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XXV Domenica del Tempo Ordinario (A) Lectio

 

 

 


XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Matteo 20, 1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola : 1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna.

XXV Domenica 10È questa la quinta delle sette volte in cui Gesù paragona il Regno dei Cieli a uomini, cose o situazioni (Mt 13,44.45.47; 18,23; 20,1; 22,2; 25,1).
L’immagine della vigna è un richiamo al popolo di Israele che in questa pianta veniva raffigurato (Is 5,7; cfr. anche Sal 80,9). Questa è la prima di tre parabole aventi tutte come tema la vigna (Mt 21,28-32; 21,33-41) e compare solo nel vangelo di Matteo. La parabola si rifà alla situazione di Israele dove esistevano grandi latifondi e i braccianti venivano assoldati giorno per giorno secondo le necessità del lavoro. L’importanza del lavoro viene sottolineata dal fatto che anziché inviare il suo fattore è il padrone (lett. un uomo padrone di casa) stesso che all’alba va in cerca di operai.

2 Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4 E disse loro: “Andate anche voi nella vigna, quello che è giusto ve lo darò”. 5 Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto.

Il denaro era una moneta d’argento che pesava circa 4 grammi. La paga concordata (siumfōnḗsas = accordatosi…) dal padrone della vigna era quella abituale per gli operai. L’inoperosità non è dovuta a pigrizia, ma a carenza di lavoro (v. 7). La presenza di questi uomini sulla piazza, luogo di raccolta dei braccianti, alle nove del mattino indica la loro disponibilità ad accettare qualsiasi lavoro che venga loro richiesto. Questa volta non viene accordata la paga, ma promesso quello che è giusto, cioè un compenso stabilito in base al tempo lavorato.

6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state lì tutto il giorno senza far niente?”. 7 Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

La proposta di lavorare nella vigna viene ripetuta varie volte nel corso della giornata. Il lavoro normalmente terminava proprio verso le cinque, al momento del tramonto, quando gli ultimi sono stati chiamati ed inviati alla vigna, per cui il loro contributo lavorativo è stato quasi nullo. La loro chiamata si deve più al desiderio del padrone di farli lavorare che all’effettivo bisogno.

8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino a primi”.

La paga veniva distribuita al tramonto, termine della giornata lavorativa, secondo quanto prescritto dalla legge: “gli darai il suo salario il giorno stesso prima che tramonti il sole” (Dt 24,15); “il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo” (Lv 19,13). Colui che era stato presentato inizialmente come un uomo padrone di casa (v.1) viene ora chiamato signore. Lo stesso procedimento Matteo l’ha già adottato nella parabola del creditore crudele dove prima appare il re (Mt 18,23) e poi il signore/padrone (Mt 18,25.27.31.32.34). Con questa tecnica l’evangelista vuol far comprendere che nel personaggio della parabola si intende raffigurare il comportamento del Signore.

9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio ricevettero ciascuno un denaro.

Gli ultimi vengono trattati com’era stato pattuito con i primi. Quelli dell’ultima ora più che una paga ricevono un regalo in quanto il loro apporto è stato minimo. Indubbiamente non hanno meritato il denaro, che veniva corrisposto per un’intera giornata di lavoro, e il loro compenso è dovuto alla generosità del padrone.

10 Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. 11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12 dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te:

Se coloro che hanno lavorato il minimo hanno ricevuto un denaro, è logico dedurre che quanti avevano lavorato fin dall’alba pensassero di ottenere più di quel che era stato concordato.

Con amico (hetâire) termine usato solo da Matteo che significa compagno, collega, Gesù si rivolge a Giuda (Mt 26,50). Le tre volte che appare nel vangelo è sempre accompagnato da un rilievo per una persona colpevole (Mt 22,12). Il padrone della vigna non si comporta in maniera ingiusta ma con grande generosità. Non toglie nulla di quanto concordato con gli operai della prima ora ma intende concedere lo stesso salario agli ultimi.

15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

L’espressione invidioso (lett. occhio maligno) è già apparsa nel discorso della montagna: “se il tuo occhio è maligno, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,23 traduz. lett.). Questo detto veniva usato per indicare l’avarizia, la taccagneria o l’invidia (Dt 15,9). L’evangelista pone in contrapposizione il maligno e il buono, aggettivi che si riferivano rispettivamente al diavolo (Mt 13,19.38) e a Dio “l’unico buono” (Mt 19,17). Gesù con l’immagine degli operai della prima ora allude ai Giudei che avevano stipulato un’alleanza con Dio basata su un contratto. Dovevano meritare quel che Dio concedeva loro (questa era la mentalità). Con Gesù tutto questo cambia: l’amore di Dio non viene concesso per i meriti degli uomini ma per la generosità del Padre. Gli operai dell’ultima ora evidentemente non meritano la paga di un’intera giornata. Ma questa non viene loro data per i meriti acquisiti, ma perché ne hanno bisogno. Gesù fa intravedere la nuova alleanza dove la Legge viene sostituita dall’Amore gratuito.

16 Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Il capitolo precedente terminava con l’affermazione che “molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi” (Mt 19,30). Al centro della parabola viene ripetuta l’espressione dagli ultimi fino ai primi (v.8). Ora l’affermazione viene ripetuta invertendo ancora i termini primi/ultimi. Questa tecnica letteraria chiamata chiasmo apre, intercala e chiude la parabola con la ripetizione di ciascun termine per tre volte con l’intento preciso di imprimere nella memoria ciò che si vuole comunicare:

Mt 19,30: Molti dei

e molti degli

primi

ultimi

saranno

saranno

ultimi

primi

Mt 20,8: cominciando dagli ultimi fino ai primi
Mt 20,16: così gli

e i

ultimi

primi

saranno primi

ultimi

Riflessioni…

  • Con Dio si comincia con i contratti e si finisce con l’amore gratuito. Stili distinti da quelli degli uomini, che anche l’amore sottopongono a contratto, nel rispetto di forme, tradizioni e costumi.
  • Ma Dio ha amato per primo, ha preso iniziative da solo e definitivamente ha sancito il patto con il contratto d’amore fatto Persona: il Figlio, erede della Vigna.
  • E questa Vigna andava preparata, adornata per l’evento-presenza del Figlio, che avrebbe poi sottoscritto proprio con Essa, simbolo sponsale, un definitivo e irrevocabile patto di amore e dunque di salvezza.
  • E il Padre esce di casa, a cominciar dall’alba dei tempi, per sollecitare, promettere e donare amore, in opere condivise. E riesce ad offrire a tutti valenze e significati dell’esistenza: e tutti invita ad andare per ritrovare nella terra il senso dell’origine, della crescita e sviluppo, fino a giungere ad esperienze di etica bellezza.
  • E nell’ampia Vigna, i lavoratori svolgono di tutto: vangano, rimuovono, riassettano, potano, pongono in sistema, mentre ai primi sopraggiungono, con ritmi di tempo cadenzato, i secondi, i terzi, i quarti, e i quinti operai, per completare l’opera di rinnovamento e di riordino. Si incrociano, in questo luogo, gli spazi e i tempi degli uomini con quelli di Dio: e si misurano per esercitare giustizia, generosità e amore.
  • Si confrontano pensieri, leggi ed accordi umani con intenti divini. E sulla scorta dell’ordinamento mosaico, vengono compensate al tramonto le ore di umano lavoro. Tuttavia secondo metri e criteri divini, misurati sulle persone e sui loro bisogni: tutti accomunati da medesime difficoltà, aspettative ed ansie esistenziali. Solo una generosità, oltre misura, di un Padre singolare, di Dio, può appagare le attese, ricusando invidie, gelosie, privilegi e progetti pusillanimi di chi continua a valutare solo secondo formali contratti e meschini interessi.
  • Perché la Vigna, poi, appartiene a tutti, a cominciar dagli ultimi, cioè dagli esclusi, dai claudicanti che giungono in ritardo, dagli inconsapevoli, dagli immiseriti da ingiuste sentenze, dai reietti e dai non titolati, dai dimenticati da fortune, dagli sfiduciati e senza speranze. E in questa Vigna, resa bella dal lavoro sudato, potranno iniziare le danze della Salvezza, promessa ed offerta a tutti, grazie all’amore gratuito del Dio della Bellezza e dell’Amore. Ed in Essa nessuno si sentirà estraneo, dopo il gesto d’invito divino.

http://www.ilfilo.org


 

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Questa voce è stata pubblicata il 21/09/2017 da in Anno A, Fede e Spiritualità, ITALIANO, Lectio della Domenica, Liturgia, Tempo ordinario.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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