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Dove c’era la guerra/1. Lo Sri Lanka otto anni dopo il tentativo di seppellire l’odio

Dove c_era la guerra1

Dal 1983 al 2009 il Paese è stato attraversato da un conflitto etnico-politico devastante. La ricostruzione di un clima di convivenza con i Tamil e le altre minoranze procede lentamente

Dietro i cantieri della nuova città-satellite della capitale Colombo, affacciata su un porto e su infrastrutture “made in China”, tra foreste, piantagioni e campi ugualmente rigogliosi aperti su un mare di cobalto, in una realtà segnata da infrastrutture moderne frutto della ricostruzione post-tsunami e di quella post-bellica, le ferite del lungo conflitto civile nello Sri Lanka sono oggi perlopiù occultate. Tuttavia, in campi profughi sparsi nel Paese, 70-80mila rifugiati di etnia tamil testimoniano che a otto anni dalla fine della guerra civile molte ferite stentano a cicatrizzarsi. Dietro un’atmosfera più distesa sul piano dei diritti e della partecipazione, i traumi del conflitto etnico-politico scoppiato nel 1983, restano profondi e continuano a segnare l’esistenza di centinaia di migliaia di individui che si confrontano con il dolore per la scomparsa di propri cari o con la mancanza di prospettive frutto anche di disinteresse e discriminazione. Uno scenario nel quale l’azione del governo stenta a essere risolutiva perché risente allo stesso tempo di volontà riformista, pressioni internazionali e interessi particolari; e si confronta con gruppi nazionalisti di fede buddhista che spingono sulla difensiva le minoranze religiose e ostacolano l’integrazione.

A distanza di tanto tempo pesano memoria e conseguenze della guerra civile conclusasi nel maggio 2009 dopo un quarto di secolo di conflitto feroce che ha devastato un Paese isolano, piccolo ma di grande varietà, con una superficie di poco superiore al 20 per cento di quella italiana, abitato oggi da 21 milioni di individui. Sia la maggioranza singhalese, sottoposta agli interessi di vari governi e delle forze di sicurezza, sia la minoranza tamil, in parte costretta alla reazione dalla condizione di emarginazione, in parte strumentalizzata e presa in ostaggio dai gruppi separatisti della guerriglia, hanno subìto un conflitto che ha destabilizzato le aree rurali come quelle urbane, non risparmiando nemmeno la capitale Colombo, sottoposta a devastanti attentati.

L’indottrinamento nel Tamil Eelam, il territorio tamil sotto il controllo delle Tigri guidate da Vellupillai Prabhakaran, arrivato a coprire un terzo del territorio isolano nel Nord e nell’Est prima che arrivassero il declino e la sconfitta, ha portato all’utilizzo diffuso delle donne in combattimento e un ruolo attivo di supporto dei bambini. Gli uomini, impiegati anche in azioni suicide, erano tutti indotti a suicidarsi con il cianuro in caso di cattura. D’altra parte le azioni di repressione delle forze armate sono state indiscriminate, al limite della pulizia etnica, e accompagnate da una “guerra segreta” fatta di sparizioni, esecuzioni extragiudiziarie, aggressioni, stupri che hanno coinvolto non solo gli avversari armati nel conflitto ma anche la società civile, a partire da intellettuali, mass media, sindacati. Inutili erano stati negli anni i tentativi dei negoziatori scandinavi per trattare la pace, come pure l’intervento di un corpo si spedizione indiano (dal luglio 1987 al marzo 1990) cha lasciò sull’isola 1.500 caduti.

Il conflitto srilankese, tra i più feroci nell’Asia post-coloniale, non è scaturito solo dall’odio interetnico maturato dopo l’indipendenza che aveva lasciato Ceylon in una condizione di evidente frammentazione. Interessi politici, supremazia economica e culturale dei singhalesi, intransigenza e esaltazione della leadership tamil e, dal 2005 al 2014, le esigenze di controllo dispotico dell’ex presidente Mahinda Rajapaksa, hanno contribuito prolungare e rendere più cruento il conflitto armato. Proprio sotto la guida di Rajapaksa le forze armate e i servizi di sicurezza si sono resi responsabili di abusi diffusi. Oggi, mentre sull’isola si evidenzia un generale recupero di benessere e il suo governo punta a dare al Paese un ruolo di hub commerciale e turistico nella regione – sebbene con un intervento cinese prima incentivato ma ora osteggiato per i rischi che pone all’autonomia del Paese – la vera scommessa riguarda la riconciliazione nazionale. Il rifiuto da parte governativa di istituire un tribunale speciale (possibilmente a partecipazione internazionale sulla falsariga di quello attivo da un decennio in Cambogia per investigare i crimini commessi dai superstiti gerarchi khmer rossi) ha impedito finora non solo di fare chiarezza sulla morte di decine di migliaia di civili nelle ultime fasi del conflitto, ma anche di incentivare una riforma del sistema giudiziario e della sicurezza che consenta un reale miglioramento della situazione dei diritti umani e tuteli gli interessi dei tamil e delle altre minoranze che si confrontano con sottosviluppo e discriminazione.

Da tempo, ancor più con il disgelo in corso tra Colombo e diplomazie occidentali dopo gli anni di Rajapaksa, la soluzione dei problemi nazionali comunque non è più solo una “questione interna”. Prosegue il dialogo tra governo e diplomazie occidentali che accreditano al presidente riformista Maithripali Sirisena, in carica da poco più di due anni, la reale volontà di arrivare a una definizione equa della “questione tamil” nel senso della piena integrazione. Una volontà, riconosciuta anche dal Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti umani, che lo scorso marzo ha dato al governo di Colombo altri due anni per concretizzare i piani individuati nel 2015. «Questo è un governo che contrariamente al precedente sui temi dei diritti umani ha cercato la cooperazione della società civile e della comunità internazionale – sottolinea Jehan Perera, coordinatore del Consiglio nazionale per la Pace che raccoglie una ventina di iniziative della società civile –. Per questo crediamo sia necessario garantire più spazio alle autorità. Allo stesso tempo chiediamo che, con il fine di costruire concrete iniziative di riconciliazione e sostenere la propria credibilità davanti alla popolazione tamil e alla comunità internazionale, l’esecutivo indichi una scadenza per completare il suo impegno come stabilito nella Risoluzione congiunta dell’ottobre 2015 che include, tra l’altro, una risposta riguardo le persone scomparse, la restituzione delle terre, i compensi per le vittime e la smilitarizzazione delle regioni tamil».

Stefano Vecchia
Avvenire martedì 18 luglio 2017


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Questa voce è stata pubblicata il 25/08/2017 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , .

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