COMBONIANUM – Formazione Permanente

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Prima lettera a Timòteo (4)

XXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Testo word Prima lettera a Timòteo – 4 – Pino Stancari
Testo  PDF  Prima lettera a Timòteo – 4 – Pino Stancari

PAOLO

Prima lettera a Timòteo (4)
Capitoli 5 – 6
Un itinerario di rieducazione del cuore umano:
la Chiesa è una famiglia
P. Pino Stancari S.J.

Abbiamo letto finora la 1° Lettera a Timoteo, arrivando al v. 16 del cap. 5 e dovremmo adesso a portare a compimento la lettura di questo scritto.

Paolo è in viaggio verso Roma, si trova in Macedonia, scrive a Timoteo che è rimasto a Efeso, e la Lettera, come abbiamo visto, assume la forma di un vero e proprio deposito di quel che è necessario custodire e trasmettere in vista degli eventi futuri, nel momento in cui, ormai, per Paolo stanno maturando eventi definitivi e l’evangelizzazione è in crescita, ma con constatazioni sempre sorprendenti per un verso, e molto impegnative per altro verso.

Nel centro della Lettera, alla fine del cap. 3, che, anche dal punto di vista letterario è il perno di tutto lo scritto, troviamo il “mistero della pietà”. “Grande è il mistero della pietà”. E’ il linguaggio che Paolo ha maturato nel corso della sua attività dedicata all’evangelizzazione ormai da diversi anni: il mistero del Dio vivente si è rivelato a noi, in quanto l’intimo della sua stessa vita si è spalancato in modo tale da raccogliere lo svolgimento della storia umana all’interno di un’opera di misericordia. E’ un itinerario di salvezza, di riconciliazione, di radicale rieducazione del cuore umano che è in atto nella storia dell’umanità; ed è in questa prospettiva che si inserisce l’impegno al quale Paolo ha dedicato la vita; poi sarà la volta di Timoteo; poi di altri ancora fino al compimento ultimo del Disegno nella manifestazione finale della gloria del Signore.

A partire da quegli ultimi versetti del cap. 3 abbiamo impostato la lettura di una sezione che intitolava a suo tempo la missione pastorale di Timoteo. Sono pagine che costituiscono il nucleo essenziale delle raccomandazioni che Paolo rivolge al suo amico, discepolo e collaboratore che continuano fino all’inizio del cap. 6, v. 2. Ricordate come Paolo rimarca il significato di quello che chiama “il vero insegnamento”, in contrasto con un insegnamento falso dove ancora una volta c’è di mezzo la necessità di esercitarsi nella “pietà”.

Nel cap. 5 Paolo ha avviato una serie di raccomandazioni riguardanti il tratto da tenere nel rapporto con diverse categorie di fedeli, con un’indicazione premessa a tutto lo svolgimento – (nei primi due versetti) – che può essere ricapitolata così: ogni fedele nella Chiesa deve essere trattato come un proprio familiare; la Chiesa funziona così; relazioni che assumono l’intensità, la coerenza e la concretezza di quel che avviene laddove le relazioni vitali sono primarie. Analogamente nella Chiesa: “un anziano come tuo padre, i più giovani come fratelli, le donne anziane come madri e le giovani, in tutta purezza”. Poi Paolo si sofferma su tre categorie di fedeli che evidentemente meritano, dal suo punto di vista, una speciale attenzione. Abbiamo già letto la parte dedicata alle vedove e Paolo ha precisato “quelle che sono veramente vedove”: figure che Paolo ritiene particolarmente significative, vocazioni preziose per un servizio che comunque rimane normalmente molto riservato; efficace, puntuale, generoso, ma normalmente “velato” in zone d’ombra dove la presenza di persone consacrate all’esercizio della “pietà” è determinante, ma, allo stesso tempo, ben poco visibile. La seconda categoria sono gli anziani o presbiteri, la terza sono gli schiavi.

I presbiteri

Dal v. 17 al v. 25, cioè fino alla fine del cap. 5, gli anziani nella Chiesa. In questi versetti il termine “presbiteri” è usato non esattamente nel significato di un’età matura, avanzata, così come era usato all’inizio del cap. 5. Qui l’anzianità è intesa nel senso di un presbiterato che riguarda la presenza di coloro che svolgono un ruolo di riferimento nella comunità cristiana e che, per ciò stesso – a differenza delle vedove, che rimangono normalmente nascoste benché presenti ed efficientissime – sono figure pubbliche, ben identificate e riconoscibili dotate di compiti a cui si dedicano in un contesto più che visibile. Questa categoria di fedeli sta particolarmente a cuore a Paolo e ne parla, in maniera veramente essenziale, con Timoteo.

Cap. 5, vv. 17-18. “I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano trattati con doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento. Dice infatti la Scrittura: Non metterai la museruola al bue che trebbia e: Il lavoratore ha diritto al suo salario”. Abbiamo a che fare con figure a cui spetta il ruolo della presidenza, un ruolo di riferimento che acquista un rilievo strutturale nella vita di una comunità di discepoli del Signore. “Presidenza”: a loro raccomanda Paolo deve essere riservato un “doppio onore”, un riconoscimento che non si può ridurre all’osservanza di norme mirate a valorizzare la formalità di comportamenti esteriori. C’è di mezzo il riconoscimento interiore di una particolare rilevanza che spetta e merita di essere apprezzata in questi presbiteri. Per Paolo è importante che stiano al loro posto, che ci siano; sembra addirittura che non a tutti loro sia riservata la fatica dell’insegnamento; tra essi ci sono “quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento”, ma sembra che questa sia una fatica ulteriore sostenuta da coloro che esercitano con particolare impegno e anche con particolari competenze un tale servizio. La posizione magisteriale, faticosissima, cresce il prestigio ma non è di tutti, mentre è la presenza dei presbiteri in quanto tale che acquista un rilievo che Paolo ritiene certamente benefico per quanto riguarda tutto l’impianto della vita comunitaria nella Chiesa e, naturalmente, Paolo fa riferimento alla necessità che la comunità provveda al sostentamento di coloro che sono investiti di questa responsabilità presidenziale, con le due citazione del v. 18 “Non metterai la museruola al bue che trebbia e: Il lavoratore ha diritto al suo salario”. Ma Paolo va più a fondo: perché questo prestigio, questo doppio onore? Non è soltanto una formalità la cui osservanza è obbligatoria per certe regole, consuetudini o per il gusto della scenografia. Perché questo prestigio?

Cautela verso l’autorità

Vv. da 19 a 25: “Non accettare accuse contro un presbitero senza la deposizione di due o tre testimoni”: ci rendiamo conto adesso che il doppio onore riservato ai presbiteri si connette con la serena e partecipe consapevolezza di aver a che fare con personaggi che sono esposti e che in questa posizione pubblica nella quale sono collocati sono comunque, anche se non svolgono il ruolo didattico del predicatore o del maestro, segnati dall’impatto con situazioni complesse, alle prese con urti e contraccolpi di ogni genere. E’ necessaria nei loro confronti – dice Paolo – una particolare attenzione. Per questo (v. 19) fa riferimento alla necessità di “cautele” di cui bisogna tener conto quando si tratta di giudicare situazioni negative che non mancano, che anzi sono prevedibili e scontate; ma “cautele” quando si tratta di valutare situazioni comportanti tante variabili e che richiedono un discernimento che sappia opportunamente apprezzare testimonianze, spesso contraddittorie tra di loro; perché si tratta poi di correggere i colpevoli, certo, ma tutto questo in una situazione che esige sempre, evidentemente, un particolare riguardo per il rilievo pubblico delle vicende in cui questi personaggi fossero coinvolti, proprio perché occupano posizioni oggettivamente esposte.

Quelli poi che risultino colpevoli (un’ipotesi del genere non è affatto irreale) riprendili alla presenza di tutti (la questione ha una rilevanza pubblica), perché anche gli altri ne abbiano timore. Ti scongiuro davanti a Dio, a Cristo Gesù e agli angeli eletti, di osservare queste norme con imparzialità e di non far mai nulla per favoritismo”. Interessante questo v. 21: Paolo sottolinea i gravi rischi del pregiudizio e della parzialità che sembrano quanto mai minacciosi. Il pericolo è quello di svuotare indebitamente il valore dell’autorità, ed è proprio in riferimento alla presenza dei presbiteri nella Chiesa, laddove pullulano i pregiudizi o i fenomeni di parzialità e faziosità, che trovano modo di attecchire le dinamiche oscure e degradanti delle consorterie clericali. Ciò avviene nel contesto della vita comunitaria nella Chiesa, ma anche in contesti accademici, professionali e in tutti gli ambienti della vita pubblica dove si creano forme di coagulo di interessi. Paolo raccomanda cautela perché l’intervento necessario deve essere sempre mirato non a svuotare di significato e di valore la presenza dei presbiteri, ma a qualificarne il senso e il valore.

Nel v. 22 Paolo sposta l’attenzione verso quelle che sono le procedure da cui dipendono la scelta e l’affidamento dell’incarico presbiterale: “Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui. Conservati puro!”. C’è una responsabilità più che mai seria dell’autorità superiore in ordine alle conseguenze determinate dall’aver imposto troppo celermente le mani su qualcuno; fenomeni di complicità anch’essi tipicamente clericali, fenomeni di consorteria e di congrega. Le questioni sono particolarmente delicate. Non se ne può fare a meno, dice Paolo, ma non si tratta di distribuire competenze che consentono di esercitare dei poteri, ma di condividere un impegno orientato a sostenere strutturalmente la vita di tutta la Chiesa.

Nei vv. 24 e 25 Paolo ritorna su quanto affermato nel v. 22; c’è un versetto che fa da intermezzo, molto curioso, ma anche istruttivo: “Smetti di bere soltanto acqua (Paolo si rivolge a Timoteo con toni molto familiari) ma fa uso di un po’ di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni”. Non so se il vino sia una medicina per il mal di stomaco, ma Paolo si preoccupa della buona salute di Timoteo perché deve svolgere un compito che ha un valore strutturale, di riferimento, presbiterale nel vissuto di una comunità: “sei esposto anche tu, sei buttato con le tue responsabilità sul fronte che ti aggredisce e comunque, in un modo o nell’altro, ti scortica, ti consuma… bevi un po’ di vino…”. E poi ritorna quella raccomandazione circa la necessità di non aver fretta nell’imporre le mani, nell’affidare un incarico. Paolo constata che in realtà non è affatto banale la questione perché “Di alcuni uomini i peccati si manifestano prima del giudizio e di altri dopo” (“ci sono certe cose che capisci solo dopo e allora, per quanto tu abbia tentato di vagliare, di analizzare, di discernere e di scrutare, le situazioni esplodono e resti sprovveduto perché non c’è stata un’adeguata preparazione o un adeguato controllo”. Non è affatto automatico che sia possibile valutare l’adeguatezza di una persona a un certo ruolo finchè non lo svolge e ci si trova esposti a dei rischi che permangono più che mai minacciosi), “così anche le opere buone vengono alla luce e quelle stesse che non sono tali non possono rimanere nascoste”. Questa riflessione di Paolo vale anche nel senso opposto. Ci sono dei dati positivi che sono motivo di approvazione, di stima, di apprezzamento; quando dice opere “buone” intende anche opere “belle”. C’è una bontà e una bellezza in quella che è o dovrebbe essere una funzione presbiterale che emergono poi, nel tempo e nelle situazioni. E tanti motivi che non sono percepibili o documentabili nella fase del discernimento previo, poi diventano fioritura di straordinari segni di bontà e di bellezza nella vita della Chiesa. Non succede solo per i fatti negativi, ma succede anche che straordinari frutti di grazia emergono dopo, al di là di ogni possibile previsione o atto di fiducia.

Gli schiavi: un ruolo del tutto nuovo

Cap. 6, vv 1-2. Nei primi due versetti Paolo richiama l’attenzione di Timoteo sulla categoria degli schiavi che, evidentemente, era una categoria ben rappresentata nelle prime chiese: schiavi evangelizzati che hanno accolto il dono della vita nuova ed hanno intrapreso il cammino. Paolo non sta rivolgendo a Timoteo la sua raccomandazione nel senso che bisogna darsi da fare per cancellare l’istituzione sociale della schiavitù in quanto tale; non è comprensibile nel suo contesto. L’istituto della schiavitù esiste e continuerà ad esistere, ma non c’è dubbio che poi la storia ci insegna come la novità cristiana abbia introdotto, nel corso dei secoli, istanze tali per cui il relazionamento tra classi sociali è radicalmente mutato. Poi rispuntano forme di schiavitù anche oggi, ma non c’è dubbio che l’evangelizzazione ha determinato profonde trasformazioni dell’impianto sociale da questo punto di vista.

Nel v. 1 Paolo tiene conto dei cristiani che hanno a che fare con padroni pagani e nel v. 2 degli schiavi che hanno a che fare con padroni che sono cristiani anche loro: “Quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù (sono schiavi ma sono stati evangelizzati e l’Evangelo ha cambiato, trasformato, ristrutturato tutto il loro modo di vivere) trattino con ogni rispetto i loro padroni, perché non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina”. Attenzione a questo versetto perché Paolo sta affermando che la novità dell’Evangelo ha conferito a questi schiavi una dignità tale per cui adesso sono loro che danno onore ai padroni; è proprio l’esperienza intensa, autentica, profonda della novità che l’Evangelo ha suscitato nella vita di coloro che istituzionalmente sono schiavi che li rende soggetti protagonisti nella relazione con i loro padroni; sono loro che adesso sono in grado di proporsi come interlocutori che annunciano, testimoniano, evangelizzano la dignità della vita umana. A questi schiavi è affidata nientemeno che quella responsabilità santissima – in contrapposizione alla bestemmia – che fa di loro degli evangelizzatori nel rapporto con i padroni. Questo è determinante per Paolo. E questo è il motivo per cui quegli schiavi, che a loro volta sono stati evangelizzati e sono in cammino nella vita nuova, esercitano nella relazione con i loro padroni un ruolo di responsabilità preziosa, feconda, santissima: la responsabilità dell’Evangelo.

V.2: “Quelli poi che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio, proprio perché sono credenti e amati coloro che ricevono i loro servizi”. “Servizi”, traducendo dal greco, è la prerogativa del benefattore. Paolo sta dicendo: “è vero, in questo caso i padroni sono riconosciuti oggettivamente, nel contesto della vita comunitaria, della Chiesa, come fratelli amati da Dio, ma gli schiavi sono i benefattori dei loro padroni: il rapporto è capovolto. Il fatto che questi schiavi cristiani abbiano a che fare con dei padroni cristiani non significa che gli schiavi chiedano o pretendano dei benefici quasi come una forma di complicità loro dovuta perché un certo passaggio avvenuto nella loro vita li rende meritevoli di un’attenzione particolare. Non c’è alcun privilegio per gli schiavi cristiani in rapporto a padroni cristiani: il rapporto è esattamente capovolto perché sono questi schiavi i veri benefattori dei loro padroni. Aver a che fare con padroni cristiani per questi schiavi non significa far valere un particolare diritto a una solidarietà privilegiata come se si fosse dei raccomandati. Non è questo. I padroni cristiani sono chiamati a riconoscere nei loro schiavi i benefattori nella loro vita perché da loro continuano ad essere evangelizzati. E’ proprio ribaltata la prospettiva.

Ora siamo all’inizio dell’ultima sezione di questa Lettera: una raccomandazione finale, un richiamo che Paolo inserisce qui perchè merita un rilievo di particolare spicco.

Questo devi insegnare e raccomandare

Non strumentalizzare la pietà a fini di guadagno

Vv. 3-5: “Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, costui è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la pietà come fonte di guadagno”. La missione di Timoteo, dice Paolo, sarà esposta all’urto, all’impatto, al contrasto con un’altra impostazione dell’impegno pastorale e da questo chiarimento dipende la continuità, la coerenza, la correttezza, l’autenticità dell’evangelizzazione. C’è di mezzo il mistero della pietà e il fraintendimento del mistero della pietà significa l’inautenticità della missione quale che sia la coreografia che l’accompagna e l’uso delle parole fino allo spreco. Paolo lo richiama nel v. 3 quando accenna al linguaggio di Cristo che è benefico per la vita: “Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà (il caso che le cose non vadano così comporta una vera e propria malattia che invade l’ambito della vita, dell’impegno, del servizio pastorale nella Chiesa; una forma di auto-accecamento dell’animo) costui è accecato dall’orgoglio (un verbo che serve a descrivere quel turbine di vento che porta con sé fuliggine, nuvole dense, pesanti, compatte, oscure; una tempesta che adombra la scena con una cappa oscura, il buio, appunto un auto accecamento dell’animo che fascia lo spazio interiore fino a provocare un delirio febbricitante), non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose”. Un delirio febbricitante che magari ha la forma espressiva di un consumismo sovrabbondante fino all’inverosimile; un consumismo di chiacchiere che confliggono senza contenuti vitali dando spazio alla faziosità di coloro che ricercano nient’altro che gestire il consenso.

Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente (la vita interiore diremmo) e privi della verità, che considerano la pietà come fonte di guadagno”. Sono tutti sintomi del degrado, della corruzione della vita cristiana: una depravazione interiorizzata che diventa anche capacità di argomentare, logica didattica, capacità discorsiva… consumismo delle chiacchiere per un puro scopo fazioso mirato alla gestione del consenso e alla strumentalizzazione del potere nella relazione interpersonale e pastorale. Paolo dice “il buio” di una tempesta che acceca gli animi. Paolo ne parla con grande chiarezza e lucidità; si rivolge a Timoteo non tanto per spaventarlo, ma perché è ben consapevole di aver a che fare con situazioni già sperimentate e che saranno sperimentate in contesti sempre diversi, cangianti, evolutivi, ma si ripeteranno.

Alla fine del paragrafo, v. 5, Paolo sintetizza le cose in questo modo: si tratta di “conflitti di uomini corrotti nella mente (nella vita interiore) e privi della verità che considerano la pietà come fonte di guadagno”. Questa è la sintesi del dramma che, come tempesta, rabbuia la vita e la missione della Chiesa al servizio dell’Evangelo, ed in questo modo, in realtà, contraddice l’Evangelo. Strumentalizzazione di tutto, compresa la pietà, per il guadagno. Avete senz’altro nella memoria quella breve parabola che troviamo nel cap 17 del Vangelo secondo Luca[1], ove Gesù parla di quel servo che lavora tutto il giorno, poi torna a casa ma deve ancora lavorare; il padrone intanto mangia, beve, ma lui deve sistemare tutto, poi mangerà anche lui e dice: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Quell’inutilità di cui parla Gesù non è l’inutilità di una presenza di cui si può fare a meno (quello lavora dal mattino alla sera come un forsennato e non se ne potrebbe fare a meno), il senso è un altro: è inutile perché non ne trae un utile proprio, un beneficio suo; ma questo significa che ormai quel servo nella casa del padrone condivide tutto quanto è del padrone, così come il figlio maggiore nella parabola del “figlio prodigo” condivideva quanto era del padre. Quel servo ormai è così interno alla vita della casa, è così libero nella condivisione di tutto quanto riguarda il padrone, i suoi pensieri, affetti, desideri, progetti, che in quella casa è tutto suo, non ha più un utile proprio, perché non ha altro desiderio che quello di essere partecipe della vita della casa per quella finalità che il padrone vuole condividere con lui. Non ha più un utile suo. Ebbene, qui siamo alle prese con l’esatto contrario di quella “inutilità”: “considerano la pietà come fonte di guadagno”.

Bramosia e vera ricchezza

Vv. 6-10. E allora Paolo precisa (ci vuole un chiarimento a proposito di questo guadagno): “Certo, la pietà è un grande guadagno (è giusto sottolinearlo) congiunta però a moderazione”. Usa il termine “autarchia” Paolo; è vero che sta usando il temine pietà per identificare tutto quello ha a che fare con il disegno della salvezza: il mistero di Dio che si è rivelato a noi attraverso l’incarnazione del Figlio, la sua Pasqua redentiva, l’effusione dello Spirito Santo, tutta l’opera di evangelizzazione che è in corso; dunque questa parola è preziosissima, fecondissima, ricchissima. E’ un guadagno, è vero, ma subito Paolo accenna ad una condizione di sobrietà che comporta tutta una ridefinizione dei termini in gioco.

Le ultime raccomandazioni di Paolo sono naturalmente righe da collocare in una posizione di rilievo, non possiamo tergiversare, girare attorno ad esse o addirittura cancellarle (è un fenomeno ricorrente nella cosiddetta pastorale che invece siano proprio cancellate).

Infatti non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via (dunque: non guadagno in questo senso). Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. Al contrario coloro che vogliono arricchire…”. Paolo adesso sta precisando qual è la distinzione che bisogna mettere bene a fuoco quando parliamo della pietà e parliamo di un guadagno. Qui ci sono di mezzo due orientamenti di vita. La situazione qui è del tutto corrispondente a quello che dice la Madonna nel cantico del Magnificat, parlando di coloro che sono affamati: “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc. 1, 53), ove i ricchi non sono esattamente coloro che hanno grandi ricchezze a loro disposizione, sono piuttosto quelli a cui si riferisce Paolo nel versetto 9: coloro che vogliono arricchirsi e che potrebbero non essere molto ricchi ma vogliono arricchirsi; è un modo di impostare, orientare, strutturare la vita; è il desiderio portante di quella vita, è una spinta che dall’interno orienta quella vita all’acquisizione della ricchezza, anche se questa non verrà mai raggiunta (ma questo è un altro discorso); sono i “plutuntes”, quelli che vogliono arricchirsi. Due modi di impostare la vita; allora succede che quelli che, per come hanno impostato la vita, sono sempre più svuotati, “pinontes”, sono riempiti di beni, come dice la Madonna riempiti di quella “ricchezza” che è la capacità di accogliere, comprendere, contenere, una pienezza di bontà, una capacità di comprendere, solidarizzare, compatire, amare in quel vuoto… “ha ricolmato di beni gli affamati”; quegli altri, che sono più orientati a conquistare la ricchezza, sono a mani vuote. Notate che la Madonna non sta dicendo: “finalmente li abbiamo bacchettati sulle mani”, è una soddisfazione anche questa: “finalmente, ecco, li abbiamo presi con le mani nel sacco!”. No, sta dicendo che quando quei tali finalmente saranno alle prese con l’evidenza del vuoto nelle mani, si troveranno nella condizione di quei tali che sperimentano che cosa vuol dire, in quello svuotamento della loro vita, registrare la capienza di uno spazio di accoglienza e di amore, senza limiti! L’Evangelo funziona così, l’Evangelo funziona non come una sentenza giudiziaria che premia qualcuno e condanna qualcun altro; l’Evangelo funziona nella storia umana come un’immensa trivella che scardina le situazioni fatte dagli uomini e le rende disponibili a quella verità di cui Dio è protagonista: la pietà. Quando finalmente quelli che aspirano alla ricchezza si troveranno a mani vuote (finalmente!), ecco, quella sarà la strada aperta.

L’Evangelo funziona così! Allora qui Paolo sta dicendo che “coloro che vogliono arricchire cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori”. Come diventa tormentosa la vita che è impostata in obbedienza al desiderio di ottenere la ricchezza, alla ricerca della ricchezza; è una voracità che fa della vita una trappola senza preda, un naufragio senza meta, una sconfitta senza beneficio. Ma quello che avviene là dove la vita tormentosa degli uomini si spreca nella ricerca della ricchezza, raffigura lo smarrimento della fede. Hanno deviato dalla fede, dice il versetto 10. E’ lo smarrimento della fede; e quando finalmente saranno condotti a registrare questo sfinimento dei loro progetti, questo annientamento delle loro ricerche, questa sconfitta della loro bramosia, ecco che per loro si aprirà un autentico cammino pastorale. Il mistero della pietà.

Raccomandazioni finali a Timoteo: combatti la buona battaglia

Vv. 11-16. Terzo paragrafo, Paolo si rivolge personalmente a Timoteo: “Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose (queste cose riguardano te come gli altri; sono un incedente sulla strada della vita di tutti e ci sei anche tu); tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede…”. Qui si parla di un agone, di una colluttazione, di un combattimento “bello”. E’ la “bella” battaglia della fede. Ancora una volta la sottolineatura che mette in evidenza la bellezza della vita cristiana e dell’uomo di Dio, laddove sostenere il carico di questo dono ricevuto, prezioso ed entusiasmante, ma pur sempre un carico (l’Evangelo), implica un impegno faticoso perché è tutta la vita che si viene espandendo, allargando, aprendo, qualche volta anche in forma energica e dolorosa, come spaccature, screpolature, frantumazioni così da fare di questa vita uno spazio di accoglienza.

Nel v. 11, dove Paolo dice “tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza” dà sei indicazioni niente affatto casuali. Al centro fede e carità, poi – come un cerchio più esterno – pietà e pazienza e infine giustizia e mitezza. Tutto questo concorre a descrivere la bellezza di una vita che si consuma per far spazio. “Combatti la buona (bellissima) battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni”. Timoteo è rinviato alla vocazione battesimale; la chiamata di cui si parla è quella che ha determinato la svolta della sua vita e l’avvio di una vita nuova, quella vita piena, eterna, non solo perché dura nel tempo futuro, ma perché realizzata nella pienezza delle relazioni. E’ una vita che non muore più perché è una vita che ormai è realizzata nella comunione con il Signore risorto dai morti. A questa chiamata battesimale nel caso di Timoteo (ma poi per tutti) si connette quella che è stata per lui l’assunzione di un incarico pubblico, che gli fu conferito ad un certo momento della sua vita cristiana. E’ un ministero, dunque, che gli è stato affidato in un contesto comunitario in continuità con quella che è stata la testimonianza resa pubblicamente da Gesù. “Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti scongiuro…” e quel che segue. Qui è stata usata la stessa espressione “kali homologia” del v. 12: “la bella professione di fede” e “la bella testimonianza di Gesù Cristo davanti a Ponzio Pilato” nel v. 13.

“Il tuo ministero – spiega Paolo a Timoteo – si inserisce nella continuità con quella epifania di bellezza che è stata effusa da Gesù nell’adempimento della sua missione fino alla sua passione redentiva”. Ricordate che noi, tutte le domeniche nel “Credo”, ripetiamo esattamente questa formula: “patì sotto Ponzio Pilato”. La bellezza della vita cristiana che nasce da battesimo, cresce e si sviluppa, assume questa configurazione meglio definibile come “testimonianza”, come “martirya”, fino al martirio; ma ci sono ministeri, servizi e competenze diverse e il caso particolare di Timoteo non esclude gli altri casi, anzi, li valorizza. La vita cristiana si svolge così nella corrente di questa testimonianza di bellezza che è scaturita dal grembo stesso di Dio e che, giunta a noi, ci ha investiti attraverso la Passione redentiva di Cristo. V. 13: “Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo (la epifania, la manifestazione gloriosa, dunque la parusia finale), che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori (Paolo si lascia prendere da uno slancio orante, contemplativo; forse il richiamo a un inno liturgico), il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere. A lui onore e potenza per sempre. Amen”. E’ il grembo del Dio vivente che si è spalancato per noi (è il mistero della pietà); è da Lui che è stato inviato a noi, il Figlio che ha portato a compimento la sua missione, passata attraverso tutte le contraddizioni della nostra realtà umana fino alla Passione di morte e resurrezione: una passione d’amore. E’ da Lui che è stato effuso lo Spirito Santo e noi siamo battezzati, immersi, tuffati in questa epifania di bellezza che rimane nel tempo e continua a svolgersi interamente al cospetto di Dio, come sta dicendo Paolo; e, nel tempo, questo è il lascito da conservare.

Nel v. 14 dice: “ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento”. Questo termine compare in quella pagina famosa del Vangelo secondo Giovanni: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv. 13,34). Quel termine è di per sé un lascito testamentario: “lascio a voi quello che è mio. Amatevi come io ho amato voi, amatevi perché io ho amato voi”. Non sta dicendo: “vi ordino”. Se c’è una cosa che sperimentiamo nel nostro vissuto umano è che l’amore non si può ordinare, non si può imporre. Nell’ultima cena Gesù si rivolge ai discepoli in quei termini: sta lasciando l’insegnamento ultimo, la sua testimonianza suprema, la sua eredità. E’ il lascito che abbiamo ricevuto da Lui e che sarà conservato fino alla parusia, a lode della paternità di Dio e in risposta alla sua eterna volontà d’amore. (…)

Consiglio ai ricchi: sperate in Dio

Vv. 17-19. Un breve paragrafo, come un’aggiunta; come se gli fosse venuta in mente dopo. E riguarda coloro che sono ricchi di fatto. Prima parlava di quelli che vogliono arricchirsi, che progettano la loro vita per quello scopo; ora invece parla di coloro che sono ricchi di fatto: “Ai ricchi in questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi, di non riporre la speranza sull’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché ne possiamo godere; di fare del bene, di arricchirsi di opere buone, di essere pronti a dare, di essere generosi, mettendosi così da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera”. Questo per dire che la ricchezza di fatto vale per essere consumata e, quindi, per realizzare dei frutti di comunione. Dove dice “essere generosi” intende “essere uomini di comunione”. E’ interessante perché la ricchezza vale per esser spesa, non per essere accumulata. “Se sono ricchi raccomanda loro che mettano a disposizione quello che hanno”. Quando avranno consumato la loro ricchezza, l’avranno esaurita e svuotata, ecco la speranza in Dio: quello è il patrimonio preziosissimo che potranno lasciare in eredità; dopo aver speso tutto. Nel v. 19, dove la Bibbia traduce con “un buon capitale” è un “bel patrimonio”. Qual è un bel patrimonio accumulato da trasmettere? La speranza in Dio dopo aver speso tutto. Questo raccomanda ai ricchi

Saluto a Timoteo

Vv. 20-21: “Timoteo custodisci il deposito” (l’Evangelo ricevuto e trasmesso che altri ancora riceveranno e trasmetteranno); evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede.

La grazia sia con voi!”. Attenzione al termine “scienza” perché Paolo non sta polemizzando contro gli studi storico-critici; non sa neanche che cosa sono. E’ la conoscenza nel senso del linguaggio biblico che è un modo di stare al mondo, nelle relazioni; un modo affettivo di coinvolgersi nelle situazioni della vita. Rispetto a quel modo di stare al mondo a cui il protagonismo umano promette la realizzazione della vita c’è un’alternativa. Nel v. 21 leggiamo “professando la quale taluni hanno deviato dalla fede”: è quel modo di stare al mondo e di porsi nelle relazioni che alcuni si ripromettono in termini di autorealizzazione della loro vita. Questa promessa dove ci si arrocca nella posizione dell’autosufficienza protagonista di se stessa è come sprecare la vita. E’ l’estrema sollecitazione che Paolo rivolge a Timoteo: “tieni presente questo rischio che è sempre attuale per te e quelli che ti stanno accanto: il rischio di sbagliare strada e di perder l’occasione per scoprire, valorizzare e amare quel dono ricevuto che tutto di noi e del mondo, nelle misure di tempo e spazio che ci definiscono, si inserisce nell’unico grande disegno della pietà, nel mistero della pietà, nell’economia del gratuito”.

Ciclo di incontri del 2012-2013

http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 21/09/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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