COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

XXV Domenica del Tempo Ordinario (A) Commento

XXV Domenica del Tempo Ordinario (A)
Matteo 20, 1-16

Prepararsi alla domenica (XXV del T.O.)

Oltre il contratto
Antonio Savone

Vangelo da Dio, non da uomini. Così verrebbe spontaneo obiettare a una pagina come quella che la liturgia odierna consegna al nostro andare. La prima reazione è appunto lo sconcerto. Non solo quello dei servi della prima ora: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi”. Ma anche il nostro sconcerto: non è giusto pagare allo stesso modo chi ha lavorato un’ora soltanto.

A me pare sia proprio lo sconcerto a portarci qui oggi come tutte le domeniche: se Dio fosse ovvio e se il nostro modo di pensare fosse il suo perché venire di nuovo ad ascoltare le parole del Libro santo? Sarebbero sufficienti i nostri pensieri e i nostri libri. L’ovvietà avrebbe voluto che il padrone dicesse: bene, un denaro ai primi, e poi via via a scalare. Questo è ciò che è ovvio. Ma noi siamo qui non per sentire cose ovvie, ma cose vere.

Allora, anzitutto, non attenuiamo lo sconcerto ma stiamoci a contatto. E cosa scopriamo? Che la parabola non intende perseguire i binari della giustizia umana ma segnalare una logica diversa, quella di Dio. Guai allora a voler continuamente riportare Dio nei nostri binari. La logica di Dio va oltre, non nel senso che è contro la giustizia, ma non si lascia imprigionare negli abiti angusti della nostra giustizia, basata sul criterio della proporzionalità.

Gli operai della prima ora si lamentano non perché la loro paga sia scarsa ma per ciò che era toccato agli altri. La vita racchiusa nella rigida connessione lavoro-denaro. Dio è oltre questo orizzonte della vita impoverito perché abitato da un’altra anima, quella della sproporzione. L’amore è eccessivo, è sproporzione, se no non è amore. Al più è un contratto che è basato appunto sulla logica della proporzione: a tanto, tanto.

Dio è oltre il contratto. E noi conosciamo il Dio di Gesù Cristo solo nell’oltre della bontà, della gratuità, della sproporzione dell’amore. Se rimaniamo al di qua, nella rigida proporzionalità, conosciamo un nostro Dio, ma costruito a nostra immagine e somiglianza.

La vita cristiana non si riduce ad una sorta di scambio commerciale, di conteggio dei meriti e demeriti, ma si fonda su un Dio che ci ha usato grazia, misericordia. Quanto il padrone fa nei confronti di quelli dell’ultima ora, dovrebbe ricordare ai primi che l’averli invitati a lavorare nella sua vigna è un segno del suo amore e della sua attenzione anche verso di loro, perché altrimenti sarebbero rimasti disoccupati. “Apri il nostro cuore… perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino”, così ci fa pregare la liturgia.

E allora non impoveriamo Dio. Non impoveriamolo della imprevedibilità del suo amore, ma invece incantiamoci a contemplare la sua sproporzione, il suo eccesso nell’amare anche me che, poco o tanto, appartengo anch’io alla categoria degli operai dell’undicesima ora. E fortunatamente Dio con me non usa il criterio della proporzionalità.

Se questo è vero non posso non gioire del fatto che nessuno è escluso, nessuno è confinato nell’angoscia di sentirsi inutile, gioire nel vedere che il bene si va dilatando.

Se Dio è così con me, io sono chiamato a essere come lui: come il Padre vostro che è nei cieli. Questa è la vita cristiana. Essere come il Padre. Avere il suo sguardo, il suo modo di vedere le cose. Abbiamo gli occhi di Dio se so godere ogni volta che a un fratello, a un amico, a un collega è riconosciuta la mia stessa dignità.

Non posso allora non chiedermi: io che immagine rimando? Sono l’uomo della rigida proporzione? Ci sono nella mia vita i segni dell’eccesso, della sproporzione dell’amore? Riesco ad andare oltre? O mi ritrovo a lamentarmi per quello che ricevono gli altri?

I servi della prima ora si lamentano perché gli altri sono stati fatti uguali a loro, come se il valore di quello che hanno tra le mani dipendesse dal fatto che gli altri non ce l’hanno. L’invidia da parte degli altri diventa il criterio per comprendere che valgo qualcosa ai loro occhi. Ben misero, un simile modo di vedere. Alla fine è un problema di fraternità: “oppure tu sei invidioso, perché io sono buono?”. L’annullamento delle distanze, dei gradi di merito provoca disagio. L’interrogativo del padrone lascia la parabola sospesa, in attesa di risposta. Guai, però, a dimenticare che, nella vita di fede, la ricompensa è sempre gratuita, mai meritata.

Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com

L’amore di Dio non va meritato
Enzo Bianchi

Vincent van Gogh, Il vigneto rosso, Novembre 1888, Arles, Museo Pushkin, Mosca (particolare)

C’è una giustizia umana, che noi uomini cerchiamo, approfondiamo, sperimentiamo e tentiamo di instaurare nella nostra vita sociale, nelle relazioni con gli altri. È una giustizia che merita non solo attenzione, ma che va realizzata affinché sia possibile la convivenza in una certa condizione di pace. Questa dunque, che fa parte delle “realtà penultime” (Dietrich Bonhoeffer) in cui siamo immersi, è decisiva e non va sminuita. Purtroppo oggi – tutti ne siamo convinti – tale giustizia umana è contraddetta in molti modi e non è più ritenuta vincolante. Per questo dilaga l’illegalità, la corruzione impregna tutti gli ambiti, e soprattutto quella che chiamiamo “la gente” non sente più la giustizia umana come postura necessaria per ogni persona e come prima condizione per il vivere nella polis. Il “giusto” non appare oggi esemplare e quindi imitabile…

C’è però anche una giustizia divina, che non sconfessa quella che gli uomini e le donne hanno elaborato nel loro cammino di umanizzazione, ma la trascende, perché a questa giustizia di Dio è immanente la misericordia. È altamente significativo che molti cristiani, i più religiosi, i più devoti, siano sempre pronti ad attestare e a chiedere con forza che Dio sia riconosciuto come giusto, ad affermare che la sua giustizia è inappellabile, proiettando però in Dio la giustizia umana, o meglio la loro convinzione di giustizia che si oppone alla misericordia. Anzi, dicono che la misericordia di Dio non va svilita, e ciò può avvenire solo se la sua giustizia regna e si manifesta in quella logica codificata nei secoli: se c’è delitto, deve esserci punizione; se c’è peccato, si esige il castigo.

Ma Gesù, venuto a rivelarci il vero volto di Dio, venuto a mandare in frantumi tutte le immagini che noi fabbrichiamo, custodiamo con amore e poi proiettiamo su Dio, essendo proprio lui la narrazione definitiva di Dio (exeghésato: Gv 1,18), in particolare attraverso le parabole ci racconta cos’è la giustizia di Dio. Sì, la giustizia del regno di Dio è quella che accade – ci narra Gesù nella parabola odierna – quando il padrone di una vigna cerca operai per la sua vigna. Al mattino presto esce a cercarli e stipula con loro un contratto, stabilendo come paga un denaro, una moneta d’argento. Verso le nove del mattino torna a cercarne altri e invia anche loro nella sua vigna a lavorare, dicendo: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Così fa anche a mezzogiorno e infine addirittura quasi al tramonto. Trovando infatti alcuni che se ne stanno senza far niente, domanda loro il motivo di questo comportamento, e si sente rispondere: “Nessuno ci ha presi a lavorare”. Perciò risponde: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando, alla sera, viene l’ora di dare il salario ai lavoratori, il padrone inizia a pagare gli ultimi chiamati nella vigna e poi risale fino a quelli dell’alba, dando a tutti indistintamente una moneta d’argento. Ecco dunque accendersi gelosia e mormorazione da parte dei primi chiamati. Com’è possibile? Perché chi ha lavorato fin dal mattino presto riceve quanto chi ha lavorato un’ora sola prima del tramonto? Dove va a finire il merito? Che giustizia è mai questa? E così tra quegli operai inizia la contestazione. Ma il padrone li chiama e ricorda loro di aver pattuito il compenso di una moneta d’argento, dunque egli ha agito come promesso. Poi aggiunge: “Non sono forse libero di dare la stessa paga anche a chi ha lavorato meno?”. Tutti, infatti, per vivere e poter mangiare insieme alle loro famiglie, avevano bisogno almeno di una moneta d’argento. Senza di essa gli operai dell’ultima ora non avrebbero portato a casa nulla, e dunque avrebbero sofferto la fame…

Così scopriamo che quel padrone narrato da Gesù è immagine di Dio, di un Dio che si prende cura di tutti gli uomini, in particolare dei più abbandonati, degli scarti della società. Un Dio che chiama tutti, a tutte le ore e in ogni situazione: basta rispondere al suo amore che non va mai meritato! Un Dio che ha un cuore di misericordia e che vorrebbe che noi imparassimo dal suo cuore ad avere a nostra volta misericordia e a gioire insieme, anziché contestare quando il fratello riceve un dono. Non dobbiamo mai fare paragoni tra i doni fatti a noi e quelli fatti agli altri, altrimenti mostriamo “un occhio cattivo” (questo il significato dell’espressione del v. 15, tradotta con: “sei invidioso”), come se mettessimo occhiali che deformano la visione… La giustizia di Dio include la misericordia, l’amore che non va mai meritato, e l’amore non solo è più grande della fede e della speranza, ma in Dio vince anche sulla sua giustizia (cf. Es 34,6-7).

Questa parabola è un canto all’amore di Dio che – lo ripeto ancora – non va mai meritato, ma accolto con gioia come dono e come amore riversato su tutti noi, tutti fratelli, e per Dio tutti figli amati con uguale intensità.ù

http://www.monasterodibose.it


La giustizia di Dio è dare a ciascuno il meglio
Ermes Ronchi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: (…) “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone (Matteo 20,1-16).

Per tre domeniche di seguito Gesù ci racconta parabole di vigne. È una delle immagini che ama di più, al punto che arriva a definire se stesso come vite e noi come tralci, per dire che il progetto di Dio per il mondo, sua vigna, è una vendemmia profumata, un vino di festa, una promessa di felicità.

Il proprietario terriero esce di casa all’alba, si reca sulla piazza del paese e assolda operai per la sua vigna: c’è un lavoro da compiere, molto lavoro, al punto che esce ancora per altre quattro volte e ogni volta assume nuovi operai. A questo punto però qualcosa non torna: che senso ha assumere lavoratori quando manca un’ora soltanto al tramonto? Il tempo di arrivare alla vigna, di prendere gli ordini dal fattore, e sarà subito sera. Di quale utilità saranno, a quanto potrà ammontare la giusta paga?

Allora nasce il sospetto che il padrone non assuma operai per le necessità della sua azienda, ma per un altro motivo. Nessuno ha pensato a questi ultimi, allora ci penserà lui, non per il suo ma per il loro interesse, preoccupandosi non dei suoi affari, ma del loro bisogno: non lavorare significa infatti non mangiare. Questo padrone spiazza di nuovo tutti al momento della paga: gli ultimi sono pagati per primi, e ricevono per un’ora sola di lavoro la paga di un giorno intero. Non è una paga, ma un regalo.

Mi commuove il Dio presentato da Gesù, un Dio che con quel denaro, che giunge insperato e benedetto a quattro quinti dei lavoratori, intende alimentare le loro vite e le loro famiglie. È il Dio della bontà senza perché, vertigine nei normali pensieri, che trasgredisce tutte le regole dell’economia, che sa ancora saziarci di sorprese.

Nessun padrone farebbe così. Ma Dio non è un padrone, neanche il migliore dei padroni. Dio non è il contabile del cosmo. Un Dio ragioniere non converte nessuno. Quel denaro regalato ha lo scopo di assicurare il pane per oggi e la speranza per domani a tutte le case.

Gli operai della prima ora quando ricevono il denaro pattuito, sono delusi: non è giusto, dicono, noi meritiamo di più degli altri. Ma il padrone: Amico, non ti faccio torto. Il padrone non è stato ingiusto, ma generoso. Non toglie nulla ai primi, aggiunge agli altri. E lancia tutti in un’avventura sconosciuta: quella della bontà. Che non è giusta, è oltre, è molto di più.

La giustizia umana è dare a ciascuno il suo, quella di Dio è dare a ciascuno il meglio. L’uomo ragiona per equivalenza, Dio per eccedenza (Card. Martini). Il perché di questa eccedenza, che mi riempie di speranza, sta in evidenti ragioni d’amore, che non cerca mai il proprio interesse (1Cor 13, 5), e che mi sorprenderà, alla sera della mia vita, come un dolcissimo regalo.

A cura di Ermes Ronchi
Avvenire 18/09/2014


 

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Questa voce è stata pubblicata il 21/09/2017 da in Anno A, ITALIANO, Liturgia, Prepararsi alla Domenica, Tempo ordinario.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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