di famiglia, di lavoro, di vocazione, di viaggi, ecc., e cerchiamo di realizzarli secondo determinati ideali e ricordando le esperienze vissute. Tutta la progettualità umana è nelle nostre mani, poi c’è chi riesce di più e chi riesce di meno, chi è più fortunato… Ciascuno di noi si sta facendo con le proprie mani, fino ad un certo punto.

Un tempo si diceva: “Ti sei sposato? Ormai ti tieni quello che hai preso!”. La scelta è sempre una cosa meravigliosa, ma ci si trova poi sempre davanti ai limiti delle persone. Oggi ci si sposa già persuasi di potersi separare. Continuiamo a farci e a disfarci con le nostre mani credendo di fare il nostro bene, e cadendo magari in sbagli più grossi dei precedenti. In questo procedere, il Signore ci è sempre vicino, sapendo che poi interverrà Lui per modellarci secondo il suo desiderio.

Ecco, tutta la prima parte della Bibbia è la sintesi della vita umana nostra. E che cosa è la nuova alleanza? È la rinuncia al volersi fare da sé. Gesù è l’uomo che si lascia fare interamente dal Padre, che lo porta alla gloria della risurrezione perché finalmente è l’uomo come Lui lo vuole. È Gesù la parte umana permanente in cui si rivela Dio, perché è il Figlio, è Dio lui stesso. È l’uomo permanente secondo il progetto di Dio. Questo significa essere cristiani, cioè essere totalmente discepoli che si lasciano plasmare in tutto dal Padre come Lui li vuole. I cristiani si lasciano fare compiutamente figli disponibili a compiere in tutto la volontà del Padre. Questa è la nuova alleanza, che comincia con la sequela di Gesù e si compie nella gloria della risurrezione.

Torniamo al libro dei Giudici e al momento in cui Gedeone consegue la grande vittoria sui madianiti. «Allora gli Israeliti dissero a Gedeone: “Governa tu, tuo figlio e il figlio di tuo figlio, poiché ci hai salvati dalla mano di Madian”» (Gdc 8,22). Desiderano un’istituzione permanente, ma chi può assicurare loro che i figli e i nipoti avranno lo stesso valore del padre? Il lato debole delle istituzioni umane è proprio questo: possiamo trovare un uomo giusto, ma chi ci assicura che i suoi discendenti saranno come lui? È un’illusione umana. La storia insegna che perché una monarchia non faccia del male, bisogna che non possa fare niente, un po’ come in Inghilterra, dove si tratta semplicemente di una rappresentanza, della segnalazione di un’istituzione degna di rispetto. Per adesso la regina salva la faccia della monarchia, ma è una faccia del tutto superficiale.

La risposta di Gedeone è molto chiara: «“Non vi governerò io né vi governerà mio figlio: il Signore vi governerà”… Ierub-Baal, figlio di Ioas, se ne andò ad abitare a casa sua». Gedeone ritorna quindi nell’anonimato.

«Dopo la morte di Gedeone gli Israeliti tornarono a prostituirsi ai Baal e presero Baal-Berit come loro dio» (Gdc 8,33). Baal-Berit è un nome molto importante, perché in ebraico il termine berit significa alleanza; però questo dio dell’alleanza si chiama Baal, per cui hanno messo insieme la divinità degli idolatri e il nome dell’alleanza. Hanno fatto una mescolanza tra il sacro e il profano, del Santo con l’idolo. Ma l’idolo dell’alleanza era il vitello d’oro! Quel Dio di cui non si possono fare immagini e addirittura non si può pronunciare il nome viene addirittura chiamato Baal. In realtà Gedeone aveva compiuto un’azione che quasi era un peccato.

Rifiuta la regalità, ma come segno della vittoria conseguita chiede: «“Ognuno di voi mi dia un anello del suo bottino”. I nemici avevano anelli d’oro, perché erano Ismaeliti. Risposero: “Li daremo volentieri”. Egli stese allora il mantello e ognuno vi gettò un anello del suo bottino. Il peso degli anelli d’oro, che egli aveva chiesto, fu di millesettecento sicli d’oro, oltre le lunette, le catenelle e le vesti di porpora, che i re di Madian avevano addosso, e oltre i collari che i loro cammelli avevano al collo. Gedeone ne fece un efod che pose a Ofra, sua città; tutto Israele vi si prostituì, e ciò divenne una causa di rovina per Gedeone e per la sua casa» (Gdc 8,24ss). L’efod era di solito una specie di vestito che i sacerdoti indossavano per il loro discernimento spirituale, ma qui doveva essere una sorta di monumento edificato in mezzo al territorio della tribù per ricordare la vittoria sui madianiti, vittoria che aveva permesso la liberazione anche di quelle parti delle tribù d’Israele che si trovavano al di là del Giordano (Gad, Ruben, Manasse).

Ma questo è un peccato di Gedeone: non accetta di diventare re, ma si fa un monumento per ricordare la propria vittoria. Può essere comprensibile, ma è pericoloso. Pensiamo a tutte le statue di santi che si trovano nella basilica di S. Pietro: sembrano essere i nostri dèi. I santi sono sempre pericolosi, perché noi tendiamo a metterli al posto del Signore, e questa idolatria non dipende da loro, ma da noi! «Gedeone ebbe settanta figli nati da lui, perché aveva molte mogli. Anche la sua concubina che stava a Sichem gli partorì un figlio, che chiamò Abimèlec» (Gdc 8,30-31). “Abimèlec” significa “mio padre è re”, oppure “mio padre dovrebbe essere vostro re”, oppure “il mio Dio è il vostro re”, oppure ancora “se mio padre è il re, io sono il successore”. Questo è figlio di una concubina sichemita, sicché ha sangue israelita solo per parte del padre; è una specie di meticcio, e questo non è accettabile dal punto di vista della Bibbia, perché nel libro 28 dei Giudici si è sempre interessati alla salvezza dell’identità del popolo d’Israele come popolo di Dio.

Cap. 9: «Ora Abimèlec, figlio di Ierub-Baal, andò a Sichem dai fratelli di sua madre e disse a loro e a tutta la parentela di sua madre: “Riferite a tutti i signori di Sichem: È meglio per voi che vi governino settanta uomini, tutti i figli di Ierub-Baal, o che vi governi un solo uomo? Ricordatevi che io sono delle vostre ossa e della vostra carne”. I fratelli di sua madre riferirono a suo riguardo a tutti i signori di Sichem tutte quelle parole e il loro cuore si piegò a favore di Abimèlec, perché dicevano: “È nostro fratello”. Gli diedero settanta sicli d’argento, presi dal tempio di Baal-Berit; con essi Abimèlec assoldò uomini sfaccendati e avventurieri che lo seguirono. Venne alla casa di suo padre, a Ofra [dove il padre Gedeone era stato chiamato da Dio], e uccise sopra una stessa pietra i suoi fratelli, figli di Ierub-Baal, settanta uomini. Ma Iotam, figlio minore di Ierub-Baal, scampò, perché si era nascosto. Tutti i signori di Sichem e tutta Bet-Millo si radunarono e andarono a proclamare re Abimèlec, presso la Quercia della Stele, che si trova a Sichem» (Gdc 9,1-6).

Sichem (oggi Nablus) è la città centrale della Palestina, nel cuore della Samaria. È una città-chiave anche perché crocevia di tutte le strade che attraversano il paese, andando da nord a sud e da est a ovest, e si trova tra due montagne (Garizìm ed Ebal). Potrebbe davvero essere la capitale dello stato palestinese, se ce ne fosse uno.

Dei fratelli di Abimèlec, come dicevamo, se ne salva uno: «Iotam, informato della cosa, andò a porsi sulla sommità del monte Garizìm e, alzando la voce, gridò: “Ascoltatemi, signori di Sichem, e Dio ascolterà voi!”» (v. 7). Poi abbiamo una poesia, come il canto di Dèbora. Le composizioni in versi spesso sono più antichi della prosa, e anche questa è una composizione in lingua ebraica. Leggiamo una critica della monarchia nelle parole degli alberi da frutto che non vogliono rinunciare al proprio vanto per mettersi a governare sopra le altre piante: «Si misero in cammino gli alberi per ungere un re su di essi. Dissero all’ulivo: “Regna su di noi”. Rispose loro l’ulivo: “Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano dèi e uomini, e andrò a librarmi sugli alberi?”. Dissero gli alberi al fico: “Vieni tu, regna su di noi”. Rispose loro il fico: “Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, e andrò a librarmi sugli alberi?”. Dissero gli alberi alla vite: “Vieni tu, regna su di noi”. Rispose loro la vite: “Rinuncerò al mio mosto, che allieta dèi e uomini, e andrò a librarmi sugli alberi?”. Dissero tutti gli alberi al rovo: “Vieni tu, regna su di noi”. Rispose il rovo agli alberi: “Se davvero mi ungete re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano”» (Gdc 9,8-15).

Quello che accetterebbe di essere eletto re è proprio quello che non porta nessun frutto, non ha nessun prodotto pregiato da salvare: il rovo. Non siamo sicuri che la traduzione con il termine ‘rovo’ sia esatta, perché come potrebbe alzarsi su tutti gli altri alberi, visto che è basso? Non so perché si continui a tradurre così. Vicino all’aeroporto di Tel-Aviv gli israeliani hanno realizzato un giardino chiamato “Oasi delle cose antiche”, un grande parco in cui hanno riprodotto le piante bibliche. Facendo delle ricerche sulla parola che viene tradotta ‘rovo’, hanno trovato un albero poderoso che porta lo stesso nome ebraico e che ha una proprietà: sotto la sua ombra distrugge tutte le piante che vi venissero coltivate. Le sue radici le uccide. Per tale ragione il testo biblico fa dire a quell’albero: «Venite, rifugiatevi alla mia ombra», perché sotto quella protezione non si salva nulla. Inoltre il legno di questo albero brucia molto bene, per cui si può ben pensare che ne possa uscire «un fuoco che divori i cedri del Libano».

Tutto questo fa capire molto bene l’apologo di Iotam contro Abimèlec: Andate sotto la sua ombra, e ci sarà solo lui, poiché tutto il resto verrà eliminato! Sarà la fine di Sichem, di questo santo e non-santo, di questa miscela tra paganesimo e fede vera, tra Baal e Alleanza (Baal-Berit). «Abimèlec dominò su Israele tre anni. Poi Dio mandò un cattivo spirito fra Abimèlec e i signori di Sichem, e i signori di Sichem si ribellarono ad Abimèlec» (vv.22-23).

Così accade nelle vicende umane che si illudono di essere durature. Anche qui scoppia un’insurrezione. Tra i tanti personaggi spicca un certo Gaal, che si ribella in quanto discendente di Camor. Costui era re di Sichem quando Giacobbe, nomade, aveva posto le sue tende fuori dalla città. Il figlio di Camor (Sichem, che poi darà il nome alla città) aveva usato violenza contro Dina, figlia di Giacobbe, ma poi si era innamorato di lei e aveva chiesto al padre di accordarsi con Giacobbe perché gliela concedesse in moglie.

Avevamo già notato in altra occasione che l’espressione “si innamorò di lei, si legò al suo cuore” è quella che usa il Signore per dire di essersi innamorato di Israele. Il Signore presenta in termini di innamoramento l’elezione d’Israele, il rapporto d’amore con il suo popolo, che pure è piccolo e poco importante. Il fatto che Dio sia innamorato di noi sta al cuore di tutta la storia umana. L’umanità non è solo il popolo di Dio, ma anche la sua Sposa.

I figli dell’antico re Camor ritornano sulla scena e si ribellano ad Abimèlec. Scoppia una guerra civile e la popolazione si divide tra sostenitori del re e sostenitori di Gaal. Abimèlec ottiene molti successi, ma alla fine le cose vanno male per tutte e due le parti. Tutti i signori di Sichem si radunano in una torre, ma Abimèlec dà fuoco alla torre e li brucia.

«Poi Abimèlec andò a Tebes, la cinse d’assedio e la prese. In mezzo alla città c’era una torre fortificata, dove si rifugiarono tutti gli uomini e le donne, con i signori della città; vi si rinchiusero dentro e salirono sul terrazzo della torre. Abimèlec, giunto alla torre, l’attaccò e si accostò alla porta della torre per appiccarvi il fuoco. Ma una donna gettò giù il pezzo superiore di una macina sulla testa di Abimèlec e gli spaccò il cranio». Ecco un’altra figura di donna che uccide il tiranno! «Egli chiamò in fretta il giovane che gli portava le armi e gli disse: “Estrai la spada e uccidimi, perché non si dica di me: L’ha ucciso una donna!”». Verrebbe da dire che il ruolo delle donne è glorioso, nel libro dei Giudici. Sono presenti sempre con la spada in mano. Questo potrebbe anche essere un modo per esprimere il regno della violenza, che talvolta coinvolge anche le donne come soggetto di tale violenza.

«Il giovane lo trafisse ed egli morì. Quando gli Israeliti videro che Abimèlec era morto, se ne andarono ciascuno a casa sua. Così Dio fece ricadere sopra Abimèlec il male che egli aveva fatto contro suo padre, uccidendo settanta suoi fratelli. Dio fece anche ricadere sul capo della gente di Sichem tutto il male che essa aveva fatto. Così si avverò su di loro la maledizione di Iotam, figlio di Ierub-Baal» (Gdc 9,50-57).

La vendetta, in qualche modo, ricade su tutti gli autori di questo pasticcio combinato tra israeliti e sichemiti e di questo fallito primo tentativo di regno degli israeliti. È un regno ibrido che anticipa quella che sarà poi la sorte della monarchia: i due regni, del nord e del sud, si estingueranno a causa della violenza delle nazioni.

Le cose poi ricominciano come prima. Siamo al cap. 10,1-10: «Dopo Abimèlec, sorse a salvare Israele Tola, figlio di Pua, figlio di Dodo, uomo di Ìssacar. Dimorava a Samir, sulle montagne di Èfraim; fu giudice d’Israele per ventitré anni, poi morì e fu sepolto a Samir. Dopo di lui sorse Iair, il Galaadita, che fu giudice d’Israele per ventidue anni… Poi Iair morì e fu sepolto a Kamon. Gli Israeliti continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore… L’ira del Signore si accese contro Israele e li consegnò nelle mani dei Filistei e nelle mani degli Ammoniti.. Allora gli Israeliti gridarono al Signore: “Abbiamo peccato contro di te, perché abbiamo abbandonato il nostro Dio e abbiamo servito i Baal”».

Il Signore quindi manda altri giudici, tra i quali vengono ricordati due di quelli minori, Tola e Iair. Arriviamo poi a Iefte, che è invece uno dei maggiori e di cui dobbiamo parlare. Credo che il libro dei Giudici voglia dare anche il tono di questa monotonia: le cose continuano ad andare bene e poi male, e viceversa, e c’è la pazienza infinita del Signore, che resta fedele al suo popolo a tutti i livelli della sua crescita umana.

La fedeltà del Signore non ci accompagna in un andare di bene in meglio, ma in un continuo cadere e rialzarsi, un convertirsi continuamente. Non è un miglioramento continuo, non siamo dei giganti di santità. E questo crescere non avviene solo nell’aspetto fisico, ma anche nel piano morale, L’uomo sano dalla testa ai piedi, dal principio alla fine, è uno solo: il Figlio di Dio fatto carne, Gesù. Egli è anche il punto cruciale in cui la buona fede sarà anche la vera fede; la chiave della preminenza di Gesù è il suo cuore, la sua coscienza libera. Egli ci salva proprio perché ci toglie da quella monotonia di peccato e di conversione, di cadute e di riprese, in cui Dio si manifesta nella sua fedeltà alle promesse fatte. Dio è fedele al primo amore!

Sesta riflessione

Anche se il paragone può sembra un po’ strano, credo che si debba leggere il libro dei Giudici come il libro dei “Fioretti” di S. Francesco, cioè come delle antiche storie raccontate più volte. Qui si parla delle tribù, soprattutto di quelle del nord, e nella composizione della letteratura deuteronomista (Giosuè, i libri dei re…), nel tempo successivo all’esilio, gli autori scrivono di un esito negativo dell’esperienza monarchica come l’avevano voluta gli anziani d’Israele. Mettono insieme dei ricordi – anche molto antichi – delle vicende del Regno del Nord e di quello del Sud, in un tono piuttosto pessimista, come può essere appunto quello di un fallimento. Gli Israeliti avevano voluto un re come gli altri popoli, avere delle istituzioni permanenti, e adesso si ritrovavano ad essere una provincia dell’impero babilonese o persiano.

Di questa storia finita male si raccontano tanti fatterelli, tra i quali la preparazione della monarchia. Troviamo perciò insieme dei testi monarchici e antimonarchici, sicché si pensa ad una diversità di autori. Non credo che si debba moltiplicare tanto il numero degli autori, quanto la ricchezza di un’esperienza in cui c’è qualcosa andato bene e qualcosa andato male. Nell’ultima parte del libro dei Giudici si ripete un ritornello, a partire dal cap. 17,6 fino all’ultima riga del libro: «In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene», cioè faceva quello che voleva. L’autore di queste righe vuol sottolineare come quel tempo fosse caratterizzato dall’anarchia, al contrario del tempo della monarchia, mentre ci sono passi che insinuano che tutto andava meglio quando la monarchia non c’era. Si parla quindi di una duplice esperienza dalla quale si comprende come le cose andassero bene o male per tutte e due le parti.

Per questo motivo dicevo che Giudici è il libro del passato e il libro del futuro. Si poteva pensare che quando non c’era il re le cose andavano meglio. Questa è infatti la situazione nel postesilio, quando il ritorno dalla deportazione non significa che ritorna anche la monarchia. È piuttosto l’avvento di un’altra stagione per il popolo di Dio. Qui siamo in un tempo di anarchia spirituale.

La Chiesa è una società anarchica perché è condotta dallo Spirito Santo, che è inafferrabile, non è un’istituzione umana. Potremmo dire che lo Spirito Santo è ‘disordinato’ perché il Signore non va per gradi o per gerarchie, per cui può suscitare un movimento spirituale nel più piccolo di una società. Questo è vero sempre, anche oggi. Vediamo, ad esempio, quella che noi chiamiamo ‘crisi delle vocazioni’; dobbiamo riconoscere che le vocazioni, almeno nel senso tradizionale, cioè quelle relative alla vita religiosa, diminuiscono.

Ma chi è all’origine delle vocazioni? Nessuna Conferenza Episcopale può riunirsi e stabilire il numero di vocazioni da mettere a disposizione delle parrocchie, degli istituti religiosi maschili e femminili, delle terre di missione. Non c’è più la tribù sacerdotale di Levi, per cui basta essere figli di quella tribù per essere automaticamente sacerdoti… Siamo esposti allo Spirito! S. Tommaso dice che lo Spirito del Signore non farà mai mancare le vocazioni alla sua Chiesa, soprattutto se si allontaneranno quelli che non sono degni e si tratterranno quelli che lo sono. Nessun programma pastorale può dire che le cose andranno in un certo modo, perché tutto dipende dalle persone e dai numeri. Questo rimarrà vero sempre, perché sempre il Signore governa la sua Chiesa attraverso il suo Spirito.

L’effetto di questo dominio dello Spirito è una certa anarchia nella Chiesa. Ad esempio, nella Chiesa c’è la dimensione sacramentale e quella carismatica. Se volete imparare a pregare, dovete andare da qualcuno che sappia pregare e lo insegni a voi; non basta andare dal parroco, perché bisogna verificare se lui sa pregare. Se invece uno ha bisogno della celebrazione dell’Eucarestia, allora deve certamente andare dal sacerdote ordinato.

Ci sono quindi competenze e preparazioni diverse. Non è detto che il vescovo sia sempre un maestro di preghiera, anche se la cosa sarebbe desiderabile. Il vescovo deve essere soprattutto un padre spirituale, ma di fatto, se andiamo a guardare la preparazione di molti vescovi, sono quelli che hanno studiato il diritto canonico, non spiritualità; sono piuttosto degli amministratori spirituali.

Nella Chiesa ci sono diversi compiti e non si può tirare la somma in modo infallibile. Siamo esposti allo Spirito perciò, sotto questa prospettiva, la Chiesa è un’assemblea carismatica. Non credo che sia un progresso, quello di parlare di ‘movimento carismatico’ o ‘non carismatico’, perché tutti, nella Chiesa, siamo carismatici e tutti dobbiamo ricorrere allo Spirito. Certo, il movimento carismatico vuole ricordare questa situazione, ma nello stesso tempo siamo tutti istituzionalizzati. Non mi piace parlare di Chiesa ‘carismatica’ e Chiesa ‘gerarchica’, perché tutta la Chiesa è insieme carismatica e gerarchica. La gerarchia indica che siamo un popolo ‘ordinato’: tutti siamo ‘ordinati’ nel battesimo. La distinzione tra laici e clero è una dimensione canonica, non teologica! Tutti i religiosi, o sono clero o sono laici. Le suore, ad esempio, sono tutte laiche; la categoria dei ‘religiosi’ non è un ordine teologico: siamo tutti religiosi perché siamo battezzati.

Credo che la Chiesa trarrebbe un grosso vantaggio dal far circolare queste nozioni teologiche, piuttosto che quelle canoniche. Che cosa significa che tu sei religioso? Hai fatto tre voti, ma come li vivi? Un benedettino ha fatto tre voti, il domenicano ha fatto tre voti, il gesuita ha fatto tre voti, il francescano ha fatto tre voti, ma ciascuno vive la povertà, la castità e l’obbedienza nel proprio modo, secondo la propria vocazione, il proprio carisma. Perciò quella che sembra un’istituzione è in realtà soggetta di nuovo allo Spirito. Facciamo una concelebrazione intorno all’altare con dieci ordinati sacerdoti, ma ciascuno di loro vive il sacerdozio secondo la propria vocazione. Ci può essere un missionario come ci può essere un contemplativo; ci può essere un certosino che non parla mai e un predicatore che parla troppo.

È lo Spirito che domina, e noi dobbiamo tenerlo ben presente. La vita secondo lo Spirito detta un modo ordinato di vivere, che richiama in qualche modo l’istituzione, stabile nel tempo anche se adeguata alla cultura. Noi siamo abbracciati dallo Spirito e siamo anche esposti, perché sappiamo che lo Spirito del Signore guiderà la Chiesa anche nel futuro; e vediamo che nascono anche tante cose e talvolta inaspettate. Oggi, ad esempio, non si capiscono più alcuni tipi di clausure in cui tutti gli uomini sono da una parte e tutte le donne dall’altra. Siamo fatti per vivere insieme, e questo comporta dei problemi e dei vantaggi. Abbiamo poi delle coppie che vogliono vivere da monaci senza esserlo. È un fatto nuovo, voluto dallo Spirito.

Ho fatto questa riflessione per dire che questi libri ci aiutano a vedere lo Spirito come un fuoco d’artificio che produce tante forme di vita, tanti modi di corrispondere alla grazia di Dio.

Siamo al cap. 11.

Nel libro dei Giudici incontriamo adesso un’altra figura, quella di IEFTE. Siamo di nuovo in una situazione di peccato: «Continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal, le Astarti, gli dèi di Aram, gli dèi di Sidone, gli dèi di Moab, gli dèi degli Ammoniti e quelli dei Filistei; abbandonarono il Signore e non lo servirono più» (Gdc 10,6). Forse si può fare un parallelo con il nostro tempo, in cui ci sono tante persone che se parliamo del Signore ci guardano come se raccontassimo delle favole. Forse il Signore manderà un giudice anche per noi; forse lo sta mandando o forse l’ha già mandato. Bisogna che lo aspettiamo con le orecchie aperte e gli occhi attenti, pronti ad una salvezza che forse si presenta in un modo che non ci aspettiamo.

È a questo punto della storia dei giudici che arriva la figura di Iefte, figlio di Gàlaad (che prende questo nome dalla regione in cui vive) e di una prostituta. Avevamo già incontrato il figlio di una concubina, Abimèlec; qui conosciamo quello di una prostituta. «La moglie di Gàlaad gli partorì dei figli, i figli di questa donna crebbero e cacciarono Iefte e dissero: “Tu non avrai eredità nella casa di nostro padre, perché sei figlio di un’altra donna”» (Gdc 11,2ss). Quindi quest’uomo, che poi diventa giudice d’Israele, è disprezzabile e viene messo al margine dalla sua famiglia, sicché «fuggì lontano dai suoi fratelli e si stabilì nella terra di Tob. Attorno ad Iefte si raccolsero alcuni sfaccendati e facevano scorrerie con lui».

Ad un certo punto arrivano gli ammoniti e diventano un pericolo per gli israeliti, i quali si recano da Iefte perché, conoscendo la sua abilità nel combattere, desiderano che vada con loro per difenderli da quei nemici. «Iefte rispose agli anziani di Gàlaad: “Non siete forse voi quelli che mi avete odiato e scacciato dalla casa di mio padre? Perché venite da me ora che siete nell’angoscia?”. Gli anziani di Gàlaad dissero a Iefte: “Proprio per questo ora ci rivolgiamo a te: verrai con noi, combatterai contro gli Ammoniti e sarai il capo di noi tutti abitanti di Gàlaad”. Iefte rispose agli anziani di Gàlaad: “Se mi fate ritornare per combattere contro gli Ammoniti e il Signore li mette in mio potere, io sarò vostro capo”».

Come vediamo, non si parla ancora di ‘re’, ma comincia ad emergere lentamente l’idea di un’organizzazione in cui mettere qualcuno a capo. È, come dicevamo, un pensiero che non piace al Signore; il sottomettersi ad un uomo o a una donna che ha più potere di noi e dispone di noi, è sempre una forma di idolatria. Bisogna guardarsi dai personaggi carismatici che vogliono avere il potere o a cui lo si dà. Possono anche essere dei santi uomini e delle sante donne, ma dare loro il potere in mano non è un fatto spirituale.

Forse dipende dal fatto che sono un gesuita, ma S. Ignazio non avrebbe mai parlato di ‘padre spirituale’. Non ci può essere un ‘padre spirituale’, ma forse ci può essere un ‘aiuto’ spirituale quando si chiede un consiglio. Non ci sono i ‘santoni’, ma ognuno è il soggetto della propria esistenza e della propria condotta. Non c’è neppure la ‘guida spirituale’, perché l’unica guida legittimata è lo Spirito Santo. Ognuno di noi ospita in sé lo Spirito del Signore, e se noi andiamo a metterci sotto la guida di un altro essere umano, rendiamo inutile la sua presenza. Piuttosto rendiamoci capaci di percepire lo Spirito Santo che è stato dato a ciascuno. Siamo un popolo di donne e di uomini liberi, non siamo schiavi, sudditi o sottomessi, proprio perché siamo figli di Dio.

Anche Iefte tende a farsi riconoscere il potere: «Iefte rispose agli anziani di Gàlaad: “Se mi fate ritornare per combattere contro gli Ammoniti e il Signore li mette in mio potere, io sarò vostro capo”». È un uomo furbo e intelligente, e con gli ammoniti intavola un dialogo.

In questo cap. 11 abbiamo il riassunto di quasi tutta la storia precedente, relativa al tempo dell’uscita dall’Egitto e della conquista. Iefte ricorda che Israele è passato in mezzo a tante tribù, chiedendo il permesso di transito, ma non per assoggettarle, bensì per raggiungere la terra promessa, e ricorda anche le relazioni con Moab, con Ammon, con le tribù della Transgiordania. Conclude poi il suo discorso: «“Io non ti ho fatto torto, e tu agisci male verso di me, muovendomi guerra; il Signore, che è giudice, giudichi oggi tra gli Israeliti e gli Ammoniti!”. Ma il re degli Ammoniti non ascoltò le parole che Iefte gli aveva mandato a dire» (vv. 27-28).

Scoppia così la guerra e Iefte fa un voto al Signore: «Se tu consegni nelle mie mani gli Ammoniti, chiunque uscirà per primo dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io lo offrirò in olocausto» (v. 31). È un voto veramente folle! «Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore li consegnò nelle sue mani. Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti. Poi Iefte tornò a Mispa, a casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con tamburelli e danze. Era l’unica figlia: non aveva altri figli né altre figlie. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: “Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi”. Ella gli disse: “Padre mio, se hai dato la tua parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici”. Poi disse al padre: “Mi sia concesso questo: lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne”.

L’addolora il fatto di morire senza lasciare una discendenza. Nell’Antico Testamento la verginità era una specie di maledizione; morire vergine significava morire senza aver portato frutto, senza aver avuto figli. Questa idea si trova anche nel Magnificat di Maria: «Ha guardato l’umiltà della sua serva», cioè di una donna maledetta perché vergine. Sono categorie di cui bisogna essere consapevoli.

«Ella non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: le fanciulle d’Israele vanno a piangere la figlia di Iefte il Galaadita, per quattro giorni ogni anno» (vv. 32-40). È una festa per questa fanciulla che tranquillamente acconsente che il padre realizzi quello che ha promesso al Signore, chiedendogli soltanto un breve tempo per prepararsi alla morte.

La Bibbia ci racconta questo fatto senza biasimare minimamente Iefte. C’è soltanto un altro caso simile, ed è il sacrificio di Isacco da parte di Abramo, però qui all’ultimo momento arriva l’angelo, che salva il figlio fermando la mano di Abramo e mostrando un ariete da sacrificare al suo posto. Nel caso di Iefte non c’è nessun animale, forse perché la vittima sacrificale era una donna… I profeti d’Israele sono molto severi sui sacrifici umani, su coloro che uccidono i figli.

Qui siamo di fronte al caso di un voto fatto in buona fede, ma comunque con molta leggerezza e con molta ingenuità, perché aperto alle casualità più impensate. Eppure viene preso sul serio, e la stessa giovane donna incoraggia il padre a mantenere la promessa fatta al Signore. È una storia molto pura, che ricorda l’annunciazione a Maria («avvenga per me e secondo la tua parola»); in questa ragazza, in qualche modo, si preannuncia la fedeltà di Maria, il suo mettersi a disposizione della parola del Signore. Qui è la parola del padre Iefte, però permane un senso religioso: un impegno preso con Dio deve essere assunto fino in fondo.

È un po’ la sfida rivolta a tutti noi. Pensiamo a tutti gli impegni matrimoniali che si prendono e si disdicono. Dove sta più questo senso dell’onore e della fedeltà alla parola data? Perché si rompe il patto stretto davanti al Signore? Qualunque cosa avvenga, bisogna innanzitutto tenere fede al patto! Per questo si dubita che molti matrimoni siano validi, cioè che siano veri matrimoni. Chi oggi si sposa deciso a rimanere fedele per sempre e a qualunque condizione all’altro? Ma sposarsi nel Signore vuol dire che ciascuno dei due si fa strumento dell’amore che Dio ha per l’altro. Io ti sarò fedele sempre, proprio perché il mio amore non è soltanto il mio, ma anche quello di Dio che è unificato al mio. Così anche prendo l’amore che il Signore ha per te e lo faccio mio. Perciò una volta che io mi sono sposato con te, non posso più disporre della mia fedeltà, che ormai è data a te, qualunque cosa accada. Ma chi si sposa con questa consapevolezza? E che cosa sono le preparazioni al matrimonio che vengono fatte nelle nostre parrocchie? Su che cosa vengono impostati gli incontri? Sulla biologia o sul diritto civile o altro ancora.

Ho la convinzione che molti matrimoni di fatto non sono veri matrimoni, e che quindi molti divorzi non siano necessari, perché sono divorzi già in partenza. E temo che oggi, nella nostra cultura, molta gente che si sposa parte mettendo già in conto la possibilità della separazione. Non è un ‘compromettersi’ per sempre.

Si sceglie spesso il matrimonio civile, che è il matrimonio umano, privo del sacramento, cioè della volontà di mettere la vita nelle mani della fedeltà di Dio per l’altro. Il matrimonio civile è una realtà in se stessa, è la realtà umana di un uomo e di una donna, e certamente c’è la fedeltà alla parola di creazione. Non è come fare una gita insieme, ma progettare una vita insieme, e per verificare quanto questo impegni per tutta la vita in modo serio, bisogna valutare tutte le varie legislazioni umane. Sappiamo tuttavia che nella storia dell’umanità c’è questa istituzione matrimoniale per cui si forma una famiglia e ci si impegna in essa almeno per il tempo che viene richiesto per seguirla.

Mi pare che i pastori della Chiesa dovrebbero sottolineare la parola di Gesù che dice: “Mosè vi ha permesso di divorziare per la durezza del vostro cuore”. Io credo che oggi siamo in questa situazione: i nostri cuori non sono pronti ad assumere quell’impegno che il matrimonio-sacramento significa. Perciò, se avessi autorità di farlo, io consiglierei di celebrare matrimoni-sacramenti soltanto nel caso che ci sia questa consapevolezza. Sarebbe meglio sposarsi civilmente, o almeno cominciare così, in modo che non venga data quella indissolubilità che deriva dall’unicità dell’amore di Dio nei nostri confronti. Nessuno può rompere l’amore che Dio ha per me, per cui se qualcuno si fa segno di questo amore che Dio ha per me, si compromette in modo definitivo. E noi non siamo pronti per questo. La civilizzazione a cui apparteniamo ci ha spogliati della capacità di donarci per sempre.

Vediamo dei preti che lasciano il sacerdozio, dei religiosi e delle religiose che lasciano i loro voti, vediamo le famiglie che si spaccano. È un fatto culturale, e in questo momento non siamo pronti per essere diversi. (…) Succede addirittura che qualcuno lasci presso un notaio uno scritto in cui dichiara di non aver intenzione di restare accanto al marito/moglie se le cose non vanno bene, per avvalersi di questa dichiarazione al momento opportuno. Ebbene, quand’anche filasse tutto liscio, quel matrimonio non è valido. (…)

Il problema dell’uomo e della donna insieme è davvero il problema fondamentale dell’umanità, perché se ne va di mezzo il fatto che la creatura umana è a immagine e somiglianza di Dio, ne va di mezzo la confessione dell’unità di Dio. Dio è uno, e bisogna che il nostro essere ‘due’ diventi capace di farsi ‘uno’. E non solo a livello di coppia, di uomo e donna, ma anche a livello di tutta l’umanità. È necessario che non ci rassegniamo al non poter vivere insieme e ci si rimetta costantemente al lavoro per realizzare un compito che non è finito una volta per sempre. Tutta la vita umana è un compito da realizzare; non siamo uomini e donne, ma dobbiamo diventarlo! E questo non si fa da un giorno all’altro. (…)

Alla fine il problema è proprio questo: la fede in Gesù Cristo. Se la sua parola è unica e assoluta, allora io mi gioco la vita non tanto con l’altro coniuge, ma con Gesù stesso. E applicherei questo pensiero anche alla vita religiosa, alla condizione del presbitero, anche se in questo caso si tratta soltanto di una disciplina ecclesiastica. Non c’è nessuna ragione per cui un presbitero debba essere celibe, e sappiamo bene che ci sono dei preti cattolici sposati. Il celibato sacerdotale è un fatto ecclesiastico, molto meno impegnativo del matrimonio-sacramento.

Invece i voti religiosi monastici sono un problema serio. Una professione monastica vera, è un impegno ‘per sempre’. È un impegno che segna un uomo o una donna, perché si è donato/a per sempre al Signore e non può ritrattare il patto. La Chiesa può permetterlo a livello di ‘circolazione urbana’, ma non può sciogliere un voto monastico, concluso tra la persona e il Signore: io mi do a Te per sempre. E se questo è valido, cioè se io sono veramente in condizione di possedere il senso della ragione e della responsabilità di ciò che sto facendo, nessuno può poi intervenire di liberarmi dal voto. (…)

Ricordiamoci sempre che Dio ci accompagna sempre. Appoggiamoci alla sua Parola per diventare quello che ancora non siamo capaci di essere. Non dobbiamo avere paura di sentirci in crescita; in certe parti della nostra vita umana siamo ancora dei neonati, e non c’è nessuno che sia pienamente maturo. Ci sono dei periodi storici – che possono essere anche molto lunghi – con profonde zone d’ombra. Vediamo bene quanto tempo ci abbiamo messo per dire di non fare le crociate, per riconoscere che quella di Lepanto non è poi stata una vera vittoria, una vittoria permanente. Ci sono delle cose che hanno un valore temporaneo e che dobbiamo lasciar passare, per mantenerci sempre in cammino, pronti a crescere secondo la parola di Dio.

Gruppi di lettura continua della Bibbia in Bergamo
Settimana Biblica 2012 Bergamo 24 – 29 settembre 2012 Il libro dei Giudici
Relatore: p.j. Francesco Rossi de Gasperis
Il testo non è stato rivisto dal relatore

http://odos.altervista.org/alterpages/files/Giudici2012-1.pdf


 

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Questa voce è stata pubblicata il 22/08/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , .

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