COMBONIANUM – Formazione Permanente

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Lectio sulla Prima lettera a Timòteo (2)

XIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Tesfo word Prima lettera a Timòteo 2 – Pino Stancari
Testo  PDF  Prima lettera a Timòteo 2 – Pino Stancari

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Prima lettera a Timoteo – capitoli 2 – 3
L’evangelo: un’energia potente
P. Pino Stancari S.J.  

Abbiamo letto il primo capitolo della lettera a Timoteo e adesso vediamo i capitoli due e tre. Siamo alle prese con un testo che è espressione della maturità pastorale di Paolo. E’ in viaggio verso Roma per quello che sarà il suo ultimo appuntamento, là dove la scadenza definitiva si compirà per lui. Abbiamo stabilito una data, anche se in maniera un po’ convenzionale, lasciando da parte questioni che gli studiosi muovono sull’autenticità paolina di questo scritto: anno 67 d. C., Paolo scrive, mentre si trova in Macedonia, a Timòteo che è rimasto a Efeso. Il suo messaggio è espressione di una preoccupazione molto serena, per un verso, molto precisa ed esigente per altro verso. Si tratta di precisare il valore di ciò che è essenziale nella trasmissione dell’Evangelo, la consapevolezza ormai maturata di essere depositari di un dono ricevuto e poi accolto e custodito, e che deve essere trasmesso alla generazione che verrà e a quelle che si succederanno. Paolo scrive a Timoteo in atteggiamento di amicizia, di collaborazione e ancor più assumendo una responsabilità paterna nei suoi confronti e chiamando ad acquisire le caratteristiche proprie di una responsabilità pastorale che oramai lo coinvolgerà in pienezza.

Nel capitolo primo, dopo il saluto introduttivo ci siamo trovati coinvolti nel contesto di un’evangelizzazione che è in atto, in fase di svolgimento e Paolo non si disperde nell’elaborare definizioni teoriche; subito chiama Timoteo ad accogliere raccomandazioni che lo rinviano alla coerenza di una presenza nella Chiesa e, attraverso la Chiesa, nel mondo, che deve corrispondere a quella novità straordinaria che oramai, nella gratuita rivelazione delle intenzioni di Dio, è presente e operante nel mondo: questo impulso, questa “dynamis”, come la chiama Paolo, questa energia potente che è l’Evangelo. Evangelo che ha coinvolto la vita di Paolo peccatore ed ora, divenuto strumento al servizio di un disegno di misericordia che riguarda tutti i peccatori di questo mondo, Paolo si dà un gran da fare perché a Timoteo, suo figlio, come lo chiama ancora alla fine del capitolo primo (v.18), viene rivolto un avvertimento, un invito, un incoraggiamento, una raccomandazione (“Questo è l’avvertimento che ti do, figlio mio Timòteo, in accordo con le profezie che sono state fatte a tuo riguardo”…). (…)

La preghiera: un modo di stare al mondo con responsabilità verso tutti (Cap.2, vv. 1-4)

Cap. 2. Abbiamo a che fare con delle pagine che contengono alcune indicazioni, che Paolo tiene a far presenti a Timoteo, a riguardo delle riunioni di preghiera. Due paragrafi che possiamo mettere a fuoco, circoscrivere, tratteggiare nella loro particolare configurazione: il primo paragrafo fino al v. 7, il secondo nei versetti che seguono. E comunque entrambi i paragrafi si inseriscono nel quadro di una raccomandazione, come si esprime lo stesso Paolo all’inizio del cap. 2: “Ti raccomando dunque…”: raccomandazione che è mirata a mettere a fuoco il valore della preghiera nella vita cristiana e nella comunità cristiana. E subito bisogna precisare che Paolo qui non intende “preghiera” nel senso di un certo esercizio che deve essere strutturato secondo criteri di carattere liturgico, con il riferimento a gesti, pronunciamenti verbali o a anche atteggiamenti dell’animo che si inseriscono nel quadro di una descrizione della preghiera come fenomeno personale e comunitario che serva ad identificare la vita cristiana secondo dei criteri particolari, distintivi rispetto alla preghiera giudaica o alla preghiera dei pagani (perché anche i pagani pregano). La preghiera, come Paolo ne parla a Timoteo, è un modo d’essere, è un modo di stare al mondo.

Vorrei sottolineare questa affermazione: un modo di stare al mondo, indipendentemente dalle regole particolari riguardanti l’esercizio della preghiera. Infatti Paolo, nel v. 1 del cap. 2, mette in movimento diverse tipologie di preghiera; usa in sequenza quattro termini: “Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini” e quel che segue. Diverse tipologie di preghiera che Paolo segnala qui in un contesto nel quale la vita cristiana e la vita della comunità cristiana prendono posizione al cospetto del mondo. Notate che Paolo dice “si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini”. E aggiunge: “per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità”. Paolo riprende, con un’insistenza martellante, l’aggettivo “tutti”; tutti gli uomini. E’ un riferimento all’umanità intera, alla storia degli uomini, generazione dopo generazione, a quella complessità di eventi nei quali la storia umana è coinvolta e che noi, a modo nostro, possiamo chiamare “il mondo”.

Le diverse tipologie di preghiera in qualche modo convergono in una particolare modalità orante che siamo abituati a chiamare “intercessione”, ma non nel senso specifico di come l’intercessione viene organizzata, sviluppata, strutturata, esplicitata nel contesto della preghiera personale e comunitaria, ma come modo di stare al mondo laddove la vita cristiana si svolge maturando nella consapevolezza di portare in sé una responsabilità che riguarda il mondo. C’è un accenno esplicito alla vita pubblica, l’organizzazione sociale, il funzionamento di quell’impianto civile e politico che fa capo a un re, a coloro che stanno al potere, coloro che esercitano delle funzioni pubbliche: la preghiera come modalità di stare al mondo che implica la consapevolezza intima, profonda di essere chiamati ad assumere una responsabilità nei confronti dell’umanità intera. Indipendentemente dal regime politico che viene preso in considerazione (di fatto, Paolo ha a che fare con quel grande sistema amministrativo che è l’impero di Roma e il re di cui parla qui è Cesare imperatore e i magistrati cui fa riferimento sono i tecnici dell’amministrazione dell’impero nelle loro varie responsabilità e competenze) la preghiera per la comunità cristiana coincide con l’assunzione di una radicale, intima, costitutiva responsabilità nei confronti del mondo. Questo è fondamentale ed è proprio il contenuto della raccomandazione che Paolo rivolge a Timoteo. Per quanto riguarda poi tutti gli “ammennicoli” organizzativi basta l’introduzione al Messale o al Libro delle Ore o un catechismo con indicazioni precise circa le procedure da osservare in questi casi, ma non è questa la preoccupazione pastorale di Paolo.

Vedete, qui ci sono di mezzo “i re e per tutti quelli che stanno al potere” perché da loro dipende la possibilità di condurre una vita pacifica, strutturata nella “pietà e nella dignità”. Paolo usa termini pregnanti, di cui dobbiamo tener conto; parla di una “vita tranquilla” nella nostra traduzione; meglio dire “una vita pacifica”. Questa è la finalità dell’organizzazione sociale quale che sia poi il sistema che più particolarmente viene attivato con tutti i limiti e le contraddizioni che, in un modo o nell’altro, comporterà, e anche con le costanti esigenze di riforma o, addirittura, di radicale trasformazione. Ma questo è un altro discorso; intanto, la presenza di una comunità orante è presenza di coloro che sono consapevoli – per il fatto stesso di essere depositari dell’Evangelo e, dunque, impegnati a trasmetterlo nella sua fecondità per la salvezza dell’umanità intera – di essere responsabili verso la moltitudine delle creature umane; così come questa realtà grandiosa che raccoglie la presenza di tutte le creature di Dio si configura nelle sue diverse articolazioni socio-politiche.

E Paolo insiste perché (v. 3) dice “Questa è una cosa bella (la bellezza della preghiera sta proprio in questa radicale consapevolezza di responsabilità universale. “Kalòn èrgon”: è un’opera bellissima) “e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati” (vedete che questa preghiera bellissima è il nostro modo di corrispondere a quell’intenzione di Dio per cui non c’è dubbio che l’opera Sua è mirata alla salvezza di tutti) perché “arrivino alla conoscenza della verità”. Non è conoscenza soltanto come reperimento di notizie, informazioni, acquisizione di dati culturali, ma è proprio il coinvolgimento della vita umana nella relazione con la verità che è il rivelarsi di Dio. Questa è la volontà di Dio: la salvezza di tutti e la preghiera di una comunità cristiana è realizzata in modo corrispondente al dono ricevuto e, dunque, in atteggiamento di evangelizzazione verso il mondo quando la preghiera in se stessa assume la realtà del mondo: è per tutti gli uomini che l’opera della salvezza si è compiuta secondo le intenzioni di Dio, perché tutti gli uomini sono chiamati a questo coinvolgimento della loro vocazione alla vita in corrispondenza all’intenzione d’amore di Dio. La preghiera che Paolo raccomanda alla comunità dei cristiani attraverso Timoteo è un affaccio sul mondo, sulla storia umana; è un radicamento nella responsabilità. A parte poi le soluzioni di ordine tecnico; infatti ci sono di mezzo anche gli esperti, gli addetti ai lavori, personaggi che, in qualche caso, sono poco raccomandabili, re o magistrati; ma comunque la preghiera è espressione di questa radicale responsabilità nei confronti della storia umana perché la storia umana è la storia della salvezza, è la storia per la quale l’opera di Dio per la salvezza si è realizzata in modo tale da aver manifestato una fecondità ecumenica, universale.

Adoriamo l’unico Dio, che ha segnato i tempi della storia (vv. 5-7)

  1. 5: “Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo”. Paolo pone in relazione l’intenzione di salvezza che Dio ci ha rivelato per quanto riguarda l’umanità intera con l’unicità di Dio stesso: è unico ed è unico per tutti. E la preghiera che Paolo ha rievocato nelle sue varie espressioni con quella sottolineatura di una preghiera di intercessione tende a configurarsi come un atto di adorazione, non solo come singolo episodio, ma come atteggiamento adorante, laddove l’unicità di Dio è la testimonianza assoluta del Santo che è rivolto verso di noi come unico Creatore e a cui, in quanto Creatore, siamo rivolti in atteggiamento adorante. C’è di mezzo la mediazione tra Dio e gli uomini di Cristo Gesù, il Messia Gesù che nella sua umanità ha compiuto l’atto decisivo, “ha dato se stesso in riscatto per tutti”. Notate l’insistenza su queste espressioni che aprono dinanzi a noi l’orizzonte dell’universalità: ha dato se stesso per tutti; un atto mediante il quale la Sua vita, nella condizione umana, si è compiuta come dono totale di sé per tutti e noi, attraverso la Sua mediazione, adoriamo l’unico Dio. Adorare l’unico Dio fa tutt’uno con quell’atteggiamento di radicale responsabilità per quanto riguarda la realtà di tutti gli uomini nel mondo. Adorazione e intercessione sono le due facce di un unico atteggiamento: l’unico Dio, tutti gli uomini; mediatore l’uomo Cristo Gesù.

E’ interessante come qui la preghiera di adorazione è davvero per Paolo la testimonianza della libertà per eccellenza, laddove la vita pubblica, l’attività politica, l’organizzazione sociale, l’inserimento nella storia umana, tutto questo è ormai sottratto ad ogni forma di idolatria. La preghiera di adorazione che ci pone dinanzi all’unico Dio ci rende testimoni di quella libertà per cui il mondo è sottratto ai poteri dell’idolatria, delle idolatrie. Questa è la testimonianza che abbiamo ricevuto da Gesù, dice il v. 6, il “martyrion” di Gesù. Per dirla con un’espressione che è molto cara a tutti quanti noi e sappiamo bene perché, questa è la “coscienza politica” di Gesù. In Lui noi siamo adoratori dell’unico Dio e in Lui siamo condotti a una responsabilità verso il mondo, per cui non ci sono più privilegi, esclusioni, margini che non siano ricapitolati all’interno di un’unica storia di salvezza; l’intercessione. E ritroviamo qui, in questi pochi versi, una ricerca che si è sviluppata nel corso degli anni con l’aiuto determinante di Dio, ricerca in cui tutti siamo intensamente sensibilizzati. Notate anche l’accenno “ai tempi stabiliti”, sempre nel v. 6, perché la testimonianza di Gesù è stata tempestiva, non astratta o riducibile a una definizione teorica: è una testimonianza che ha scandito, ha segnato, inciso il tempo, e “i tempi” appartengono a Lui. Questa sua coscienza politica riguarda, in relazione all’unico Dio, la totalità delle creature, nel tempo e nello spazio. L’universalità non è soltanto prerogativa della moltitudine in estensione, ma è anche prerogativa della storia umana nel suo svolgimento temporale. Sempre. Quella intercessione che Paolo raccomanda a Timoteo non è riservata a qualche momento; nel senso in cui ne parla qui è un modo di stare al mondo, sempre.

Nel v. 7 si inserisce la preghiera che Paolo intende condividere con Timoteo e ogni altro cristiano: “Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti (v. 6), e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo – dico la verità, non mentisco -, maestro dei pagani nella fede e nella verità” (v.7). Paolo attribuisce a se tre titoli “banditore, araldo”, “apostolo” e maestro. E’ la sua missione, la sua vita cristiana, è la sua preghiera di adorazione e di intercessione ed è esattamente quella preghiera che intende condividere con Timoteo, così come intende condividere con i cristiani di oggi e di domani la missione al servizio dell’Evangelo. Dice di se stesso “banditore, araldo, annunciatore, apostolo (e siamo rinviati a un invito ricevuto), maestro” e siamo orientati verso una responsabilità che riguarda l’elaborazione di un dialogo che deve svilupparsi in maniera sempre più precisa, puntuale ed efficace in rapporto ai pagani di questo mondo: l’uomo che custodisce l’eredità di una missione ricevuta, l’uomo che si impegna con puntuale, meticolosa assiduità a studiare tutti i percorsi per instaurare una relazione coinvolgente con i propri interlocutori. “Questo”, dice Paolo, “è il mio modo di pregare, di custodire l’Evangelo, che ho ricevuto, e di trasmetterlo”.

Gli uomini preghino alzando le mani (v. 8)

A questo punto si inseriscono i vv. da 8 a 15 dove abbiamo ancora a che fare con le riunioni di preghiera, ma Paolo ci tiene a rimarcare, nella comunità dei discepoli del Signore, la presenza degli uomini e delle donne; presenza di “oranti”, maschi e femmine. Già su questo tema Paolo si era soffermato ampiamente nella Prima Lettera ai Corinzi perché nel contesto giudaico a cui Paolo appartiene, per fatti di nascita, cultura, studi teologici, formazione della coscienza, la preghiera è un’attività riservata agli uomini. Nella sinagoga tradizionale (valeva ai tempi di Paolo e vale ancora oggi) gli osservanti che si adeguano alle regole ricevute da una tradizione antichissima, la preghiera è un impegno che riguarda gli uomini. Le donne si inseriscono marginalmente; pregano anche loro, ma in maniera più disarticolata, diremmo disordinata, più “femminile”; orecchiano, bisbigliano qualche cosa, osservano dall’alto di un matroneo, ma non è mestiere loro; la preghiera è mestiere da uomini. Noi siamo in un altro mondo, e non preoccupiamoci se va bene così o no, se hanno ragione o torto, non ci interessa, prendiamo atto di una situazione. Per Paolo non c’è dubbio: nella comunità orante dei discepoli del Signore ci sono gli uomini in quanto uomini e le donne in quanto donne. La preghiera è una prerogativa alla quale il genere maschile sembra essere predisposto

  1. 8: “Voglio dunque che gli uomini preghino, dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese”. Mani alzate, nella purezza del tratto, nella disponibilità all’incontro, nella libertà del dialogo senza limiti e senza impedimenti, è il modo di pregare che è proprio del genere maschile. Senza dimenticare tutto quello che riguarda il genere femminile perché abbiamo a che fare non con episodi individuali, ma abbiamo a che fare con una comunità orante.

Le donne preghino adornate di opere buone… (vv. 9-10)

Dal v. 9 si rivolge alle donne in quanto espressione della vita femminile nella sua pienezza. “Allo stesso modo facciano le donne”. “Allo stesso modo”, è un modo diverso; ma “allo stesso modo”, è una via interessante; è il paragrafo più ampio che Paolo dedica alle donne, fino al v. 15. Un solo versetto per gli uomini e una serie – da 6 a 15 – per le donne, ma “allo stesso modo”, dunque inseparabilmente da quello che riguarda gli uomini. Quel che a Paolo preme non è definire la donna nel suo essere, non fa un trattato di antropologia; Paolo vuol fare in modo che la donna sia coinvolta nella preghiera comunitaria in quanto donna. “Allo stesso modo facciano le donne, con abiti decenti, adornandosi di pudore e riservatezza, non di trecce e ornamenti d’oro, di perle o di vesti sontuose, ma di opere buone, come conviene a donne che fanno professione di pietà”. La preghiera che è “allo stesso modo” anche per le donne viene definita dal riferimento essenziale alle opere buone. Potremmo correre il rischio di fermarci subito agli “abiti decenti, al pudore” e pensare che non se ne può più. (…)

Attenzione perché qui Paolo dice “opere buone”. Questo è l’essenziale della vita cristiana. E, notate, in corrispondenza alla pietà di Dio. Sul termine “pietà” dovremo ritornare; termine teologicamente prezioso per Paolo. “…come conviene a donne che fanno professione di pietà”. Non c’è titolo che sia più prestigioso per le donne, come per gli uomini, di questo; donne che vivono in corrispondenza alla pietà di Dio proprio perché sono ormai maturate nella loro vocazione, nel loro carisma femminile in maniera da essere coinvolte nella comunità orante che è allo stesso modo la comunità evangelizzante, in pienezza, non come presenze avventizie, tutto sommato superflue o, appena appena, ausiliarie, ma una presenza che è intrinseca alla vita di quella comunità orante ed evangelizzante. (…) E allora dice: “con abiti decenti, adornandosi di pudore e riservatezza”. Notate anche questi due termini: la modestia è la capacità di accoglienza; la sobrietà è quel complesso di sentimenti che orientano la vita della donna a promuovere sempre e comunque la vita. Sono termini che forse ci rimandano ancora una volta alla logica normativa della curia di Milano, ma rappresentano la capacità di accogliere, di assumere quella posizione che diventa capacità di far spazio, di allargare lo spazio, di far sì che le presenze con cui si ha a che fare siano riconosciute, apprezzate e ammirate nel loro valore umano. E “riservatezza” è quel complesso di sentimenti che convergono nella premura dedicata sempre e comunque a promuovere la vita. Questo è tipicamente femminile. E allora dice: “opere buone, come conviene a donne che fanno professione di pietà”.

…esercitando il silenzio e il carisma della maternità (vv. 11-15)

E adesso altri versetti potrebbero farci sobbalzare sulla sedia: “La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia” (modestia è quella capacità di promuovere la vita di cui ci siamo già resi conto). Quando parla di “silenzio” usa il termine “esichìa”, termine che acquista un rilievo quanto mai rilevante nella storia della vita cristiana. Dall’Oriente fino al nostro oriente di casa c’è da prendere atto come da secoli e secoli l’Evangelo è passato attraverso la devozione dei monaci esicasti: tradizione monastica che diventa tradizione popolare. Per fare un esempio, una regione come la Calabria è stata evangelizzata nel corso dei secoli dal monachesimo esicasta, dove dire “esichia” non vuol dire “stai zitto”, ma esprime quella sapienza interiore che ritma la vita e la struttura dall’interno nella capacità di ascolto e di accoglienza.

Senza bisogno di ricorrere alle grandi figure di personaggi che hanno segnato la storia della vita cristiana, che di solito sono figure di solitari, eremiti molto popolari che hanno a che fare con le folle, “esichia” è proprio una nota che dall’interno qualifica la vita cristiana. Tra l’altro nel v. 11 questo termine è tradotto con “silenzio” e alla fine del v. 12 con “atteggiamento tranquillo”, il raccoglimento. E questa è una prerogativa del discepolato femminile per come Paolo capisce le cose; e non vuol dire che siano esclusi i maschi da questa stessa maturazione nel raccoglimento, ma la donna impara, è discepola. Nella comunità cristiana, così come Paolo la concepisce, non ci sono solo gli uomini, ci sono le donne, sono discepole: “la donna sia discepola nel silenzio”.

Questo essere silenziosa non è un atteggiamento dimissionario della donna per cui si è messa la museruola o gliel’abbiamo messa, ma, per come vede le cose Paolo, è il suo modo di esplicitare il valore della presenza femminile che in questo diventa magistrale; diventa un discepolato che assume nel contesto della comunità un valore esemplare. Non è una regola che impone alla donna di sottostare, ma è per Paolo un suo modo di cogliere nella presenza femminile un riferimento che è edificante per il progresso nell’evangelizzazione della comunità intera.

E ancora insiste. C’è il richiamo ai progenitori e quindi siamo rimandati alle pagine del Genesi (capp. 2-3) che conosciamo. Senza discutere troppo sui dettagli, Paolo eredita dallo studio di quelle pagine la consapevolezza che la donna appartiene primariamente a Dio; l’uomo è fatto di terra, la donna è fatta dall’uomo. E la donna è per l’uomo perché è la mano di Dio che la porge all’uomo; la donna viene da Dio ed è relativa alla vita degli uomini; l’uomo fabbrica le cose, dà un nome agli animali con tutti gli incidenti a cui va incontro perché si convince di essere dio di questo mondo, mentre la donna che è fatta per l’uomo va incontro anche lei a degli inconvenienti, per cui si dimentica che è proprio Dio che l’ha tenuta in mano e l’ha consegnata all’uomo; si confonde e si convince che è la creatura umana il suo dio. (…)

L’episcopato (cap. 3, vv. 1-7)

Paolo adesso fa riferimento a figure di personaggi che svolgono un ruolo all’interno della comunità. Dapprima parla di un personaggio che chiama “episcopos” (dal v. 1 al v. 7), poi parla di altri personaggi che chiama “diaconi”. Questa terminologia non coincide esattamente con quella che usiamo noi oggi quando parliamo del vescovo e dei diaconi; bisogna aspettare la metà del II secolo perché siano chiarite le fisionomie di queste figure che poi diventeranno strutturali nella vita della Chiesa nel corso dei secoli fino ai nostri giorni. Più avanti nella lettera Paolo parla anche dei “presbiteri” ma, ripeto, questa terminologia non coincide esattamente con quella che usiamo oggi. Certamente ci sono delle allusioni, ma non siamo autorizzati a tirare immediatamente delle deduzioni da quello che Paolo dice qui; però è interessante tener conto di come Paolo abbia a che fare con una comunità e ricorda a Timoteo che anche lui avrà a che fare con una comunità che ha una sua organizzazione interna. In questa comunità si vengono identificando delle figure che hanno loro particolari competenze. Tra l’altro parla di “episcopos” al singolare mentre parla di “diaconi” al plurale.

Cap. 3, v. 1-7): “E’ degno di fede quanto vi dico: se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro”. Vuol fare carriera diremmo noi; Paolo non incoraggia nessuno al carrierismo, ma ci tiene a rimarcare che il motivo fondamentale per potersi prender cura della Chiesa di Dio (v.5) sta nello slancio di un desiderio entusiasmante di dedicarsi, impegnarsi, spendersi ed è encomiabile; se uno aspira all’episcopato aspira ad un nobile lavoro. Meglio sarebbe tradurre con “bello”, un’opera bella: coglie in questa aspirazione il gusto per la bellezza. Non dimenticate mai che il termine “episcopi” – tradotto con episcopato – vuol dire “visita” e l’”episcopos” è il visitatore. Tra l’altro anche noi siamo più che convinti che il ministero episcopale per antonomasia è il ministero della visita. Che cosa fa il vescovo? Visita la Chiesa, questo è il suo ministero, ma è quella visita che, sacramentalmente, prolunga e rende efficace quella che è stata la “visita” mediante la quale Dio stesso si è fatto presente nella storia umana. Questo termine poi prende anche altri significati: il vigilante, il sorvegliante; sembra piuttosto una specie di controllore, di ispettore, di carceriere. Il “visitatore” che porta con sé tutta la gratuita, sovrabbondante ricchezza del dono d’amore ricevuto che deve essere trasmesso. E Paolo ci dice che aspirare a questo servizio episcopale nella Chiesa di Dio è una cosa bella, bellissima; ma la bellezza sta in quel desiderio, è una bellezza che spunta da dentro, che scaturisce dall’intimo del cuore e che nella Chiesa trova riscontro in questa particolare figura che poi continuerà ad avere limiti ed insufficienze di ogni genere, ma intanto, per il fatto stesso che c’è, è testimone pubblicamente di quanto sia sorgiva, feconda, dirompente quella epifania di bellezza che accende il cuore umano quando desidera il servizio dell’Evangelo.

  1. 2: “Ma bisogna (e adesso chiarisce quali sono le caratteristiche positive e quelle negative del personaggio) che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta (questo vuol dire probabilmente che sia fedele a sua moglie), sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre non sia un neofita…” e quel che segue. Paolo delinea la figura di uomini fedeli, soprattutto uomini “affidabili”, di cui ci si può fidare, che, per come sono presenti nella Chiesa, mettono a disposizione un fondamento su cui ci si può appoggiare. Uomini preoccupati non di apparire; sono presenze che stanno sul fondo e sostengono il peso, non personaggi che svettano e occupano il primo piano della scena. E, quindi, questo richiamo all’impegno per valorizzare la famiglia, per garantire tutte quelle sicurezze che danno un sostegno stabile, coerente ed edificante alla famiglia e, dunque, alla Chiesa di Dio. In più, notate che le raccomandazioni riguardanti le note negative escludono particolari preoccupazioni di successo; è ancora un atteggiamento dell’animo che Paolo vuole sottolineare in coloro che, chiamati a questo servizio episcopale, non possono essere faziosi. “…non sia un neofita…” perché il rischio del neofita è di essere fazioso. Ma il neofita è un neo-convertito e quindi entusiasta, ma per questo fazioso o rischia di essere fazioso e questa faziosità orgogliosa farebbe il gioco del diavolo, dice Paolo: “non sia un neofita, perché non gli accada di montare in superbia e di cadere nella stessa condanna del diavolo. E’ necessario che egli goda buona reputazione presso quelli di fuori, per non cadere in discredito e in qualche laccio del diavolo”. Una posizione già maturata nelle cose del mondo in modo tale da escludere contestazioni e riprovazioni che possono venire dagli ambienti esterni.

I diaconi ( vv. 8-13)

Allo stesso modo i diaconi (al plurale) siano dignitosi, non doppi nel parlare, non dediti al molto vino né avidi di guadagno disonesto, e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. Perciò siano prima sottoposti a una prova e poi, se trovati irreprensibili, siano ammessi al loro servizio. Allo stesso modo le donne siano dignitose, non pettegole, sobrie, fedeli in tutto. I diaconi non siano sposati che una sola volta (come abbiamo visto prima), sappiano dirigere bene i propri figli e le proprie famiglie. Coloro infatti che avranno ben servito, si acquisteranno un grado onorifico e una grande sicurezza nella fede in Cristo Gesù”. I diaconi sono citati al plurale perché diacono vuol dire servitore e diaconia il servizio: sono addetti ai servizi che sono molteplici e variamente orientati alla edificazione comune. C’è da ritenere che questi servizi, queste diaconie siano eminentemente dedicate ai poveri, ai malati, alle presenze bisognose, deficienti, manchevoli nel contesto della comunità; comunque una molteplicità di servizi che Paolo non segnala nei dettagli, ma ci tiene a precisare che questa pluralità di impegni diaconali sia convergente perché sono servizi complementari, che si implicano reciprocamente in nome di quella che chiama (v. 9) “una coscienza pura”: “e conservino il mistero della fede in una coscienza pura”. Il mistero della fede è la rivelazione di quello che Dio ci ha donato, perché si è rivelato, si è presentato, perché ci ha visitati e perché la sua opera di amore si è realizzata nella storia umana. I molteplici servizi sono svolti da coloro che, nella purezza del cuore, mettono a disposizione il proprio modo di essere presenti e di collaborare, riconoscendo e apprezzando il modo di essere presenti e di collaborare degli altri, di tutti gli altri. “La coscienza pura”: così il mistero della fede viene conservato. Questo è importante perché Paolo non considera i diaconi come dei tecnici a cui viene applicato un incarico, ma considera i diaconi, a prescindere dalla loro tecnologia liturgica, pastorale o caritativa, come i depositari del mistero della fede, in un cuore puro. Naturalmente devono essere personaggi “provati”, come leggiamo nel v. 10: una volta che saranno stati provati nei fatti verranno introdotti nella comunità con competenze a loro adeguate.

Il v. 13, l’ultimo versetto del brano ci aiuta a capire che per Paolo questi diaconi, una volta inseriti nella comunità per svolgere il servizio di loro competenza, acquisteranno autorità in corrispondenza al prestigio del servizio svolto e così diventeranno “una grande sicurezza”; “parresia”, cioè franchezza, libertà, dignità. Sicurezza è un termine poco appropriato, “parresia” è la pienezza nella fede in Cristo Gesù, ma anche coraggio. Il punto è questo: i diaconi, acquistano autorità in quanto svolgono quel servizio; ed è lo svolgimento di quel servizio che li rende autorevoli e questa autorevolezza è il coraggio nella fede; autorevolezza che viene loro riconosciuta come motivo di prestigio edificante per la Chiesa. Anche l’ultimo dei diaconi, nel senso del servo più servo di tutti i servi nella comunità dei discepoli del Signore, è autorevolissimo proprio in quanto svolge quel servizio. Questo fa sì che acquisti “un grado onorifico” e si esprima con le forme di una testimonianza che lo rendono esemplare nella fierezza della fede.

Questo modo di ragionare di Paolo mette da parte tante nostre preoccupazioni: il rapporto uomini-donne, quelli che comandano e quelli che servono, quelli che decidono e quelli che obbediscono. Cose che siamo abituati ad intendere con linguaggio e criteri nostri; non possiamo farne a meno, ma dobbiamo renderci conto che c’è un altro linguaggio, ci sono altri modi di vivere queste cose e di metterle a disposizione del mondo per il servizio dell’Evangelo.

La missione della Chiesa: promuovere l’Evangelo ( vv. 14-16)

Questi versetti sono il perno dell’intera lettera. E’ come se Paolo riprendesse tutto quello che ha scritto nelle pagine precedenti e anticipasse tutto il seguito: è il cuore della lettera. Paolo torna al richiamo che ha rivolto direttamente a Timoteo fin dall’inizio e riprende: “Ti scrivo tutto questo, nella speranza di venire presto da te (questa speranza poi non si realizzerà), ma se dovessi tardare, voglio che tu sappia (questo è l’essenziale di tutto) come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità. Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà”. Poco prima abbiamo trovato l’espressione “il mistero della fede”, ora troviamo “il mistero della pietà”. C’è di mezzo esattamente la raccomandazione mirata a coinvolgere anche Timoteo nella capacità di curare la Chiesa del Dio vivente, ma non per il gusto di custodire un monumento, ma per quel che conta, che è la continuità dell’evangelizzazione. E identifica la Chiesa del Dio vivente mediante due attributi: casa di Dio e colonna e sostegno della verità. “Chiesa del Dio vivente” è l’espressione che sta nel centro di questa piccola costruzione letteraria ed è, nel linguaggio di Paolo, il suo modo di cogliere l’essenziale della missione della Chiesa di Dio nella storia umana. E quando dice “casa di Dio” fa riferimento a un luogo di cui si parla a più riprese nella storia della salvezza: Bethel. Di Bethel si parla nel cap. 28 del Libro del Genesi quando Giacobbe è in fuga perché il fratello Esaù lo vuole uccidere. Si trova in una località, tutto solo, dorme all’aperto e sogna. Nel sogno vede una scala che congiunge la terra con il cielo e lui sta partendo, sta lasciando quella terra e, nel sogno, una promessa: “guarda, la promessa che era per tuo nonno Abramo, per tuo padre Isacco è promessa che vale per te: questo è il luogo, casa di Dio. Giacobbe si sveglia; non è un personaggio ancora maturo nell’esperienza interiore, sembra un furfante che cerca di far fortuna nel mondo; e il sogno rimane. Dunque, vedete, “casa di Dio” è il luogo della promessa custodita, il primo attributo che Paolo conferisce alla Chiesa: la Chiesa custodisce la promessa. “Potrai dimenticartene, ma te ne ricorderai”, la promessa è custodita. E quando dice che la Chiesa di Dio è “colonna e sostegno della verità” siamo rimandati ad altri testi dell’Antico Testamento: il Libro dell’Esodo laddove il popolo che esce dall’Egitto è guidato da una colonna di nube (di giorno) o di fuoco (di notte) o di sabbia. Vuol dire che è portata dal vento e l’indicazione dell’orientamento da prendere è determinata dal vento. Colonna di nube, colonna di verità: vuol dire che la Chiesa è presente nella storia umana per sostenere e promuovere la crescita dell’Evangelo. Non ha altro motivo d’essere: là dove la promessa è custodita, là dove l’Evangelo cresce. La raccomandazione di Paolo a Timoteo: “anche tu ci sei per questo”. Curare la Chiesa di Dio significa curare quella presenza nella storia umana che è dotata di questa sua inesauribile prerogativa sacramentale: il deposito delle promesse irrevocabili, la promozione della crescita dell’Evangelo.

E, qui, il mistero della pietà: “Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà”. E Paolo inserisce un piccolo estratto di una composizione innica. Sono tre distici, sei righe, congiunte a due a due, agganciati fra di loro in sequenza. Probabilmente facevano parte di un inno che Paolo utilizza o forse lo ha composto lui, ma importa poco. Dal primo rigo facciamo subito un salto all’ultimo: “Egli si manifestò nella carne, fu assunto nella gloria”. Abbiamo a che fare con un itinerario che va dalla venuta nella carne fino all’avvento finale nella gloria. E’ il linguaggio che serve a ricapitolare tutto l’itinerario: l’evento redentivo che ha avuto luogo nella carne, la venuta finale nella gloria. E ci troviamo coinvolti nel mistero della pietà che è rivelazione dell’amore di Dio che ci contiene, ci prende in braccio, ci solleva; solleva il mondo dal basso. E questo in corrispondenza a un movimento che subito assume inconfondibilmente la fisionomia di una discesa dall’alto: è Colui che è venuto, che è disceso e poi risalito; la discesa e la risalita di Cristo, la sua Pasqua di morte e resurrezione. Non c’è dubbio, ma è proprio questo suo movimento dall’alto verso il basso, con la corrispondente risalita, che è inseparabile da quell’altro movimento vorticoso, avvolgente, penetrante per cui lo Spirito di Dio ci trascina, ci solleva, ci introduce in quella novità di cui Dio stesso è il protagonista: il mistero della pietà.

Egli si manifestò nella carne,

fu giustificato nello Spirito (è disceso e risalito e la sua intronizzazione coincide con l’effusione dello Spirito),

apparve agli angeli (è la corte celeste che celebra la Pasqua del Figlio Redentore che è disceso e risalito),

fu annunziato ai pagani (in corrispondenza alla sua intronizzazione celeste l’evangelizzazione ai pagani che si svolge nel corso della storia umana),

fu creduto nel mondo,

fu assunto nella gloria”. E’ l’Evangelo che, rivolto ai pagani, giunge fino alla pienezza del Disegno, là dove la risposta da parte dell’umanità è maturata per accogliere la venuta gloriosa del Signore Gesù che ritorna. In questi tre distici è ricapitolato tutto lo svolgimento dell’incarnazione, dell’opera redentiva, l’evangelizzazione che è in atto, la “parusia” che sta dinanzi a noi e ci viene incontro. Ed ecco in questo “mistero della pietà”, come Paolo lo ha definito, si inserisce la Chiesa con la sua missione. E tiene a dire a Timoteo: “vedi che in questo mistero della pietà sei inserito anche tu, ci sei per questo, sei anche una presenza che è definita dal mistero della pietà”. Paolo lo dice a Timoteo, ma lo dice anche a noi ed è importante che continuiamo a dircelo.

Ciclo di incontri del 2012-2013

http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 17/09/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , , .

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