COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Prima lettera a Timòteo (3)

XIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Testo word Prima lettera a Timòteo – 3 – Pino Stancari
Testo  PDF  Prima lettera a Timòteo – 3 – Pino Stancari

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Prima lettera a Timòteo (3)
Capitoli 4 – 5
La missione pastorale di Timoteo
P. Pino Stancari S.J.

(…) La prima Lettera a Timoteo di cui ci stiamo occupando ci comunica le raccomandazioni che Paolo rivolge al suo amico, discepolo e collaboratore mentre è in viaggio in Macedonia e, molto probabilmente, la direzione che ha preso il suo viaggio è determinata dall’intento di tornare a Roma, dove giungerà e sarà sottoposto a un procedimento giudiziario che si concluderà con la condanna a morte. Mentre si trova in Macedonia, Paolo scrive a Timoteo che è rimasto ad Efeso e questa testimonianza (di cui abbiamo già letto i primi tre capitoli) è massimamente personalizzata, ma nello stesso tempo prende in considerazione quello che è l’essenziale della vita cristiana e dell’evangelizzazione che costituisce ormai l’eredità da affidare alle generazioni che verranno. La prospettiva di una vicenda che si allungherà nel tempo è ormai oggetto di un maturo discernimento e, quindi, nella lettera che stiamo leggendo e nelle “Lettere pastorali” nel loro complesso, questa riflessione teologica di Paolo sull’essenziale – cioè su ciò che costituisce la novità piena e risolutiva, quella novità che appartiene a Dio, che è rivelazione per noi della Sua volontà d’amore e dell’opera di salvezza che ha un’efficacia universale – è un’eredità ricevuta, da trasmettere, un dono da custodire e da consegnare a coloro che verranno. Ed è in questa prospettiva missionaria che è coinvolta la Chiesa, le Chiese, ed è in questa dinamica di progressiva evangelizzazione che prende il suo significato autentico e maturo la vocazione alla vita cristiana di tutti: di Paolo che si presenta a noi con il suo vissuto, debitore nei confronti del dono ricevuto, di evangelizzatore, di Timoteo e di tutti quanti noi.

Facciamo il punto su quanto abbiamo già letto: dopo i primi due versetti del cap. 1 che contengono l’indirizzo e il saluto, Paolo si rivolge a Timoteo con alcune raccomandazioni che colgono il valore del momento mentre è in atto l’evangelizzazione che coinvolge direttamente Paolo e che costituisce il criterio determinante perché anche Timoteo interpreti la propria vocazione e la propria responsabilità in rapporto ai tempi che verranno e nella relazione con la Chiesa. Ricordate che nel cap. 2 abbiamo individuato una seconda sezione della Lettera nella quale Paolo porge a Timoteo alcune considerazioni circa le riunioni di preghiera. Abbiamo riflettuto a suo tempo sul mondo di intendere la “preghiera” non tanto nelle sue formalità liturgico-devozionali, ma la preghiera come un modo per stare al mondo e un modo di assumere, alla presenza di Dio, una responsabilità cosmica, storica, una responsabilità di comunione con il mondo intero perché è il mondo che è stato raggiunto dall’efficacia dell’opera redentiva compiuta da Dio, attraverso l’incarnazione del Figlio, con l’effusione dello Spirito Santo. Ed è al servizio di questa impresa che ha ormai segnato indelebilmente lo sviluppo della storia umana che si inserisce la presenza della vita cristiana e la “preghiera”. In quella sezione, nel cap. 2, Paolo ci ha fornito una lettura panoramica delle diverse tipologia di preghiera, ma sempre orientate nella direzione di una responsabilità che noi possiamo affettuosamente rinviare alla maturazione della coscienza politica.

Paolo aggiunge poi considerazioni circa la vocazione alla preghiera di uomini e di donne; successivamente, nel cap. 3, Paolo sposta l’attenzione su un certo modo di funzionare della comunità dei discepoli del Signore dando risalto ad alcune figure che svolgono un ruolo di servizio che è ritenuto, evidentemente, insostituibile: in primo luogo il vescovo, in secondo i diaconi (il primo citato al singolare, i secondi al plurale). Abbiamo a che fare, dunque, con una realtà comunitaria che assume un suo rilievo organico, ma tutto sempre al servizio dell’Evangelo, tutto sempre nella prospettiva di quell’opera di salvezza di efficacia universale che costituisce il fatto nuovo: Dio si è rivelato a noi così, e noi siamo depositari di questo dono non per trattenerlo, sigillarlo o contemplarlo nella beatitudine della nostra gratificazione, ma per riversarlo, trasmetterlo, testimoniarlo lungo tutte le strade e per tutto lo svolgimento dei tempi che verranno.

La Chiesa custode della promessa e testimone del mistero della pietà

Nel cap. 3, dal v. 14 al v. 16 Paolo affronta direttamente il suo amico e collaboratore Timoteo per rimarcare quali sono gli elementi essenziali della missione pastorale a lui affidata. Da questo momento in poi, dal v. 14 del cap. 3, ha inizio una sezione che ci porterà molto vicino alla pagina finale della Lettera, fino al cap. 6, v. 2; una sezione che possiamo intitolare “La missione pastorale di Timoteo”. Gli ultimi versetti del cap. 3 costituiscono il perno della Lettera, il punto di arrivo, ma anche il punto di partenza, il cuore di tutta la Lettera.

Ti scrivo tutto questo, nella speranza di venire presto da te (ma questo incontro non avverrà anche se non siamo certi che Timoteo abbia incontrato Paolo a Roma durante la sua prigionia: quello che è certo è che Paolo non tornerà ad Efeso); ma se dovessi tardare, voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità”. Timoteo è sollecitato a prendersi cura della Chiesa di Dio caratterizzata, illustrata, definita mediante due immagini: “casa di Dio”, “colonna e sostegno della verità”. E dove dice “casa di Dio” Paolo usa un’espressione che proviene da tanti testi dell’Antico Testamento: Bet El, Betel, casa di Dio. Si parla per la prima volta di questa località nel Libro del Genesi, cap. 28, laddove si legge di Giacobbe che è in fuga perché suo fratello Esaù vorrebbe aggredirlo e ucciderlo; abbandona la terra di Canaan per recarsi nelle regioni dell’alta Mesopotamia dove ancora ci sono dei parenti. Giacobbe è un personaggio pieno di contraddizioni, è ancora un giovane uomo alle prese con la vita in maniera tumultuosa e che dovrà affrontare tante avventure. Giacobbe vede in sogno una scala che congiunge la terra con il cielo, la presenza misteriosa di Dio con cui Giacobbe non ha molta familiarità. Ed è proprio Lui, il Dio vivente che spiega a Giacobbe quali sono state le promesse che erano state rivolte a suo padre Isacco e a suo nonno, Abramo: “e queste promesse valgono per te”.

Giacobbe non sa che cosa questo voglia dire perché non è sensibilizzato con questa storia di famiglia, che invece è definita dalla custodia di quelle promesse, ma adesso le promesse sono per lui. Questo è il motivo per cui quella località si chiamerà Betel, casa di Dio, e questo è il titolo che viene assegnato alla Chiesa: la Chiesa è il luogo in cui si custodisce la promessa e questo quand’anche, come nel caso di Giacobbe, non fosse limpida, matura e coerente la consapevolezza circa il deposito ricevuto. La Chiesa è la casa di Dio, il luogo della promessa custodita. Con l’altra immagine “colonna e sostegno della verità” siamo rinviati a quei testi nei quali si parla del viaggio che impegna il popolo uscito dall’Egitto, nella traversata del deserto, quando quella moltitudine di gente è guidata da una “colonna di nube di giorno e una colonna di fuoco di notte”. E’ il vento che porta coloro che sembrano sbandati nel deserto ed invece sono sostenuti, portati dal soffio del vento divino che sostiene e promuove l’avanzata del popolo lungo itinerari che Dio solo conosce e realizza. Quindi la Chiesa come presenza convocata da Dio nel mondo per sostenere e promuovere la crescita dell’Evangelo. “Prenditi cura della Chiesa”, raccomanda Paolo a Timoteo, perché la Chiesa di Dio è il luogo della promessa custodita, è un deposito che trattiene in sé e che le è affidato in maniera da costituire un patrimonio intramontabile. La Chiesa è presenza nella storia umana che apparentemente potrebbe dare l’impressione di una massa di sbandati, ma in realtà è testimonianza che obbedisce all’Evangelo che si espande, si effonde, si dissemina nel mondo in quanto l’Evangelo è mosso e sostenuto dal soffio del Dio vivente.

E Paolo aggiunge, nel v. 16, quel brano di una composizione innica che probabilmente trova già in uso nelle celebrazioni delle Chiese: “Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà” seguito da tre distici. L’espressione “il mistero della pietà” è dotata di una pregnanza teologica davvero commovente ed entusiasmante: la sintesi della sintesi nella 1° Lettera a Timoteo. E’ così che il Mistero di Dio si è rivelato a noi in quanto attuazione di un’opera d’amore dal basso: la pietà; l’amore dal basso. E questo mistero è grande, ricapitola tutta la storia della salvezza per il passato e contiene tutto lo sviluppo della storia futura, fino alla pienezza del disegno che si compirà in obbedienza a Dio e alla Sua volontà d’amore. A suo tempo abbiamo riflettuto su questi tre distici, su come sono posti l’uno accanto all’altro e concatenati tra di loro i due grandi movimenti che riguardano la rivelazione del Mistero di Dio, l’abbraccio con cui Dio salva il mondo: il Mistero di Dio si rivela attraverso l’incarnazione del Figlio, la Sua discesa e la Sua risalita che hanno un valore pasquale; una discesa che comporta lo sprofondamento del Figlio che si è fatto uomo fino in fondo all’abisso della morte e di là è risalito ed è stato intronizzato. L’altro movimento è prodotto dalla rivelazione del Mistero mediante l’effusione dello Spirito Santo, un vortice che avvolge, penetra, raccoglie, trascina le realtà del mondo, gli eventi della storia umana, le realtà visibili e quelle invisibili in maniera vorticosa, turbinosa, avventurosa più che mai; e, d’altra parte, lungo il percorso che il Figlio da parte Sua ha tracciato e che ormai è aperto, perché tutto si ricomponga in quella pienezza che, dall’inizio, è vitale nel grembo del Dio vivente. Il “mistero della pietà”: in pochissime battute qui, in maniera mirabile, con questa sua geniale sintesi teologica,

Paolo ci invita a contemplare il Mistero dell’Incarnazione, della redenzione e dell’evangeliz­zazione in atto; il Mistero che dinanzi a noi ci viene incontro come parusia gloriosa del Figlio. Il “mistero della pietà” è l’abbraccio di Dio mediante il Figlio che è disceso e risalito, in questo circuito smisuratamente grande ed efficace che è l’effusione dello Spirito Santo. La Parola si è fatta carne, lo Spirito è stato effuso (è il “mistero della pietà”) e tutta la creazione è sollevata, riconciliata, ricomposta e tutte le creature sono valorizzate per la loro qualità positiva in quanto sono creature di Dio; e il mistero dell’amore non ci viene incontro come lo schiacciamento dall’alto di una singolare prerogativa che spetta a Dio, solo a Lui, per cui gratuitamente fa piovere su di noi i suoi doni, ma ci viene incontro nell’attuazione di questo “mistero della pietà” che tutto raccoglie, ricompone e riconcilia dal basso, nella comunione con il Figlio che è disceso fino in fondo all’abisso e in questo modo ha assunto la posizione che adesso consente a tutte le creature, in quanto sospinte dallo Spirito di Dio, di trovare riposo nell’appartenenza a Lui, nell’obbedienza alla Sua signoria, nell’esser trascinate da Lui fino alla gloria del Regno instaurato.

Paolo sta dicendo a Timoteo che questa è la missione della Chiesa che svolge la sua missione in quanto è “casa di Dio” e “colonna e sostegno della verità” al servizio del “mistero della pietà”: questa è la missione della Chiesa, ma è la missione che è stata affidata anche a Timoteo e a ciascuno di noi.

Capitolo 4. Nei versetti da 1 a 16 Paolo raccomanda a Timoteo di assumere in pienezza la responsabilità della sua diaconia che, in questo caso, riguarda l’insegnamento anche se occorre intendersi: una “didascalia” dice in greco. E Paolo raccomanda a Timoteo di rimanere coerente fino in fondo nel suo ministero di “insegnante”. Possiamo muoverci, attraverso i versetti che seguono, tenendo sempre nel debito rilievo i versetti che abbiamo appena letto alla fine del cap. 3: è il mistero della pietà. E Paolo non per nulla prende avvio nella sua esposizione da un richiamo al falso insegnamento, un insegnamento deviato, dissonante rispetto al mistero della pietà. Il criterio per parlare di queste cose non sta né nell’eloquenza del linguaggio e neanche nella raffinatezza delle definizioni teologiche o nella grandiosità dell’impalcatura tecnico-liturgico-pastorale, come si dice usando questo aggettivo che peraltro è assai ambiguo; l’autenticità dell’insegnamento sta nell’essere al servizio del mistero della pietà.

Maestri impostori diffondono dottrine diaboliche

Cp. 4, vv. 1-6: “Lo Spirito dichiara” (questo rilancio della comunicazione rivolta direttamente a Timoteo è come se prendesse fiato, trovasse fervore in rapporto a quanto Paolo ha appena contemplato e invitato noi a contemplare: il mistero della pietà) apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza (affermazione molto pesante). Costoro vieteranno … “ e quel che segue. Paolo ci parla esattamente di una truffa dottrinaria che pure si vuole imporre come se fosse in grado di interpretare il valore della stretta finale.

Nel v. 2 leggiamo “sedotti dall’ipocrisia di impostori”: questi personaggi vengono indicati come coloro che usano un linguaggio menzognero, falso. Più interessante ancora è quell’ulteriore precisazione “gia bollati a fuoco nella loro coscienza” dove Paolo usa il verbo che viene impiegato quando si tratta di marchiare con il fuoco uno schiavo. Sono assuefatti a condurre una vita da schiavi; non solo, ma sono proprio segnati intrinsecamente, nel loro vissuto, come i professionisti della schiavitù per quanto si ammantino di pretese padronali; schiavi che vogliono passare per dominatori del mondo, maestri in grado di educare il prossimo e di trasmettere la verità decisiva. “Costoro vieteranno il matrimonio, imporranno di astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato per essere mangiati con rendimento di grazie dai fedeli e da quanti conoscono la verità. Infatti tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera”. Paolo raffigura in maniera più precisa e più comprensibile da parte nostra la presenza di questi maestri che sono degli impostori, degli schiavi che vogliono invece esercitare un diritto padronale sulle coscienze dei fedeli. Sono espressione di un ascetismo che avvilisce la bontà e la bellezza della creazione. E questo in virtù del fatto che, per come impostano il loro insegnamento e puntellano la loro autorità, sarebbero giunti alle strette finali, agli ultimi tempi; e questo è il motivo per cui ritengono di essere autorizzati, anzi di essere in dovere di imporre soluzioni ascetiche che contraddicono la bontà della creazione di Dio.

V 4: “Infatti tutto ciò che è stato creato da Dio è buono (in greco è “kalón”, bello; ogni creatura è bella ed è buona) quando la si prende con eucarestia. L’esercizio dell’eucarestia custodisce la positività del creato laddove per ogni creatura c’è una benedizione appropriata, laddove ogni creatura è depositaria di un dono che viene da Dio per cui per ogni creatura noi siamo chiamati ad esprimerci con il linguaggio della gratitudine e con un atteggiamento eucaristico che diventa permanente, capillare, che definisce l’identità stessa della nostra presenza di cristiani nel mondo. Tutto poi è convogliato nella celebrazione dell’Eucarestia nella sua pienezza sacramentale. Imparare a ringraziare, a benedire: la positività del creato è così affidata alla responsabilità pastorale (possiamo di nuovo usare questo aggettivo) dei cristiani nella Chiesa.

Notate che Paolo ne parla in maniera sempre più serrata: “perché esso (ogni creatura) viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera”. Queste due espressioni – parola di Dio e preghiera – sono, nella scarna efficacia di espressioni così lapidarie, la sintesi di tutta la celebrazione eucaristica, l’ascolto della Parola e la preghiera di benedizione: è la Messa, ed è nella Messa che tutto viene consacrato, santificato; in cui tutte le creature ritrovano il valore positivo per cui è il caso di ringraziare Dio perché tutte le creature sono ormai inseparabili da quel mistero della pietà che si è rivelato a noi. Nessuna creatura è più sottratta alla signoria di Cristo che è morto e risorto, e tutte le creature sono attraversate dal soffio dello Spirito Santo che preme e convoglia verso l’attuazione definitiva del disegno per la gloria dell’unico Padre. Siamo rimandati all’impalcatura essenziale del momento liturgico: ascolto della Parola, benedizione. E’ in questo modo che la positività della creazione dotata di bontà e di bellezza è custodita, come ormai necessario; e questo in contraddizione con quella presa di posizione truffaldina per cui ci sono falsi maestri che pretendono di trasformare la condizione di schiavi che li affligge in un obbligo imposto ai vicini e ai lontani, a coloro che sono raggiungibili nel contesto della comunità dei discepoli e come annuncio, messaggio rivolto a tutto il mondo: sono soltanto degli schiavi che vogliono truffare, imbrogliare, che stanno manomettendo, svuotando e inquinando dall’interno il mistero della pietà. E Paolo interviene in maniera molto energica e, in termini quasi banali, dice a Timoteo “ti raccomando di celebrare la Messa come si deve e di renderti conto di che cosa vuol dire Eucarestia”: è un buon consiglio, sempre pertinente e attuale.

V.6: “Proponendo queste cose ai fratelli sarai un buon ministro” (kalòs diakonos) di Cristo Gesù, nutrito come sei dalle parole della fede e della buona dottrina che hai seguito. Rifiuta invece le favole profane, roba da vecchierelle” (favole deliranti, devianti rispetto al mistero della pietà). “E non dimenticare di essere stato nutrito – in un contesto eucaristico – dalle parole della fede e della buona dottrina dove la “buona dottrina” qui è la “bella didascalia”, quella dottrina che fluisce nel solco della benedizione, di benedizione in benedizione, nell’espansione progressiva dell’Eucarestia che corrisponde al mistero della pietà, abbracciando tutto il mondo e ricapitolando tutte le tappe della storia umana passata e già quella futura.” Sei stato nutrito in questo modo e adesso proponi queste cose ai fratelli e rifiuta quelle favole devianti che servono solo a ingolfare il respiro dei fedeli e a sottrarli all’urgenza vivificante del grande cammino di riconciliazione che ormai è aperto per questa generazione e quelle che verranno, secondo le intenzioni di Dio”.

Tu, invece, esercitati nella pietà

Secondo paragrafo, dal v. 7 al v. 11. “Esèrcitati nella pietà (c’è una ginnastica, un allenamento continuo. Si tratta, attraverso l’ascolto della Parola e l’esercizio della benedizione, di sagomarsi in maniera sempre più coerente e quindi trasparente, efficace, sacramentalmente benefica per i vicini e i lontani, in obbedienza al mistero della pietà, perché diventi la modalità di impostazione della vita, di contatto con il mondo in tutte le sue espressioni) perché l’esercizio fisico è utile a poco, mentre la pietà è utile a tutto (Paolo intende la pietà come un esercizio continuo, sistematico che diventa struttura organica del nostro modo di stare al mondo; e questa esercitazione continua, capillare, sempre modulata secondo le dimensioni del vissuto è utile a tutto), portando con sé la promessa della vita presente come di quella futura”. Quella promessa che porta in sé l’intenzione originaria del Dio vivente, quella promessa a cui Paolo faceva riferimento con quel richiamo alla “casa di Dio” – e la Chiesa è “casa di Dio” nel senso che la Chiesa custodisce quella promessa, anche quando è momentaneamente stordita, inconsapevole, distratta – congiunge la vita presente a quella futura in modo tale da instaurare una spinta intrattenibile verso la vita futura e conferisce alla nostra vita una sagomatura che è coerente con il mistero della pietà. Si può dire tutto questo ribaltando la prospettiva: quell’esercitazione che Paolo raccomanda a Timoteo in modo tale da adeguarsi al mistero della pietà, questa corrente che tutto coinvolge, abbraccia, ricapitola secondo l’intenzione di Dio, questa immersione nella corrente della pietà rende finalmente la nostra piccola esistenza umana omogenea alla promessa che Dio ha posto all’inizio di tutto come rivelazione Sua, della Sua intenzione, della Sua eterna volontà d’amore.

Certo questa parola è degna di fede. Noi infatti ci affatichiamo e combattiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente”. Paolo si rende ben conto che esercitarsi nella pietà significa assumersi una discreta fatica, anzi qui diventa un vero e proprio combattimento; nel v. 10 leggiamo di un combattimento che impegna tutte le nostre forze, forse al di là di quello che noi potevamo prevedere. “Noi infatti ci affatichiamo e combattiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente”: il dato essenziale è proprio questo, e il fatto che la promessa che il Dio vivente ha posto a fondamento di tutto trova riscontro nel nostro modo di stare al mondo. Il nostro presente che è subito superato, i nostri contatti che ci incalzano in tanti modi, ci ridimensionano e costantemente ci mettono alla prova e ci pongono interrogativi rispetto ai quali ci sentiamo spesso sprovveduti e più che mai insufficienti, tutto questo è per noi l’occasione propizia per esercitarci nella pietà, per scoprire come è vero che siamo immersi nella corrente dell’amore che viene dal basso: l’amore di Dio che viene così come, nella Sua gratuità, Dio ce lo ha elargito rivelando se stesso, attraverso l’incarnazione del Figlio e con l’effusione dello Spirito Santo. “Noi infatti ci affatichiamo e combattiamo perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente, che è il salvatore di tutti gli uomini, ma soprattutto di quelli che credono (tutti gli uomini e naturalmente quelli che credono non appartengono a una categoria marginale, collaterale, definita da altri criteri: quelli che credono sono parte anch’essi di quell’opera di salvezza che ha un’efficacia universale, che, nell’intenzione di Dio è per tutti, e che si è realizzata così e noi siamo al servizio di questo mistero della pietà). Questo tu devi proclamare e insegnare”; questa è la didascalia, l’insegnamento, “per questo sei ministro, diacono, al servizio dell’insegnamento”.

Sii esempio credibile

Dal v. 12 al v. 16: “Nessuno disprezzi la tua giovane età (Paolo interpella a tu per tu il suo giovane collaboratore e gli raccomanda la esemplarità della vita: “il fatto che tu sia giovane non impedisce minimamente l’attuazione in te di un modello esemplare”), ma sii esempio ai fedeli (e Paolo elenca in cinque termini le direttrici fondamentali di questa vita) nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza”. La sequenza non è affatto casuale: questi cinque termini hanno un perno centrale, la carità. E’ proprio così che si individua l’elemento decisivo per quanto riguarda la strutturazione di una vita cristiana che, nella sua modestia, semplicità e concretezza, valga come esempio per i fedeli. Gli altri quattro termini sono disposti secondo la modalità di una costruzione concentrica: parole (logos), il linguaggio. Spostando l’attenzione il quinto termine è “purezza”; il linguaggio e la purezza sono in relazione tra loro: la trasparenza interiore dove il linguaggio sia puro, trasmissione di un’autenticità profonda, radicale, interiore che dimora nel cuore. Nel secondo termine – comportamento – c’è di mezzo tutto il complesso di manifestazioni esteriori, i gesti mediante i quali parliamo anche senza voce; nel quarto – fede – è da intendere la affidabilità: un impianto comportamentale della vita che manifesti, nella relazione esterna con gli altri e con il mondo intero, che si mette a disposizione uno spazio affidabile, credibile, uno spazio di accoglienza; la coerenza esteriore.

Tutto fa perno intorno all’agape, carità, trasparenza interiore, coerenza esteriore. Possiamo dire che è scontato, ma Paolo dice “guarda, che tu sia giovane non toglie nulla all’urgenza di maturare nell’esemplarità per quanto riguarda queste fondamentali direttrici di vita”. E subito aggiunge (v. 13): “Fino al mio arrivo, dèdicati (Paolo spera ancora di potersi recare a Efeso e indica a Timoteo tre attività pratiche nelle quali potrà utilmente impegnare la sua vita) alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento”. Tre attività pratiche molto concrete come prospettiva di impegno primario al servizio dell’evangelizzazione; la lettura nel senso forte del termine che implica un costante contatto con quella Parola che ascoltiamo attraverso i libri che sono stati consegnati a noi; l’esortazione, termine che serve a indicare quel commento, successivo ma anche interno alla lettura, che si sviluppa nell’ambito di un dialogo spirituale; quel modo di ricevere la lettura e rielaborarla in un contesto dialogico o comunitario, per cui quella Parola, che attraverso la lettura si è depositata, diventa motivo di chiarimento, di interpretazione, di illuminazione, di consolazione. Terzo, la “didascalia”: quella Parola ascoltata, assimilata, gustata, condivisa, dove il commento è sempre inesauribile e l’assimilazione sempre parziale, diventa una formulazione didattica, diventa quell’insegnamento che è servizio reso al mistero della pietà.

V.14: “Non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazioni di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri”. Paolo fa riferimento a un evento che possiamo equiparare, con qualche approssimazione, a un’ordinazione sacramentale: “ti sono state imposte le mani, è un’impronta indelebile che è stata conferita alla tua vita, che continua a definirti, identificarti; custodisci questo dono. Nel contesto di una chiesa, attraverso il collegio dei presbiteri, ti è stato conferito un incarico e questo servizio non è illusorio o l’obiettivo di un’aspirazione che ogni tanto ti commuove, ma altre volte ti lascia nella nebbia più dispersiva e inconcludente. No, è una realtà organica, che coinvolge la vita di una Chiesa e tu sei interno a questa realtà organica con quella competenza particolare che ti riguarda non perché sei più furbo, intelligente o erudito degli altri, ma perché sei “esemplare”, sei riferimento esemplificativo nella relazione con il mistero della pietà”. “Abbi premura di queste cose, dèdicati ad esse interamente perché tutti vedano il tuo progresso (tutti vedano che tu prendi sul serio l’impegno di crescere). Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo salverai te stesso e coloro che ti ascoltano”. Vedete come la salvezza personale e quella di tutti (che sono un’unica salvezza) coincidono e stanno in questo impegno di crescita: “così facendo salverai te stesso e coloro che ti ascoltano”.

Familiarità con tutti

Ora abbiamo a che fare con un altro svolgimento che mette in questione una serie di segnali che Paolo rivolge a Timoteo per quanto riguarda il tratto con le diverse categorie di fedeli. Nei versetti che abbiamo appena letto, nel cap. 4, la missione di Timoteo riguarda l’insegnamento nel senso che abbiamo appena visto. Adesso il rapporto con le diverse categorie che compongono la Chiesa e qui si parte da una regola generale (vv. 1-2 del cap. 5): “Non essere aspro nel riprendere un anziano, ma esortalo come fosse tuo padre; i più giovani come fratelli; le donne anziane come madri e le più giovani come sorelle, in tutta purezza”. Regola generale: ogni fedele nella Chiesa deve essere trattato come un proprio familiare. “Così funziona la Chiesa”, dice Paolo a Timoteo.

Le vedove: una presenza operosa nella Chiesa

Vv. 3-16. Paolo si occupa di tre categorie di persone presenti nella comunità cristiana. La prima categorie è quella delle vedove, la seconda dei presbiteri, la terza quella degli schiavi.

Le vedove: dal v. 3. Si parla di vedove più volte e in molti modi già nell’Antico Testamento e dobbiamo constatare che sono figure a cui, fin dalla prima comunità cristiana, viene riservato un trattamento d’onore; ma adesso è arrivato il momento in cui Paolo ritiene necessario distinguere perché evidentemente la presenza di costoro è significativa e rilevante non solo quantitativamente, ma proprio qualitativamente per quanto riguarda la dinamica di comunione che raccoglie i discepoli, con le loro diverse vocazioni, nella Chiesa di Dio. Paolo parte da una distinzione tra quelle che lui dice “non sono veramente vedove e quelle che sono veramente vedove”.

Onora le vedove, quelle che sono veramente vedove; ma se una vedova ha figli o nipoti (abbiamo a che fare con coloro che non sarebbero veramente vedove perché sono donne sole, ma appoggiate al proprio ambiente familiare), questi imparino prima a praticare la pietà verso quelli della propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poiché è gradito a Dio”. Paolo non fornisce a Timoteo regole tassative, dà indicazioni che sono comprensibili, anche perché ora veniamo a sapere che quelle che Paolo definisce “veramente vedove” sono così sole e abbandonate a se stesse per cui non possono sopravvivere se non è la Chiesa che assume un impegno comunitario nei loro confronti.

Tre sono le note caratteristiche delle donne “veramente” vedove: “Quella poi veramente vedova e che sia rimasta sola (prima nota caratteristica), ha riposto la speranza in Dio e si consacra all’orazione e alla preghiera giorno e notte (seconda caratteristica: una vita strutturata nella speranza in Dio e quindi dedicata alla preghiera continua perché in realtà questa vedova, sola, priva di mezzi è stretta in una morsa di derelitta povertà); al contrario quella che si dà ai piaceri, anche se vive, è gia morta”. Proprio questo raccomanda, perché siano irreprensibili. Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele”. Se uno non ne vuol sapere di sua madre o di sua nonna perché ci penseranno quelli della Chiesa, ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele.

Terza caratteristica per identificare colei che è veramente vedova: “Una vedova sia iscritta nel catalogo delle vedove (adesso c’è di mezzo un riconoscimento ufficiale che comporta anche un impegno economico da parte della comunità. E’ un primo richiamo a quella presenza nella Chiesa di una componente che è interna alla comunità, ma assume un significato equivalente a quella che oggi chiamiamo “vita consacrata”) quando abbia non meno di sessant’anni (c’è anche un criterio relativo all’età perché se ha meno di sessant’anni è consigliabile che si risposi, dice Paolo), sia andata sposa una sola volta, abbia la testimonianza di opere buone”. Colei che è veramente vedova non è una fannullona che si fa mantenere, è estremamente operosa. Questo è interessante. Paolo dice: abbia la testimonianza di opere buone e questo criterio diventa poi determinante: un impegno provato dall’esercizio delle opere buone; una testimonianza di bellezza che queste opere buone le conferiscono anche se ha più di sessant’anni.

E’ bellissima questa presenza operosa nella Chiesa che ora viene esplicitata in cinque direzioni: “abbia cioè allevato figli (quando capitò a me tanti anni fa di notare come in certe parlate meridionali si usa il verbo “crescere” in senso transitivo mentre in italiano è intransitivo nel senso che faccio crescere qualcuno non perché lo sottopongo a certi interventi “terapeutici” perché cresca più rapidamente. No, io lo guardo, lo faccio crescere. C’è qualcuno che mi ha cresciuto perché faceva il giornalaio, mi vedeva andare a scuola la mattina e mi ha cresciuto: c’è un modo di guardare, di essere attenti, di essere presenti, di prendere contatto con la realtà degli altri che li fa crescere. “Abbia cresciuto figli” è un atteggiamento dell’anima, un modo di guardare la vita altrui, di interpretare la vocazione degli altri, di essere attenti a quella gratuità che, giorno per giorno, si rinnova nella semplicità più banale. E quel tale che sta crescendo sa che quello sguardo lo fa crescere. C’è qualcuno che mi ha fatto crescere per come mi ha guardato, accompagnato, accolto nel suo cosmo, nel suo mondo, nel suo animo, nella sua vita.

Seconda direzione: “Abbia praticato l’ospitalità (e qui l’ospitalità riguarda gli estranei che si presentano occasionalmente), lavato i piedi ai santi …”(dire “ai santi” significa che siamo rimandati all’interno della comunità e “lavare i piedi” significa prendersi cura delle situazioni deboli della comunità, della sua componente impolverata, piagata, infangata. E questo come abitudine, come modo di inserimento, come presenza che nella comunità svolge una pazienza che sembra “naturale”, eppure è tutto soprannaturale; la cura dei “deboli”). La quarta: “sia venuta in soccorso agli afflitti (una prontezza nell’intervenire per soccorrere situazioni di necessità che si presentano all’improvviso), abbia esercitato ogni opera di bene”. Una traduzione un po’ banale: il verbo greco si usa per indicare la ricerca della selvaggina; il cane che fiuta l’aria, il cacciatore che sta intuendo come deve muoversi. In questo caso la “selvaggina” sono le situazioni nascoste, situazioni di disagio, di degrado, di tribolazione, di avvilimento, di sconfitta. L’intuito che fiuta l’aria e scova le situazioni sconosciute, nascoste. E Paolo aggiunge: “Le vedove più giovani non accettarle perché, non appena vengono prese da desideri indegni di Cristo, vogliono sposarsi di nuovo e si attirano così un giudizio di condanna per aver trascurato la loro prima fede. Inoltre, trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene. Desidero quindi che le più giovani si risposino, abbiano figli, governino la loro casa, per non dare all’avversario nessun motivo di biasimo. Già alcune purtroppo si sono sviate dietro a satana. Se qualche donna credente ha con sé delle vedove, provveda lei a loro e non ricada il peso sulla Chiesa”.

Quelle che sono veramente vedove sono prese in carico dalla Chiesa e ci siamo resi conto di quale identità riconosce Paolo a costoro: una presenza organica, strutturale nella comunità dei discepoli. “Se qualche donna credente ha con sé delle vedove, provveda lei a loro e non ricada il peso sulla Chiesa, perché questa possa così venire incontro a quelle che sono veramente vedove”. La Chiesa potrà provvedere a coloro che non hanno sostegno presso parenti, figli o nipoti o a coloro che non hanno modo di trovare ospitalità nelle famiglie di persone amiche.

Ciclo di incontri del 2012-2013

http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 19/09/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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