COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sulla Prima lettera a Timòteo (1)

Venerdì e sabato della XXIII e XIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Testo word Prima lettera a Timòteo – 1- Pino Stancari
Testo  PDF  Prima lettera a Timòteo – 1- Pino Stancari

Prima lettera a Timoteo

EFESO.jpg

Capitolo 1
A servizio dell’Evangelo: un dono da trasmettere

P. Pino Stancari S.J.

(…) Vorrei affrontare quelle Lettere che, all’interno dell’epistolario paolino, costituiscono una raccolta a se stante che va solitamente sotto il titolo di Lettere Pastorali, a partire dalla 1° Lettera a Timoteo.

La denominazione di “Lettere pastorali” – che ormai è corrente nel linguaggio di coloro che scrivono commenti al testo biblico – in realtà è piuttosto recente; risale alla fine del ‘700 e da quell’epoca in poi il dibattito nell’ambiente degli studiosi è molto vivace per quanto riguarda l’autenticità paolina di questi scritti; molti studiosi hanno ritenuto necessario considerare queste tre lettere come scritti provenienti da un altro autore, o altri autori, non certamente Paolo. E’ una questione che ora non ci interessa in modo particolare anche perché l’epistolario paolino è una raccolta di tanti scritti che sono il frutto di un’attività redazionale che ha impegnato in prima persona Paolo e altri suoi collaboratori: Paolo ha dettato, qualche volta ha soltanto sviluppato qualche tema di riflessione, altri sono intervenuti. Non è strano, quindi, che ci siano variazioni di linguaggio e che l’elaborazione dei contenuti proponga prospettive originali a seconda delle tappe nel corso delle quali la vita di Paolo ha affrontato temi nuovi, con sensibilità maturata nel tempo.

Certi criteri in base ai quali gli studiosi a volte si ritengono autorizzati ad attribuire titolo di autenticità a scritti come questi dipendono molto spesso dal modo di impostare le cose che è abbastanza meschino, nel senso che si individua un modello e in base a quel modello si discrimina l’autenticità di altri scritti che non sono perfettamente omogenei, ma questo non è da intendere come un obbligo; nel corso di una vita quante evoluzioni, quante occasioni per maturare, quante problematiche nuove si presentano, quante vicende avventurose lo stesso Paolo ha dovuto affrontare. Certe variazioni di linguaggio quindi sono prevedibili e in alcune circostanze necessarie. Ripeto, c’è sempre da tener conto del fatto che Paolo scrive, detta, ha a che fare con amici che collaborano con lui, che gli prestano la loro servizievole, strumentale competenza che, in qualche caso, può essere anche molto qualificata nel senso che Paolo può servirsi dell’aiuto di persone dotate di conoscenze letterarie e già introdotte nel discernimento teologico, nell’impegno pastorale.

Abbiamo da scontare, in tutto il suo svolgimento, la complessa articolazione dell’epistolario paolino e le Lettere pastorali costituiscono l’ultima tappa della composizione di questo epistolario in corrispondenza all’ultima fase della vita di Paolo (anno 67-68 d.C.): una fase molto avanzata dell’avventura che ha coinvolto la sua vita; quell’avventura che ha fatto di lui un cristiano, diremmo noi, ma Paolo non usa questo nome. Si presenta usando altri attributi. La novità decisiva che ha segnato indelebilmente il cammino della sua vita è l’impatto con l’Evangelo, quella novità che gli si è manifestata come “dynamis” (dice Paolo più volte): quella “forza” che ha ristrutturato dalle fondamenta l’impianto della sua vita e che ha fatto di lui, immediatamente, intrinsecamente per il valore sorgivo, pulsante, vivificante della novità che ha segnato la sua vita, un testimone, un evangelizzatore.

Noi abbiamo a che fare con il lascito ormai molto sedimentato, per le esperienze raccolte nel corso di una vita cristiana, e che per Paolo fa tutt’uno con il servizio dell’Evangelo e dunque una maturità che riguarda il suo vissuto personale, nel senso della sintesi interiore a cui Paolo è giunto; ma maturità anche nel senso che Paolo avverte in maniera sempre più urgente, provocatoria, la necessità di guardare ad un futuro che oramai va oltre al limite della sua esistenza umana; le misure temporali della sua vicenda personale stanno giungendo all’esaurimento. E dunque c’è un seguito? E il seguito riguarda per lui la necessità di raccogliere l’essenziale di ogni comunicazione – in cui si ricapitola tutto della sua vita – nella elaborazione di quella “novità”, chiamiamola pure “Evangelo”, così come lui l’ha custodita, annunciata, trasmessa, testimoniata, così come lui ne ha fatto il motivo costitutivo della sua vicenda umana. E l’Evangelo custodito con tanta pazienza, delicatezza, attenzione, gratitudine, ora deve essere trasmesso: un’eredità che deve essere affidata in modo tale che altri subentrino, che l’Evangelo prosegua nel suo corso e l’iniziativa di Dio si sviluppi nella gratuità misteriosa dei suoi disegni; una consapevolezza di essere segnato dall’evidenza di un limite invalicabile per quanto riguarda il suo vissuto, la sua testimonianza personale, la sua personale obbedienza al dono che ha ricevuto e, d’altra parte, una responsabilità più che mai urgente che riguarda la trasmissione alle generazioni future.

Coloro che hanno attribuito a queste tre lettere il titolo di Lettere pastorali, implicitamente prima e poi esplicitamente, in qualche modo hanno inteso deprezzare con questo attributo il valore di questi scritti come se si trattasse di pagine aggiuntive che in realtà non dicono niente di nuovo, ma semplicemente danno forma a preoccupazioni di ordine tecnico, amministrativo, pastorale nel senso deteriore dell’aggettivo – come spesso l’intendiamo anche noi – dove parlare di “pastorale” significa parlare di organizzare un certo sistema di servizi e di contribuzioni per cui ne vien fuori un certo meccanismo socio-economico-culturale-religioso. E allora non c’è bisogno neanche di scomodare Paolo perché ha detto cose più interessanti, illuminanti, ricche e preziose in altra sede: nelle Lettere pastorali non dice più niente.

Credo che non sia esattamente così. Quando ho proposto di dedicare i nostri incontri alla lettura di questi testi, un po’ ho proposto a me stesso e quindi impongo anche a voi di affrontare la lettura di pagine che qua e là potrebbero anche annoiarci, potrebbero sembrarci eccessivamente condizionate da contesti di ordine oggettivo che sono lontani dal nostro vissuto. Lo verificheremo insieme. Intanto prendiamo atto di aver a che fare con la fase della vita di un uomo, di un cristiano e di un evangelizzatore come Paolo in cui tutto si riduce all’essenziale. E, d’altra parte, Paolo cerca, come sempre, vie di contatto, incontro, relazionamento, comunicazione. Subito non può sfuggirci una nota caratteristica, una volta avviato il nostro lavoro: le lettere di Paolo sono indirizzate, in condizioni normali, a delle Chiese. Paolo scrive ai cristiani della Chiesa di Tessalonica, così ai Corinzi, ai Filippesi, agli Efesini, ai Colossesi; qui Paolo scrive a Timoteo e a Tito. Tre Lettere pastorali sono indirizzate non a delle Chiese, ma a dei singoli personaggi. C’è un’altra lettera, un biglietto in verità, indirizzata a un personaggio, a Filèmone, ma è un biglietto che si può inserire come appendice particolare ad altri scritti dell’epoca.

Paolo scrive a Timoteo e Tito, destinatari molto precisi che sono impegnati da tempo accanto a Paolo nel servizio dell’Evangelo, ma Paolo ci tiene più che mai, in questa fase terminale della sua vita in cui la sua attività pastorale si esprime col massimo dell’impegno, a interpellare singolarmente i suoi interlocutori. Come dire che se leggiamo queste lettere è perché anche noi dobbiamo avere la pazienza di essere sollecitati, richiamati, coinvolti personalmente. Questo è sempre vero, naturalmente, per tutti i libri della sacra scrittura, per i libri del Nuovo Testamento e le lettere di Paolo: è particolarmente vero per queste tre letterine che Paolo indirizza a singoli interlocutori proprio perché ritiene che la comunicazione sia così pregnante che non è il caso di farne un messaggio per il pubblico, anche se qualificato come un’assemblea liturgica. E’ un messaggio così intenso che ha bisogno di una relazione direttamente interpersonale. C’è di mezzo l’Evangelo e l’Evangelo custodito, l’Evangelo trasmesso. E questo passaggio sta alle nostre spalle ormai da molte generazioni, ma mette in gioco ancora il motivo d’essere della nostra generazione di cristiani, dove le nostre Chiese sono coinvolte in quanto tali e dove ciascuno di noi è chiamato a riconoscersi come diretto interlocutore di Paolo.

La prima lettera a Timoteo è indirizzata a questo amico, collaboratore, discepolo di Paolo di cui si parla negli Atti degli Apostoli a più riprese. Paolo gli scrive dalla Macedonia; è in viaggio, molto probabilmente è l’ultimo viaggio della sua vita che lo condurrà a Roma dove poi morirà. Dalla Macedonia scrive a Timoteo che ha lasciato poco tempo prima a Efeso.

In obbedienza a Dio salvatore e a Gesù nostra speranza

Cap 1, vv.1,2: i primi due versetti della lettera contengono l’indirizzo e il saluto come avviene solitamente in uno scritto epistolare. “Paolo, apostolo di Cristo Gesù per comando di Dio nostro salvatore e di Cristo Gesù nostra speranza, a Timòteo, vero figlio mio nella fede: grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro”.

L’attributo che Paolo mette qui in evidenza lo troviamo anche altrove benché non sempre allo stesso modo: “apostolos”: Paolo si presenta in quanto “inviato”, un impegno missionario il suo che ricapitola l’essenziale della sua vita, una vita che ormai si sta consumando nella continuità con quella che è stata la missione di Gesù in quanto Messia. Non dice qui Gesù Cristo, dice Cristo Gesù: è il Messia Gesù, colui che ha portato a compimento la missione per eccellenza, la missione durante la quale ha compiuto le promesse, ha realizzato la lunga storia nel corso della quale la parola di Dio ha impostato un discorso che finalmente è stato comprovato nei fatti. Il Messia è Gesù.

E Paolo è apostolo; è vissuto, sta vivendo e sta esaurendo la sua esistenza umana, e subito ci tiene a illustrare questa sua condizione di vita missionaria che è inserita nella continuità con quella che è stata la missione realizzata una volta per tutte da Cristo Gesù. E illustra questa sua condizione missionaria mediante due riferimenti: “Gesù per comando di Dio nostro salvatore”. Si pone in atteggiamento di obbedienza rispetto all’iniziativa di Dio; e il termine “salvatore” torna più volte nelle Lettere pastorali, anche se non è frequente nel Nuovo Testamento, e Paolo dà uno spazio piuttosto importante a questo titolo che rinvia puntualmente all’iniziativa di Dio che vuole la salvezza. Una volontà di salvezza che non è rimasta un programma teorico, ma si è realizzata nei fatti della storia, nell’evento decisivo dell’incarnazione del Figlio, nella sua Pasqua redentiva. Iniziativa di Dio che può essere individuata come la chiave interpretativa di tutta una lunga storia che ha coinvolto le generazioni del passato e che ha realizzato, a modo Suo, secondo le Sue intenzioni e metodologie, la salvezza da Lui voluta. E la salvezza è il ritorno alla pienezza della vita per noi creature umane che dalla vita ci siamo separati. Dio è salvatore. E’ evidente che vuole condividere con noi la pienezza della vita, il ritorno alla sorgente, nell’intimo, nel grembo, nella comunione con il Dio vivente: Dio è salvatore. Questo è il criterio interpretativo di tutto quello che è avvenuto nel passato. L’iniziativa di Dio che man mano si è espressa dal di dentro della storia umana in modo tale da portarci alla nostra condizione presente, così indelebilmente segnata ormai da questa eredità che abbiamo ricevuto; per questo Paolo è apostolo di Cristo Gesù, in obbedienza a questa iniziativa.

Ma non basta: “e di Cristo Gesù nostra speranza” dice. La prospettiva è ribaltata: il futuro sperato appartiene a Cristo Gesù. Questo è il criterio interpretativo del futuro, di tutto quello che sarà rispetto agli eventi futuri che per Paolo ormai vanno ben oltre la sua esistenza fisica che si sta consumando, e tutto quel che riguarda lo svolgimento del futuro si illumina in rapporto alla signoria di Cristo Gesù: è il Signore del futuro, è Lui che si impone come protagonista del futuro, nostra speranza. Per Paolo essere apostolo, nella sua condizione di fatto, per come si è svolta la sua vita, nelle misure di tempo che definiscono il suo presente, significa trovarsi inserito in una vicenda che per un verso lo incastona nel grembo dell’iniziativa originaria di Dio, però per un altro verso lo proietta verso il compimento di un disegno finale dove tutto della storia umana è rivelazione, epifania, apocalisse del protagonismo di Gesù. Non è un modo banale di presentarsi; Paolo non parla in questi termini per dirci che è capitato qualcosa di straordinario, parla in questi termini per dirci che questa è la condizione della vita cristiana e, in un certo modo, capita anche a noi di identificarci in questi termini.

E poi si rivolge a Timoteo e lo definisce “mio vero figlio nella fede”: una figliolanza autentica nella fede e anche questo è un dato interessante che ha molteplici riscontri anche altrove nel Nuovo Testamento: la fede come espressione della coerenza con cui liberamente si aderisce a una vocazione, a una chiamata, a un dono ricevuto. La fede, l’adesione, la corrispondenza, il coinvolgimento libero e responsabile in rapporto a questo dono ricevuto sono vissuti – in maniera essenziale e perentoria – da Paolo ed entra nella relazione con Timoteo in quanto è generatrice: la fede genera un figlio, genera dei figli. La fede non è neanche la formulazione del “Credo”, non è la ripetizione della formula, non è un prontuario di sentenze teologiche che possono essere rivestite come un paludamento che serve a distinguere qualcuno da qualcun altro; la fede è una potenza generatrice; “vero figlio mio nella fede” dove l’autenticità della figliolanza è garantita dalla fede. La fede è feconda, genera credenti. Paolo si rivolge a Timoteo in continuità con quello che diceva di sé e si rivolge a noi, a ciascuno di noi: “vedi, quello di cui ti sto parlando e che mi riguarda, mi ha preso e coinvolto in quella maniera così vorticosa che abbiamo appena intuito e che è il flusso vitale che scorre tra me e te. La relazione tra me e te non ha un significato meno fecondo, meno pregnante, meno vivificante di questo: quello che riguarda me si riversa nella relazione con te come fecondità che genera una figliolanza”.

E poi c’è il saluto e Paolo usa tre termini: “grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù Signore nostro”. In altre lettere, numerose, nel saluto introduttivo Paolo usa due termini: “grazia e pace”. Normalmente chi, in sede esegetica legge questo testo, mette in collegamento la “grazia” con Dio Padre e la “pace” con il Signore nostro Gesù Cristo. E’ invece interessante constatare qui che all’interno di questa coppia di termini che servono a esplicitare la benedizione con cui ci si saluta all’inizio di una lettera, “grazia” è un saluto che rimanda a un contesto culturale greco e “pace” a un contesto culturale ebraico; e “misericordia” non compare casualmente qui a far da perno agli altri due termini noti e scontati, ma è un modo molto significativo per noi di mettere a fuoco qual è la vera natura del flusso vitale che scorre da Paolo a Timoteo: un’eredità d’amore viene trasmessa. La fede genera dei credenti, ma questa potenza generativa che va da un genitore a un figlio, da una generazione all’altra, con diverse modulazioni, è intrinsecamente, costitutivamente attuazione di una potenza di amore. Che cosa vorrà dire? Tanti interrogativi rimangono, ma devo dire subito che siamo abbastanza abituati a usare espressioni analoghe a queste anche in altri contesti. Questa continuità nella fede, nell’Evangelo, nella vita cristiana è una vita che genera, che è generata e che genererà ed è sostenuta da un intrinseco dinamismo d’amore, una gratuità d’amore.

L’evangelizzazione in corso

Nei versetti seguenti (da 3 fino a 20) possiamo individuare una prima sezione della nostra lettera. Altre lettere di Paolo sono molto meglio strutturate, più evidenti; nelle Lettere pastorali il testo sembra molto più frammentario, più una composizione di appunti, un messaggio che è molto più spoglio dal punto di vista della elaborazione letteraria; è molto più scarno, non ha preoccupazioni di affrontare il pubblico o di essere redatto in forma letteraria. E’ un testo un po’ disarticolato ed è il motivo per cui certi studiosi non hanno grande simpatia per queste pagine.

Dal v. 3 al v 20 uno sguardo panoramico su quella che possiamo definire una evangelizzazione in corso. Abbiamo già avvertito dai primi due versetti qual è la situazione in cui Paolo si trova e in quale situazione ritiene che anche Timoteo sia collocato; anche noi siamo collocati in quella situazione, quella corrente, quel flusso, generati per generare ed è il dinamismo gratuito nell’amore che manovra tutta l’operazione.

Quattro brevi paragrafi.

I guasti di un linguaggio senza interiorità

Primo paragrafo, dal v. 3 al v. 7: “Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere in Efeso, perché tu invitassi (attenzione a questo verbo che ritornerà successivamente; la traduzione è insufficiente, il verbo è più energico, è un richiamo e quindi c’è di mezzo qualcosa che non funziona, qualche rischio, un pericolo che Paolo intravede e di cui parla con Timoteo) alcuni a non insegnare dottrine diverse e a non badare più a favole e a genealogie interminabili, che servono più a vane discussioni che al disegno divino manifestato nella fede”. C’è di mezzo una questione o una serie di questioni relative alla didascalia, all’insegnamento; una delle modalità tipiche della comunicazione e della trasmissione e, in questo caso, una modalità a cui non si può più rinunciare per quanto riguarda la continuità e la crescita dell’evangelizzazione. Quando Paolo parla di insegnamento non intende solo la maniera didattica, ma intende insegnamento la trasmissione dell’Evangelo che comporta l’elaborazione di un linguaggio. La trasmissione dell’Evangelo non avviene senza la pazienza, l’umiltà e anche il coraggio di usare un linguaggio che deve essere man mano plasmato, raffinato, filtrato, smontato, rimontato: è il linguaggio pastorale. E Paolo vede che ci sono rischi di deviazione per quanto riguarda l’insegnamento; ci sono alcuni che insegnano dottrine diverse. Che cosa intende? Parla qui di favole, genealogie interminabili, sofismi linguistici, allegorie fantastiche: un linguaggio che evidentemente non è strumento valido per quanto riguarda l’evangelizzazione. Paolo interviene con consapevole senso di responsabilità e ne parla con Timoteo; anzi dice “ti ho lasciato questo incarico di richiamare” perché in questo modo viene compromessa (nel v. 4) l’economia della salvezza, dove leggiamo “il disegno divino manifestato nella fede”. Abbiamo a che fare con tentativi di elaborare un linguaggio che non tiene più conto, come invece è necessario, dell’economia della salvezza, di quella storia della salvezza mediante la quale Dio si è rivelato; la Sua economia, fino all’incarnazione, fino alla Pasqua redentiva. Un insegnamento che è deviante perché si disperde in fantasie con preoccupazioni di ordine devozionale.

Siamo sempre in un contesto dove sono in gioco le strade dei credenti o di coloro che come tali vogliono presentarsi addirittura in atteggiamento magistrale, ma è un magistero deviato che tende a fissarsi su elaborazioni di carattere normativo, legislativo, astratto. E questa proiezione verso sentenze, proclami, insegnamenti che possono lì per lì apparire anche come un’elaborazione entusiasmante di concetti superiori, è deviante. Paolo avverte il rischio di perdere il contatto con l’economia di Dio nella fede, con quel Suo modo di rivelarsi a noi, di parlare a noi, con quello che è stato il Suo modo di rendersi presente come protagonista nella nostra storia umana, così che noi siamo, nella fede, dei credenti che rispondono. E questo rischio per Paolo è piuttosto rilevante ed è importante che intervenga per richiamare Timoteo.

Insiste, v. 5: “Il fine di questo richiamo è però la carità” (tutto l’insegnamento di Timoteo è orientato verso l’”agapi”, la carità) che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera”. L’agapi, la carità è il fine a cui si giunge (e qui Paolo aggiunge tre espressioni che possiamo sovrapporre tra di loro anche se si completano una con l’altra, ma sono sfaccettature di un unico, radicale atteggiamento) attraverso “un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera”. Il raggiungimento del fine passa attraverso la didascalia, l’insegnamento e appunto per questo Paolo considera piuttosto delicata la situazione nella quale l’insegnamento non sia coerente con l’economia della salvezza. La deviazione dell’insegnamento non sta nel fatto che è un insegnamento ereticale, ma sta nel fatto che è un insegnamento che si raccoglie dentro a un orizzonte astratto dove gli sviluppi delle fantasie più commoventi, affascinanti, entusiasmanti non corrispondono alla novità della vita cristiana che è segnata, in maniera precisa, indelebile come un marchio a fuoco dall’esercizio della carità.

Vs 6: “Proprio deviando da questa linea, alcuni si sono volti a fatue verbosità (dove il magistero diventa un’espressione di supremo autocompiacimento, una forma massimamente esaltante, dove la stessa cosiddetta verità diventa il modo per applaudirsi in relazione alla capacità sopraffina di elaborazione concettuale di cui si è dato prova) pretendendo di essere dottori della legge mentre non capiscono né quello che dicono, né alcuna di quelle cose che danno per sicure”. Un insegnamento legale, normativo. Il termine “nomos”, di legge, per Paolo ha un significato potentissimo che viene da lontano. Paolo qui non si muove più in un contesto propriamente giudaico, ma ci sono delle analogie, e comunque tutto lascia intendere che questo insegnamento deviante tenda, anche se non sempre allo stesso modo, a configurarsi poi in una forma sentenziosa che proclama precetti di ordine morale a cui bisogna sottostare. E’ un insegnamento anche raffinato, studiato e trasmesso mediante un linguaggio forse sofisticatissimo; pensate a tanti trattati di teologia morale, di cui peraltro non si può fare a meno, ma dove ne trovate di tutti i colori. E poi normalmente erano scritti in latino in modo tale che le finezze nelle distinzioni e nei relativi chiarimenti fossero più astratte che mai, distanti dal vissuto.

E Paolo dice: “a fatue verbosità pretendendo di essere dottori della legge mentre non capiscono quello che dicono”. Non è che sono stupidi, non c’è partecipazione interiore; non sta dicendo che sono degli sciocchi, anzi sono intelligentissimi e lucidissimi, ma non c’è interiorità, non hanno un’esperienza interiore di quello che dicono e insegnano. Questo è un rischio gravissimo per la didascalia laddove a Paolo sta a cuore l’evangelizzazione: se l’insegnamento è svuotato per quanto concerne l’esperienza interiore diventa pericoloso, molto pericoloso. “Non capiscono le cose che dicono e che danno per sicure”; non hanno esperienza, non hanno verificato, non l’hanno vissuto dentro quello che dicono e che insegnano, proclamano, sentenziano e impongono e non accettano che qualcun altro si rivolga a loro in nome di esperienze verificate.

La legge non è fatta per il giusto

Secondo paragrafo dal v. 8 al v. 11 “Certo, noi sappiamo che la legge è buona, se uno ne usa legalmente (il valore positivo della legge sta nell’essere limitata); sono convinto che la legge non è fatta per il giusto”. Il limite della legge sta nell’efficacia che dimostra quando denuncia i comportamenti negativi. La legge serve a denunciare il negativo ed è nella consapevolezza di questo limite che la legge torna utile. E qui Paolo elenca una serie di quattordici categorie comportamentali negative: a questo riguardo la legge è efficientissima; ti sciorina tutto un codice di reati, li individua, li definisce, li circoscrive, li ritaglia, li distingue con il massimo della precisione. “… sono convinto che la legge non è fatta per il giusto ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, i fornicatori, i pervertiti, i trafficanti di uomini, i falsi, gli spergiuri e per ogni altra cosa che è contraria alla sana dottrina, secondo il vangelo della gloria del beato Dio che mi è stato affidato”. Un elenco di quattordici figure negative a riguardo delle quali la legge è più che mai efficace, pertinente, eloquente, didatticamente efficace; ma la legge non è fatta per il giusto. E quell’insegnamento di cui Paolo parlava non è per l’edificazione della vita cristiana, è per definire il negativo.

E nei vv. 10-11, alla fine del paragrafo Paolo dice che la legge è fatta “per ogni altra cosa che è contraria alla sana dottrina”. Questa sana dottrina per Paolo è lo stesso che dire l’Evangelo, in quanto è la salute della vita e lo afferma nel v. 11 “secondo il vangelo della gloria del beato Dio che mi è stato affidato”. Ancora una volta vedete come Paolo interpreta dall’interno il valore straordinario della vita cristiana: partecipazione alla gloria, alla gloria del beato Dio. E proprio questo coinvolgimento nella novità di cui Dio stesso si è rivelato protagonista attraverso la Sua economia di salvezza ha segnato indelebilmente l’impegno della vita di Paolo: l’Evangelo “che mi è stato affidato”, “che ho ricevuto, accolto, custodito” e che sta trasmettendo.

La vocazione di Paolo: una corrente di fede e di amore

Terzo paragrafo, dal v. 12 al v. 17. Paolo adesso si espone direttamente in prima persona. Si è presentato così dall’inizio e non nella forma autorevole del maestro che insegna a una Chiesa, ma nella forma del padre che parla a un figlio, di un cristiano che parla a un altro cristiano, nella forma di un povero cristiano che vuole trasmettere la novità straordinaria che ha segnato la sua vita perché altri poveri cristiani non rinuncino a questa stessa novità. “Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza (la dynamis a cui accennavo inizialmente), Cristo Gesù Signore nostro (quella forza che ha operato nella vita di Paolo e questa gratitudine è una maniera per ricapitolare ogni cosa), perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero (la diaconia, il servizio dell’Evangelo): “io (insiste in questa testimonianza personale) che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento (un pover’uomo. E Paolo a questo riguardo non ha niente da nascondere). Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede (Paolo fa appello all’ignoranza non per giustificarsi, ma per ricostruire oggettivamente il percorso compiuto); così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù”.

Paolo parla di una “grazia”: è un dono gratuito, è quello che ha verificato nel corso della sua vita, l’incontro con il Messia Gesù, il Signore vivente, Lui glorioso, vittorioso sulla morte. E questo dono gratuito che ha segnato e ristrutturato dalle fondamenta l’esistenza umana di Paolo, non viene rimandato a un episodio; Paolo lo documenta qui, nella comunicazione con noi, in quanto si è trattato per lui di un inserimento in una corrente di fede e di amore che scaturisce da Cristo Gesù. Si è trovato preso, trascinato, trasportato e usa due termini quanto mai significativi: fede e carità, termini indissolubili. Una corrente che lo ha avvolto, soverchiato, impregnato – fede e carità – in quanto questa corrente proviene da Lui, scaturisce da Lui. E quando Paolo parla di quello che gli è capitato non fa appello a episodi straordinari e prodigiosi che hanno caratterizzato in maniera unica e irripetibile la sua vita; sta parlando di quello che è il vissuto di un povero cristiano che va da una conferma all’altra per quanto riguarda la corrente di amore che lo avvolge e che lo trasporta.

Vs 15: “Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io”. Questa è una verità assoluta, ineccepibile, incontestabile, piena di valore positivo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io.

Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia (ho ottenuto misericordia proprio perché peccatore), perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna”. E, a questo punto, è come se Paolo non riuscisse più a trattenere il traboccamento di una voce che diventa un canto: “Al Re dei secoli incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen”. Sembra che qui sia finito tutto. No, è la realtà in corso, l’evangelizzazione in corso, è magma incandescente che continua a scivolare lungo in pendio; un’irruzione festosa di un canto che corrisponde esattamente a quello stupore che è dimensione che identifica, in tutte le sue possibilità di espressione, l’animo di Paolo; tutto è da ricondurre alla gratitudine per come la misericordia di Dio si è espressa, e non in modo teorico ma nella documentata concretezza della sua povera vita umana.

La buona battaglia del cristiano

Quarto paragrafo (vv. 18-20): “Questo è l’avvertimento (richiamo) che ti do, figlio mio Timòteo, in accordo con le profezie che sono state fatte a tuo riguardo, perché, fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia con fede e buona coscienza, poiché alcuni che l’hanno ripudiata hanno fatto naufragio nella fede; tra essi Imenèo e Alessandro, che ho consegnato a satana perché imparino a non più bestemmiare”. E’ una conversazione tra amici, collaboratori, legati da un vincolo di intimità che permette a Paolo di fare anche dei nomi. Bisogna cogliere, ancora una volta, l’urgenza di questo richiamo che Paolo indirizza a Timoteo perché assuma responsabilmente la posizione che gli è stata conferita in virtù di un carisma profetico. Proprio quello che abbiamo già constatato: Paolo si rivolge a un altro cristiano, Timoteo, ricordando quali sono state le profezie fatte a suo riguardo, perché, fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia: la bella battaglia, la bellezza di una vita obbediente al carisma profetico ricevuto. E dire carisma profetico è un modo per ricapitolare tutto quello che riguarda la vocazione, la missione, il ministero, il servizio, l’impegno civile e professionale e tutto quello che riguarda poi la formazione e l’attuazione di una vita cristiana. E questa vita cristiana è tutta interna a un carisma profetico ricevuto.

Questa è la battaglia, bellissima battaglia, una militanza splendida dove c’è poco da preoccuparsi per quanto riguarda gli aspetti dello scontro o del confronto brusco e forse addirittura violento. No, è una bella battaglia condotta “con fede e buona coscienza”. Paolo ritorna alla fede che è autenticata dalla buona coscienza. La vita cristiana si realizza come risposta a una vocazione ricevuta che si esplicita in tutte le ramificazioni del vissuto, ed è risposta a un dono d’amore ricevuto, a una vocazione ricevuta; è una risposta che è costantemente appoggiata sulla bontà sincera. Sembra un’affermazione un po’ banale. Forse sarà capitato anche a voi in occasione del 50° anniversario dell’inaugurazione del Concilio Vaticano II di aver riletto o riascoltato alcune pagine. A me è capitato di leggere il primo discorso inaugurale di Papa Giovanni e ancora, un mese prima, il messaggio radiofonico inviato al mondo e quelle pagine sono una conferma che corrisponde puntualmente a quello che sta dicendo qui Paolo. La vita cristiana che acquista bellezza nella coerente risposta alla vocazione ricevuta nella fede in quanto è appoggiata alla bontà sincera; è proprio mossa, sostenuta, motivata da una coscienza buona, dalla bontà sincera. E quello che dice dopo è perfettamente coerente perché dice “alcuni l’hanno ripudiata”. Che cosa hanno ripudiato? La bontà e hanno fatto naufragio nella fede. Hanno naufragato nella fede e la fede sta nella bontà. Tra essi Imeneo e Alessandro … Non sta pronunciando una condanna, ma dice “vedi che bisogna pensare a loro” perché sono dei poveri naufraghi. “… Imenèo e Alessandro, che ho consegnato a satana” sono alle prese coi gorghi di satana nel naufragio e nei loro confronti occorre una responsabilità pedagogica perché imparino a ritrovarsi (in contrappunto alla bestemmia che Paolo conosce bene, essendo stato egli stesso blasfemo) nella Parola che è sicura e degna di essere da tutti accolta. Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io.

Ciclo di incontri del 2012-2013

http://www.incontripioparisi.it


 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 14/09/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 1.373 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione Permanente on WordPress.com
settembre: 2017
L M M G V S D
« Ago   Nov »
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930  

  • 150,968 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Tag

Aborto Advent Advento Adviento Africa Afrique Alegria Ambiente America Amor Amore Amoris laetitia Anthony Bloom Arabia Saudita Arte Arte cristiana Arte sacra Asia Bibi Ateismo Avent Avvento Bellezza Benedetto XVI Bibbia Bible Biblia Boko Haram Book of Genesis Bruno Forte Capitalismo Cardinal Newman Carême Chiamate in attesa Chiesa China Chrétiens persécutés Church Cibo Cina Cinema Colombia Confessione Contemplazione Cristianesimo Cristiani perseguitati Cristianos perseguidos Cuaresma Cuba Cultura Curia romana Daesh Dialogo Dialogo Interreligioso Dialogue Dio Diritti umani Domenica del Tempo ordinario (A) Domenica del Tempo Ordinario (C) Domenica Tempo ordinario (C) Donna Ecologia Economia Ecumenismo Enciclica Enzo Bianchi Epifania Estados Unidos Eucaristia Europa Evangelizzazione Fame Famiglia Famille Family Família Fede Fondamentalismo France Gabrielle Bossis Genesi Gianfranco Ravasi Giovani Giovedì Santo Giubileo Gregory of Narek Guerra Guglielmo di Saint-Thierry Gênesis Henri Nouwen Iglesia India Iraq ISIS Islam Italia Jacob José Tolentino Mendonça Kenya La bisaccia del mendicante La Cuaresma con Maurice Zundel La Madonna nell’arte La preghiera giorno dopo giorno Laudato si' Le Carême avec Maurice Zundel Lectio Lectio della Domenica - A Lectio Divina Lent LENT with Gregory of Narek Le prediche di Spoleto Libia Libro del Génesis Libro dell'esodo Libro della Genesi Litany of Loreto Litany of Mary Livre de la Genèse Livro do Gênesis Madonna Magnificat Maria Martin Lutero martiri Matrimonio Maurice Zundel Medio Oriente Migranti Misericordia Mission Missione Morte México Natale Nigeria Noël October Oração Pace Padre nostro Padri del Deserto Paix Pakistan Papa Francesco Papa Francisco Pape François Paraguay Paul VI Paz Pedofilia Perdono Persecuted Christians Persecution of Christians Persecuzione anti-cristiani Persecuzione dei cristiani Pittura Pobres Pobreza Politica Pope Francis Poveri Povertà Prayers Preghiera Profughi Quaresima Quaresima con i Padri del Deserto Quaresma Quaresma com Henri Nouwen Raniero Cantalamessa Rifugiati Rosary Sacramento della Misericordia Santità Scienza Sconfinamenti della Missione Settimana del Tempo Ordinario Silvano Fausti Simone Weil Sinodo Siria Solidarietà Spiritualità Stati Uniti Sud Sudan Synod Terrorismo Terrorismo islamico Testimoni Testimonianza Thomas Merton Tolentino Mendonça Turchia Uganda Vatican Vaticano Venerdì Santo Viaggio apostolico Violenza Virgin Mary Von Balthasar

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: