COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

In viaggio con Luca

XXII – XXXIV  settimane del Tempo Ordinario
Spunti per la Lectio divina quotidiana

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In viaggio con Luca
alla scoperta della nostra identità

Enrichetta Cesarale

“La vera preghiera non è nella voce, ma nel cuore. Non sono le nostre parole, ma i nostri desideri a dar forza alle nostre suppliche. Se invochiamo con la bocca la vita eterna, senza desiderarla dal profondo del cuore, il nostro grido è un silenzio. Se, senza parlare, noi la desideriamo dal profondo del cuore, il nostro silenzio è un grido”. (S. Agostino)

Vangelo Luca 1

LECTIO DIVINA

Eb 4:12 “La parola di Dio, infatti, è viva ed energica e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino all’intimo dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”.
Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31b-32). La Parola di Dio è un sangue versato che parla.
La terapia dell’incontro con Dio conduce sempre alla guarigione!
Figlia, la tua fede ti ha salvata, va’ in pace!” (Lc 8,48). Guarigione e libertà!

La Lectio Divina è l’Arte spirituale principale. Vari “gradini” di un singolo atto che è insieme semplice e complesso: rispondere alla Parola di Dio con tutto il nostro cuore. In ebraico è lēb, che significa anche intelligenza: è il luogo delle scelte, il centro decisionale. Tutto il cuore cioè tutto noi stessi. Un itinerario che diventa la nostra vita. Lectio continua della Parola deve essere il nostro esistere. Dunque:

  1. Statio: stare con pazienza e volontà. Dove è il nostro cuore è il nostro tesoro. Allora sto.
  2. Lectio [Scrutatio]. Ripetuta lettura di un passo della Scrittura al fine di comprendere il significato che l’autore originario intendeva comunicare ai suoi lettori o ascoltatori. Nella Lectio si cerca di capire il brano nel suo contesto originale; di avvicinarsi il più possibile ad esso dal punto di vista storico, geografico, culturale. Matita e colori, una bibbia.
  3. Meditatio. Si cerca di conoscere ciò che il testo dice a noi/me oggi. Ricercare ciò che è rilevante per l’oggi connesso con il significato originario.
  4. Oratio. Una preghiera che viene dalla Meditatio, spontanea reazione del cuore in risposta al testo. Richiesta di aiuto divino per rispondere. Lo Spirito ispirò il testo biblico; ora è pronto ad aiutare a rispondere o a chiedere.
  5. Contemplatio. L’adorazione, lode e silenzio davanti a Dio che sta comunicando con me. La vera contemplazione aiuta a vedere chi sono realmente, cioè, chi sono destinato ad essere secondo il punto di vista di Dio.
  6. Consolatio. Gioia di pregare che viene da un “gusto” di Dio e delle “cose” di Dio. Effetto dello Spirito Santo. Dalla consolazione scaturiscono le scelte coraggiose. La Consolatio crea “l’atmosfera” giusta per queste scelte. È la gioia del pregare, è il sentire intimamente il gusto di Dio, delle cose di Cristo.
  7. Discretio. Abilità di discernere il pensiero di Dio come viene espresso nella sua parola, specialmente come viene espresso nel suo Verbo, cioè in Cristo. “Vi sia data abbondanza di sensibilità – páse aistéseio – perché possiate discernere sempre il meglio, ciò che piace a Dio e ciò che è perfetto” (Fil 1, 9-10; Rm 12, 2).
  8. Deliberatio. Scelta concreta di un’azione da compiere. Dio comunica, io rispondo. Dalla esperienza interiore della consolazione o della desolazione, impariamo a discernere e, quindi, a decidere secondo Dio.
  9. Actio. Mettere in pratica il frutto di tutti gli altri aspetti descritti sopra. L’agire segue l’essere. Non leggiamo la Scrittura per avere la forza di compiere quello che abbiamo deciso! Invece, leggiamo e meditiamo affinché nascano le giuste decisioni e la forza consolatrice dello Spirito ci aiuti a metterle in pratica.
  10. Collatio. Condividere…

La prima lectio divina della storia di cui si abbia testimonianza sarebbe stata impartita da Gesù stesso ai discepoli di Emmaus. Ad essi infatti Gesù, dopo la sua resurrezione, avrebbe spiegato le profezie che si riferivano a lui stesso e che erano scritte nell’Antico Testamento (Lc 24,44ss). Lc 24,44-45: “Poi disse: «Era proprio questo che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si adempia tutto ciò che di me sta scritto nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture…”.

Ripercorrere l’itinerario spirituale che Luca ha percorso mentalmente e strutturalmente con il suo pensiero, la sua riflessione, nello sforzo che ha fatto di coordinare il suo Vangelo in una certa maniera ci permette di seguire il cammino del discepoli dietro Gesù, il salvatore. Luca è l’unico evangelista ad adoperare il termine soter-salvatore per Gesù.
«Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11).
«Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo (archegas) e salvatore (soter), per dare a Israele conversione e perdono dei peccati» (At 5,31; 13,23). Luca è interessato principalmente al “cosa” il Figlio è venuto a fare (Marco a “chi”): “il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10). L’incontro cristologico è sinonimo di salvezza. Il vecchio Simeone, prende il Bambino tra le braccia e dice: “i miei occhi hanno visto la tua salvezza (to soterion)” (2,30). “Sia noto dunque a voi che ai pagani è stata inviata questa salvezza di Dio: ed essi ascolteranno!” (At 28,28).

Il termine greco sôtêrion da sózo, salvare e sotería, salvezza, nell’AT deriva dalla radice jš’ che significa in origine essere esteso, largo, in contrapposizione alla tribolazione che propriamente può essere intesa come ristrettezza, angustia, uno stringere, avviluppare, ridurre alle strette e quindi un essere intralciato, ristretto, oppresso.
Lampada ai miei passi è la tua Parola (Sl 119). Per questo non inciampo. Ho spazio!

Gli evangelisti non adoperano a caso lo stesso materiale, disponendolo in una maniera o in un’altra, ma lo fanno intenzionalmente, perché hanno delle finalità che essi raggiungono proprio nell’adattare, nello strutturare in una determinata maniera il materiale evangelico preesistente. E’ di qui che nasce la “teologia” di Luca, di Marco e di Matteo, ossia la “spiritualità” di ciascuno dei Sinottici.

Dal greco syn-opsis, “visione simultanea”, la sinossi consiste nel riportare a stampa integralmente, contemporaneamente e di seguito, a colonne nella stessa pagina, il testo continuo dei Vangeli, così da coglierne con un solo colpo d’occhio sia i parallelismi sia le dissomiglianze rispettive. La Teoria delle 2 fonti spiega la loro origine.

Ogni evangelista ha una sua ‘teologia’. Ad esempio il racconto del Padre Nostro, catechesi della preghiera, in Matteo è inserito nel discorso della montagna: Gesù salì sulla montagna, si avvicinano i discepoli (le folle a volte sono luogo di aridità!) e insegna loro come pregare. Offre agli uomini la sua intimità col Padre. Un modello di preghiera, 7 domande, da personalizzare sotto l’influsso dello Spirito. In Luca è inserito nel discorso della pianura, in un contesto gioioso: l’incontro di Gesù con i suoi che intravedono l’intimità col Padre (11,1: Insegnaci!) e vogliono entrare in quel cerchio d’amore. Gesù insegna loro con 5 domande. I due discorsi sicuramente risalgono ad un archetipo comune presente in Q (Qelle = fonte), la cui ampiezza corrispondeva grosso modo a Lc 6,20ss.

Rispetto a Luca (6,20-49), il cui discorso comprende solo 30 versetti, Matteo ha notevolmente ampliato ed elaborato, rispetto al modello, il suo discorso (5,2-7,27). Ognuno dei due ha preso da Q, da altre tradizioni particolari e contesti propri ed elaborato il materiale secondo la propria ‘teologia’, cioè secondo la propria personalità.

Ogni evangelista ha, inoltre, un simbolo che lo rappresenta: Luca è il toro; il leone per Marco; l’uomo per Matteo, l’aquila per Giovanni. Il simbolismo ha una sua origine nella Scrittura e nella Tradizione.
Ez 1,4-10: “Ecco cosa vidi:… In mezzo la forma di quattro esseri: ciascuno aveva aspetto d’uomo, ciascuno con quattro facce e quattro ali… Le ali erano accoppiate a due a due. Essi avanzavano senza girarsi, ciascuno avanzava diritto davanti a sé. Le forme delle facce erano di uomo; poi forme di leone sul lato destro dei quattro, di bue sul lato sinistro dei quattro, e ciascuno di essi forme di aquila”.
Ap 4,6-7: “Si stendeva davanti al trono un mare vitreo dall’apparenza di cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono v’erano quattro Viventi, pieni di occhi davanti e dietro. Ora il primo vivente era simile a leone, il secondo vivente era simile a vitello, il terzo vivente aveva aspetto d’uomo e il quarto vivente somigliava a un’aquila in volo”.

I commentatori dell’Apocalisse videro i quattro evangelisti nei quattro esseri viventi di Ezechiele e dell’Apocalisse. In particolare san Girolamo. Interessante è la motivazione degli abbinamenti dovuta alla pagina iniziale dei singoli vangeli. Matteo è raffigurato dall’uomo perché nella prima pagina riporta la genealogia di Gesù, e dunque parla della sua origine umana. Marco invece è il leone perché nella prima pagina presenta il Battista che, come un leone, grida la sua testimonianza nel deserto. Luca è rappresentato dal toro perché introduce come primo personaggio del suo racconto Zaccaria, il padre del Battista, il quale, essendo sacerdote del tempio, come tale offriva sacrifici di tori. Giovanni infine è l’aquila, per il volo sublime dell’inno al Verbo con cui si apre il suo sublime vangelo.

Alcuni definiscono il Vangelo di Marco: “Vangelo del catecumeno”, perché ha lo scopo di aiutare chi viene introdotto alla fede e si appresta a diventare in un certo senso un discepolo del Signore. Il Vangelo di Matteo, invece, è il “Vangelo del catechista”, cioè il Vangelo per aiutare colui che deve introdurre altri alla fede e questo risulta, per esempio, dalla struttura dei famosi 5 grandi discorsi del suo vangelo. Il Vangelo di Luca, invece, è il “Vangelo del discepolo” di Cristo, vale a dire di colui che ha intrapreso a seguire Gesù e lo vuol seguire nonostante tutto. Molti sono gli elementi che avvalorano questa intenzione di Luca, per esempio, quel detto che è riportato soltanto nel suo vangelo: “Chi mette mano all’aratro e poi si volge indietro non è adatto per il regno di Dio” (9,62).

Luca è il solo evangelista che premette al suo scritto un prologo nel quale dichiara, nei primi due versetti, le fonti a cui attinge: “Coloro che furono testimoni e divennero ministri della parola” (gli apostoli) e nei due versetti successivi, lo scopo e le caratteristiche del lavoro che intraprende: “Ho deciso di fare ricerche accurate e di scriverne un resoconto ordinato … perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti”.

I precursori (Marco e fonte Q), per comporre i loro scritti, avevano attinto alla “Tradizione”, cioè alla trasmissione orale del vangelo da parte degli Apostoli, che sono stati prima testimoni oculari delle parole e delle opere di Cristo (è il contenuto del primo volume: il Vangelo) e ministri poi della parola (secondo volume: Atti degli Apostoli).

Luca si distingue per avere scritto un’opera in due volumi. All’inizio del secondo volume lui stesso rivela senza lasciare dubbi come pensasse a due volumi da conservare e leggere insieme: «Nel mio primo libro ho già trattato, o Teofilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui ecc.» (At 1,1). Teofilo, amico di Dio. Luca indirizza la sua opera ad ogni uomo che è e desidera essere amico di Dio.

Per capire il ruolo del “discepolo” un contributo è dato dalla “grande inserzione” lucana, che va dal cap. 9,51 fino al cap. 19,28. Questo blocco letterario caratteristico di Luca, descrive il viaggio di Gesù a Gerusalemme, quasi a dire che chi crede in Cristo deve percorrere questo “faticoso” itinerario che culmina in Gerusalemme, cioè la città del sacrificio e della morte. Nella prospettica lucana il discepolo di Cristo è colui che “segue” il Maestro ovunque egli vada, fino al martirio, se è necessario.
In tutte e due le opere Luca pensa in termini di viaggi: nel vangelo descrive il cammino di Gesù dalla Galilea, attraverso la Samaria, verso Gerusalemme, mentre nel libro degli Atti narra la grande corsa della Buona Notizia da Gerusalemme fino alle estremità della terra.
Luca, che concepisce la storia della chiesa primitiva come una successione di viaggi missionari, era anche lui un viaggiatore. Conosce vie terrestri e rotte marine come nessun altro nel Nuovo Testamento, e menziona qualcosa come 102 toponimi di città, regioni, isole, ecc. sparse dalla Mesopotamia all’Italia. Già tutto questo induce a pensarlo come un itinerante. Ma c’è di più: egli ripetutamente giunge a chiamare la nuova fede cristiana come “la Via”, egli fa dire a Paolo: «Io perseguitai a morte questa nuova Via» (22,4), e: «Adoro il Dio dei nostri padri secondo questa Via» (22,14; anche cf. 18,15.26; 24,22).

La realtà del viaggio in Luca

Lc 1,39-56: La visita di Maria ad Elisabetta. “In quei giorni Maria, messasi in viaggio, si recò in fretta verso la regione montagnosa, in una città di Giuda. Entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. Ed ecco che, appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, le balzò in seno il bambino. Elisabetta fu ricolma di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno. Ma perché mi accade questo, che venga da me la madre del mio Signore?…”.
Maria si mise in viaggio dopo aver accolto lo Spirito, e in fretta arriva. È il viaggio dell’accoglienza condivisa.

Lc 2,8-20: La visita dei Pastori. “In quella stessa regione si trovavano dei pastori: vegliavano all’aperto e di notte facevano la guardia al loro gregge. L’angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce: essi furono presi da grande spavento. Ma l’angelo disse loro: «Non temete, perché, ecco, io vi annunzio una grande gioia per tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un salvatore, che è il Messia Signore… Andarono dunque in fretta e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia… I pastori poi se ne tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, come era stato detto loro. I pastori vanno a Betlemme a vedere l’evento dell’incarnazione. Andarono senza indugio e trovarono…
È il viaggio dell’annuncio realizzato, dell’andare e trovare, della glorificazione. Glorificare significa riconoscere la realtà di Dio. Gloria in ebraico è reso con kabod: il peso specifico, la realtà di Dio. La gloria di Dio è la realtà di Dio. Per i pastori è il viaggio del riconoscimento di Dio nella storia.

Lc 3,1-6: La predicazione di Giovanni, il Battista. “Era l’anno quindicesimo del regno di Tiberio Cesare… In quel tempo la parola di Dio fu rivolta a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli allora percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di penitenza per il perdono dei peccati. Si realizzava così ciò che è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Ecco, una voce risuona nel deserto: Preparate la strada per il Signore, spianate i suoi sentieri! Le valli siano riempite, le montagne e le colline siano abbassate; le vie tortuose siano raddrizzate, i luoghi impervi appianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”.
Giovanni chiama, predica, annuncia di preparare la via del Signore, di raddrizzare i suoi sentieri. Giovanni invita a prepararsi al viaggio, è il tempo di scegliere la strada da prendere. È il viaggio verso l’appropriazione del cammino, il desiderio di strada. Il viaggio è una scelta. Preparate, raddrizzate, dunque.

Lc 5,1-11: La pesca con il Signore. I discepoli dopo una lunga notte riprendono il largo per una quantità enorme di pesce. Il viaggio è verso il Signore cioè la propria opera (tutta la notte) compresa alla luce della Parola di Dio diventa pesca miracolosa. Il viaggio assume la fatica della propria vita, di ogni giorno, come lavoro riuscito se compreso, se capito, se amato, se considerato lavoro proprio e con Dio. E’ il viaggio di Dio con l’uomo, e dell’uomo con Dio nell’umana fatica.

Lc 9,28-36: La Trasfigurazione. Gesù, prese con sé Pietro e Giovanni e Giacomo, e salì sul monte. È il viaggio verso Gerusalemme, verso il compimento, verso la croce. È il viaggio della bellezza, della salita ma della contemplazione della bellezza e dell’amabilità dello stare insieme con il Signore. Viaggiare per dimorare e assaporare l’intimità della stasi, dello stare. È bello per noi stare qui: restiamo. Ma ridiscesero…

Lc 10,25-27: Il samaritano. Il sacerdote e il levita in viaggio, vedono e vanno oltre. Il samaritano (giudeo scismatico di Samaria), che era in viaggio, lo vide e ne ebbe compassione. È il viaggio della vita, è il viaggio della compassione che si risolve in modo estremamente sobrio: fai quello che devi fare, che puoi fare. È il viaggio della compassione feriale. Della semplicità del principio dell’amore: è una via semplice, che interpella e a cui bisogna corrispondere nell’ordinarietà dell’azione. L’amore e gli atti di pathos condiviso – compassione- non sono atti eccezionali ma parte del viaggio stesso. È la superstrada dell’amore.

Lc 23,1-56: La Passione, la via dolorosa. Gesù cammina verso la croce, è il viaggio della scelta, accettare o rinunciare al progetto di vita che Gesù uomo ha assunto. Gesù si incammina verso l’identificazione con se stesso, compirà la sua vita se si identificherà con la scelta compiuta. È l’ora della gloria – kabod – cioè della sua realtà, renderà visibile e vivrà fino in fondo il suo spessore umano. Sarà pienamente uomo, dunque compirà la sua vita.

Lc 24, 50-53: L’Ascensione: “Mentre li benediceva, si separò da loro e veniva portato nel cielo” (v. 51). Il viaggio verso il cielo. È il viaggio verso il Padre, verso il merito guadagnato. Perché realizza la sua missione, la sua umanità, allora risorge e sale. Il merito guadagnato con la croce diventa dono del Padre che accetta l’offerta del Figlio, e lo siede alla sua destra, destra del Padre. È il viaggio verso la divinità lasciata per divenire uomo.

La vita intera di Gesù, uomo e Gesù, la Persona divina del Figlio di Dio, è un viaggio verso Gerusalemme. Dal Padre alla terra nella carne; dalla terra al cielo con il Padre; dal cielo agli uomini, a noi, con lo Spirito Santo. Il santo viaggio.
Il Vangelo di Luca, a differenza di altri Vangeli, comincia con Gerusalemme. Tutto il Vangelo è costruito come un percorso, con Gesù che deve salire a Gerusalemme, verso la Passione.

Dopo i primi quattro versetti, si vede subito Zaccaria che va al Tempio per offrire l’incenso. Gesù viene portato, subito dopo la nascita, a Gerusalemme (questo c’è solo in Luca). Solo in Luca c’è Gesù dodicenne che spiega ai dottori della legge la presenza di Dio nel Tempio. Poi tutto il Vangelo è costruito come un percorso, con Gesù che deve salire a Gerusalemme, verso la Passione.

Luca ci trasmette, che veramente Dio è il Padre. E’ veramente il Padre di Gesù Cristo, ma attraverso il Figlio ci rivela che anche noi siamo figli in Gesù Cristo. Ad esempio il racconto delle tentazioni nel deserto. Mentre il Vangelo di Marco, che è il più antico, il primo che è stato scritto, ci dice solo che Gesù fu tentato, ma non ci spiega in cosa consistettero le tentazioni del deserto, Luca e Matteo ci ricordano le tre tentazioni specifiche. Ma Luca in particolare insiste sul fatto che la tentazione di mutare le pietre in pane, la tentazione di gettarsi giù dal pinnacolo, la tentazione della gloria, sono precedute da una frase che il Diavolo rivolge a Gesù: “Se tu sei Figlio di Dio” – in Luca è come una inclusione alla prima ed alla terza proposta, mentre in Matteo avviene alle prime due – “allora chiedi questa cosa”.

E’ sottintesa una domanda che è il grande dubbio dell’uomo. L’uomo può non sentirsi figlio… L’espressione “meteorite giovanneo” per Lc 10, 21-22, “Io ti rendo lode, Padre… Sì, Padre, perché così è piaciuto a te. Ogni cosa mi è affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”, è un brano cardine per gettare luce sull’identità di Gesù così come Luca l’ha ricevuta e la trasmette.
Pensate poi alle grandi parole sulla croce. Luca è l’unico che ricorda queste due parole di Gesù, che voi non trovate in nessun altro Vangelo. Quando Gesù, prima di morire, dice “Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito”, riaffermando così la sua risposta alla tentazione nel deserto.
Per Gesù dunque il viaggio verso Gerusalemme ripercorre la sua coscienza filiale, si riappropria della sua figliolanza divina e risceglie la volontà del Padre, riconoscendosi come uomo figlio. Due volte figlio. Per il discepolo, il cammino lungo le strade della Galilea segna la consapevolezza della propria identità, nella scoperta continua del proprio essere figlio di Dio. Pur nelle tentazioni.

Negli Atti si parte da Gerusalemme per arrivare fino ai confini del mondo. “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At 1,11). Ma prima di partire per i confini del mondo il discepolo deve ritornare in Galilea. Noi discepoli non come Cristo ma di Cristo. Non semplici imitatori di Cristo, ma in Lui inseriti. Dopo la morte e resurrezione, un imperativo: “Ricordatevi come vi parlò quando era in Galilea” (Lc 24,6b), “«Non abbiate paura! Voi cercate Gesù, il Nazareno, il crocifisso. E’ risorto. Non è più qui. Ecco il luogo ove lo avevano posto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»“ (Mc 16,6) cioè ripercorretela per capirmi di nuovo. Si diventa e si resta discepoli.

Luca, l’autore

La tradizione cristiana ha costantemente indicato Luca, il “caro medico di Paolo” (Col 4,14) come l’autore del terzo vangelo. Egli non fu né un apostolo né un testimone oculare della vita terrena di Gesù, ma conobbe Cristo dai primi testimoni della sua vita e si preparò alla stesura del suo vangelo con un’accurata indagine (1, 2-3).

Luca appare quasi improvvisamente e discretamente al fianco di Paolo durante il suo secondo e terzo viaggio missionario; gli Atti iniziano la loro relazione degli eventi con una prima persona al plurale. Tali “sezioni-noi” ricorrono in At 16, 10-17; 20, 5-21.18; 27,1-28.16. Paolo indica Luca come uno dei suoi compagni più fedeli al tempo del suo domicilio coatto a Roma (Col 4,14; Fil 1,23s). Durante questo periodo romano, è possibile che Luca abbia avuto contatti personali con Marco.
Per Paolo il Kèrygma è lapidario, un accadimento, un evento che stravolge chi lo riceve. Luca è stato contagiato da tale annuncio. “Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa… Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto” (1Cor 15,1-5.11).

I verbi usati da Paolo iniziano al Kèrygma. Morì, fu sepolto, apparve sono aoristi, un tempo che indica un’azione reale, compiuta. È stato risuscitato è un perfetto passivo, è accaduto e continua a compiersi, i cui effetti continuano nel presente; un passivo teologico: l’azione è compiuta da un Altro, dal Padre. Paolo rende noto l’evento che gli ha cambiato la vita! Paolo annuncia non il Dio secondo lui, ma il Dio morto, sepolto, risuscitato.
Questo evento Paolo rende noto, fa conoscere, rivela; il verbo indica una conoscenza profonda, interiorizzata, gnorizo/rendo noto è un verbo di rivelazione, potremmo tradurlo rendo manifesto ciò che ho scelto. L’annuncio, la catechesi è questo! Evento interiorizzato che mi rende suo testimone!

Chi è il nostro Dio?

La Trinità: 3 Persone, 1 Divinità; 3 Ruoli, 1 Essenza; 3 relazioni, 1 Amore cioè Padre, Figlio e Spirito Santo. Nasce il Figlio perché il dolore da “riparare” nasce dal dipendere, dal non essere autonomo, dall’essere figli e non volere vivere da figli (da Adamo in poi). Il Figlio di Dio si è fatto uomo, si è incarnato, ha assunto la nostra umanità cioè il nostro non voler riconoscere un Altro, e solo vivendo/assumendo tale realtà/finitudine/limite umano, ha reso divina la sofferenza, il dolore e la morte. La nascita di Gesù è già morte per il figlio di Dio: è morte alla sua volontà divina. 2 Fil 2,6-7a: Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, non considerò un tesoro geloso/prezioso da rapire per sé (e poteva farlo!) ma si spogliò/svuotò/rese vano questo desiderio e questa possibilità che è solo divina e nacque da Maria e Giuseppe, ebrei della casa di Davide, cioè nella famiglia di Dio. Una storia preparata con pazienza e da lungo tempo.

Anzi, Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati (1Gv 2,2): “In questo sta l’amore; non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).

La sua espiazione, tentativo di ottenere il perdono dei peccati, non è diretta verso l’uomo che deve essere purificato, ma è supplica rivolta a Dio, chiedendo misericordia e perdono. È una preghiera teocentrica, un ricorso alla bontà divina. Espiare consiste nel rendere Dio propizio, implorare il suo favore, prolungando fino agli uomini la comunione trinitaria. Unione definitiva tra Dio uno e trino e gli uomini, sue creature, rendendo perfetta e divina l’umanità.

L’Arca è immaginata come trono di Dio; è “lo sgabello dei suoi piedi”. Ha un ruolo importante nel rito di espiazione dei peccati. Sopra di essa c’è il kapporet (25,17), tradotto hilasterion nel greco dei LXX e propitiatorium nel latino della Vulgata: si tratta del coperchio, una placca aurea e ne costituisce il punto più sacro. Il sacerdote lo aspergeva con il sangue dei sacrifici e da lì Dio perdonava i peccati. Ad esso allude San Paolo quando celebra il nuovo e vivo hilasterion, Cristo crocifisso, che è «espiazione per mezzo della fede nel suo sangue» (Rm 3,25; Eb 9,5).

La salvezza del Signore è universale, è destinata a tutti. L’unica condizione per riceverla è che ognuno si senta peccatore e bisognoso di essere perdonato e salvato da Dio. Salvezza è la somma dei beni apportati da Gesù.

Paolo per due volte insiste che noi cristiani guidati dallo Spirito ci rivolgiamo a Dio e “gridiamo: Abbà, Padre” (Rm 8,15; Gal 4,5-6). Luca dopo aver compiuto ricerche e ascoltato testimonianze: Luca scrive il “Vangelo della misericordia” o il “Vangelo dei grandi perdoni”. Tra i sinottici Luca è il solo che include episodi o parabole quali la donna peccatrice (7, 36-50); la pecora smarrita, la dramma perduta, il figlio prodigo (cap. 15); la presenza di Gesù nella casa di Zaccheo (19, 1-10); il perdono di Gesù ai suoi carnefici (23,34); il buon ladrone (23, 39-43).

Il perdono di Gesù è offerto a tutti gli uomini, Luca ha composto così il “Vangelo della salvezza universale”. La tavola genealogica (3, 23-38) non circoscrive la stirpe di Gesù unicamente alla linea regale di Davide, come avviene in Mt 1, 1-16, ma colloca Gesù nell’albero genealogico dell’intera razza umana in quanto figlio di Adamo che era figlio di Dio. La fede di Abramo può essere condivisa da tutti gli uomini, che diventano per ciò stesso figli di Abramo (Lc 3,8).

La misericordia divina è offerta a tutti i poveri e umili, così che Luca merita di essere definito il “Vangelo dei poveri”. Questo spirito si manifesta chiaramente nei racconti dell’infanzia, nei quali i poveri e gli insignificanti sono scelti per i più grandi privilegi: la coppia sterile, Zaccaria ed Elisabetta; Maria e Giuseppe; i pastori della campagna; un vecchio e una vecchia vedova al tempio. Luca conserva questa grande stima per la povertà di fatto nelle beatitudini, nello scrivere “beati voi che siete poveri”, egli conserva il dialogo diretto in seconda persona e non aggiunge, come fa Matteo, “poveri in spirito” (Lc 6,20).

Non sorprende, però il fatto che Luca oltre che presentarci un Gesù amico dei poveri, dei peccatori, degli ultimi, ci mostra anche un Gesù esigente nella sua sequela e nei suoi insegnamenti. Per questo il suo vangelo può anche essere definito: il “Vangelo dell’assoluta rinuncia”. I discepoli devono lasciare “tutto” (Lc 5,11); in un’affermazione analoga, Mc e Mt limitano la rinuncia alle reti e al padre (Mc 1, 16-20; Mt 4, 18-22) per poter seguire Gesù.

Tale distacco e tale rinuncia sono possibili perché Gesù e i suoi discepoli sono presentati in un continuo impegno verso Dio in questo “Vangelo della preghiera e dello Spirito Santo”. Luca ci raffigura Gesù in preghiera prima di qualsiasi tappa importante nel suo ministero messianico: al suo battesimo (3,21); prima della scelta dei Dodici (6,12); prima della professione di fede di Pietro (9,18); alla trasfigurazione (9,28), prima di insegnare il “Padre Nostro” (11,1); nel Getsemani (22,41). Gesù era il maestro della preghiera e insistette con frequenza che anche i suoi discepoli fossero uomini di preghiera (6,28; 10,2; 11, 1-13; 18, 1-8; 21,36). Luca allude ininterrottamente al ruolo dello Spirito (1,15.35.41.67; 2, 25-27; 3,16.22; 4,1.14.18; 10,21; 11,13; 12,10.12).

Lo Spirito, posseduto da Gesù, irradia gioia e pace fra tutti coloro che lo ascoltano. Luca scrisse il “Vangelo della gioia messianica”. Vari termini greci che esprimono la gioia o l’esultanza ricorrono con notevole frequenza in Luca. Questo spirito di gioia diffuso tra la gente è l’adempimento della promessa di Gesù che i suoi seguaci saranno “felici” e “fortunati” (1,45; 6,20-22; 7,23; 10,23; 11,27ss.; 12,37ss.; 14,14ss.; 23,29).

Struttura e contenuto del Vangelo di Luca:

– Lc 1,1-4,13:
  • 1,1-4: prologo
  • 1,5-2-52: i racconti dell’infanzia
  • 1,5-56: il dittico dell’Annunciazione
  • 1,57-2,52: il dittico delle Nascite
  • Lc 3,1-4,13: Preparazione al ministero pubblico
  • 3,1-20: Predicazione di Giovanni Battista
  • 3,21-22: Battesimo di Gesù
  • 3,23-38: La Genealogia di Gesù
  • 4,1-13: Le tentazioni di Gesù
– Lc 4,14-9,15: Il ministero Galilaico.

In Galilea Gesù annuncia il suo mistero pasquale e decide il suo viaggio verso Gerusalemme. In Galilea si impara ad essere discepoli. Gesù ha trascorso gran parte della sua vita in Galilea: la sua formazione a Nazareth, a Cana il primo miracolo, la sua residenza a Cafarnao. Una terra feconda: a nord monti di 1000 mt sul livello del mare, a sud colline e valli fertili, il lago di Galilea pescosissimo. Qui Gesù scelse il suo luogo. Qui si impara ad essere discepoli. La crisi nasce dal fatto che la gente è stupita dinanzi alle parole di Gesù, le accoglie, c’è rispondenza piena in Galilea. Ma dinanzi alla richiesta di non restare in una stagnante mediocrità e di passare ad una operatività positiva, la massa rimane silenziosa. Alla domanda: “cosa pensa la gente di me?”, risponde Pietro: “Elia, il profeta…”. Lo stupore è terminato: Gesù è un grande profeta e la gente continua la vita di sempre. Così Gesù decide di fare il viaggio verso Gerusalemme. Crisi galilaica. Dopo la morte e resurrezione, un imperativo: “Ritornate in Galilea” (Mc 16,7), cioè ripercorretela per capirmi di nuovo. Si diventa e si resta discepoli.

– Lc 9,51-19,28: Il racconto del Viaggio.

È la parte originale di Luca dove Gesù compie il suo Esodo, sale in modo consapevole verso l’innalzamento cioè la morte-resurrezione-ascensione. Qui Luca costruisce la propria cristologia e per esprimere il suo personale pensiero, accantona la sua fonte marciana e ci offre del materiale attinto o alla fonte Q oppure a fonti proprie. Pertanto questa sezione (9,51-19,28) viene denominata: la “grande inserzione lucana” a motivo di questa connotazione personale. Luca riprenderà la sezione comune con Marco da (18,15-19,28). La tradizione del quarto vangelo conosce molte salite di Gesù a Gerusalemme. In Marco la salita occupa un solo capitolo, due in Matteo e ben dieci in Luca. Luca, però, non è preoccupato di offrire un quadro geografico preciso, ma vuole dare una prospettiva teologica a questa salita. Il viaggio verso Gerusalemme è un viaggio verso la Croce, che però non è separata dalla risurrezione. Tutti gli insegnamenti inseriti in questo quadro della partenza di Gesù vanno letti nella prospettiva della morte/risurrezione. Si tratta in gran parte di materiale lucano che vogliono rispondere a una sola domanda: che cosa significa in concreto seguire Gesù nel suo cammino verso la croce?

– Lc 19,28-24,53: Il ministero a Gerusalemme.

Il Vangelo termina dove è iniziato: al tempio. A Gerusalemme, città santa, centro della fede giudaica, Gesù compie il suo percorso: Passione e Glorificazione.

Condizioni per acquistare la Torah

Per acquistare la Torah sono necessarie quarantotto prerogative, le quali sono: studio, orecchio teso, ordinata pronuncia, cuore intelligente, timore, riverenza, umiltà, letizia, purità, contatto con i saggi, unione con i colleghi, discussione con i discepoli, circospezione, conoscenza della Scrittura e della Tradizione, moderatezza negli affari commerciali, nelle occupazioni mondane, nei piaceri, nel sonno, nelle conversazioni e negli scherzi, longanimità, bontà di cuore, fede nei saggi, accettazione delle sofferenze, consapevolezza delle proprie capacità, l’esser contenti della propria sorte, fare un recinto intorno alle proprie parole, non attribuirsi merito, rendersi amabile, amare Dio, amare il prossimo, amare le virtù, amare la rettitudine, amare le ammonizioni, tenersi lontano dagli onori, non essere ambizioso nel proprio sapere, non godere nel dare le sentenze, aiutare il prossimo a portare il suo giogo, giudicarlo favorevolmente, fargli conoscere la verità, aiutarlo a godere la pace, studiare con riflessione, domandare, rispondere, ascoltare, aggiungere nuove cognizioni, apprendere con l’intenzione di insegnare, apprendere con l’intenzione di eseguire, fare saggio il proprio maestro, ripetere con esattezza le cognizioni trasmesse, dire le cose a nome dell’autore.
(dalla tradizione rabbinica, dalla Mishna, Ordine IV Nezikin, Trattato Abot (Pirqè Abot) 6,6)

http://www.atma-o-jibon.org


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Questa voce è stata pubblicata il 03/09/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag .

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