COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio divina sul libro dei Giudici (5)

G5

Lunedì – Giovedì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

IL LIBRO DEI GIUDICI
Francesco Rossi de Gasperis

Nona riflessione

… Abbiamo davanti a noi ancora cinque capitoli del libro dei Giudici, dal cap. 17 al cap. 21. Sono dei capitoli particolari e nella Bibbia di Gerusalemme vengono presentati come ‘appendici’, perché il libro dei Giudici – come dicevamo già all’inizio – contiene dei ricordi molto antichi dal punto di vista letterario. Una storia letteraria di questi capitoli sarebbe piuttosto complicata perché ci sono certamente dei testi, come si notava soprattutto attraverso i canti e le poesia molto antiche (alcuni potrebbero essere i primi testi dell’Antico Testamento), che ricordano una situazione precedente la monarchia, come poi pretende la redazione, che li presenta come precedenti ai libri di Samuele in cui comincia appunto la storia della monarchia. Poi, però, è chiaro che questi capitoli sono stati redatti, cioè messi insieme, molto più tardi. La composizione scritta della Bibbia risale certamente agli ultimi tempi della monarchia, ai tempi dell’esilio e del postesilio, e i redattori hanno ripreso le cose antiche e le hanno unite a quelle nuove.

Bisogna sempre leggere questi testi sapendo che sono stati non tanto composti quanto messi insieme molto più tardi e quindi tenendo presenti le lezioni della storia che è stata vissuta, soprattutto il fallimento della monarchia. Infatti questo libro porta in sé dei segni molto forti sia di prima della monarchia, sia di dopo.

Questi cinque capitoli cominciano in un modo che non c’era nei capitoli precedenti: «In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene» (Gdc 17,6). Questo pensiero viene ripetuto al cap. 18,1: «Allora non c’era un re in Israele e in quel tempo la tribù dei Daniti cercava un territorio per stabilirvisi», e poi al cap. 19,1: «In quel tempo, quando non c’era un re in Israele… ». E poi il libro (e questo è certamente frutto dei redattori) termina così: «In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene» (Gdc 21,25).

Questo è chiaramente un giudizio negativo su questo tempo in cui ognuno faceva quello che voleva, perché è segno di anarchia. Chi scrive questo? Non doveva essere una cosa che riguardasse il popolo uscito dall’Egitto, che presentava una certa organizzazione, tanto che era suddiviso in gruppi. Esso era guidato da Mosè, poi c’erano i settanta anziani nominati da lui. Noi sappiamo che il libro dei Giudici riguarda piuttosto le tribù del nord, che non sono mai andate in Egitto e ad un certo punto sono state raggiunte da quelli che venivano dall’Egitto. Si è formato così un agglomerato di tribù che, attraverso parecchio tempo – forse parecchi secoli, addirittura otto o nove –, ha dato luogo ad una federazione tra le tribù del nord, le tribù provenienti dall’Egitto e le tribù che si erano mescolate con le popolazioni cananee. Nel libro dei Giudici abbiamo le testimonianze di questo movimento di tribù.

Negli ultimi capitoli abbiamo due temi fondamentali. Il primo è la storia della tribù di Dan, che cerca un suo territorio (cc. 17-18), e che diventa interessante perché anche Sansone era di questa tribù. È quindi un po’ come il seguito della storia di Sansone. Il secondo è nei cc.19-21, dove abbiamo un episodio piuttosto tragico, che attesta come queste tribù abbiano faticato a mettersi insieme rispettando ciascuna la storia e la cultura dell’altra. Il fatto interessa soprattutto la tribù di Beniamino.

Nello stesso tempo, nei cc. 17-18, si affaccia un problema particolare, quello del culto, del santuario, della liturgia, cioè del tempio e della religione. Questa è una problematica che interessa più da vicino perché in un certo senso è la preparazione alla storia della monarchia, con la quale nasce il tempio. Il tema del re tocca direttamente quello del santuario, che poi diventa il tempio di Gerusalemme.

Tutto questo ci può interessare anche per una lettura neotestamentaria e cristiana. Qualcuno di voi segnalava la tendenza di qualche persona a dire: “Gesù Cristo sì, la Chiesa no!”. Ma che cos’è questa faccenda della Chiesa? Che relazione ha con Gesù Cristo e con Dio? Si potrebbe parlare della mediazione umana che troviamo nella nostra fede per entrare in contatto con Dio. Perché il rapporto con Dio mette in campo tutta una serie di segni umani, di ‘sacramenti’? Il primo racconto del cap. 17, relativo al santuario di Mica, di Dan, è l’inizio del discorso sui sacramenti.

Ma vediamo come la storia viene raccontata. Tutti e due i gruppi dei capitoli, 17-18 da una parte e 19-21 dall’altra, si svolgono intorno alle montagne di Efraim. Queste costituiscono la parte centrale della Palestina occupata, secondo la Bibbia, dalla tribù di Giuseppe che era tra quelle uscite dall’Egitto. Se ricordate, il libro della Genesi si chiude con il testamento di Giuseppe: «Giuseppe fece giurare ai figli d’Israele così: “Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa”. E quando gli ebrei lasciano l’Egitto, «Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto prestare un solenne giuramento agli Israeliti, dicendo: “Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa”» (Es 13,19).

Giuseppe viene sepolto, quindi, in terra d’Israele, proprio al centro della Samaria, a Sichem. Là si trova ancora oggi, in mezzo ad un ambiente completamente palestinese, in una grande sinagoga, una scuola talmudica. È una presenza ebraica in un territorio palestinese. La tribù di Giuseppe, poi, si divide in due piccole tribù, Efraim e Manasse. Il ricordo di questi due gruppi permane ancora: la zona di Efraim si trova tutta in Palestina, mentre una parte di quella di Manasse è nella Transgiordania, come abbiamo visto con la storia di Gedeone.

Leggiamo dunque Gdc 17,1ss: «C’era un uomo delle montagne di Èfraim che si chiamava Mica». ‘Mica’ è lo stesso nome di Michele (Mi-Kha’El), e significa ‘chi è come Dio?’. Quest’uomo ricorda un furto che egli aveva perpetrato ai danni della madre: «Egli disse alla madre: “Quei millecento sicli d’argento che ti erano stati presi e per i quali hai pronunciato una maledizione, e l’hai pronunciata alla mia presenza, ecco, li ho io; quel denaro l’avevo preso io. Ora te lo restituisco”. La madre disse: “Benedetto sia mio figlio dal Signore!”…» Vedete come si passi facilmente dalla maledizione alla benedizione, secondo i costumi ‘barbarici’.

«Quando egli ebbe restituito il denaro alla madre, questa prese duecento sicli e li diede al fonditore, il quale ne fece una statua di metallo fuso, che fu collocata nella casa di Mica. Quest’uomo, Mica, aveva un santuario; fece un efod e i terafìm e diede l’investitura a uno dei figli, che divenne suo sacerdote». Questa è una famiglia religiosa in cui c’è la premura di farsi un piccolo santuario in casa per le preghiere e gli atti di culto. Non c’è ancora un luogo di culto comune, e ognuno se lo fa a casa sua. Mica prepara anche degli abiti particolari, i terafim, che devono essere indossati quando si vuole interpretare la volontà del Signore. Ci si mette addosso dei segni sacri per essere in grado di interpretare gli avvenimenti che si svolgono sempre secondo il volere di Dio. Sono chiaramente gesti che sanno di superstizione, ma in fondo si vuole riconoscere importanza a quello che viene fatto con le proprie mani (idolo, vesti sacre), che viene poi rivestito di valore religioso.

È la forma più elementare della religiosità, che poi ha preso forme più sviluppate. L’arte sacra, in fondo, partecipa di questo: si fa un grande dipinto di argomento sacro e lo si pone sopra l’altare; la statua della Madonna di Lourdes e le icone orientali sono tutte opere prodotte dalle mani dell’uomo che talvolta usiamo come mezzo per entrare in contatto con Dio. Anche l’Eucarestia è pane fatto dalle nostre mani su cui il sacerdote pronuncia delle parole; noi lo poniamo nel tabernacolo o nell’ostensorio e diventa un modo di rapportarsi con Dio, sia mangiandolo, sia guardandolo.

Sono cose fatte dalle mani dell’uomo alle quali si riconosce si riconosce un valore sacro. Questo riguarda la religione, non la fede che è un’altra cosa, è molto più pura! La mediazione di cose fatte dalle mani dell’uomo – dal tempio ai segni sacramentali –, unisce due fatti: un’opera fatta dall’uomo che a un certo punto gli sfugge di mano e diventa un oggetto di culto attraverso il quale si vuole raggiungere il Signore della fede.

Anche nella storia di Mica si evidenzia come la sua religione sia soprattutto un desiderio di discernimento spirituale: sapere cosa è giusto fare, e se le cose andranno bene o male. Così si compiono atti di culto al Signore, gli si offre qualcosa perché poi Lui ricambi con il successo nelle imprese. È l’aspetto più ‘commerciale’ della religione, uno scambio vero e proprio: io ti prego, e tu mi concedi la grazia che ti chiedo.

Ritorniamo al testo. Siamo al v. 7: «Ora c’era un giovane di Betlemme di Giuda, della tribù di Giuda, il quale era un levita». Qui si fa confusione, perché se è un levita, non appartiene alla tribù di Giuda, ma di Levi. Nella redazione non c’è chiaramente la trasposizione della legge del deserto stabilita da Mosè, il quale ha stabilito che la tribù di Levi è quella dedicata al culto, al sacerdozio, mentre le altre vivono normalmente. La tribù di Levi non ha un territorio particolare, per cui i leviti sono accolti e mantenuti da tutte le altre tribù. È quindi impossibile che un levita appartenga alla tribù di Giuda ma, in un certo senso, questo è anche una denuncia di ciò che avverrà.

Ecco perché queste storie sono anche una preparazione al tempo dei re. Quando il regno si divide in due, quello del nord e quello del sud, Geroboamo – re del nord che provoca la scissione – fa costruire un tempio per conto suo a Dan e crea un sacerdozio che non è quello derivante da Aronne. In un certo senso farà quello che sta facendo ora Mica a casa sua, proporzionandolo però alle dimensioni del regno. E questo verrà ricordato, nel catalogo dei re del nord, come il peccato di Geroboamo: aver reso religioso quello che doveva essere solo uno scisma politico. Il Signore approverà la decisione di Geroboamo di separarsi dai discendenti di Davide perché riconosce la difficoltà dei rapporti tra i due gruppi; ma quando la separazione definitiva diventa un fatto religioso, si tramuta in un peccato, appunto quello di Geroboamo.

Riprendiamo la lettura: «Mica gli domandò: “Da dove vieni?”. Gli rispose: “Sono un levita di Betlemme di Giuda e vado a cercare una dimora dove la troverò”. Mica gli disse: “Rimani con me e sii per me padre e sacerdote; ti darò dieci sicli d’argento all’anno, vestiario e vitto”. Il levita entrò. Il levita dunque acconsentì a stare con quell’uomo, che trattò il giovane come un figlio. Mica diede l’investitura al levita; il giovane divenne suo sacerdote e si stabilì in casa di lui. Mica disse: “Ora so che il Signore mi farà del bene, perché questo levita è divenuto mio sacerdote”».

È evidente lo stato ‘barbaro’ della religiosità, dove gli uomini fanno tutto quello che vogliono. Mosè nel deserto aveva ordinato la vita cultuale d’Israele dando tutta l’autorità sacerdotale al fratello Aronne e creando il ‘sacerdozio aronnico’, che però viene dalla parola di Dio, dall’alleanza al Sinai, da quello che Mosè ha contemplato sul monte e deve realizzare nel popolo. Qui invece, sulla montagna di Efraim abbiamo una cosa più ‘casereccia’, secondo il desiderio religioso di essere in buone relazioni con Dio. Che cos’è il culto? Che cos’è la dimensione religiosa? È il riconoscimento che c’è un Altro da cui dipendiamo.

Se vogliamo, la religione è un fatto umano e consiste nel riconoscere che se noi siamo al mondo non lo abbiamo deciso noi, e quindi c’è Qualcuno che ha una volontà di creazione e mette in atto la sua provvidenza. Oggi, nel mondo moderno, questa religiosità è andata in crisi e abbiamo il fenomeno che chiamiamo ‘ateismo’, cioè la convinzione che non ci sia nessuno al di fuori di noi. Ma noi sappiamo bene che non è vero e che, come afferma giustamente Von Balthasar, non c’è l’ateismo, ma l’idolatria; non ci sono i religiosi e gli atei, ma i religiosi e gli idolatri. L’ateo infatti adora comunque qualcosa al di fuori di sé: saranno i suoi ideali, il suo partito politico, i suoi beni… Chi non ha il concetto di Dio se lo fa a casa sua, perché c’è bisogno di avere il nome di qualcuno, un capo.

Queste sono forme di religiosità laica, cioè sono il desiderio di farsi adorare da qualcuno, e noi andiamo alla ricerca di chi adorare. Al posto di Dio poniamo qualcuno a cui diamo davvero un potere superiore, ed è l’idolatria. È una tendenza che va verificata e controllata, e che quindi richiede discernimento. L’idolatria a basso costo la troviamo dovunque, soprattutto dove non c’è Dio ma tanti piccoli dèi: il denaro, l’ideologia, il successo, il potere, il piacere a buon mercato, il dominio sugli altri, il controllo dell’opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione. Non facciamo mai il processo a questi idoli, e la colpa è nostra perché ci abbiamo creduto.

Siamo giunti al cap. 18, in cui si presenta la tribù di Dan. Secondo il libro di Giosuè, questa tribù ha ricevuto da Mosè il territorio della costa mediterranea a sud di Tel-Aviv, ma quando i Daniti sono arrivati per occupare questa regione, essa era già abitata dai Cananei, sostituiti poi dai Filistei, sbarcati dalla Grecia. I Daniti, quindi, si trovano spiazzati perché non hanno un loro territorio.

Al tempo della storia di Sansone la maggior parte della tribù è probabilmente già andata più a nord per trovarsi una terra, ma alcuni erano rimasti, e tra questi la famiglia di Sansone. Costui vive sotto l’oppressione che Filistei attuano nei confronti degli Israeliti.

I Daniti che erano migrati cercavano dunque dei luoghi da occupare, e tale occupazione della terra promessa riproduce in qualche modo la storia precedente, con l’occupazione della terra promessa da parte del popolo che vive nel deserto.

Ricordiamo che ad un certo punto Mosè aveva scelto degli esploratori e «li mandò a esplorare la terra di Canaan (Nm 13,17ss). (…) Il quadro, come dicevo, si ripete nel libro dei Giudici: «La tribù dei Daniti cercava un territorio per stabilirvisi, perché fino a quei giorni non le era toccata nessuna eredità fra le tribù d’Israele. I figli di Dan mandarono dunque da Sorea e da Estaòl cinque uomini della loro tribù, uomini di valore, per visitare ed esplorare il territorio; dissero loro: “Andate ad esplorare il territorio!”. Quelli giunsero sulle montagne di Èfraim fino alla casa di Mica e passarono la notte in quel luogo. Mentre erano presso la casa di Mica, riconobbero la voce del giovane levita; avvicinatisi, gli chiesero: “Chi ti ha condotto qua? Che cosa fai in questo luogo? Che hai tu qui?”. Rispose loro: “Mica mi ha fatto così e così, mi dà un salario e io sono divenuto suo sacerdote”. Gli dissero: “Consulta Dio, perché possiamo sapere se il viaggio che abbiamo intrapreso avrà buon esito”. Il sacerdote rispose loro: “Andate in pace, il viaggio che fate è sotto lo sguardo del Signore”. I cinque uomini continuarono il viaggio» (Gdc 18,1-7a).

I cinque uomini, dunque, continuano il loro viaggio verso nord e arrivano al monte Hermon a oriente e al confine con il Libano a occidente, dove c’è una situazione naturale fatta di rocce e molto disagiata. Ma quando giungono all’estremo nord della Palestina si trovano in un paesaggio meraviglioso, arricchito dall’acqua che viene dalle cinque sorgenti del Giordano che scendono verso il lago di Galilea. Vi abbondano i frutti e gli animali. C’è anche il lago di Hule che poi gli israeliani hanno in parte bonificato; è una zona molto interessante perché è uno dei luoghi della terra in cui si concentrano le migrazioni degli uccelli. Per questo motivo gli israeliani, quando l’hanno bonificato, ne hanno lasciato una parte come parco da visitare. È una delle cose più belle del nord della Palestina la presenza di tutte queste specie di animali rari che sostano lì, in un clima che risente dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa. Ci sono anche frutti che sono stati celebrati nelle letterature antiche: sono originari di terre diverse e crescono nello stesso terreno. È davvero un luogo di benedizione.

Quegli esploratori, dunque, «arrivarono a Lais e videro che il popolo, che vi abitava, viveva in sicurezza, secondo i costumi di quelli di Sidone, tranquillo e fiducioso [erano dunque fenici]; non c’era nella regione chi, usurpando il potere, facesse qualcosa di offensivo; erano lontani da quelli di Sidone e non avevano relazione con nessuno. Poi tornarono dai loro fratelli a Sorea e a Estaòl, e i fratelli chiesero loro: “Che notizie portate?”. Quelli risposero: “Alziamoci e andiamo contro quella gente, poiché abbiamo visto il territorio ed è ottimo. E voi rimanete inattivi? Non indugiate a partire per andare a prendere in possesso il territorio. Quando arriverete là, troverete un popolo che non sospetta di nulla. La terra è vasta e Dio ve l’ha consegnata nelle mani; è un luogo dove non manca nulla di ciò che è sulla terra”» (Gdc 18,7b-10).

Ecco allora l’aggressione: «Seicento uomini della tribù dei Daniti partirono da Sorea e da Estaòl, ben armati. Andarono e si accamparono a Kiriat-Iearìm, in Giuda; perciò il luogo, che è a occidente di Kiriat-Iearìm, fu chiamato e si chiama fino ad oggi Accampamento di Dan. Di là passarono sulle montagne di Èfraim e giunsero alla casa di Mica» (18,11.13).

Qui giunti, prendono il sacerdote e lo portano via con loro: «“Vieni con noi e sarai per noi padre e sacerdote. Che cosa è meglio per te: essere sacerdote della casa di un uomo solo oppure essere sacerdote di una tribù e di una famiglia in Israele?”. Il sacerdote gioì in cuor suo; prese l’efod, i terafìm e la statua e si unì a quella gente. Allora si rimisero in cammino, mettendo innanzi a loro i bambini, il bestiame e le masserizie. Essi erano già lontani dalla casa di Mica, quando i suoi vicini si misero in armi e raggiunsero i Daniti. Allora gridarono ai Daniti. Questi si voltarono e dissero a Mica: “Perché ti sei messo in armi?”. Egli rispose: “Avete portato via gli dèi che mi ero fatto e il sacerdote, e ve ne siete andati. Ora che cosa mi resta? Come potete dunque dirmi: Che cos’hai?”. I Daniti gli dissero: “Non si senta la tua voce dietro a noi, perché uomini irritati potrebbero scagliarsi su di voi e tu ci perderesti la vita e la vita di quelli della tua casa!”. I Daniti continuarono il viaggio; Mica, vedendo che erano più forti di lui, si voltò indietro e tornò a casa» (18,19ss).

Abbiamo il primo caso di aggressione da parte di un’intera tribù d’Israele nei confronti di una famiglia, che viene spogliata della sua religiosità. Questo è l’aspetto peggiore del culto fatto da mani di uomini; il culto diventa cioè uno strumento di potere umano e diventa addirittura un modo con cui vorremmo far approvare da Dio le violenze che compiamo, le empietà di cui siamo responsabili. Sulle cinture delle SS tedesche c’era scritto: Dio con noi. Non si chiedevano se loro stavano con Dio, e questo è un altro discorso! La religiosità più empia è proprio quella di volersi appropriare di Dio, farne un Dio che dà sempre ragione.

Questa azione di violenza da parte dei Daniti sulla famiglia di Mica diventa un delitto ancora più grave quando «giunsero a Lais, a un popolo che se ne stava tranquillo e fiducioso; lo passarono a fil di spada e diedero la città alle fiamme. Nessuno le prestò aiuto, perché era lontana da Sidone e i suoi abitanti non avevano relazioni con altra gente. Poi i Daniti ricostruirono la città e l’abitarono. La chiamarono Dan dal nome di Dan, loro padre, che era nato da Israele; ma prima la città si chiamava Lais. E i Daniti eressero per loro uso la statua; Giònata, figlio di Ghersom, figlio di Mosè, e i suoi figli furono sacerdoti della tribù dei Daniti».

Sono sacerdoti, ma non nella linea di Aronne, secondo il racconto di esodo. E si stabilirono lì «finché gli abitanti della regione furono deportati», il che informa che i Daniti rimangono in questa regione fino all’VIII secolo a.C., quando gli Assiri scendono per aiutare il Regno del Sud, chiamati dal re Acaz (come già abbiamo visto) e deportano la popolazione della Galilea del nord. La tribù di Dan sparisce in questo modo, e lì il re Geroboamo costruirà un tempio al Dio d’Israele per il Regno del nord. I sacerdoti non saranno aronnici, non saranno legali secondo l’istituzione mosaica.

Gli scavi archeologici attestano che la città di Dan si è abbastanza conservata, e soprattutto si può ancora vedere il grande altare del tempio fatto erigere da Geroboamo nel nord del paese. Rimane ancora oggi una delle zone più belle della Palestina ed è una delle riserve d’acqua per Israele. Purtroppo i pellegrinaggi cristiani non l’hanno come meta perché è troppo lontana, per cui non ci sono neppure chiese per celebrare l’Eucarestia. È bella e importante, sia dal punto di vista naturale che storico per tutto quello che ricorda.

Ma quella tribù era costituita di ladroni che, privati della loro terra, volevano privare gli altri di quella che occupavano, rivestendo le loro azioni di un carattere religioso per giustificare quello che facevano. È un’occasione per meditare seriamente sull’uso della religione per il potere umano. (…)

Undicesima riflessione

Arriviamo alla fine del libro dei Giudici con un episodio forse più violento e più tragico di quelli che abbiamo incontrato. Vi chiederei di tener presente tutto il cammino che abbiamo fatto, per poter avere un’idea adeguata di questo libro e di che cosa rappresenta nell’insieme della Bibbia e soprattutto della storia deuteronomica, che va dal libro di Giosuè fino al tempo dei re. È un’opera intera, storiografica, per cui va tenuto presente sia il materiale di questi capitoli, sia la redazione che l’ha assemblato, per capire quale è il momento della rivelazione della parola di Dio e quale è, allora, anche il significato spirituale che deve avere per noi. (…)

Questo tipo di incontri che noi facciamo si interessa di cogliere il significato di un libro o di alcuni libri all’interno di tutto il discorso biblico, senza la pretesa di voler trovare nel libro che stiamo leggendo la definizione finale delle cose di cui si parla. Nel libro dei Giudici non c’è tutto il cristianesimo, ma ci interessa di capire che cosa si è seminato in questo momento della rivelazione biblica e che cosa rimane del libro dei Giudici in quello che è attualmente il nostro modo di vivere la rivelazione biblica.

Ci troviamo oggi davanti al delitto di Gabaa e la guerra contro Beniamino. Abbiamo già detto in varie occasioni che un filo lega questi capitoli ed è che al Signore interessa salvare Israele. Il tema di questo libro è che il Signore sta accompagnando il suo popolo che sta nella terra promessa in mezzo a tutti gli altri popoli, e soprattutto quella parte d’Israele che non viene dall’Egitto e quindi non ha conosciuto la vicenda dell’esodo e che quindi si trova nel paese come gli altri popoli.

Questo libro parla della formazione di un popolo particolare, le tribù del nord e le tribù del sud che si uniscono insieme e che piano piano prendono una fisionomia particolare perché il Signore le ha scelte per farne il proprio popolo. (…)

Nel libro dei Giudici abbiamo incontrato vari momenti di questa opera di formazione del popolo che il Signore fa per sé secondo la formula dell’alleanza: «Vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio». Questo lo incontriamo nel libro dei Giudici attraverso, si potrebbe dire, degli articoli di giornale. Ognuna di queste storie è una storia a parte; sia pure nella continuità, il popolo è sempre lo stesso.

Però nei primi sedici capitoli noi incontriamo una confessione generale, da parte del popolo, della sua peccaminosità. Questo popolo che si sta formando non è affatto arrogante, ma si confessa ripetutamente dicendo che «Israele fece quello che è male agli occhi del Signore». È una continua confessione dei propri peccati riconoscendo che in un certo periodo non si è riusciti ad essere popolo di Dio e si è caduti nell’idolatria la cui conseguenza è stata una dura punizione.

Erano colpevoli di infedeltà, ma non avevano potuto staccarsi dal Signore. All’invocazione innalzata nella sofferenza, il Signore ha risposto mandando il suo aiuto. Non ha risolto il problema con un intervento permanente, almeno per il momento, ma con l’invio di un aiuto per le necessità che avevano spinto il popolo a pregarlo.

Abbiamo quindi questa sorta di aiuto spirituale che si potrebbe definire ‘passeggero’. Lo Spirito del Signore scende su qualcuno e lo rende capace di liberare il popolo dalla situazione disagiata in cui è caduto e di rimetterlo in piedi per un certo tempo. Poi ricomincia da capo, con la stessa modalità.

È un libro molto diverso da quello precedente di Giosuè, che sembra piuttosto una marcia trionfale, un inno militare: noi arriviamo e vinciamo, sconfiggendo tutti i re del nord, del sud, del centro… Questa è una celebrazione epica, si potrebbe dire, e il libro dei Giudici ne è una correzione. Quella di Israele in mezzo agli altri popoli non è davvero una marcia trionfale, ma una formazione lenta, faticosa, in cui quello che fa soffrire di più e rende la cosa difficile è tutto il confronto cultuale e culturale con gli altri popoli.

Il primo problema è quello delle varie tribù che devono fondersi insieme, e non è certo facile mettere insieme quelle che vengono dal deserto e che sono state schiave in Egitto, e quelle che invece non sono state in Egitto e si occupano piuttosto di coltivazioni. I popoli nomadi, poi, (Madianiti, Ammoniti, Moabiti) sono un serio pericolo perché vengono a razziare i prodotti del suolo. Si potrebbe dire che ogni tribù pensa a se stessa, cerca di sviluppare la propria identità rispetto alle altre. Quindi, al Signore interessa Israele in quanto popolo, ma all’israelita interessa la propria tribù. E ancora molto difficile pensare di mettersi insieme e considerarsi ‘popolo’.

Questo per quanto riguarda i primi capitoli del libro dei Giudici e l’identità nazionale, cioè il fatto di essere un popolo particolare, minacciato dalle altre popolazioni che non lo sono affatto.

Poi ci sono i due capitoli (17-18) su cui ci siamo fermati ieri, che in un certo senso ci hanno presentato un problema nuovo, più particolare, dell’edificazione di questo popolo. Da una parte è la scelta di Dio di fare d’Israele il proprio popolo (tema fondamentale del libro), dall’altra è la risposta d’Israele all’intervento di Dio, alla sua visita: il tempio, il culto. Si potrebbe dire che è il problema della religione. Nella religione l’iniziativa è dell’uomo, ma ci può essere un’iniziativa degli uomini che passa – cioè comincia con noi e termina con noi, perché l’uomo non sa uscire da sé per arrivare a Dio –, oppure può esserci una religione che viene dalla fede, dalla visita di Dio, dalla sua iniziativa che suggerisce il modo adeguato di rispondere al Signore. Abbiamo visto questo andare a tentoni delle tribù (l’idolo e il santuario di Mica, il levita di Giuda, il culto pagato). Abbiamo visto la religione come un manomettere, in qualche modo il rapporto con Dio, per farlo servire agli interessi nostri. Siccome deve emigrare, dal momento che ci sono i Filistei, la tribù di Dan va a cercare un territorio da un’altra parte, tentando di ottenere una protezione divina con delle manovre cultuali forse anche poco pulite. Ma non c’è ancora una finezza individuale in questo. Si mescolano insieme delle forme idolatriche e anche delle forme più pure.

Nella storia di Sansone, di questo nazireo consacrato al Signore, vediamo che la sua vita non è certo un modello morale e nemmeno religioso. Però Sansone prega, ha un senso vero di Dio. In fondo ricerca il Signore anche se gli hanno tolto gli occhi. Accetta la provvidenza di Dio su di sé anche attraverso l’umiliazione di aver tradito il segreto della propria forza prodigiosa. C’è in lui una finezza di fede che dovremmo cogliere, ma che in questo uomo rozzo non sa esprimersi in modo adeguato.

Però così il Signore comincia, e queste sono delle lezioni che possiamo conservare anche per noi perché anche nella nostra vita il Signore comincia a formarci come uomini e donne del suo popolo attraverso quella miscela di divino e di umano che c’è in noi e che lui porta avanti attraverso il tempo e la vita di un popolo, fino a farci scoprire la santità umana piena, che è quella del Figlio.

Allora cogliamo, come già si poteva cogliere nella storia dei patriarchi, un rapporto tra fede e morale, dove la fede è il dono di Dio, la sua visita all’uomo, e la morale è la risposta che l’uomo cerca di costruire con le proprie mani per rispondere all’iniziativa di Dio. C’è una distanza, e questo lo notavamo appunto anche nel caso dei patriarchi, tra la fede e la morale. Abramo ci impiega parecchio per sintonizzarsi veramente con la promessa di Dio, tant’è vero che Dio gli ha promesso che avrà una discendenza e lui, vedendo che un figlio non arriva mai, pensa di dargli una mano facendo un figlio con la schiava. Noi definiamo Abramo come ‘padre nella fede’, ma lo è diventato attraverso tutta la sua vita. È padre nella fede quando Dio gli chiede di sacrificargli Isacco.

Fede e morale, ma anche fede e religione. Forse la religione è un capitolo della morale, è il mondo costruito dall’uomo direttamente in risposta all’iniziativa di Dio. È il campo della preghiera, dei voti, delle promesse che si fanno a Dio, delle richieste di aiuto, del dialogo con Dio, ma tenendo conto dei costumi umani del tempo a cui siamo arrivati, della società a cui apparteniamo.

Il mondo del libro dei Giudici è il mondo della violenza, ma bisogna tenere ben presente che il mondo umano è il mondo della violenza. Non è vero che il mondo di oggi è più umano anzi, oggi c’è una violenza più massiccia che al tempo dei giudici, una violenza articolata in tante forme. Non è soltanto la violenza della spada, ma anche quella dell’economia, del mercato, della cultura, dei mezzi di propaganda e di comunicazione. (…)

Però è vero – e di questo dobbiamo tener conto – che nella Bibbia alcuni libri, specialmente i più antichi, sembra che attribuiscano quella violenza a Dio stesso, che vorrebbe la vendetta, la giustizia fatta appunto con la violenza. Ma qui dobbiamo essere intelligenti e dobbiamo aiutare gli altri ad esserlo. Nella Bibbia abbiamo la parola di Dio che non cala così, dall’alto; questo non c’è, nella spiritualità biblica! Non è che questa parola sia stata pronunciata dal Signore. La Bibbia è parola di Dio in parola di uomini, cioè è la parola di Dio interpretata da quello che la scrive, dagli autori umani biblici. Non c’è nemmeno una parola di Gesù, che pure era un uomo come noi. Non sappiamo quali siano le sue esatte parole, perché sono le parole riportate degli evangelisti (c’è il ‘Padre nostro’ riportato da Matteo e quello riportato da Luca. Non sappiamo quali siano le sue esatte parole, perché sono le parole riportate degli evangelisti (c’è il ‘Padre nostro’ riportato da Matteo e quello riportato da Luca). (…)

Vediamo che nel libro dei Giudici, nella guerra contro Beniamino, il Signore è consultato più volte dalle altre tribù che gli chiedono: «“Devo continuare a combattere contro Beniamino, mio fratello?”. Il Signore rispose: “Andate contro di loro”». La stessa storia si ripete due o tre volte (Gdc 20,23). Dio vuole forse la guerra militare contro Beniamino? L’autore biblico, sia pure in buona fede, attribuisce a Dio quello che vuole lui. Ma noi leggiamo la parola di Dio o la parola degli uomini? Noi leggiamo la storia di Dio affidata alla parola di uomini, i quali però vi mettono il loro zampino. E noi dobbiamo saper distinguere le cose…

Certo ci può sorgere la domanda su che cosa voglia veramente Dio e quale sia il modo per obbedire, cioè se sia quello prospettato dall’autore biblico. Ed ecco che nel Figlio abbiamo il criterio per un giusto giudizio. Quando nel vangelo di Giovanni si dice: «Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo». E nello stesso passo afferma: «Chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,45.47). Allora, se Gesù non punisce ed è come il Padre, significa che il Padre stesso non punisce nessuno.

Perciò ogni volta un autore biblico di dieci o venti secoli prima dice che Dio ha punito qualcuno, bisogna interpretare questa parola con la parola del Figlio, il quale afferma che Dio non punisce nessuno, non fa violenza a nessuno anzi, a mandato il Figlio per salvare il mondo. (.–)

Nel Dio della Bibbia, dunque, non c’è violenza, ma la violenza che è attribuita a Dio viene dall’autore umano, il quale attribuisce a Dio quello che desidera lui. Quando io leggo che Dio interviene per sconfiggere un popolo invece di un altro, capisco che non è possibile, e lo capisco dalla coscienza di Gesù. Devo allora raffinare il mio senso morale e religioso partendo dalla fede nella coscienza di Gesù, dal suo cuore, dalla sua libertà.

Riprendiamo il libro dei Giudici e leggiamo l’ultima storia. Anche il cap. 19 comincia con la segnalazione già fornita ai cc. 17 e 18: «In quel tempo, quando non c’era un re in Israele…» (19,1), segnalazione che si ripeterà fino alla fine del libro. Perciò questi capitoli ultimi sono preparatori del libro seguente, il primo libro di Samuele, che sarà il libro in cui un re comincia a guidare Israele: gli interventi di Dio a favore del suo popolo sono affidati ad un’istituzione permanente. Mentre i giudici sono dei salvatori passeggeri, un po’ come avveniva nell’antica Roma di epoca repubblicana: in caso di pericolo grave veniva eletto un ‘dittatore’, che aveva il potere per sei mesi e poi ritornava alla sua vita normale.

Nella pagina che stiamo per leggere si ricordano ancora la montagna di Efraim e la città di Betlemme, e questo richiama il problema della fusione delle tribù tra di loro perché Betlemme appartiene alla tribù di Giuda (quella di Davide), che viene dal deserto dell’esodo, mentre nella tribù di Efraim ci sono quelli di Giuseppe e altri che sono vissuti sempre nel territorio. Sono le due tribù antagoniste, nel popolo che viene dal deserto, perché entrambe sono molto forti. Anzi, quelle di Giuseppe sono due tribù, Efraim e Manasse.

«Un levita, che dimorava all’estremità delle montagne di Èfraim, si prese per concubina una donna di Betlemme di Giuda» (19,1b). Il termine ‘concubina’ indica che probabilmente non era la prima moglie. Anche oggi, nel mondo islamico, solo la prima moglie è considerata tale, anche se l’uomo musulmano può sposare quattro donne. Infatti la prima non è mai ‘mandata via’.

«Ma questa sua concubina provò avversione verso di lui e lo abbandonò per tornare alla casa di suo padre, a Betlemme di Giuda, e vi rimase per un certo tempo, per quattro mesi. Suo marito si mosse e andò da lei, per parlare al suo cuore e farla tornare» (19,2-3). Il levita le è rimasto affezionato e desidera che ritorni a vivere con lui. Abbiamo già visto questo atteggiamento in Sansone quando il suocero, visto che lui se n’era andato, aveva ceduto la figlia ad un altro. Nella lingua ebraica il ‘parlare al cuore’ è un’espressione molto forte, che significa riparlare di amore.

«Aveva preso con sé il suo servo e due asini». Prevedendo di portarla a casa, aveva preso con se una cavalcatura anche per lei. «Ella lo condusse in casa di suo padre; quando il padre della giovane lo vide, gli andò incontro con gioia. Il padre della giovane, suo suocero, lo trattenne ed egli rimase con lui tre giorni; mangiarono e bevvero e passarono la notte in quel luogo. Il quarto giorno si alzarono di buon’ora e il levita si disponeva a partire. Il padre della giovane disse al genero: “Prendi un boccone di pane per ristorarti; poi ve ne andrete”. Così sedettero tutti e due insieme, mangiarono e bevvero. Poi il padre della giovane disse al marito: “Accetta di passare qui la notte e il tuo cuore gioisca”.

Quell’uomo si alzò per andarsene; ma il suocero fece tanta insistenza che accettò di passare la notte in quel luogo». C’è tutto il senso di una festa di famiglia, con questo suocero che fa di tutto per trattenere accanto a se i due giovani e rimanda di giorno in giorno il loro viaggio.

«Il quinto giorno egli si alzò di buon’ora per andarsene e il padre della giovane gli disse: “Ristòrati prima”. Così indugiarono fino al declinare del giorno e mangiarono insieme. Quando quell’uomo si alzò per andarsene con la sua concubina e con il suo servo, il suocero, il padre della giovane, gli disse: “Ecco, il giorno ora volge a sera: state qui questa notte. Ormai il giorno sta per finire: passa la notte qui e riconfòrtati. Domani vi metterete in viaggio di buon’ora e andrai alla tua tenda”. Ma quell’uomo non volle passare la notte in quel luogo; si alzò, partì». L’ultimo tentativo di trattenere il genero non ha buon esito. I due sposi partono, ma è già pomeriggio inoltrato.

Il levita si pone il problema di dove trascorrere la notte «e giunse di fronte a Gebus, cioè Gerusalemme, con i suoi due asini sellati, la sua concubina e il servo». Ma Gerusalemme non è ancora occupata dagli israeliti, ma dai Gebusei. Gerusalemme è una fortezza nel deserto che Giosuè non è riuscito a conquistare, o forse non ha avuto interesse a conquistare perché è fuori dalle grandi strade. Betlemme sta sulla strada del nord, quella che va a Sichem e poi a Damasco, comunque il levita decide di non fermarsi a Gerusalemme, abitata da stranieri, ma di proseguire per Gabaa. (Questa sarà la città di Saul, la capitale d’Israele durante il suo regno). Si tratta di una collina a nord di Gerusalemme e appartiene alla tribù di Beniamino. Il racconto è interessato alla tribù di Beniamino, perché è la tribù da cui verrà il re Saul. È una tribù piccola, che ha però sempre creato guai al popolo d’Israele. Per la verità ha dato anche salvezza, perché di Beniamino è anche Geremia, come pure Paolo di Tarso. È quindi una tribù ricca di umanità, si potrebbe dire, e abbastanza evoluta. Le due tribù di Giuda e Beniamino vanno sempre insieme.

Siccome a Gabaa ci sono gli israeliti, il levita si ferma per la notte. Di fatto nessuno gli apre la porta. Ogni tribù vive ancora per conto proprio e non c’è la coscienza dell’accoglienza fraterna. Allora si mette sulla piazza, con la concubina, il servo e i due asini carichi di tutta la roba donata dal suocero. (v. 16ss): «Quand’ecco un vecchio, che tornava la sera dal lavoro nei campi – era un uomo delle montagne di Èfraim, che abitava come forestiero a Gàbaa, mentre la gente del luogo era beniaminita –, alzàti gli occhi, vide quel viandante sulla piazza della città. Il vecchio gli disse: “Dove vai e da dove vieni?”. Così lo condusse in casa sua e diede foraggio agli asini; i viandanti si lavarono i piedi, poi mangiarono e bevvero. Mentre si stavano riconfortando, alcuni uomini della città, gente iniqua, circondarono la casa». Si ripete quello che viene raccontato in Genesi 19: quando arriva uno straniero – sembra che questa sia la situazione sociologica che viene ripetuta – si scatenano gli appetiti sessuali, soprattutto in termini di omosessualità. La presentazione dell’omosessualità nella Bibbia non è certo positiva anzi, è piuttosto negativa perché non è solo violenza, ma è violenza contro natura. Si scatena questa bramosia di ‘assaggiare’ straniero, si potrebbe dire.

«Bussando fortemente alla porta, e dissero al vecchio padrone di casa: “Fa’ uscire quell’uomo che è entrato in casa tua, perché vogliamo abusare di lui”. Il padrone di casa uscì e disse loro: «No, fratelli miei, non comportatevi male; dal momento che quest’uomo è venuto in casa mia, non dovete commettere quest’infamia! Ecco mia figlia, che è vergine, e la sua concubina: io ve le condurrò fuori, violentatele e fate loro quello che vi pare, ma non commettete contro quell’uomo una simile infamia”. Ma quegli uomini non vollero ascoltarlo. Allora il levita afferrò la sua concubina e la portò fuori da loro. Essi la presero e la violentarono tutta la notte fino al mattino; la lasciarono andare allo spuntar dell’alba. Quella donna sul far del mattino venne a cadere all’ingresso della casa dell’uomo presso il quale stava il suo padrone, e là restò finché fu giorno chiaro. Il suo padrone si alzò alla mattina, aprì la porta della casa e uscì per continuare il suo viaggio, ed ecco che la donna, la sua concubina, giaceva distesa all’ingresso della casa, con le mani sulla soglia. Le disse: “Àlzati, dobbiamo partire!». Ma non ebbe risposta. Allora il marito la caricò sull’asino e partì per tornare alla sua abitazione» (19,22-28).

Il levita, quindi, ritorna a casa sua sulle colline di Efraim e taglia il cadavere in dodici pezzi che manda poi alle dodici tribù: «Agli uomini che inviava ordinò: “Così direte a ogni uomo d’Israele: È forse mai accaduta una cosa simile da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d’Egitto fino ad oggi? Pensateci, consultatevi e decidete!”» (19,30). La donna violentata a morte da una delle tribù, quella di Beniamino – era un’israelita! Davanti a questo fatto mostruoso si risveglia un moto di coscienza nazionale. Si riunisce un convegno a Mispa. È questa una località in cui si tengono convegni ricordati anche nei libri successivi, come in quello dei Maccabei. Mispa significa ‘luogo di osservazione, altura’.

«Così tutti gli Israeliti si radunarono contro la città, uniti come un solo uomo. Le tribù d’Israele mandarono uomini in tutta la tribù di Beniamino a dire: “Quale delitto è stato commesso in mezzo a voi? Consegnateci quegli uomini iniqui di Gàbaa, perché li uccidiamo e cancelliamo il male da Israele”. Ma i figli di Beniamino non vollero ascoltare la voce dei loro fratelli, gli Israeliti» (20,11- 13).

Davanti a questa presa di posizione, le undici tribù decidono di muovere guerra alla tribù ribelle. I beniaminiti sono molto valorosi e ottengono molte vittorie sulla coalizione delle altre tribù, tanto che il Signore viene interpellato sull’opportunità di continuare a combattere. E dal Signore viene il responso di fare giustizia e continuare la guerra. Ma negli altri israeliti sorge insieme una domanda inquietante: “Possiamo distruggere una delle nostre dodici tribù?”.

Comunque riescono a sconfiggere definitivamente i beniaminiti: «Seicento uomini, che avevano voltato le spalle ed erano fuggiti verso il deserto, raggiunsero la roccia di Rimmon e rimasero alla roccia di Rimmon quattro mesi. Intanto gli Israeliti tornarono contro i figli di Beniamino, passarono a fil di spada nella città uomini e bestiame e quanto trovarono, e diedero alle fiamme anche tutte le città che incontrarono» (20,47).

Siamo al cap. 21. Di tutta la tribù di Beniamino rimangono poche centinaia di uomini, e c’è quindi il serio pericolo che una delle dodici tribù si estingua, fatto molto più grave della vendetta che si sta compiendo. Sicché si mette fine alla guerra e si pensa a come trovare delle mogli per i superstiti, ma «gli Israeliti avevano giurato a Mispa: “Nessuno di noi darà la propria figlia in moglie a un Beniaminita…Come faremo per procurare donne ai superstiti, dato che abbiamo giurato per il Signore di non dar loro in moglie nessuna delle nostre figlie?”.. Dissero dunque: «Fra le tribù d’Israele, qual è quella che non è venuta davanti al Signore a Mispa?». Quale tribù non ha combattuto contro i Beniaminiti? «Fatta la rassegna del popolo, si era trovato che là non vi era nessuno degli abitanti di Iabes di Gàlaad. Allora la comunità vi mandò dodicimila uomini dei più valorosi e ordinò: voterete allo sterminio ogni maschio e ogni donna che abbia avuto rapporti con un uomo; invece risparmierete le vergini». Questo tabù della sessualità fa parte della religiosità orientale: la ragazza vergine è, in un certo senso, pulita, pura.

«Quelli fecero così. Trovarono fra gli abitanti di Iabes di Gàlaad quattrocento fanciulle vergini, che non avevano avuto rapporti con un uomo, e le condussero all’accampamento, a Silo, che è nella terra di Canaan. Tutta la comunità mandò messaggeri per parlare ai figli di Beniamino, che erano alla roccia di Rimmon, e per proporre loro la pace. Allora i Beniaminiti tornarono e furono date loro quelle donne di Iabes di Gàlaad a cui era stata risparmiata la vita; ma non erano sufficienti per tutti.

E qui nasce un nuovo problema, quello di procurare mogli anche agli altri duecento beniaminiti, ricordando però che hanno giurato al Signore di non dare nessuna delle loro figlie a quella tribù malvagia. Così si pensa ad un inganno: «Ecco, ogni anno si fa una festa per il Signore a Silo. Andate, appostatevi nelle vigne e state attenti: quando le fanciulle di Silo usciranno per danzare in coro, uscite dalle vigne, rapite ciascuno una donna tra le fanciulle di Silo e andatevene nel territorio di Beniamino. Quando i loro padri o i loro fratelli verranno a discutere con noi, diremo loro: “Perdonateli: non le hanno prese una ciascuno in guerra, né voi le avete date loro: solo in tal caso sareste in colpa”». Si ritorna alla cultura dei popoli primitivi e anche il matrimonio si presenta sempre come la cattura di una preda. Del resto c’è ancora l’espressione “prendo moglie/marito”. Si va dal “parlare al cuore” a “prendere moglie”.

Il libro termina così: «I figli di Beniamino fecero a quel modo: si presero mogli, secondo il loro numero, fra le danzatrici; le rapirono, poi partirono e tornarono nel loro territorio, riedificarono le città, e vi stabilirono la loro dimora. In quel medesimo tempo, gli Israeliti se ne andarono ciascuno nella sua tribù e nella sua famiglia e da quel luogo ciascuno si diresse verso la sua eredità. In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene».

In questa narrazione ci deve essere anche qualcosa di storico. Non è semplicemente una leggenda perché le circostanze che vi vengono menzionate sono molto concrete dal punto di vista geografico, topografico.

Da una parte questa storia introduce la vicenda di Saul, perché egli viene proprio dalla tribù di Beniamino. Abbiamo quindi un criterio tipico del modo di comportarsi di Dio: la salvezza giunge da quella che sembra invece la rovina, la perdizione. Da questa tribù malvagia e ridotta al minimo viene il primo re, e viene un po’ con la figura di un giudice che deve salvare il popolo dalle nazioni vicine. Si potrebbe dire che la salvezza viene dalla morte, con un’immagine quasi pasquale.

Dall’altra parte il tema che questa storia vuole affrontare è quello della fusione delle tribù tra di loro, con i problemi che nascono dall’unificazione. Noi abbiamo celebrato i 150 anni dell’unità d’Italia e conosciamo bene le difficoltà che nascono dalla composizione in unità di genti diverse, di culture e di tendenze diverse.

Si evidenziano tutte le contraddizioni dello spirito umano che fanno parte di tutti questi ‘articoli giornalistici’ sulla lenta elaborazione che il popolo d’Israele ha conosciuto per diventare il popolo che riconosce l’elezione del Signore e affronta tutte le conseguenze di tale diversità.

Il libro dei Giudici è un libro duro, cupo, del tutto diverso dal libro di Giosuè, ma forse proprio per questo più storico. Ci riporta una coscienza sofferta dell’unificazione di questo popolo per essere ‘popolo di Dio’.

Gruppi di lettura continua della Bibbia in Bergamo

Settimana Biblica 2012 Bergamo 24 – 29 settembre 2012 Il libro dei Giudici
Relatore: p.j. Francesco Rossi de Gasperis
Il testo non è stato rivisto dal relatore
http://odos.altervista.org/alterpages/files/Giudici2012-1.pdf


 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 24/08/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , .

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