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XXIV domenica del Tempo ordinario (A) Lectio

XXIV domenica del Tempo ordinario (A)
Matteo 18,21-35

XXIV

La liturgia di questa domenica ci parla del dono della riconciliazione, dono che viene da Dio attraverso il perdono chiesto e donato. E noi, cristiani, siamo chiamati ad essere segno visibile di questo amore che va oltre ogni cosa ed è capace di spezzare ogni sorta di catena.

Matteo è l’evangelista che, più degli altri, dedica attenzione al tema del perdono. Nel capitolo 18 infatti, Gesù dà alla comunità dei discepoli il potere e l’ordine di perdonare. Ma Pietro, in questi versetti, interrompe Gesù con una domanda che introduce una nuova problematica: fino a dove arriva l’obbligo di perdonare? Bisogna perdonare … bene! Ma quante volte?

Gesù, ancora una volta, partendo dalla domanda concreta del suo interlocutore, ci conduce al piano superiore, quello dell’esperienza di Dio. La sua risposta si articola in due momenti:

  • Gesù stabilisce un perdono senza limiti (Mt 18, 21-22)
  • Motiva il perdono senza limiti con la parabola del debitore (Mt 18, 25-35)

Il cristiano è sempre in debito di perdono! È ciò che ha bisogno da Dio e che deve dare al suo prossimo.

v.21-22 «quante volte dovrò perdonare?»: Pietro chiede al Signore quante volte si debba esercitare il perdono. I vv. 21-22 fanno parte della struttura del testo di Domenica scorsa essendo la conclusione logica e naturale in quanto si occupa del perdono fraterno. Correzione e perdono sono atteggiamenti che non si contraddicono, anzi se il perdono non esclude la correzione, questa esige sempre e comunque il perdono. Gesù sa bene quel che dice [lo abbiamo ascoltato parlare di amore verso i nemici (Mt 5,38-48) che supera la «legge del taglione»] e già l’A.T. è pieno della legge del perdono:

  • Mose che perdona il popolo ribelle e mormoratore (Es 16; 32,11-14; ecc.);
  • Davide che perdona Saul che lo perseguita (1 Sam 24 e 26);
  • il salmista perseguitato e percosso che si rimette alla divina misericordia (Sal 7; 16 (17); ecc.);
  • il servo sofferente (Is 53,7-8);
  • la dottrina sapienziale (cf I lettura)

«sette volte»: i rabbini insegnavano che Dio perdona solo due volte, alla terza punisce. Pietro va ben oltre l’insegnamento ufficiale ma Gesù sorpassa ogni pur ottimistica prospettiva umana; il canto della spada di Lamech è rovesciato (Gen 4,24). Il simbolismo dei numeri è da intendere che il perdono è per ogni mancanza e qualunque ne sia il numero.

Il sette indica la pienezza e i suoi multipli indicano la pienezza di pienezza: non sono più i numeri (77 o 70×7=490 che sia) che pur grandi sono sempre limitati ma sempre e per sempre! Come potremmo altrimenti pregare il Padre: «Tu rimetti a noi ì debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» ogni giorno della nostra esistenza?

v.23 – «A proposito»: in greco dia toùto = per questo. Come in cielo così in terra (sia fatta la tua volontà). «fare i conti»: lett. in gr. “portare a galla insieme”, i conti, come dice il verbo synáirô, che noi traduciamo con “regolare i conti”. Il re dunque regola i suoi conti, il senso è come in 25,19, la parabola dei talenti; in Lc 16,6 la parabola del fattore disonesto; Lc 19,15, la parabola delle mine, Mt 24,46-47, la parabola del servo fedele e sapiente. Il rendiconto finale è conosciuto ed è per tutti; ciascuno è chiamato ad assumersi personalmente le sue responsabilità.

v.24 – «debitore di 10.000 talenti: ecco un servo (doùlos = schiavo) che ha un debito immenso: 10.000 talenti. Il testo non precisa di che materia, essendo il talento una misura di peso di circa 40 Kg. Se fosse oro fino avremmo oggi circa 400.000 Kg per un valore (1 g = 38,33 euro1) di circa 15.332 miliardi di euro. Il «talento» era un taglio di denaro molto grosso, tra seimila e diecimila denari, quando un denaro rappresentava il salario di una giornata lavorativa (vedi 20,2). Perciò migliaia o diecimila talenti rappresentava una somma astronomica, un debito che il servo non avrebbe mai potuto ripagare. Una somma favolosa non solo ai tempi di Gesù ma notevole anche oggi.

v.25 – «ordinò che fosse venduto…»: Anche se alcuni testi biblici ammettono che i figli potevano essere venduti come schiavi per saldare i debiti del padre (2 Re 4,1; Is 50,1; Ne 5,5), ai tempi di Gesù questo non era ammesso. Secondo la legge ebraica, la moglie non poteva essere venduta per nessun motivo. Dobbiamo quindi supporre che il re fosse un pagano. Poiché il ricavo dalla vendita non bastava a ripagare il debito, l’azione del re doveva essere intesa più che altro come una punizione. Le leggi antiche in materia di debiti erano dunque terribilmente dure: il creditore insoddisfatto poteva ”colpire” non solo la persona fisica del debitore, ma anche la moglie e i figli, vendendoli come schiavi oltre al sequestro dei beni qualora vi fossero. Inutile scandalizzarsi, perché se appena verso la metà del 1800 i cosiddetti stati “civili” hanno abolito la prigione per debiti, la schiavitù è invece rimasta anche se sotto forme diverse e meno appariscenti.

v.27 – «Impietositosi»: in gr. splanchnìzomai = ebbe viscere di misericordia, un verbo proprio di Dio (cf Mt 9,35-38 Dom. XI). Splànchna sono le viscere materne, modo figurato per indicare la divina Misericordia. Come una madre è intimamente legata al figlio che le sue viscere hanno generato così Dio è legato all’uomo anzi «egli ti amerà più di tua madre» (cfr. Sir 4,10); «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (cfr. Is 49,15).

Nel N.T. il verbo si trova solo nei sinottici, quasi sempre riferito a Gesù, per indicare il moto divino di pietà per i sofferenti.

Usato per sottolineare una caratteristica saliente della personalità di Gesù è interessante esaminare come Gesù reagisce al sentimento di compassione che prova. Possiamo distinguere i brani dove Gesù ha compassione delle folle e quelli dove ha compassione di un singolo: alla compassione per le folle «disperse e senza pastore», nel brano di Matteo lega la missione dei dodici, che, come quella di Gesù non si limita a predicare, ma a guarire e scacciare i demòni; in Mc 6,34 (vedi sinossi) alla compassione per la stessa motivazione Gesù risponde «insegnando» e moltiplicando i pani e i pesci per dare loro da mangiare, quando sono sfinite; la moltiplicazione dei pani è la risposta anche di Mt 15,32; Mc 8,2; in Mt 14,14 Gesù guarisce i loro malati. Quando Gesù ha compassione per un singolo opera un miracolo di guarigione (cfr. Mt 20,34 e Mc 1,41) o di risurrezione (cfr. Lc 7,13). Gesù è sempre attento al dolore, alla sofferenza, allo smarrimento dei singoli e delle folle con le quali viene a contatto e si prende cura concretamente di loro.

«gli condonò il debito»: Il Signore del servo è «longanime e misericordioso (cf Sal 7,11; 85,15; 102,8; 144,8; Es 34,6) compie il giubileo biblico della totale remissione dei debiti (Lv 25,8-22). Il verbo aphìemi = rimettere, lasciare con l’indicativo all’aoristo dice che l’azione si compie una volta per tutte. E’ un abbuono di grazia, non meritato e non meritabile dal servo. L’Alto ha compassione della pochezza del basso, lo restituisce alla sua dignità e lo reintegra alla sua famiglia. Un gesto regale, munifico e magnifico. «il debito»: Il greco, unico caso nel NT, usa il termine daneion, che trasforma il «debito» in un «prestito». In risposta alla supplica del servo di avere pazienza (18,26) il padrone non solo gli condona il debito ma mostra anche una squisita sensibilità e generosità chiamandolo eufemisticamente un «prestito».

v.28 – «uscito trovò un altro servo»: la legge del giubileo biblico (Lv 25,8-22) chiede, pena il decadimento, che esso sia applicato in modo interreciproco tra i fratelli. Il servo beneficato trova un collega, «syn-doulos» =un con-servo del re debitore nei suoi riguardi di appena 100 denari. La somma era l’equivalente di circa 100 giornate lavorative di un operaio (cf Mt 20,2 parabola degli operai mandati nella vigna); una somma irrisoria se confrontata con il debito precedente.

vv.29-30 – «gettatosi a terra, lo supplicava»: Il parallelismo tra le due scene è interrotto sol perché il servo a cui era stato condonato il debito non accoglie la supplica, ma fa gettare il debitore in carcere finché non avesse pagato il dovuto. Alla pazienza del re segue la cattiveria del primo servo che non ha imparato l’umiltà e la misericordia da quello che gli era accaduto.

«cento denari»: In confronto al debito di diecimila talenti questa era una somma irrisoria (il salario di 100 giorni) che avrebbe potuto facilmente essere restituita se il creditore avesse avuto un po’ di pazienza. Il modo in cui tratta il suo debitore («presolo per la gola quasi lo strozzava») è in stridente contrasto con il trattamento avuto dal re.

v.31 – «altri con-servi furono dispiaciuti»: dobbiamo correggere la traduzione CEI con afflitti con veemenza, indignati molto e tristi per l’episodio squallido a cui hanno assistito. Questi servi sono in linea con il loro Re, hanno un cuore e per questo gli raccontano l’accaduto.

v.32 – «servo malvagio»: (cf. Lc 19,22 parabola delle mine) il Re esigendo che la sua longanimità sia attuata anche dai suoi sudditi, rinfaccia al servo di avergli «condonato» (aphìemi) tutto intero il debito solo perché era stato «invocato» (parakaléo).

v.33 – «non dovevi»: (èdei) era necessario, bisognava, è il Disegno divino che doveva essere attuato (cf Mt 23,23; Lc 11,42; 15,32; 24,7.26; vedi anche Lc 13,16 guarigione della donna curva, in giorno di sabato).

«aver pietà»: in gr. eleéo (da cui l’invocazione Kyrie eleison) un verbo usato per lo più in riferimento alla misericordia di Dio verso l’uomo e nelle beatitudini (Mt 5,7). Il verbo eleèin sottolinea un perdono che supera le leggi della giustizia rigida, degli interessi e del rigore inflessibile. Tra il Re e i suoi servi deve regnare il medesimo atteggiamento: Dio è l’Archetipo divino unico dell’uomo e l’uomo è a sua «immagine e somiglianza».

v.34 – «sdegnato lo diede ai torturatori»: al condono munifico segue l’ira e la condanna durissima per il servo spietato; consegnato agli esecutori di giustizia che usano anche pene corporali, i torturatori (solo qui in Mt e in tutto il N. T.), affinché sia punito poiché la restituzione del debito è impossibile!

v.35 – «Così anche…»: il Padre celeste agirà così anche verso tutti quei suoi servi iniqui che non lo imitano. L’Evangelo diventa interprete della tradizione biblica che descrive il perdono umano come conseguenza di quello di Dio (cf I Lett. Sir 28,1-7). Cristo chiede di applicare quel giubileo biblico che Lui è venuto a portare con lo Spirito Santo (cf Lc 4,18- 19; Is 61,1-2) e che insegnò con la preghiera «del Padre nostro», con quell’autentico e terribile «rimetti a noi – come noi già rimettemmo» (Mt 6,12). E’ qui presente anche l’altro movimento, quello che a partire dal perdono degli uomini chiede il perdono di Dio.

«di cuore»: è il Cuore divino, cioè sincero, illimitato, che non cerca strategie di interesse o di buona educazione. La capacità di perdonare è ben oltre le forze dell’uomo, infatti se si possono dimenticare le disattenzioni nei nostri confronti, non siamo capaci di non tener conto del male che ci è stato fatto. Il chiedere perdono è il primo passo di Dio nei nostri confronti, il dono che riceviamo quando entra per la porta del nostro cuore (Ap 3,20). E’ Lui, dopo che abbiamo toccato il fondo, che ci sollecita a chiedergli perdono; è l’intervento misericordioso del Padre celeste che attiva in noi la richiesta di pietà (eleéo). Si entra in paradiso se si è perdonati –perdonanti!

Come ci ricorda anche la seconda lettura (Rm 14,7-9) “Siamo del Signore”, apparteniamo a lui. Non dobbiamo vivere avendo come fine noi stessi. Lo Spirito di Dio che è in noi è Spirito di grande giustizia e carità che tiene conto degli altri. Per questo Cristo è morto ed è ritornato in vita.

Maria Chiara Zulato

http://www.figliedellachiesa.org/xxiv_dom_to/


 

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Questa voce è stata pubblicata il 14/09/2017 da in Anno A, Domenica e Festività, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario.

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