COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sul libro di Rut

RUT

Venerdì e Sabato della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

LIBRO DI RUT
a cura di Don Massimo Rizzi

1 Testo biblico

1,1 Al tempo in cui governavano i giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo di Betlemme di Giuda emigrò nella campagna di Moab, con la moglie e i suoi due figli. 2 Quest’uomo si chiamava Elimèlech, sua moglie Noemi e i suoi due figli Maclon e Chilion; erano Efratei di Betlemme di Giuda. Giunti nella campagna di Moab, vi si stabilirono. 3 Poi Elimèlech, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i due figli. 4 Questi sposarono donne di Moab, delle quali una si chiamava Orpa e l’altra Rut. Abitavano in quel luogo da circa dieci anni, 5 quando anche Maclon e Chilion morirono tutti e due e la donna rimase priva dei suoi due figli e del marito. 6 Allora si alzò con le sue nuore per andarsene dalla campagna di Moab, perché aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane. 7 Partì dunque con le due nuore da quel luogo e mentre era in cammino per tornare nel paese di Giuda 8 Noemi disse alle due nuore: «Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! 9 Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare riposo in casa di un marito». Essa le baciò, ma quelle piansero ad alta voce 14 Allora esse alzarono la voce e piansero di nuovo; Orpa baciò la suocera e partì, ma Rut non si staccò da lei. 15 Allora Noemi le disse: «Ecco, tua cognata è tornata al suo popolo e ai suoi dèi; torna indietro anche tu, come tua cognata». 16 Ma Rut rispose: «Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; 17 dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te». 18 Quando Noemi la vide così decisa ad accompagnarla, cessò di insistere. 19 Così fecero il viaggio insieme fino a Betlemme.

4,13 Così Booz prese Rut, che divenne sua moglie. Egli si unì a lei e il Signore le accordò di concepire: essa partorì un figlio. 14 E le donne dicevano a Noemi: «Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare un riscattatore perché il nome del defunto si perpetuasse in Israele! 15 Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia; perché lo ha partorito tua nuora che ti ama e che vale per te più di sette figli». 16 Noemi prese il bambino e se lo pose in grembo e gli fu nutrice. 17 E le vicine dissero: «È nato un figlio a Noemi!». Essa lo chiamò Obed: egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.
18 Questa è la discendenza di Perez: Perez generò Chezron; Chezron generò Ram; 19 Ram generò Amminadab; 20 Amminadab generò Nacson; Nacson generò Salmon; 21 Salmon generò Booz; Booz generò Obed; 22 Obed generò Iesse e Iesse generò Davide.

2 Introduzione

Può apparire una scelta in parte inconsueta quella del libro di Rut per una lectio. Ci sono infatti molti altri testi biblici dalla tonalità più adeguata e più diretta, e che meglio introducono al tema: la vocazione di Abramo; Abramo alle querce di Mamre; il testo di deuteronomio “Dio ama lo straniero e gli da pane e vestito” (per altro già presente nelle schede catechistiche); “Siete stati stranieri in Egitto”; per non parlare poi del Nuovo testamento, laddove Gesù si identifica con lo straniero, o piuttosto indica lo straniero come esempio di fede… Ma forse già nelle motivazioni che ci hanno portato a scegliere questo brano troviamo alcuni spunti per l’avvio della discussione.

  • Innanzitutto perché è un libro poco conosciuto e su cui forse non abbiamo mai fatto una lectio: ma il mondo migrante l’abbiamo davvero conosciuto? Non è forse ancora quello sconosciuto che ci viene incontro sempre in forme nuove?
  • Si tratta di un racconto, non di un testo legislativo: e non abbiamo forse bisogno di racconti (quello che in gergo tecnico oggi si chiamano buone prassi) nell’accostarci alle persone che ci vengono incontro, prima e piuttosto che dell’elaborazione di leggi e documenti sempre poi faticosamente realizzabili?
  • Ha come protagonista un migrante: non rischiamo noi spesso di leggere il migrante come l’oggetto del nostro agire assistenziale, caritativo, pastorale, e non piuttosto come soggetto?
  • Parla di migrazione, facendo parlare i migranti stessi: perché questa sera vi parla chi non ha fatto (se non per un brevissimo lasso di tempo) una reale esperienza migratoria?
  • Ancora: la protagonista è una donna: mai come oggi si fa tanto per le quote rosa, rischiando però solo il politicamente corretto e non invece lasciandoci istruire dal mondo femminile che, soprattutto nel campo della migrazione, ha tanto da insegnarci.
  • È un racconto che parla di relazioni, e in particolare di relazioni familiari: non diciamo oggi che il cosiddetto ricongiungimento familiare è uno dei mezzi più potenti per poter ricreare integrazione (sempre che così si voglia o si possa chiamare)?
  • Parla di affetti, di bontà e di misericordia: lo hesed ebraico non è quella caratteristica divina che muove il buon samaritano a ingaggiarsi e a prendersi cura?
  • Leggendo il testo ci accorgiamo di come il dialogo la fa da padrone: non abbiamo forse tutti bisogno di educarci al dialogo?
  • Sono tutte scene en plein air, anche quella che per noi richiederebbe intimità: non evoca forse anche per noi la chiesa in uscita di cui ci parla papa Francesco?
  • In quel libretto, poi, ritroviamo tutta la storia di Israele. Rut è un libro prezioso nella tradizione ebraica, perché è uno dei cinque rotoli (meghillot): Cantico dei Cantici, Lamentazioni, Ester, Qoelet e, appunto, Rut. Letto in una festa particolare e Rut nella festa di Pentecoste, che evoca la mietitura del grano e dell’orzo, ma anche ricorda la consegna della Torah sul monte Sinai.
    In mezzo a tante storie atroci e disoneste di guerre e di politica (oggi i migranti non sono spesso protagonisti di questo tipo di cronaca?), quella di Rut è una storia di gente ordinaria, persone, soprattutto donne, che con i loro gesti quotidiani e con la loro fede incrollabile non si lasciano colonizzare dalla cattiveria ma scoprono Dio nelle circostanze della vita e lo aiutano a non sparire dal cuore devastato degli uomini (cfr. Etty Hillesum).
  • E poi (evoca) il Natale… anche noi come Noemi ritorniamo a Betlemme, ma accompagnati da Rut l’amica, la compagna che riscatta e attraverso cui possiamo riaver pane
  • Rut rappresenta una grande scommessa: vale a dire che in momenti in cui c’è la carestia, ed è strano perché Betlemme è il “luogo del pane”, bisogna imparare a cercare un po’ più in là.
    Non è forse questo il cammino oggi dei migranti, anche dei richiedenti asilo che al di là delle distinzioni nominalistiche (profughi, richiedenti asilo, migranti economici, che pur sono importanti), non stanno facendo altro che cercare una vita migliore, come afferma il santo padre nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016? I migranti sono nostri fratelli e sorelle che cercano una vita migliore lontano dalla povertà, dalla fame, dallo sfruttamento e dall’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, che equamente dovrebbero essere divise tra tutti. Non è forse desiderio di ciascuno quello di migliorare le proprie condizioni di vita e ottenere un onesto e legittimo benessere da condividere con i propri cari? Ci accorgeremo forse che anche la categoria della povertà non basta per leggere quelle storie di uomini e donne che sono alla ricerca di un mondo migliore.

3 Il racconto

Per chi non conoscesse il testo, mi permetto di invitarvi a leggerlo questa sera, una volta ritornati a casa. È un testo molto breve (soli quattro capitoli, 85 versetti e 1252 parole), ma che diventa un invito alla conversione per l’umanità del nostro tempo talora insofferente davanti alle sfide dell’alterità. Sottolinea, infatti, l’amore alla diversità e la creatività dell’amore, rappresentando una sfida ad accettare l’altro come dono e non come minaccia.

Entrare quindi nel contenuto di questo libro significa condividere la pratica di umanità incarnata dai personaggi che svela il desiderio più profondo di Dio di realizzare pienamente la nostra vocazione all’umanità; infatti, nella misura in cui l’altro, etichettato spesso come lo “straniero”, è accolto nella propria umanità; nella propria “casa”, si fa splendere l’amore di Dio nel mondo in quanto colui che accoglie l’altro compie la propria umanità permettendole di far trasparire la divina presenza. Soltanto la bontà e l’amore che sanno diventare l’altro prepareranno l’alba di una civiltà nuova dell’amore che vedrà protagonista l’umanità intera in tutte le sue multiformi espressioni e ricchezze. (Angela Maria Lupo, Rut, icona biblica di donna accogliente integrata e integrante, in la sapienza della Croce, Anno XXVI N. 1 Gennaio-aprile 2011, Emigrazione e multiculturalità: croce su cui morire o risorgere.)

Quattro i capitoli del libro che, potremmo così dire, si struttura in 4 movimenti. Fin dall’inizio l’autore sottolinea che la storia si svolge «al tempo dei Giudici », giustificando così la saldatura del romanzo di Rut con il libro precedente.

3.1 I legami nella bufera: il venir meno della speranza.

Nel primo movimento si narra come, durante una carestia, Elimelec di Efrata (cioè della nostra Betlemme, patria del re Davide) sia emigrato nel vicino paese transgiordanico di Moab insieme alla moglie Noemi ed ai due figli. I due figli sposano altrettante donne moabite.

Tuttavia la disgrazia si abbatte sulla loro casa: sia Elimelec che i due figli muoiono nel giro di pochi anni. Noemi decide di fare rientro in Giudea e si congeda dalle nuore; ma, mentre Orpa rimane nel paese di Moab, Rut decide di seguirla e rientra con lei a Betlemme, proprio all’inizio della mietitura dell’orzo.

Dove è la benedizione di Dio, senza la vocazione maschile?

3.2 Rut donna integrata e integrante

Nel secondo movimento Rut va a spigolare nei campi di Booz, parente di suo marito, che non solo la lascia fare, ma anzi le offre da mangiare ed ordina ai suoi servi di lasciar cadere apposta delle spighe dai manipoli, perché ella possa raccoglierli; Booz infatti è stato colpito dalla fedeltà che Rut ha dimostrato nei confronti di Noemi, accettando di venire ad abitare in una terra per lei straniera. Quando Rut riferisce la cosa a Noemi, questa esulta perché sa che Booz è parente di Elimelec, e dunque può essere loro “il riscattatore”.

Chi realmente conduce la storia?

3.3 Rinascere dall’alto, e dall’altro

Nel terzo capitolo, l’astuta Noemi prepara l’incontro decisivo tra Rut e Booz, consigliando alla nuora un comportamento simile a quello di una sposa: una volta che Booz si è coricato sull’aia, ella si sdraia accanto ai suoi piedi. Quando il padrone del campo si desta, Rut si rivolge a lui come al suo riscattatore. L’uomo accetterebbe, ma afferma che c’è un parente di Elimelec più prossimo di lui che potrebbe ambire a quel ruolo a buon diritto.

Quale legge realizza l’amore?

3.4 Matrimoni e patrimoni: la discendenza che riconcilia

L’ultimo movimento. Booz va dal pretendente e utilizza un abile stratagemma per dissuaderlo. Alla presenza di ben dieci testimoni, trattandosi di un atto giuridico ufficiale, propone all’altro il riscatto delle proprietà di Elimelec, il defunto marito di Noemi. Il suo rivale sarebbe disposto al riscatto ma, quando viene a sapere da Booz che ciò comporta anche il matrimonio con la sua nuora vedova, non se la sente di assumersi quest’onere (forse perché sa che Rut non è ebrea), e rifiuta in favore di Booz. Booz prende allora Rut come moglie, e tutti vissero felici e contenti.

Proprio come in una favola. Ma forse, non solo.

4 Suggestioni

Nella lettura proposta durante la lectio ci siamo soffermanti su due momenti, quello iniziale e quello finale. Le riflessioni che vi propongono partono da questi due momenti, con due approfondimenti centrali. Le parole non sono mie, ma veicolate dai nostri biblisti e da alcuni commentari ripresi (PATRIZIO ROTA SCALABRINI, Una comunità in festa: Rut, la Moabita, La straniera credente, Scuola della parola 1997-98; LORENZO FLORI, “Il tuo Dio sarà il mio Dio” La Megillah di Rut e le Lamentazioni, Scuola della Parola 2014-15).

4.1 Una storia di migrazione

Fin dall’inizio ci vengono incontro non tanto dei personaggi, ma dei nomi dal significato alquanto espressivo. Elimelek, nome semitico che significa “il mio Dio è re”, lascia Betlemme, la “casa del pane”, termine che ricorre simbolicamente 7 volte nel libro, e si trasferisce a Moab, terra di maledizione (cf. Dt 23,4), per trovare lì la vita.

Sconvolgente è che non c’è più pane proprio nella “casa del pane”, quindi c’è una scena di morte iniziale ed Elimelek, colui che dovrebbe manifestare una piena fiducia e abbandono in Dio, colui che dovrebbe dire con la sua vita che Dio è il re, soprattutto in quella situazione di carestia che vive il suo popolo, invece di essere solidale con gli altri, fugge. Egli è un uomo ricco ed è accompagnato dalla moglie Noemi, da n’m, “dolcezza”, o “delizia”, nome non usato altrove nella Bibbia.

E poi, ci sono i figli. Insieme a loro infatti partono anche i due figli maschi, che dovrebbero essere la vera ricchezza di questa famiglia, invece portano iscritti nei loro nomi la realtà della loro morte: Maclon, messo in relazione con la radice mhl, o hly “essere debole, sterile, ammalato” e Chilion, dalla radice kly, “essere esaurito, esausto”, nomi che alludono alla triste sorte che avranno.

Ma come trovare la vita in una terra di morte? Elimelek fugge dalla sua gente, dalla sua terra, cercando una soluzione per se stesso; lui decide e pensa al modo più giusto per sfuggire alla morte nella terra promessa, ma poco dopo la migrazione troverà la morte nella terra straniera. Volta le spalle al luogo di benedizione e porta la sua famiglia in una terra di pagani, Moab, luogo legato in particolare al ricordo dell’incesto delle figlie di Lot con il proprio padre per assicurargli la discendenza. Dopo la morte di Elimelek i due figli sposano donne moabite: Orpa, che significa “nuca”, “colei che volta le spalle” e Rut, “amica” o “riconfortata”, nomi tipici di Moab.

C’è chi ha letto questo libretto in polemica con la legislazione deuteronomistica che contrastava il matrimonio con donne straniere: ricordiamo, solo per esemplificare, che le donne straniere sono la fonte del peccato di Salomone, esse causano il rischio della perdita dell’identità religiosa e di un allontanamento dalla pratica della vera fede. Matrimonio e patrimonio: separabili in Israele. Moglie, casa, figli, terra: su questo legame si fonda l’identità di un popolo.

Dopo circa 10 anni dal giorno dell’emigrazione anche i figli di Elimelek muoiono senza lasciare eredi, ma lasciando tre donne sole, tre vedove: Noemi, Orpa e Rut. Così Moab, il paese della speranza raggiunto con la certezza di trovarvi lavoro e pane, diventa luogo di morte e di dolore. Noemi, trovandosi sola, avendo perso tutto, marito e figli, ridotta a niente, decide di ritornare a Betlemme, avendo saputo che in Giudea era finita la carestia e che Dio aveva visitato il suo popolo (cf. Rt 1,6).

Questa vedova sola, priva della benedizione di Dio legata alla maternità, la cui figura appare simile a quella di Giobbe, invoca sulle nuore, non ebree, la benedizione di Dio, la hesed, perché sia Lui a ricompensare la loro fedeltà, dedizione e benevolenza: “E che il Signore usi hesed con voi come voi siete state buone con me e con i miei morti” (1,8). E le invita a tornare alla casa materna. Compare qui per la prima volta il termine hesed, sulla quale poi torneremo.

Rut, la moabita, a differenza di Orpa, che decide di tornare, sceglie di stare con Noemi, e così facendo, scommette su quel Dio che aveva amareggiato la vita di Noemi e alla fine, il volto di Dio benevolo e provvidente che mediante Rut si manifesta a Noemi, si manifesta a Rut attraverso Booz. Volto di Dio che in realtà non compare direttamente in tutto il testo se non in due brevi momenti, quasi che fossimo invitati a vedere la mano nascosta, ma presente di Dio che agisce attraverso le persone.

Fin dall’inizio emerge infatti che per Rut è impensabile abbandonare Noemi, in quanto ella mette al centro non se stessa, ma l’altra; per lei vale come principio di base il motto: “Mai senza l’altro”. Ella dice alla suocera che la invita ripetutamente a ritornare alla casa materna: Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te.

Nel mondo antico lasciare il proprio popolo era una cosa quasi impensabile perché significava perdere ogni appoggio sociale e umano; invece in questo giuramento e dichiarazione di fedeltà Rut è pronta a seguire Noemi ad ogni costo.

Rut segue Noemi non per la fede in Jahvé, che non aveva, ma spinta dall’amore verso la suocera; ella, sulle orme di Abramo, compie un viaggio interiore verso la suocera, che la porterà a condividerne la vita in tutti i suoi aspetti. Come Abramo, affermano i rabbini, ella ha lasciato la sua famiglia e la sua patria. Tuttavia l’azione di Rut è ancora più memorabile di quella di Abramo, perché lei agiva senza una specifica rivelazione e senza alcuna parola di benedizione da parte di Dio. Tuttavia Rut è da lodare proprio perché sceglie l’ignoto.

4.2 Riconoscimento

Quella di Rut è una figura grandiosa perché realizza la fede abramitica pur essendo una straniera. Ma del resto proprio per questo la storia è bella! Se non fosse stata straniera, la storia non sarebbe neppure cominciata. Ma non si tratta semplicemente una storia dal finale positivo, e vissero tutti felici e contenti. È necessario passare dal viaggio all’ingaggio, dalla relazione al riconoscimento. Dal viaggio (la famiglia che parte e le due donne che tornano), all’ingaggio (Rut che prende l’iniziativa di andare a spigolare), che diventa possibilità di riscatto per quella famiglia senza futuro.

Così Booz comincia ad intessere subito questa relazione senza tener conto del fatto che Rut è una moabita. Qui nasce il tema dello straniero come colui che va riconosciuto. È un gioco di parole che troviamo al v. 10: «Allora Rut si prostrò con la faccia a terra e gli disse: «Io sono una straniera: perché sono entrata nelle tue grazie e tu ti interessi di me?». In verità, “interessi” e “straniera” (nokrî) hanno la stessa radice del verbo nākar, e più che “interessarsi” significa “riconoscere”. Lo straniero richiede di essere infatti ‘riconosciuto’, e qui si deve intendere: «Come ho fatto a trovare grazia presso di te, tanto che tu ti impegni a riconoscere me che sono da riconoscere?». Ecco il gioco di parole sulla flessione del verbo nākar. Lo straniero, allora, non è da intendere come il nemico ma, ripeto, come colui che deve essere riconosciuto. Al v.19 Noemi esclamerà dopo il ritorno di Rut da campo: «Benedetto colui che si è interessato di te!». Benedetto colui che ti ha riconosciuto! Riconoscere: verbo fondamentale nel testo biblico, nella storia di Giuseppe, nella storia di Tamar e Giuda (un’altra vicenda al femminile…).

Riconoscere: un verbo che ancora oggi fatichiamo a rivolgere al mondo della migrazione, schiacciato tra assistenzialismo e riscatto, tra legislazione ed economia, tra reazioni di pancia e reazioni di cuore, ma forse ancora troppo poco conosciuto e riconosciuto. (…) Come si può comprendere una persona nella sua interezza, se non a partire dal riconoscimento?

Quella di Rut è una storia che sta correggendo tutte le ‘storpiature’ dell’Antico Testamento, che viene a rimediare e a sistemare con l’amore le cose antiche, e forse anche le nostre cose nuove.

4.3 Hesed-misericordia

C’è un altro elemento portante di tutta la narrazione: il tema della misericordia-benevolenza, la Hesed.

È proprio questo che fa innamorare Booz: «Questo tuo secondo atto di bontà [hesed] è ancora migliore del primo», dice Booz a Rut che è andata a coricarsi ai suoi piedi, per chiedere il riscatto-matrimonio. Il primo atto era stato quello tra Noemi e Rut, rimaste tanto legate che la giovane aveva scelto di stare con la suocera: «Dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio» (1,16). Ma il secondo hesed è migliore perché include il clan, la famiglia, la parentela dello stesso Booz. E questa dimensione certamente colpisce l’uomo che apprezza il gesto di Rut: «Ora, figlia mia, non temere! Farò per te tutto quanto chiedi, perché tutti i miei concittadini sanno che sei una donna di valore».

Il gesto d’amore di Rut verso l’intera famiglia che spinge Booz a decidere nella scelta. Di fatto è l’applicazione di una legge, ma va al di là della legge stessa, perché alla moabita Rut non si applicava. Ed è per questo che lei lancia la proposta quando Booz è sobrio (a differenza di quanto Noemi le aveva proposto): non si tratta di una faccenda da sbrigare in modo superficiale e rapido, ma deve essere fatta bene, in modo ufficiale e davanti a tutti, perché c’è un riscatto. E non si tratta solo del riscatto di una terra, ma anche delle due donne.

In parte Rut ha messo in pratica la proposta di Noemi, ma la concretizza in maniera che torni vantaggiosa per entrambe. È davvero il tema dello hesed, dell’affetto, dell’amore buono non in vista di un contratto, ma di un bene per tutti che va certamente al di là della logica del profitto. Su una base di affetto si possono poi fare anche contratti e alleanze.

È interessante vedere come quella dello hesed sia una categoria che va al di là del legale. Noi traduciamo il termine in diversi modi: pietà, misericordia…, ma non abbiamo un corrispettivo, perché indica quel legame, quella dimensione interpersonale e relazionale che coinvolge due persone ma anche l’intera famiglia. Lo hesed può anche essere in relazione con Dio, ma di fatto passa attraverso la relazione interpersonale. Certamente Dio può avere hesed per il mondo, ma la persona non può averla per il mondo intero e deve spenderla in contatti diretti e concreti.

È hesed ciò che Dio rivolge a Lot in Gen 19,16.19: «Tu hai usato grande bontà verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e io muoia”».

È hesed la relazione tra Davide e Gionata (1Sam 20,8): «Agisci con bontà verso il tuo servo, perché hai voluto legare a te il tuo servo con un patto del Signore».

Il tema dello hesed è dunque quello di andare al di là della semplice giustizia. (…)

Il prologo del vangelo di Giovanni, letto in quest’ottica, sarebbe interessantissimo «perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,17).

Il tema è profondo: non si elimina la legge, ma Gesù è quello sfondo d’amore (grazia) che permette poi di capire la legge stessa. La legge senza l’amore non funziona, e questa è una riflessione già ebraica, già radicata. Paolo scrive molte cose nuove, teologie bellissime, ma gli elementi erano già conosciuti da chi lo leggeva.

Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta è nel vangelo della Misericordia.

4.4 Dall’altro la vita

Rut rimane incinta e questa nuova vita è l’esito felice dell’invocazione iniziale di Booz. E forse più interessante ancora è il fatto che Rut scompaia dal finale della storia e lasci il posto a Noemi: quasi il bambino le è sottratto per essere dato sulle ginocchia di Noemi, la quale prende il bambino e se lo stringe al seno, e lo alleverà come fosse suo figlio.

La realizzazione della promessa coincide con il massimo di espropriazione di sé (c’è chi ha letto questo libretto in chiave cristologica…). «Le donne dicevano a Noemi: “Benedetto il Signore che oggi non ti ha fatto mancare un riscattatore perché il nome del defunto si perpetuasse in Israele! Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia» (4,14-15a).

Il figlio di Rut è come ceduto e donato per la gioia dell’altro e la sua pienezza di vita. Noemi rappresenta così il popolo d’Israele che riceve ancora una volta da parte del Signore la consolazione di essere riscattato, liberato, consolato, rivitalizzato. Ed è Noemi che dà il nome al bambino, ma non lo chiama né con il nome del figlio morto, né tanto meno con quello di suo marito, ma Obed, “servo”, perché il figlio porta il nome della madre che parlando di sé ha sempre detto di essere una “serva”, ma anche perché questo bambino dovrà servire Noemi in quanto go’el.

Come leggere questo episodio conclusivo? Ci sono due possibili letture che coesistono.

La prima è quella di insistere sulla genealogia, cioè il vedere inserita Rut attraverso suo figlio Obed nella genealogia di Davide e, nel Nuovo Testamento, in quella di Gesù stesso. In questa lettura decisivo è il v. 4,17 per il quale risulta che la casa di Davide è fondata su una storia provvidenziale, nella quale entrano anche gli stranieri. L’elezione divina non è parallela, né concorrenziale con la storia umana e non esclude l’agire autonomo degli uomini. Rut entra a far parte di questa catena di “eletti” che costruiscono il casato di Davide. E bisogna dire che è legittimo vedere in ciò una traccia di ricordo storico poiché sarebbe difficile spiegare come la fantasia popolare abbia voluto per antenati del proprio re esaltato e amato più di ogni altro, proprio quei Moabiti che la Legge esclude dall’assemblea di Israele fino alla decima generazione (Dt 23,4).

Nella lettura di tipo genealogico rientra anche il NT, dove il Vangelo di Matteo richiama esplicitamente il libro di Rut nella genealogia di Gesù (Mt 1,5-6).

Ma la prospettiva genealogica non è esaustiva. Si può leggere il racconto in chiave profondamente teologica e allora il testo mette in rilievo la fedeltà di Dio al suo popolo, la valorizzazione della donna, il matrimonio, l’universalismo della salvezza, la retribuzione divina verso l’uomo, e soprattutto la provvidenza divina. Questa più che realizzarsi attraverso prodigi e miracoli passa per una serie di circostanze e di trasformazioni dei vari protagonisti umani. Il protagonista nascosto e nondimeno il più importante di tutta la vicenda è proprio JHWH, la cui azione dirige segretamente la storia, anche se la sua presenza resta elusiva.

5. Conclusione

La storia di Rut è la storia di una trasformazione che attua progressivamente una totale liberazione della persona: da straniera ad israelita, da vedova a serva, da serva a sposa e da priva di figli a madre. Tutto ciò mostra che Dio non ha dimenticato né Noemi né Rut, mentre Booz è la benedizione vivente di Dio che viene incontro a queste donne segnate dalla morte. A cui Dio dona un’identità nuova.

“Vivere la stranierità, avventurarsi sulle strade della libertà, mantenere una differenza non pretestuosa, non legalistica, non declinata come orgogliosa estraneità all’umanità, ma capace di una prassi altra nella storia: questo comportamento è difficilissimo, al limite dell’impossibilità, eppure è la vocazione del popolo di Dio, la vocazione di noi che siamo popolo di Dio. Tutto questo ribadito e sintetizzato quale monito permanente per la Chiesa nel capitolo 11 della lettera agli Ebrei, straordinaria genealogia (genealogia, appunto) della fede che vada bene fino alla Chiesa stessa: «Abramo soggiornò nella terra promessa come in una terra straniera […] poiché aspettava la città delle solide fondamenta il cui architetto e costruttore Dio stesso» (Ebr 11,9-10). I padri di Israele «morirono tutti nella fede non avendo conseguito i beni promessi ma avendoli solo visti e salutati da lontano, confessando di essere stranieri e pellegrini sulla terra», sempre alla ricerca di una terra migliore, quella terra migliore che noi cerchiamo di creare, e che anche il migrante ricerca con il suo viaggio.” (ENZO BIANCHI, Ero straniero e mi avete ospitato, Rizzoli, Milano 2006, pp. 31-32.

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it lustri

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Questa voce è stata pubblicata il 26/08/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag .

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