COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sul Libro di Esdra

Lunedi – Mercoledì della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Spunti per la Lectio divina quotidiana
Commento di don Giovanni Nicolini
Testo
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Lectio divina sul Libro di Esdra

gerusalemme

Esd 1,1-11

1 Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola che il Signore aveva detto per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: 2 «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. 3 Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, e costruisca il tempio del Signore, Dio d’Israele: egli è il Dio che è a Gerusalemme. 4 E a ogni superstite da tutti i luoghi dove aveva dimorato come straniero, gli abitanti del luogo forniranno argento e oro, beni e bestiame, con offerte spontanee per il tempio di Dio che è a Gerusalemme”».
5 Allora si levarono i capi di casato di Giuda e di Beniamino e i sacerdoti e i leviti. A tutti Dio aveva destato lo spirito, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme. 6 Tutti i loro vicini li sostennero con oggetti d’argento, oro, beni, bestiame e oggetti preziosi, oltre a quello che ciascuno offrì spontaneamente.
7 Anche il re Ciro fece prelevare gli utensili del tempio del Signore, che Nabucodònosor aveva asportato da Gerusalemme e aveva deposto nel tempio del suo dio. 8 Ciro, re di Persia, li fece prelevare da Mitridate, il tesoriere, e li consegnò a Sesbassàr, principe di Giuda. 9 Questo è il loro inventario: bacili d’oro: trenta; bacili d’argento: mille; coltelli: ventinove; 10 coppe d’oro: trenta; coppe d’argento di second’ordine: quattrocentodieci; altri utensili: mille. 11 Tutti gli utensili d’oro e d’argento erano cinquemilaquattrocento. Sesbassàr li riportò tutti, quando gli esuli tornarono da Babilonia a Gerusalemme.

Commento

Bisognerà che ciascuno di noi ritorni con molta attenzione alle parole che oggi riceviamo dalla bontà del Signore mentre entriamo nel Libro di Esdra. Lo penso un testo molto importante per riflettere sulle vie che Dio sceglie per guidare la storia universale, la storia dell’intera umanità, tutta quella parte di essa che non lo conosce, ma che da Lui è amata e condotta alla salvezza e alla comunione.

L’espressione “suscitò lo spirito” di Ciro viene ripresa al v.5 con le parole : “A tutti Dio “aveva destato lo spirito”, affinché salissero a costruire il tempio del Signore che è a Gerusalemme”. Non sappiamo se in questi ultimi, che sono ebrei, e quindi appartenenti al Popolo di Dio, tale azione divina sia stato evento consapevole in loro. In Ciro questa azione divina è stata forse inconsapevole…In ogni modo possiamo osservare la meraviglia di questa azione nella storia, che da una parte è azione umana, compiuta e decisa da uomini, ma d’altra parte è certamente ed esplicitamente azione di Dio! Proviamo almeno un poco ad immergerci in questo, per contemplare anche in noi stessi una storia “nostra” , ma soprattutto una storia condotta dal Signore, la nostra stessa storia della salvezza. La storia della nostra salvezza.

Dobbiamo anche prendere atto che esplicitamente Ciro parla di Dio, che è evidentemente il Dio degli Ebrei, come il suo Dio, e il Dio di tutti. L’unico Dio. A Dio egli attribuisce le sue conquiste, e ora riceve da Lui l’incarico della costruzione-ricostruzione del tempio di Gerusalemme. Il v.3 annuncia una notizia di grande rilievo: il Popolo di Dio è liberato e fatto salire verso Gerusalemme per costruire il tempio, come anticamente il popolo è stato liberato dall’Egitto per offrire a Dio un sacrificio nel deserto. Il fine di tutto è sempre la comunione. La comunione d’amore. Ciro augura addirittura a chi deve partire che “il suo Dio sia con lui”! Trovo bellissimo che non si possa forse decidere con sicurezza quanto questo è esplicitamente consapevole in Ciro e in tutti. Mi piace pensare che Dio possa spesso servirsi semplicemente della coscienza e della consapevolezza di ogni persona. Questo ci incoraggia a guardare con attenzione “nuova” anche intorno a noi, nei pensieri e nei comportamenti di chi sembra lontano dai pensieri di Dio, ma forse Dio gli è molto vicino!

Conclusivamente sembra che l’intenzione profonda della Parola di Dio sia quella di comunicarci oggi la realtà e i segni della potenza divina nel suo agire nella storia dell’umanità liberamente, e spesso anche nascostamente. Tutto è molto più delicato e prezioso di come istintivamente pensiamo.

Esd 2,1-39

1 Questi sono gli abitanti della provincia che ritornarono dall’esilio, quelli che Nabucodònosor, re di Babilonia, aveva deportato a Babilonia e che tornarono a Gerusalemme e in Giudea, ognuno alla sua città; essi vennero 2 con Zorobabele, Giosuè, Neemia, Seraià, Reelaià, Mardocheo, Bilsan, Mispar, Bigvài, Recum, Baanà.
Questa è la lista degli uomini del popolo d’Israele.
3 Figli di Paros: duemilacentosettantadue.
4 Figli di Sefatia: trecentosettantadue.
5 Figli di Arach: settecentosettantacinque.
6 Figli di Pacat-Moab, cioè figli di Giosuè e di Ioab: duemilaottocentododici.
7 Figli di Elam: milleduecentocinquantaquattro.
8 Figli di Zattu: novecentoquarantacinque.
9 Figli di Zaccài: settecentosessanta.
10 Figli di Banì: seicentoquarantadue.
11 Figli di Bebài: seicentoventitré.
12 Figli di Azgad: milleduecentoventidue.
13 Figli di Adonikàm: seicentosessantasei.
14 Figli di Bigvài: duemilacinquantasei.
15 Figli di Adin: quattrocentocinquantaquattro.
16 Figli di Ater, cioè di Ezechia: novantotto.
17 Figli di Besài: trecentoventitré.
18 Figli di Iora: centododici.
19 Figli di Casum: duecentoventitré.
20 Figli di Ghibbar: novantacinque.
21 Figli di Betlemme: centoventitré.
22 Uomini di Netofà: cinquantasei.
23 Uomini di Anatòt: centoventotto.
24 Figli di Azmàvet: quarantadue.
25 Figli di Kiriat-Iearìm, di Chefirà e di Beeròt: settecentoquarantatré.
26 Figli di Rama e di Gheba: seicentoventuno.
27 Uomini di Micmas: centoventidue.
28 Uomini di Betel e di Ai: duecentoventitré.
29 Figli di Nebo: cinquantadue.
30 Figli di Magbis: centocinquantasei.
31 Figli di un altro Elam: milleduecentocinquantaquattro.
32 Figli di Carim: trecentoventi.
33 Figli di Lod, Adid e Ono: settecentoventicinque.
34 Figli di Gerico: trecentoquarantacinque.
35 Figli di Senaà: tremilaseicentotrenta.
36 Sacerdoti: figli di Iedaià della casa di Giosuè: novecentosettantatré.
37 Figli di Immer: millecinquantadue.
38 Figli di Pascur: milleduecentoquarantasette.
39 Figli di Carim: millediciassette.

Il v.1 del nostro testo, mentre riferisce un evento puntuale della storia di Israele, ci offre anche l’interpretazione globale della storia del popolo di Dio e di ognuno dei suoi figli. E forse anche l’interpretazione profonda della storia di ogni persona. La fisionomia essenziale di tutta la creazione e di tutta la storia. E’ una lettura “capovolta” rispetto agli schemi della razionalità. Questa infatti considera sempre l’ “inizio”, l’ “origine” come una condizione in certo modo “perfetta”, che si degrada nel suo incontro-scontro con il tempo e con se stessa. La fede ebraica, e la sapienza che ne nasce ha il suo punto iniziale più vero ed essenziale nella condizione ferita della storia, dalla quale Dio strappa e libera i suoi figli. Solo partendo da questo dato concreto della condizione umana si può cogliere il cammino della storia e si può individuare qualche elemento del suo esito finale.

Quindi la storia è questo “salire” (non semplicemente un “ritornare”, come propone la versione italiana) dall’esilio. L’esilio dunque dice anche una condizione “precipitata”, l’essere stati trascinati in basso. Questo è avvenuto per la violenza di un “nemico” – qui è, come simbolicamente, Nabucodonosor – che ha fatto di loro degli “esiliati”, o meglio dei “prigionieri dell’esilio”. L’intervento di Dio che abbiamo visto al cap.1, provoca ora questo grande “ritorno”. Ritorno a Gerusalemme! Quindi l’inizio non è la solidità di una condizione e di un’appartenenza, ma il dramma di una condizione esiliata. La storia è “sempre” la storia di questo salire e ritornare a dall’abisso di Babilonia alla propria vera sede, che è Gerusalemme. Gerusalemme lo è non perché vi sia un diritto naturale o una certezza di possesso da parte di questi che vi ritornano, ma perché è quel dono di Dio che qualifica la realtà profonda di questo popolo, diverso da tutti gli altri.

E c’è anche di più!  Il termine “figli”, incessantemente ripetuto oggi dalla Parola che il Signore ci regala, esprime non tanto un’appartenenza “etnica”, razziale, culturale…quanto la “storia” di liberazione e di salvezza che accomuna questi uomini e le loro famiglie. Noi oggi non riusciamo più a risalire all’origine dei loro nomi famigliari, ma possiamo solo, e ben più fortemente, cogliere che quello che accomuna queste “diversità”, è che sono tutti “figli” della stessa storia. Per questo siamo fratelli! Anche noi! Fratelli loro, e fratelli tra di noi. Una fraternità che in Gesù si è estesa sino ai confini della terra, a tutti i popoli della terra.

Esd 2,40-58

40 Leviti: figli di Giosuè e di Kadmièl, cioè figli di Odavia: settantaquattro.
41 Cantori: figli di Asaf: centoventotto.
42 Portieri: figli di Sallum, figli di Ater, figli di Talmon, figli di Akkub, figli di Catità, figli di Sobài: in tutto centotrentanove.
43 Oblati: figli di Sica, figli di Casufà,
figli di Tabbaòt, 44 figli di Keros,
figli di Siaà, figli di Padon,
45 figli di Lebanà, figli di Agabà,
figli di Akkub, 46 figli di Agab,
figli di Samlài, figli di Canan,
47 figli di Ghiddel, figli di Gacar,
figli di Reaià, 48 figli di Resin,
figli di Nekodà, figli di Gazzam,
49 figli di Uzzà, figli di Pasèach,
figli di Besài, 50 figli di Asna,
figli dei Meuniti, figli dei Nefisiti,
51 figli di Bakbuk, figli di Akufà,
figli di Carcur, 52 figli di Baslùt,
figli di Mechidà, figli di Carsa,
53 figli di Barkos, figli di Sìsara,
figli di Temach, 54 figli di Nesìach, figli di Catifà.
55 Figli degli schiavi di Salomone: figli di Sotài, figli di Assofèret, figli di Perudà, 56 figli di Iala, figli di Darkon, figli di Ghiddel, 57 figli di Sefatia, figli di Cattil, figli di Pocheret-Assebàim, figli di Amì.
58 Totale degli oblati e dei figli degli schiavi di Salomone: trecentonovantadue.

Dopo aver citato ai vv.40-42 i pochi leviti, cantori e portieri partiti per Gerusalemme, la Parola ci dona gli elenchi di due particolari categorie: gli oblati e i figli degli schiavi di Salomone. Conviene dare un’occhiata all’origine di questi gruppi: in Giosuè 9 per quello che riguarda l’origine degli oblati e 1Re9,20-21 per gli schiavi di Salomone. Avremo la sorpresa di trovare figli di popolazioni diverse dalla discendenza di Israele. Questo mi ha portato a ricordare come anche nella “genealogia” di Gesù, in Matteo1,1-17 ci siano persone appartenenti ad altri popoli che gli Ebrei hanno incontrato nella loro storia. Per gli oblati e per i servi di Salomone si tratta di vicende lontane e difficili, che per sé non sembravano dire un ingresso di questa gente nel Popolo del Signore. Eppure oggi li troviamo “in fila” con tutti quelli che sono tornati a Gerusalemme per la costruzione del Tempio.

Mi sembra molto bello e molto importante che noi oggi ci troviamo dentro a questa “profezia”! Ed è profezia del Popolo di Dio quale sarà con Gesù: sino ai confini della terra! Profezia che ha sempre faticato nella vicenda della comunità ecclesiale. E che anche oggi si pone, in scelte anche etiche molto delicate. Il confine tra chi è dentro e chi è fuori si ripropone incessantemente. Peraltro: se dovessimo vedere chi ha un “diritto” di appartenenza, ne troveremmo qualcuno? E se volessimo fissare e descrivere la situazione di chi è escluso da tale appartenenza, potremmo trovarla? Quando sento parlare della “porta stretta” che Gesù dice si debba varcare, sono portato a pensare alla porta “strettissima” della sua infinita misericordia, che incessantemente mi costringe a rivedere tutto sia dentro di me, sia intorno a me, vicino e lontano.

Resta che i termini per indicare questi oblati e questi servi sono parole di grande onore nella tradizione ebraico-cristiana: indicano persone “totalmente date”, e persone che portano nel loro nome l’impronta del “Servo” del Signore.

Esd 2,59-70

59 Questi sono coloro che ritornarono da Tel-Melach, Tel-Carsa, Cherub-Addan e Immer, ma non avevano potuto indicare se il loro casato e la loro discendenza fossero d’Israele: 60 i figli di Delaià, i figli di Tobia, i figli di Nekodà: seicentocinquantadue; 61 tra i sacerdoti, i figli di Cobaià, i figli di Akkos, i figli di Barzillài, il quale aveva preso in moglie una delle figlie di Barzillài, il Galaadita, e veniva chiamato con il loro nome. 62 Costoro cercarono il loro registro genealogico, ma non lo trovarono e furono allora esclusi dal sacerdozio. 63 Il governatore disse loro che non potevano mangiare le cose santissime, finché non si presentasse un sacerdote con urìm e tummìm.
64 Tutta la comunità nel suo insieme era di quarantaduemilatrecentosessanta persone, 65 oltre i loro schiavi e le loro schiave in numero di settemilatrecentotrentasette; avevano anche duecento cantori e cantatrici.
66 I loro cavalli erano settecentotrentasei, i loro muli duecentoquarantacinque, 67 i loro cammelli quattrocentotrentacinque e gli asini seimilasettecentoventi.
68 Alcuni capi di casato, al loro arrivo al tempio del Signore che è a Gerusalemme, fecero offerte spontanee al tempio di Dio per edificarlo al suo posto. 69 Secondo le loro possibilità diedero al tesoro della fabbrica sessantunmila dracme d’oro, cinquemila mine d’argento e cento tuniche sacerdotali.
70 Poi i sacerdoti, i leviti, alcuni del popolo, i cantori, i portieri e gli oblati si stabilirono nelle loro città e tutti gli Israeliti nelle loro città.

Sembra che continui ad allargarsi la possibilità di essere tra quelli che vengono liberati dall’esilio per ritornare a Gerusalemme! Secondo i vv.59-60 partono anche quelli “che non avevano potuto indicare se il loro casato e la loro discendenza fossero d’Israele”! Per il sacerdozio le cose sono più delicate e quindi “si sospende” la loro funzione perché “cercarono il loro registro genealogico, ma non lo trovarono”. E questo fu stabilito “finché non si presentasse un sacerdote con urim  e tummim”. La versione latina traduce questi termini tecnici in modo affascinante: “…donec surgeret sacerdos doctus atque perfectus”, con tensione profetica verso una pienezza che si compirà in Gesù. Così si mette in viaggio anche tutto ciò che è loro, schiavi, cantori e animali (vv.64-67).

A Gerusalemme si compiono “offerte spontanee” per la ricostruzione del tempio. Poi ognuno va a casa sua: questo mi fa pensare. Sembra che il più sia fatto, e invece tutto deve ancora avvenire per il restauro-rifacimento del tempio. Ma forse il tempio più importante è la comunità del Popolo finalmente ricostituita nella libertà, e nella sua possibilità di celebrare e di vivere la comunione con il suo Signore.

Esd 3,1-13

1 Giunse il settimo mese e gli Israeliti stavano nelle città. Il popolo si radunò come un solo uomo a Gerusalemme. 2 Allora si levarono Giosuè, figlio di Iosadàk, con i suoi fratelli, i sacerdoti, e Zorobabele, figlio di Sealtièl, con i suoi fratelli, e costruirono l’altare del Dio d’Israele, per offrirvi olocausti, come è scritto nella legge di Mosè, uomo di Dio. 3 Fissarono l’altare sulle sue basi, poiché erano presi dal terrore delle popolazioni locali, e vi offrirono sopra olocausti al Signore, gli olocausti del mattino e della sera. 4 Celebrarono la festa delle Capanne, come sta scritto, e offrirono olocausti quotidiani, nel numero prescritto per ogni giorno, 5 e poi l’olocausto perenne, per i noviluni, per tutte le solennità consacrate al Signore e per tutti coloro che volevano fare offerte spontanee al Signore. 6 Cominciarono a offrire olocausti al Signore dal primo giorno del mese settimo, benché del tempio del Signore non fossero poste le fondamenta.
7 Allora diedero denaro agli scalpellini e ai falegnami, e alimenti, bevande e olio alla gente di Sidone e di Tiro, perché inviassero il legname di cedro dal Libano per mare fino a Giaffa, secondo la concessione fatta loro da Ciro, re di Persia. 8 Nel secondo anno dal loro arrivo al tempio di Dio a Gerusalemme, nel secondo mese, diedero inizio ai lavori Zorobabele, figlio di Sealtièl, e Giosuè, figlio di Iosadàk, con gli altri fratelli sacerdoti e leviti e quanti erano tornati dall’esilio a Gerusalemme. Essi incaricarono i leviti dai vent’anni in su di dirigere i lavori del tempio del Signore. 9 Giosuè, i suoi figli e i suoi fratelli, Kadmièl e i suoi figli, i figli di Giuda, si misero come un solo uomo a dirigere chi faceva il lavoro nel tempio di Dio; così pure i figli di Chenadàd con i loro figli e i loro fratelli, leviti.
10 Mentre i costruttori gettavano le fondamenta del tempio del Signore, vi assistevano i sacerdoti con i loro paramenti e con le trombe, e i leviti, figli di Asaf, con i cimbali, per lodare il Signore secondo le istruzioni di Davide, re d’Israele. 11 Essi cantavano lodando e rendendo grazie al Signore, ripetendo: «Perché è buono, perché il suo amore è per sempre verso Israele». Tutto il popolo faceva risuonare grida di grande acclamazione, lodando così il Signore perché erano state gettate le fondamenta del tempio del Signore.
12 Tuttavia molti tra i sacerdoti e i leviti e i capi di casato anziani, che avevano visto il tempio di prima, mentre si gettavano sotto i loro occhi le fondamenta di questo tempio, piangevano forte; i più, invece, continuavano ad alzare grida di acclamazione e di gioia. 13 Così non si poteva distinguere il grido dell’acclamazione di gioia dal grido di pianto del popolo, perché il popolo faceva risuonare grida di grande acclamazione e il suono si sentiva lontano.

La meraviglia della Parola che oggi ci viene regalata la colgo soprattutto nell’incontro e nell’incrocio tra i lavori per il tempio, la preghiera di ciascuno e di tutti, la storia con le sue opportunità e le sue insidie, il dolore e la gioia…Mi chiedo se di fatto non sia proprio questa strana, grandiosa “liturgia” la vera costruzione dell’altare e del tempio!

Il primo elemento è quello della convocazione di tutto il popolo: Dunque, stavano ognuno nella sua città, come è confermato dal v.1, ma convergono a Gerusalemme: per noi discepoli di Gesù, non è sempre così la liturgia? Non è sempre l’essere convocati e condotti dallo Spirito a Gerusalemme? E l’affermazione “come un solo uomo” mi sembra voglia sottolineare la grande comunione che convoca e riunisce questo popolo.

Viene costruito per primo l’altare, prima del tempio. Il tempio si costruisce intorno all’altare, e questo viene sottolineato nella riedificazione attuale. Subito emerge anche la tensione che questo altare provoca, e che induce a “fissarlo” “perché erano presi dal terrore delle popolazioni locali”. Vedremo più avanti che questa tensione coinvolge anche quella parte di Israele che non era andata in esilio e che vedeva male i ritorno di questi fratelli diversi da loro perché non inquinati dal contatto con altre popolazioni, in particolare con i samaritani. Non riesco a capire se tutte le celebrazioni che vi si compiono siano distese nei tempi dell’anno liturgico, o siano fatte tutte insieme. Il v.6 dice in ogni modo l’inizio del regolare culto divino, e sottolinea il fatto che questo inizia quando ancora “del tempio del Signore non fossero poste le fondamenta”. I vv.7-10 dicono il grande lavoro che viene intrapreso e il coinvolgimento in esso di tanti, in tanti modi.

Ma soprattutto è straordinario l’incrocio tra tali lavori e la preghiera: “…vi assistevano i sacerdoti con i loro paramenti…essi cantavano lodando e rendendo grazie al Signore, ripetendo “Perché è buono, perché il suo amore è per sempre verso Israele”. E tutto il popolo si unisce a questa lode. Così i vv.10-11.

E infine ecco la presenza di sentimenti e di esperienze diverse. Gli anziani portati a piangere per l’evidente contrasto tra le costruzioni meravigliose del passato (è un vizio di noi vecchi, ma non è solo un vizio) e la modestia di quanto ora viene edificato. Questo lamento è tuttavia sommerso dalle acclamazioni di gioia dei più! Lamento e gioia insieme, ma prevalenza della gioia.

Esd 4,1-16

1 Quando i nemici di Giuda e di Beniamino vennero a sapere che gli esuli rimpatriati stavano costruendo un tempio al Signore, Dio d’Israele, 2 si presentarono a Zorobabele e ai capi di casato e dissero: «Vogliamo costruire anche noi insieme con voi, perché anche noi, come voi, cerchiamo il vostro Dio; a lui noi facciamo sacrifici dal tempo di Assarhàddon, re d’Assiria, che ci ha fatto salire qui». 3 Ma Zorobabele, Giosuè e gli altri capi di casato d’Israele dissero loro: «Non conviene che costruiamo insieme una casa al nostro Dio; noi soltanto la costruiremo al Signore, Dio d’Israele, come Ciro, re di Persia, ci ha ordinato». 4 Allora la popolazione locale si mise a scoraggiare il popolo dei Giudei e a intimorirlo perché non costruisse. 5 Inoltre con denaro misero contro di loro alcuni funzionari, per far fallire il loro piano; e ciò per tutto il tempo di Ciro, re di Persia, fino al regno di Dario, re di Persia.
6 Durante il regno di Serse, al principio del suo regno, essi presentarono una denuncia contro gli abitanti di Giuda e di Gerusalemme. 7 Poi al tempo di Artaserse, Bislam, Mitridate, Tabeèl e gli altri loro colleghi scrissero ad Artaserse re di Persia: il testo del documento era in caratteri aramaici e tradotto in aramaico. 8 Recum, governatore, e Simsài, scriba, scrissero al re Artaserse contro Gerusalemme la lettera seguente: 9 «Da parte di Recum, governatore, e Simsài, scriba, e gli altri loro colleghi giudici e prefetti, uomini di Tarpel, di Persia, di Uruc, di Babilonia e di Susa, cioè di Elam, 10 e altri popoli che il grande e illustre Asnappàr deportò e stabilì nella città di Samaria e nel resto della regione dell’Oltrefiume…».
11 Questa è la copia della lettera che gli mandarono: «Al re Artaserse i tuoi servi, uomini della regione dell’Oltrefiume. 12 Sia noto al re che i Giudei che sono partiti da te e sono venuti presso di noi, a Gerusalemme, stanno ricostruendo la città ribelle e malvagia: hanno terminato le mura e riparato le fondamenta. 13 Ora sia noto al re che, se quella città è ricostruita e le mura sono riparate, tributi, imposte e tasse non saranno più pagati e questo danneggerà i re. 14 Ora, poiché noi mangiamo il sale della reggia e per noi non è decoroso stare a guardare la spoliazione del re, mandiamo informazioni al re, 15 perché si facciano ricerche nel libro delle memorie dei tuoi padri: tu troverai nel libro delle memorie e constaterai che quella città è una città ribelle, causa di guai per re e province, e vi hanno fatto sedizioni fin dai tempi antichi. Per questo quella città è stata distrutta. 16 Noi informiamo il re che, se quella città è ricostruita e le mura sono riparate, non avrai più possedimenti nella regione dell’Oltrefiume».

Proseguendo con una rapida lettura i testi successivi mi sembra che possiamo dare un’interpretazione positiva al rifiuto della partecipazione di altri alla costruzione del tempio. Se prendiamo questa chiave di lettura, l’interferenza di questi “nemici di Giuda e di Beniamino” (v.1) non deve essere considerata una “chiusura”, ma una salvaguardia dell’elezione di Israele contro tutti gli assalti di potenze mondane e idolatriche. Così quel “vogliamo costruire anche noi insieme con voi, perché anche noi, come voi, cerchiamo il vostro Dio…” (v.2) porta con sé l’insidia di una mondanizzazione della fede e di uno stravolgimento della Parola e della fede del Popolo di Dio. Certe “alleanze” con i poteri mondani e con le loro logiche da parte della comunità credente sono anche oggi, come in ogni tempo, tradimenti e non aperture! Per questo la reazione di questi “nemici” tenta le strade dell’intimidazione e della corruzione, come ascoltiamo ai vv.4-5.

L’opposizione giunge fino al ricorso alle supreme autorità con “una denuncia contro gli abitanti di Giuda e di Gerusalemme” (v.6). La ricostruzione del tempio diventa allora la ricostruzione della “città ribelle e malvagia” (v.12). Come conseguenza “tributi, imposte e tasse non saranno più pagati e questo danneggerà il re” (v.13). Per questo conviene che anche ai nostri tempi la comunità credente eviti con cura ogni rischio di pretendere esenzioni e privilegi. Il rischio della mondanizzazione della fede è simmetrico al rischio della divinizzazione del potere mondano. Quelli che scrivono e inviano tale lettera sono sicuramente dentro a tale divinizzazione, e possono affermare tranquillamente “poiché noi mangiamo il sale della reggia…”, e si dicono sicuri che se si faranno “ricerche nel libro delle memorie…” (v.15), quella città, Gerusalemme, è stata distrutta appunto perché “ribelle, causa di guai per re e province, e vi hanno fatto sedizioni fin dai tempi antichi…”. Si sente qui l’eco di accuse che verranno fatte contro il nostro Signore Gesù da parte di un sacerdozio del tempio ormai mondanizzato. Questo ci aiuta oggi a cogliere come “la ricostruzione del tempio e della città” debba compiersi secondo criteri e secondo scelte che nulla abbiano a vedere con i templi e gli idoli della mondanità, tra i quali principalmente tutto quello che riguarda l’idolatria del potere e del denaro.

Esd 4,17-24

17 Il re inviò questa risposta:
«A Recum, governatore, e Simsài, scriba, e agli altri loro colleghi, che risiedono in Samaria e nel resto della regione dell’Oltrefiume, salute! Ora, 18 la lettera che ci avete mandato è stata letta davanti a me accuratamente. 19 Dietro mio ordine si sono fatte ricerche, e si è trovato che quella città fin dai tempi antichi si è sollevata contro i re e in essa sono avvenute rivolte e sedizioni. 20 A Gerusalemme vi furono re potenti che comandavano su tutto il territorio dell’Oltrefiume: a loro si pagavano tributi, imposte e tasse. 21 Date perciò ordine di fermare quegli uomini, e quella città non sia ricostruita, fino a mio ordine nuovo. 22 Badate di non essere negligenti in questo, perché non aumenti il danno arrecato al re».
23 Appena la copia della lettera del re Artaserse fu letta davanti a Recum e a Simsài, scriba, e ai loro colleghi, questi andarono in gran fretta a Gerusalemme dai Giudei e li fecero smettere con la forza e con la violenza. 24 Così cessò il lavoro per il tempio di Dio che è a Gerusalemme e rimase fermo fino all’anno secondo del regno di Dario, re di Persia.

A conferma del testo precedente possiamo cogliere nella Parola che oggi ci viene regalata dal Signore il timore del potere mondano nei confronti dei segni e delle opere della fede. La vera ragione di questi timori sta nell’essere oscuramente avvertito un giudizio – e quindi un’insidia – che la potenza dello Spirito afferma contro i poteri mondani e le loro idolatrie (o meglio, autoidolatrie!). Possiamo cogliere qui le “paure” del potere di fronte a Gesù. In particolare la paura di Pilato nel Vangelo secondo Giovanni ai cap.18-19.

E’ questo che provoca un’interpretazione mondanizzata delle glorie di Israele, ricordate ai vv.19-20 con descrizioni che nulla colgono del volto profondo della storia del Popolo di Dio e lo equiparano ad uno dei tanti poteri mondani che di tempo in tempo egemonizzano la vicenda del mondo.

Peraltro si avverte come sia del tutto inutile pensare di poter fermare la potenza dello Spirito nella storia con i provvedimenti di “polizia” disposti ai vv.21-22, e attuati ai vv.23-24.

Esd 5,1-17

1 Ma i profeti, cioè il profeta Aggeo e Zaccaria, figlio di Iddo, profetarono ai Giudei che erano in Giuda e a Gerusalemme, nel nome del Dio d’Israele, che era con loro. 2 Allora Zorobabele, figlio di Sealtièl, e Giosuè, figlio di Iosadàk, si levarono e ripresero a costruire il tempio di Dio che è a Gerusalemme; con essi c’erano i profeti di Dio, che li sostenevano. 3 In quel tempo Tattènai, governatore della regione dell’Oltrefiume, Setar-Boznài e i loro colleghi vennero da loro e dissero: «Chi vi ha dato ordine di costruire questo tempio e di preparare questo legname? 4 Chi sono e come si chiamano gli uomini che costruiscono questo edificio?». 5 Ma l’occhio vigile del loro Dio era sugli anziani dei Giudei: quelli perciò non li fecero smettere, in attesa che pervenisse a Dario una relazione e poi fosse rimandato un rescritto su questo affare.
6 Ecco la copia della lettera che Tattènai, governatore dell’Oltrefiume, Setar-Boznài e i suoi colleghi, funzionari dell’Oltrefiume, mandarono al re Dario. 7 Gli mandarono un rapporto in cui era scritto:
«Al re Dario salute perfetta! 8 Sia noto al re che siamo andati nella provincia della Giudea, al tempio del grande Dio. Esso viene costruito con pietre squadrate e si mette legno alle pareti; quel lavoro viene fatto con diligenza e progredisce nelle loro mani. 9 Allora abbiamo interrogato quegli anziani e abbiamo detto loro: “Chi vi ha dato ordine di costruire questo tempio e di preparare questo legname?”. 10 Inoltre abbiamo domandato i loro nomi, per farteli conoscere, scrivendo il nome degli uomini che stanno loro a capo. 11 Essi hanno risposto: “Noi siamo servitori del Dio del cielo e della terra e ricostruiamo il tempio che fu edificato molti anni fa. Un grande re d’Israele lo ha costruito e lo ha portato a termine. 12 Ma poiché i nostri padri hanno provocato all’ira il Dio del cielo, egli li ha messi nelle mani di Nabucodònosor, re di Babilonia, il Caldeo, che distrusse questo tempio e deportò a Babilonia il popolo. 13 Ma nel primo anno di Ciro, re di Babilonia, il re Ciro ha dato ordine di costruire questo tempio di Dio; 14 inoltre i vasi del tempio di Dio, d’oro e d’argento, che Nabucodònosor aveva portato via dal tempio di Gerusalemme e trasferito al tempio di Babilonia, il re Ciro li ha fatti togliere dal tempio di Babilonia e li ha fatti consegnare a un tale di nome Sesbassàr, che egli aveva costituito governatore. 15 Gli disse: Prendi questi vasi e va’ a deporli nel tempio che è a Gerusalemme e il tempio di Dio sia costruito al suo posto. 16 Allora quel Sesbassàr venne, gettò le fondamenta del tempio di Dio che è a Gerusalemme e da allora fino ad oggi esso è in costruzione, ma non è ancora finito”. 17 Ora, se piace al re, si cerchi negli archivi del re a Babilonia se risulta che dal re Ciro sia stato emanato un decreto di costruire quel tempio di Dio a Gerusalemme, e ci venga inviata la decisione del re a questo proposito».

Assistiamo oggi, nella Parola del Signore, ad una disobbedienza tanto silenziosa quanto determinata. Sembra che i costruttori del tempio trovino il coraggio e la forza di riprendere i lavori che erano stati interrotti di forza nel capitolo precedente per la presenza e la parola dei “profeti che li sostenevano” (v.2). Ne vengono nominati due al v.1, Aggeo e Zaccaria, e forse sono ancora loro, e solo loro, “i profeti di Dio” del v.2. In ogni modo, questi “profetarono ai Giudei che erano in Giuda e Gerusalemme”, e perciò Zorobabele e Giosuè “si levarono e ripresero a costruire il tempio di Dio che è a Gerusalemme”. Sembra di capire che la “profezia” sia parola che ha in sé la potenza stessa di Dio. E per la forza di questa Parola essi possono contraddire la disposizione di sospendere i lavori. La loro forza è questa Parola! E’ singolare che alla domanda del governatore e dei suoi colleghi, al v.3, essi neppure rispondano. Il v.5 esprime ulteriormente il segreto di forza della parola profetica con l’affermazione “l’occhio vigile del loro Dio era sugli anziani”. Perciò sembra che i funzionari siano come costretti da questa forza e quindi “non li fecero smettere”.

Notiamo, al v.5, la comparsa di un nuovo termine: “gli anziani”. Esso viene ripreso al v.9, nel rapporto che il governatore e i suoi collaboratori mandano al  re Dario. Qui diranno, al  v.10, di aver chiesto agli anziani costruttori i loro nomi, per poterli riferire al re, ed essi hanno risposto qualificandosi come “i servitori del Dio del cielo e della terra” (v.11), un titolo di alta autorevolezza che parla di Dio come Signore di tutto e di tutti: il cielo e la terra! Quindi, Dio anche dei loro oppositori. E di seguito ricordano e descrivono i fatti con tale autorità che le loro parole diventano il rapporto stesso che viene mandato al re. Per questo, al di là delle vicende e delle intenzioni di tutti, emerge la storia di Israele e degli altri popoli, come la storia che Dio genera e governa. Così ascoltiamo ai vv.11-12. E ai vv.13-16 gli anziani servitori di Dio possono invocare la testimonianza stessa della storia, e rivendicare quindi la legittimità di quanto è stato fatto e di quanto loro stanno facendo.

Dalla storia confusa e violenta dei poteri mondani si passa quindi all’interpretazione vera e profonda che ne dà la Parola del Signore.

Esd 6,1-12

1 Allora il re Dario ordinò che si facessero ricerche nell’archivio, là dove si depongono i tesori a Babilonia, 2 e a Ecbàtana, la fortezza che è nella provincia di Media, si trovò un rotolo in cui era scritta la seguente annotazione:
3 «Nell’anno primo del suo regno, il re Ciro prese questa decisione riguardo al tempio di Dio a Gerusalemme: il tempio sia ricostruito come luogo in cui si facciano sacrifici; le sue fondamenta siano salde, la sua altezza sia di sessanta cubiti, la sua larghezza di sessanta cubiti. 4 Vi siano nei muri tre ordini di pietre squadrate e un ordine di legno. La spesa sia sostenuta dalla reggia. 5 E anche i vasi del tempio di Dio, d’oro e d’argento, che Nabucodònosor portò via dal tempio che è a Gerusalemme e trasferì a Babilonia, siano restituiti e vadano al tempio che è a Gerusalemme, al loro posto, e siano deposti nel tempio di Dio».
6 «Quindi, Tattènai, governatore dell’Oltrefiume, Setar-Boznài e voi, loro colleghi, funzionari dell’Oltrefiume, tenetevi in disparte. 7 Lasciate che lavorino a quel tempio di Dio. Il governatore dei Giudei e i loro anziani costruiscano quel tempio di Dio al suo posto. 8 Ed ecco il mio ordine circa quello che dovrete fare con quegli anziani dei Giudei per la costruzione di quel tempio di Dio: con il denaro del re, quello delle tasse dell’Oltrefiume, siano integralmente sostenute le spese di quegli uomini, perché non vi siano interruzioni. 9 Ciò che loro occorre, giovenchi, arieti e agnelli, per gli olocausti al Dio del cielo, grano, sale, vino e olio siano loro forniti ogni giorno senza negligenza, secondo le indicazioni dei sacerdoti di Gerusalemme, 10 perché facciano offerte di profumo gradito al Dio del cielo e preghino per la vita del re e dei suoi figli. 11 E ordino che se qualcuno trasgredirà questo decreto, sia estratta una trave dalla sua casa e venga innalzata perché vi sia appeso e la sua casa sia ridotta a letamaio per questo motivo. 12 Il Dio che ha fatto abitare lì il suo nome, rovesci qualsiasi re o popolo che osi stendere la propria mano per trasgredire e distruggere quel tempio di Dio che è a Gerusalemme. Io, Dario, ho emanato quest’ordine: sia eseguito integralmente».

Una considerazione si può trarre da questi due “decreti”, e riguarda la “forza” di ciò che non resta solo episodio della storia, ma viene “scritto”: ricordiamo la risposta di Pilato ai sacerdoti giudei che obiettano all’iscrizione che egli ha fatto porre sulla croce di Gesù – “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei” – che ribatte: “Quel che ho scritto, ho scritto” (Giovanni 19,19-22). Senza farne un discorso assoluto, certo lo “scritto” sembra assumere, in quanto tale, una sua autorità. E tale è anche quando lo scritto sarà abrogato per la sua negatività: tale negatività sarà confermata e sottolineata proprio dal fatto di essere stata scritta.

Un’altra considerazione che si può fare ascoltando la Parola di oggi è l’ipotesi positiva di una certa “laicità”, dove sembra che il potere mondano non ecceda nel divinizzare se stesso, ma sappia distinguere e quindi lasciare spazi di libertà ad altre realtà e istituzioni. Certo, anche questo è un modo per governare. Forse, però, migliore di altri. Fino a riuscire a stabilire che c’è qualcosa che deve essere restituito, come  è, al v.5, per i vasi d’oro e d’argento che Nabucodonosor ha rapinato.

Peraltro, anche la sorte e la condizione di Israele, il Popolo di Dio, sembrano collocarsi nella possibilità di tenersi libere da ambizioni di potere politico che le garantiscano. In questo senso bisogna dire che la diaspora millenaria di Israele ha la fisionomia di un non piccolo “miracolo” della storia: come gli Ebrei abbiano potuto, in una totale dispersione tra gli altri popoli, non essere mai infine “assimilati”. E questo fino all’essere di tempo in tempo, “identificati”, e perseguitati! Sono stati, e ancora sono molti, gli ebrei che si scoprono tali, o tali si “riscoprono”, quando riesplode l’antisemitismo in una terra o in una cultura nella quale sono dispersi. In quel frangente sono “costretti” a rendersi conto che la loro unica vera forza è la loro fede. Noi cristiani siamo sempre stati più tentati di identificare il cammino storico della nostra fede con appartenenze culturali, ideologiche, e addirittura nazionali e razziali.

Così, nel nostro testo, i figli di Israele appaiono come particolarmente protetti, ma la stessa protezione dice quella “debolezza” che facilmente può capovolgersi in discriminazione e persecuzione. Allora, quello è per molti il momento della “riscoperta” del legame profondo con Dio e con la storia che Dio ha creato e scritto per loro e con loro.

Esd 6,13-22

13 Allora Tattènai, governatore dell’Oltrefiume, Setar-Boznài e i loro colleghi, fecero integralmente come il re Dario aveva comandato. 14 Gli anziani dei Giudei continuarono a costruire e fecero progressi, grazie alla profezia del profeta Aggeo e di Zaccaria, figlio di Iddo. Portarono a compimento la costruzione per ordine del Dio d’Israele e per ordine di Ciro, di Dario e di Artaserse, re di Persia. 15 Si terminò questo tempio per il giorno tre del mese di Adar, nell’anno sesto del regno del re Dario. 16 Gli Israeliti, i sacerdoti, i leviti e gli altri rimpatriati celebrarono con gioia la dedicazione di questo tempio di Dio; 17 offrirono per la dedicazione di questo tempio di Dio cento tori, duecento arieti, quattrocento agnelli e dodici capri come sacrifici espiatori per tutto Israele, secondo il numero delle tribù d’Israele. 18 Stabilirono i sacerdoti secondo le loro classi e i leviti secondo i loro turni per il servizio di Dio a Gerusalemme, come è scritto nel libro di Mosè.
19 I rimpatriati celebrarono la Pasqua il quattordici del primo mese. 20 Infatti i sacerdoti e i leviti si erano purificati tutti insieme, come un sol uomo: tutti erano puri. Così immolarono la Pasqua per tutti i rimpatriati, per i loro fratelli sacerdoti e per se stessi. 21 Ne mangiarono gli Israeliti che erano tornati dall’esilio e quanti si erano separati dalla contaminazione del popolo del paese, unendosi a loro per cercare il Signore, Dio d’Israele. 22 Celebrarono con gioia la festa degli Azzimi per sette giorni, poiché il Signore li aveva colmati di gioia, avendo piegato a loro favore il cuore del re d’Assiria, per rafforzare le loro mani nel lavoro per il tempio di Dio, il Dio d’Israele.

Profeti e anziani sono i grandi protagonisti della costruzione del tempio che finalmente viene terminata. La sua consacrazione viene celebrata con gioia e con abbondanza di offerte. Viene inaugurato e ripristinato il culto secondo le antiche norme date da Mosè. Questo è il tempio che anche il Signore Gesù conoscerà e frequenterà. E’ l’immagine profetica dell’ultimo tempio, quello che sarà costituito dallo stesso Popolo di Dio. Quello dove verrà esercitato un sacerdozio comune a tutti i figli di Dio. Quello dove in Gesù si identificheranno pienamente il sacerdote e la vittima. Quello dove il Figlio di Dio è l’Agnello offerto per la liberazione e la salvezza di tutto il popolo. Quello dove ogni figlio di Dio si unisce e comunica con l’Agnello di Dio che prende su di Sé il peccato del mondo.

Secondo quello che ascoltiamo ai vv.19-21 celebrano la Pasqua insieme sia coloro che erano ritornati dall’esilio, sia quelli che non essendo andati in esilio ora si separano dalla contaminazione indotta dalle popolazioni che si sono infiltrate nel paese. La gioia è il sentimento dominante in questa celebrazione. Ed è la gioia per la salvezza donata da Dio che ha ”piegato a loro favore il cuore del re d’Assiria”, e ha rafforzato “le loro mani nel lavoro per il tempio di Dio” (v.22).

Esd 7,1-16

1 Dopo questi avvenimenti, sotto il regno di Artaserse, re di Persia, Esdra, figlio di Seraià, figlio di Azaria, figlio di Chelkia, 2 figlio di Sallum, figlio di Sadoc, figlio di Achitùb, 3 figlio di Amaria, figlio di Azaria, figlio di Meraiòt, 4 figlio di Zerachia, figlio di Uzzì, figlio di Bukkì, 5 figlio di Abisùa, figlio di Fineès, figlio di Eleàzaro, figlio di Aronne, sommo sacerdote, 6 Esdra dunque partì da Babilonia. Egli era uno scriba esperto nella legge di Mosè, data dal Signore, Dio d’Israele. Poiché la mano del Signore, suo Dio, era su di lui, il re aveva esaudito ogni sua richiesta. 7 Partirono per Gerusalemme alcuni Israeliti, sacerdoti, leviti, cantori, portieri e oblati, nel settimo anno del re Artaserse. 8 Egli arrivò a Gerusalemme nel quinto mese: era l’anno settimo del re. 9 Egli aveva fissato la partenza da Babilonia per il primo giorno del primo mese, e il primo del quinto mese arrivò a Gerusalemme, poiché la mano benevola del suo Dio era su di lui. 10 Infatti Esdra si era dedicato con tutto il cuore a studiare la legge del Signore e a praticarla e a insegnare in Israele le leggi e le norme.
11 Questa è la copia del documento che il re Artaserse consegnò a Esdra, sacerdote, scriba ed esperto nei comandamenti del Signore e nelle leggi date a Israele:
12 «Artaserse, re dei re, al sacerdote Esdra, scriba della legge del Dio del cielo, salute perfetta. Ora, 13 io ordino che, nel mio regno, chiunque del popolo d’Israele, dei suoi sacerdoti e dei leviti vuole venire a Gerusalemme, venga pure con te; 14 infatti da parte del re e dei suoi sette consiglieri tu sei inviato a fare inchiesta in Giudea e a Gerusalemme riguardo alla legge del tuo Dio che è nelle tue mani, 15 e a portare l’argento e l’oro che il re e i suoi consiglieri inviano come offerta spontanea al Dio d’Israele che abita a Gerusalemme, 16 e tutto l’argento e l’oro che troverai in tutta la provincia di Babilonia, insieme con le offerte spontanee che il popolo e i sacerdoti offriranno per il tempio del loro Dio a Gerusalemme.

In questo secondo flusso del ritorno degli ebrei a Gerusalemme e nella loro terra, compare la figura di Esdra. La lunga genealogia che arriva fino ad Aronne (vv.1-5) qualifica e illumina la sua persona e la sua missione. In lui si fondono da una parte l’eminenza della sua persona per la grande tradizione ebraica, e dall’altra l’autorevolezza della sua missione in quanto inviato ufficialmente dal re, come ascoltiamo al v.14.

Tuttavia il testo mette in evidenza soprattutto che “la mano del Signore suo Dio era su di lui” (v.6 e v.9). E’ per questo che “il re aveva esaudito ogni sua richiesta” (v.6) e quindi egli può partire da Babilonia con tutti quelli che vogliono seguirlo. Ed è per questa particolare protezione divina che “arrivò a Gerusalemme” (v.9). E il v.10 dice la ragione di questa benevolenza e di questa protezione divina: “Esdra  si era dedicato con tutto il cuore a studiare la legge del Signore e a praticarla e a insegnare in Israele le leggi e le norme”.

Il v.11 mette in evidenza quello che nei versetti successivi viene detto del contenuto del documento consegnato dal re a Esdra. Egli va a Gerusalemme in quanto “scriba ed esperto nei comandamenti del Signore  e nelle leggi date a Israele”. Il re e la sua corte assumono come propria la missione di Esdra. Così viene ufficializzata la sua partenza e la partenza con lui  di “chiunque del popolo d’Israele, dei suoi sacerdoti e dei leviti vuole venire a Gerusalemme” (v.13)! E viene assunto dal potere regale anche il compito di “fare inchiesta in Giudea e a Gerusalemme riguardo alla legge del tuo Dio che è nelle tue mani” (v.14).

Infine i vv.15-16 ci dicono dell’aiuto che “il re e i suoi consiglieri  inviano come offerta spontanea al  Dio d’Israele che abita a Gerusalemme”, insieme a tutto quello che Esdra riceverà “in tutta la provincia di Babilonia, insieme con le offerte spontanee che il popolo e i sacerdoti offriranno per il tempio del loro Dio a Gerusalemme”.

Esd 7,17-28

17 Perciò con questo argento ti prenderai cura di acquistare tori, arieti, agnelli, con le loro oblazioni e le loro libagioni, e li offrirai sull’altare del tempio del vostro Dio che è a Gerusalemme. 18 Con il resto dell’argento e dell’oro farete quello che sembrerà bene fare a te e ai tuoi fratelli, secondo la volontà del vostro Dio. 19 I vasi, che ti sono stati dati per il culto del tempio del tuo Dio, rendili al Dio di Gerusalemme. 20 Il resto di quanto occorre per il tempio del tuo Dio, e che spetta a te procurare, lo procurerai a spese del tesoro del re.
21 Io, il re Artaserse, ordino a tutti i tesorieri dell’Oltrefiume: Tutto ciò che Esdra, sacerdote e scriba della legge del Dio del cielo, vi domanderà, sia fatto integralmente, 22 fino a cento talenti d’argento, cento kor di grano, cento bat di vino, cento bat di olio e sale a volontà. 23 Quanto è prescritto dal Dio del cielo sia fatto con diligenza per il tempio del Dio del cielo, perché non venga l’ira sul regno del re e dei suoi figli. 24 E vi comunichiamo che nessuno può imporre tasse, tributi o imposte a tutti i sacerdoti, leviti, cantori, portieri, oblati e inservienti di questo tempio.
25 Quanto a te, Esdra, secondo la sapienza del tuo Dio, che tu possiedi, stabilisci magistrati e giudici che giudichino tutto il popolo dell’Oltrefiume, cioè tutti coloro che conoscono le leggi del tuo Dio, e voi dovrete istruire chi non le conosce. 26 Contro chiunque non osserverà la legge del tuo Dio e la legge del re, si faccia con sollecitudine un processo e lo si punisca con la morte o una pena corporale o un’ammenda in denaro o il carcere».
27 Benedetto il Signore, Dio dei padri nostri, che ha disposto così il cuore del re a glorificare il tempio del Signore che è a Gerusalemme 28 e si è volto verso di me con amore di fronte al re, ai suoi consiglieri e a tutti i comandanti del re. Allora io mi sono sentito incoraggiato, perché la mano del Signore, mio Dio, era su di me e ho radunato alcuni capi da Israele, perché salissero con me.

Propongo una lettura e un’interpretazione della Parola che oggi riceviamo dalla bontà del Signore secondo quello che mi suggerisce l’aver chiesto anche oggi a Gesù di essere Lui a leggercela. Questo mi porta a raccogliere insieme i verbi – e quindi le disposizioni che essi contengono –  come “acquistare… offrirai… farete quello che sembrerà bene fare… rendili… procurerai…” dei vv.17-20 per cogliere in essi il desiderio e la speranza di far tutto convergere verso il Signore, perché tutto diventi diaconìa, lode e gloria di Lui. Penso quindi soprattutto alla preghiera e alla carità, al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Tutto deve diventare una grande liturgia di comunione. Per questo tutto deve essere raccolto dalla dispersione e trasformato in sacrificio d’amore. In particolare, il v.19 ci ricorda che qualcosa deve essere “restituito”, perché è stato “rubato” al Signore. E tutto deve essere fatto “integralmente… con diligenza… “ (vv.21-23), e in piena libertà (v.24).

I vv.25-26 sono una forte esortazione a ritornare alla Parola di Dio. In questo orizzonte possiamo ascoltare espressioni come “…secondo la sapienza del tuo Dio, che tu possiedi… coloro che conoscono le leggi del tuo Dio… istruire chi non le conosce … la legge del tuo Dio” dei vv.25-26. Sembra, insomma, la profezia di un nuovo Concilio Ecumenico che sarebbe bene potesse avvenire anche oggi. Bisogna ritornare tutti ad ascoltare tutti ogni giorno la Parola evangelica, sperando di poterla celebrare nella nostra umile vita personale e comunitaria. E’ la Parola che dona la comunione ed edifica la comunità.

Ai vv.27-28 incontriamo un “cambio” sul quale conviene riflettere attentamente. Si passa dalla terza persona, cioè dal racconto di quello che viveva e faceva Esdra, alla prima persona del suo racconto di tutto ciò!: “… il Signore… si è volto verso di me… io mi sono sentito incoraggiato, perché la mano del Signore, mio Dio, era su di me e ho radunato alcuni… perché salissero con me”. Questo è molto importante, perché ci aiuta ancora una volta a comprendere come il Signore approfondisce in noi la conoscenza e l’esperienza del Vangelo. Questo avviene quando, per grazia di Dio, mi accorgo che il Vangelo non è più solo il racconto di cosa dette e avvenute, ma si tratta di cose dette a me. Che accadono a me. Oggi.

Esd 8,1-20

1 Questi sono, con le loro indicazioni genealogiche, i capi di casato che sono partiti con me da Babilonia, sotto il regno del re Artaserse:
2 dei figli di Fineès: Ghersom;
dei figli di Itamàr: Daniele;
dei figli di Davide: Cattus, 3 figlio di Secania;
dei figli di Paros: Zaccaria, e con lui furono registrati centocinquanta maschi;
4 dei figli di Pacat-Moab: Elioenài, figlio di Zerachia, e con lui duecento maschi;
5 dei figli di Zattu: Secania, figlio di Iacazièl, e con lui trecento maschi;
6 dei figli di Adin: Ebed, figlio di Giònata, e con lui cinquanta maschi;
7 dei figli di Elam: Isaia, figlio di Atalia, e con lui settanta maschi;
8 dei figli di Sefatia: Zebadia, figlio di Michele, e con lui ottanta maschi;
9 dei figli di Ioab: Abdia, figlio di Iechièl, e con lui duecentodiciotto maschi;
10 dei figli di Banì: Selomìt, figlio di Iosifia, e con lui centosessanta maschi;
11 dei figli di Bebài: Zaccaria, figlio di Bebài, e con lui ventotto maschi;
12 dei figli di Azgad: Giovanni, figlio di Akkatàn, e con lui centodieci maschi;
13 dei figli di Adonikàm: gli ultimi, di cui ecco i nomi: Elifèlet, Ieièl e Semaià, e con loro sessanta maschi;
14 dei figli di Bigvài: Utài e Zabbud, e con loro settanta maschi.
15 Io li ho radunati presso il fiume che scorre verso Aavà. Là siamo stati accampati per tre giorni. Ho fatto una rassegna tra il popolo e i sacerdoti e non vi ho trovato nessun levita. 16 Allora ho mandato a chiamare i capi Elièzer, Arièl, Semaià, Elnatàn, Iarib, Elnatàn, Natan, Zaccaria, Mesullàm e gli istruttori Ioiarìb ed Elnatàn, 17 e li ho mandati da Iddo, capo nella località di Casifià, e ho messo loro in bocca le parole da dire a Iddo e ai suoi fratelli oblati nella località di Casifià, perché ci mandassero dei ministri per il tempio del nostro Dio. 18 Poiché la mano benefica del nostro Dio era su di noi, ci hanno mandato un uomo assennato, dei figli di Maclì, figlio di Levi, figlio d’Israele, cioè Serebia, con i suoi figli e fratelli: diciotto persone; 19 inoltre Casabia e con lui Isaia, dei figli di Merarì, i suoi fratelli e i loro figli: venti persone, 20 e infine degli oblati, che Davide e i capi avevano assegnato al servizio dei leviti: duecentoventi oblati. Tutti furono registrati per nome.

“La mano benefica del Signore era su di noi”. Questo è il “segreto” che custodisce, governa e guida la storia del popolo del Signore. Questo segreto è presente in una vicenda che peraltro non presenta necessariamente caratteri “sacri” o eventi “miracolistici”. Dio entra nella storia, e non chiede di evadere da essa. A questo riguardo è prezioso l’episodio che ci viene riferito a proposito della mancanza di leviti, ministri necessari per il servizio del tempio di Gerusalemme. Per trovarli bisogna cercare e convincere qualcuno. Esdra “mette in bocca le parole” a quelli che manda per questa missione. Sono evidentemente parole giuste ed efficaci che ottengono il loro effetto positivo. Mi colpisce quindi che non si parli di ispirazioni dall’alto e di gesti e riti speciali, ma semplicemente di un bisogno per il quale è necessario provvedere. La risposta sarà positiva, appunto perché “la mano benefica del Signore era su di noi” (v.18). E così i leviti saltano fuori. Il “fatto umano” diventa capitolo e passaggio della storia della salvezza.

Ed è interessante il ruolo di Esdra in tutto questo. Di lui in 7,10 abbiamo ascoltato una descrizione alta: “Esdra si era dedicato con tutto il cuore a studiare la legge del Signore e a praticarla e a insegnare in Israele le leggi e le norme”. Per questo egli è capace di “mettere in bocca le parole da dire”. E queste parole saranno capaci di convincere e di chiamare. Chiediamo al Signore la grazia di questo ascolto profondo della sua Parola, affinché ci sia qualcuno tra noi che possa metterci in bocca le parole della vita.

Esd 8,21-36

21 Là, presso il fiume Aavà, ho indetto un digiuno, per umiliarci davanti al nostro Dio e implorare da lui un felice viaggio per noi, i nostri bambini e tutti i nostri averi. 22 Avevo infatti vergogna di domandare al re soldati e cavalieri per difenderci lungo il cammino da un eventuale nemico, poiché avevamo detto al re: «La mano del nostro Dio è su quanti lo cercano, per il loro bene; ma la sua potenza e la sua ira su quanti lo abbandonano». 23 Così abbiamo digiunato e implorato Dio per questo ed egli ci ha esaudito.
24 Quindi ho scelto dodici tra i capi dei sacerdoti: Serebia e Casabia e con loro dieci loro fratelli; 25 ho pesato per loro l’argento, l’oro e i vasi, l’offerta per il tempio del nostro Dio fatta dal re, dai suoi consiglieri, dai suoi capi e da tutti gli Israeliti che si trovavano da quelle parti. 26 Ho pesato dunque nelle loro mani seicentocinquanta talenti d’argento, vasi d’argento per cento talenti, cento talenti d’oro, 27 e inoltre venti coppe d’oro per mille dàrici e due vasi di bronzo pregiato e lucente, preziosi come l’oro. 28 Ho detto loro: «Voi siete consacrati al Signore e i vasi sono cosa sacra; l’argento e l’oro sono offerta spontanea al Signore, Dio dei nostri padri. 29 Abbiatene cura e custoditeli, finché non li peserete davanti ai preposti dei sacerdoti e dei leviti e ai preposti di casato d’Israele a Gerusalemme, nelle stanze del tempio del Signore». 30 Allora i sacerdoti e i leviti presero in consegna il carico dell’argento e dell’oro e dei vasi, per portarli a Gerusalemme nel tempio del nostro Dio.
31 Il dodici del primo mese siamo partiti dal fiume Aavà per andare a Gerusalemme e la mano del nostro Dio era su di noi: egli ci ha liberato dagli assalti dei nemici e dei briganti lungo il cammino. 32 Siamo arrivati a Gerusalemme e ci siamo rimasti tre giorni. 33 Il quarto giorno è stato pesato l’argento, l’oro e i vasi nel tempio del nostro Dio nelle mani del sacerdote Meremòt, figlio di Uria, e con lui vi era Eleàzaro, figlio di Fineès, e con loro i leviti Iozabàd, figlio di Giosuè, e Noadia, figlio di Binnùi; 34 il numero e il peso corrispondeva in tutto e il peso totale fu registrato in quel momento.
35 Quelli che venivano dall’esilio, i deportati, offrirono olocausti al Dio d’Israele: dodici tori per tutto Israele, novantasei arieti, settantasette agnelli, dodici capri per il peccato, tutto come olocausto al Signore.
36 Quindi consegnarono i decreti del re ai satrapi del re e ai governatori dell’Oltrefiume, i quali iniziarono a proteggere il popolo e il tempio di Dio.

Sono importanti i vv.21-23 perché confermano quale sia il significato vero del digiuno nella nostra fede ebraico-cristiana. Una nota delle bibbie non resiste, e quindi parla del digiuno come di una “purificazione”, ma in realtà la sua sostanza è quella di manifestare e celebrare davanti a Dio l’ “umiliazione” (v.21: “per umiliarci davanti al nostro Dio”), e quindi la piccolezza e la povertà che in questo modo diventano supplica al Signore per essere da lui soccorsi e salvati. Lui solo può concedere “un felice viaggio per noi, i nostri bambini e tutti i nostri averi” (v.21). Ed è umile e simpatica la “ragione” per cui si affidano alla potente bontà del Signore: la vergogna di domandare presidi militari al re, al quale hanno dichiarato che “la mano del nostro Dio è su quanti lo cercano, per il loro bene; ma la sua potenza e la sua ira su quanti lo abbandonano” (v.22).

Prima della partenza Esdra affida a dodici fratelli, leviti, il tesoro che devono portare al tempio di Gerusalemme. Al v.28 si vuole forse affermare il legame tra la “consacrazione” di questi uomini e la “cosa sacra” che viene loro affidata, e  questo si potrebbe estendere fino a noi, per dire la realtà profonda del nostro battesimo e la responsabilità che al battesimo è connessa: quella di portare nel cammino della vita il tesoro della fede. Custodendolo e facendolo fiorire. “Abbiatene cura e custoditeli” dice loro Esdra al v.29 con due verbi di alta preziosità. E ai vv.33-34 si verificherà che tutto è stato compiuto bene.

Anche il viaggio è andato bene, perché “la mano del nostro Dio era su di noi: egli ci ha liberato dagli assalti dei nemici e dei briganti lungo il cammino” (v.31).

Due ultimi adempimenti completano la grande vicenda di questo viaggio durato ben 120 giorni: l’olocausto che i deportati offrono al Dio di Israele, e la consegna ai satrapi del re, cioè ai governatori locali, dei decreti reali che garantivano la protezione “del popolo e del tempio di Dio”. Così i vv.35-36.

Esd 9,1-15

1 Terminate queste cose, sono venuti da me i preposti per dirmi: «Il popolo d’Israele, i sacerdoti e i leviti non si sono separati dalle popolazioni locali, per quanto riguarda i loro abomini, cioè da Cananei, Ittiti, Perizziti, Gebusei, Ammoniti, Moabiti, Egiziani, Amorrei, 2 ma hanno preso in moglie le loro figlie per sé e per i loro figli: così hanno mescolato la stirpe santa con le popolazioni locali, e la mano dei preposti e dei governatori è stata la prima in questa prevaricazione». 3 All’udire questa parola, stracciai il mio vestito e il mio mantello, mi strappai i capelli del capo e la barba e mi sedetti costernato. 4 Quanti tremavano per i giudizi del Dio d’Israele su questa prevaricazione dei rimpatriati, si radunarono presso di me. Ma io sedevo costernato, fino all’offerta della sera. 5 All’offerta della sera mi alzai dal mio stato di prostrazione e, con il vestito e il mantello laceri, caddi in ginocchio e stesi le mani al Signore, mio Dio, e 6 dissi:
«Mio Dio, sono confuso, ho vergogna di alzare la faccia verso di te, mio Dio, poiché le nostre iniquità si sono moltiplicate fin sopra la nostra testa; la nostra colpa è grande fino al cielo. 7 Dai giorni dei nostri padri fino ad oggi noi siamo stati molto colpevoli, e per le nostre colpe noi, i nostri re, i nostri sacerdoti siamo stati messi in potere di re stranieri, in preda alla spada, alla prigionia, alla rapina, al disonore, come avviene oggi. 8 Ma ora, per un po’ di tempo, il Signore, nostro Dio, ci ha fatto una grazia: di lasciarci un resto e darci un asilo nel suo luogo santo, e così il nostro Dio ha fatto brillare i nostri occhi e ci ha dato un po’ di sollievo nella nostra schiavitù. 9 Infatti noi siamo schiavi; ma nella nostra schiavitù il nostro Dio non ci ha abbandonati: ci ha resi graditi ai re di Persia, per conservarci la vita ed erigere il tempio del nostro Dio e restaurare le sue rovine, e darci un riparo in Giuda e a Gerusalemme. 10 Ma ora, o nostro Dio, che cosa possiamo dire dopo questo? Infatti abbiamo abbandonato i tuoi comandamenti, 11 che tu avevi dato per mezzo dei tuoi servi, i profeti, dicendo: “La terra che voi andate a prendere in eredità è una terra contaminata, a causa delle contaminazioni dei popoli indigeni, e delle loro nefandezze, che l’hanno colmata da un capo all’altro con le loro impurità. 12 E allora non dovete dare le vostre figlie ai loro figli, né prendere le loro figlie per i vostri figli; non dovrete mai contribuire alla loro prosperità e al loro benessere, così diventerete forti voi e potrete mangiare i beni della terra e lasciare un’eredità ai vostri figli per sempre”. 13 Dopo ciò che è venuto su di noi a causa delle nostre cattive azioni e per le nostre grandi mancanze, benché tu, nostro Dio, sia stato indulgente nonostante la nostra colpa e ci abbia dato superstiti come questi, 14 potremmo forse noi tornare a violare i tuoi comandamenti e a imparentarci con questi popoli abominevoli? Non ti adireresti contro di noi fino a sterminarci, senza lasciare né resto né superstite? 15 Signore, Dio d’Israele, tu sei giusto, poiché ci è stato lasciato un resto, come oggi: eccoci davanti a te con le nostre mancanze, anche se per questo non potremmo reggere davanti a te!».

La Parola che oggi ascoltiamo e celebriamo nella nostra preghiera è di grandissimo rilievo, anche per molti riferimenti attualissimi alla attuale condizione del Popolo di Dio nella storia dell’umanità. Chiedo con tutto il cuore al Signore di comunicarvi quello che certamente io non saprò esprimervi. Si tratta infatti di una situazione complessa e interessante quella nella quale si svolge la vicenda. Dico subito che cercando una “lettura” del testo secondo la persona l’opera e l’insegnamento di Gesù, soprattutto per quello che riguarda il tema-problema dei matrimoni con persone straniere, mi pare di dover dilatarne il significato. Penso cioè che queste “nozze” non siano tanto e solamente questioni matrimoniali, quanto il rapporto con culture, fedi, idolatrie e devianze lontane e nemiche della fede di Israele, quella fede che per noi si è compiuta e illuminata nel nostro Signore Gesù Cristo. Si tratta dunque del pericolo di stravolgere la fede di Gesù contaminandola con dottrine e usanze estranee e avverse.

Il dolore di Esdra per queste notizie, ai vv.3-4, provoca subito una reazione delle persone. Così il v.4: ”Quanti tremavano per i giudizi del Dio di Israele su questa prevaricazione dei rimpatriati, si radunarono presso di me”, cioè intorno a Esdra. Egli manifesta il suo pensiero non con un discorso, ma con una preghiera a Dio, che occupa il resto di questo capitolo 9. E’ bellissimo che Esdra si immerga nel peccato dei suoi fratelli piuttosto che giudicarli. Si dice confuso e nella vergogna perché “le nostre iniquità si sono moltiplicate fin sopra la nostra testa; la nostra colpa è grande fino al cielo” (v.6). In questa preghiera egli ricorda e descrive la vicenda e la condizione attuale del popolo.

Il peccato, l’infedeltà, hanno accompagnato la storia d’Israele fin “dai giorni dei nostri padri”. Per queste colpe, il popolo e le sue guide – re e sacerdoti – sono caduti sotto il potere di re  stranieri. E questo dura tuttora! Però il Signore ha concesso una grazia particolare ad un “resto” del popolo concedendogli il ritorno al suo “luogo santo”, cioè a Gerusalemme e al suo tempio, dandogli quindi “un po’ di sollievo nella nostra schiavitù”. Questa schiavitù è stata visitata dalla misericordia divina che ha fatto incontrare il favore dei re di Persia, e ha portato questo “resto” di Israele ad “erigere il tempio del nostro Dio”. Si tratta dunque di una condizione molto fragile e precaria. Di questo i profeti avevano avvertito: si stava ritornando ad un terra ora contaminata da altri popoli e dalle loro impurità. Per questo non si doveva stabilire nessun contatto “nuziale” con esse. Così appunto mi sembra possiamo interpretare le “nozze proibite”! La prostrazione di Esdra nasce quindi dal pensiero che l’essersi “imparentati con questi popoli abominevoli” (v.14) provochi l’infrangersi di quello che Dio ha regalato al suo popolo.

Esd 10,1-9

1 Mentre Esdra pregava e faceva questa confessione piangendo, prostrato davanti al tempio di Dio, si riunì intorno a lui un’assemblea molto numerosa d’Israeliti: uomini, donne e fanciulli; e il popolo piangeva a dirotto. 2 Allora Secania, figlio di Iechièl, uno dei figli di Elam, prese la parola e disse a Esdra: «Abbiamo prevaricato contro il nostro Dio, sposando donne straniere, prese dalle popolazioni del luogo. Orbene, a questo riguardo c’è ancora una speranza per Israele. 3 Facciamo dunque un patto con il nostro Dio, impegnandoci a rimandare tutte le donne e i figli nati da loro, secondo la volontà del mio signore e rispettando il comando del nostro Dio. Si farà secondo la legge! 4 Àlzati, perché a te è affidato questo compito. Noi saremo con te; sii forte e mettiti all’opera!». 5 Allora Esdra si alzò e fece giurare ai capi dei sacerdoti e dei leviti e a tutto Israele che avrebbero agito secondo quelle parole; essi giurarono. 6 Esdra quindi si alzò da dove si trovava, davanti al tempio di Dio, e andò nella camera di Giovanni, figlio di Eliasìb, e vi andò senza prendere cibo né bere acqua, perché era in lutto a causa della prevaricazione dei rimpatriati. 7 Poi in Giuda e a Gerusalemme si comunicò a tutti i rimpatriati di radunarsi a Gerusalemme: 8 se qualcuno non fosse venuto entro tre giorni, secondo la disposizione dei preposti e degli anziani, sarebbero stati votati allo sterminio tutti i suoi beni ed egli stesso sarebbe stato escluso dalla comunità dei rimpatriati. 9 Allora tutti gli uomini di Giuda e di Beniamino si radunarono a Gerusalemme entro tre giorni; si era al nono mese, il venti del mese. Tutto il popolo stava nella piazza del tempio di Dio, tremante per questo evento e per la gran pioggia.

Possiamo cogliere due elementi molto preziosi nel dono della preghiera. Il primo è la sua potenza di convocazione! La preghiera fatta nel pianto da parte di Esdra convoca molta gente intorno a lui: “un’assemblea molto numerosa di Israeliti, uomini, donne e fanciulli; e il popolo piangeva a dirotto” (v.1). Il secondo elemento è la potenza della preghiera a suscitare la speranza: “…c’è ancora una speranza per Israele” (v.2), dice Secania. Questo termine “speranza” è reso nella versione latina con “paenitentia”, e in quella greca con la preziosa parola che dice umiltà e insieme pazienza, capacità di sopportare… Si tratta in ogni modo della possibilità di redenzione e di salvezza: dal male si può venir fuori! Se questi matrimoni “misti” sono il simbolo di compromessi e contaminazioni anche gravi per la fede, se ne può uscire. Si può sempre “fare un patto con il nostro Dio”. E questo perché la fragilità della condizione umana è del tutto interna a questo patto! Anzi, l’alleanza è voluta da Dio proprio per soccorrere l’uomo nella sua fragilità.

La liberazione dal male è opera di Dio. Non viene quindi instaurato un “tribunale”, ma Esdra accentua la sua preghiera stando “senza prendere cibo né bere acqua, perché era in lutto a causa della prevaricazione dei rimpatriati” (v.6). Già nel capitolo precedente abbiamo notato come egli si unisse nella preghiera alla condizione di chi aveva sbagliato, e non fosse loro accusatore come giudice, ma vicino a loro nella supplica. Così anche ora egli non è giudice, ma partecipe della situazione di chi ha sbagliato, per promuovere per tutti il cammino del pentimento e della salvezza.

Tutti hanno peccato! Il nostro testo precisa che “tutti gli uomini di Giuda e di Beniamino si radunarono a Gerusalemme” (v.9). “Tutto il popolo stava nella piazza del tempio di Dio”: non c’è nessuno che non abbia bisogno di essere perdonato e salvato.

Esd 10,10-17

10 Allora il sacerdote Esdra si levò e disse loro: «Voi avete prevaricato sposando donne straniere: così avete accresciuto le mancanze d’Israele. 11 Ma ora rendete lode al Signore, Dio dei vostri padri, e fate la sua volontà, separandovi dalle popolazioni del paese e dalle donne straniere». 12 Tutta l’assemblea rispose a gran voce: «Sì! Dobbiamo fare come tu ci hai detto. 13 Ma il popolo è numeroso e siamo al tempo delle piogge; non è possibile restare all’aperto. D’altra parte non è lavoro di un giorno o di due, perché siamo in molti ad aver peccato in questa materia. 14 I nostri preposti stiano a rappresentare tutta l’assemblea; e tutti quelli delle nostre città che hanno sposato donne straniere vengano in date determinate e con gli anziani della città, ogni città con i suoi giudici, finché non sia allontanata da noi l’ira ardente del nostro Dio, causata da questa situazione».
15 Soltanto Gionata, figlio di Asaèl, e Iaczia, figlio di Tikva, si opposero, appoggiati da Mesullàm e dal levita Sabbetài. 16 I rimpatriati fecero come si era detto. Furono scelti il sacerdote Esdra e alcuni capi di casato, secondo il loro casato, tutti designati per nome. Essi iniziarono le sedute il primo giorno del decimo mese per esaminare la questione 17 e terminarono con tutti gli uomini che avevano sposato donne straniere il primo giorno del primo mese.

Mi pare che il testo di oggi confermi che, come già dicevamo commentando il cap.9, la questione dei matrimoni con donne straniere è da ricevere come situazione di devianza dalla realtà nuziale della comunione tra Dio e il suo popolo. Per questo, la Parola che oggi accogliamo dal Signore ci parla di un lungo procedimento per esaminare la situazione di ognuno. Si tratta quindi di verificare se e come nella vita di ciascuno ci sia stata un’infedeltà nuziale rispetto alla comunione con Dio. Notiamo anche la cura con la quale si vuole che ogni vicenda sia esaminata con l’aiuto dei preposti e degli anziani e dei giudici più a contatto con il caso esaminato. Si tratta evidentemente di un esame delicato e complesso, non liquidabile con la semplice verifica della presenza di una moglie straniera. Peraltro sappiamo che le Scritture ricordano molti casi di matrimoni misti per i quali non vi è alcun accenno di condanna.

Il v.15 vuole forse citare il caso di qualcuno che riteneva troppo complicato il processo di verifica. In ogni modo i vv.16-17 ci dicono che il lungo procedimento ha esigito anche molto tempo.

Esd 10,18-43

18 Tra i figli dei sacerdoti, che avevano sposato donne straniere, si trovarono:
dei figli di Giosuè, figlio di Iosadàk, e tra i suoi fratelli: Maasia, Elièzer, Iarib e Godolia; 19 essi si impegnarono a rimandare le loro donne e offrirono un ariete come sacrificio di riparazione per le loro mancanze;
20 dei figli di Immer: Anàni e Zebadia;
21 dei figli di Carim: Maasia, Elia, Semaià, Iechièl e Ozia;
22 dei figli di Pascur: Elioenài, Maasia, Ismaele, Natanèl, Iozabàd ed Eleasà;
23 dei leviti: Iozabàd, Simei, Kelaià, chiamato anche Kelità, Petachia, Giuda ed Eliezer;
24 dei cantori: Eliasìb; dei portieri: Sallum, Telem e Urì.
25 Quanto agli Israeliti:
dei figli di Paros: Ramia, Izzia, Malchia, Miamìn, Eleàzaro, Malchia e Benaià;
26 dei figli di Elam: Mattania, Zaccaria, Iechièl, Abdì, Ieremòt ed Elia;
27 dei figli di Zattu: Elioenài, Eliasìb, Mattania, Ieremòt, Zabad e Azizà;
28 dei figli di Bebài: Giovanni, Anania, Zabbài e Atlài;
29 dei figli di Banì: Mesullàm, Malluc, Adaià, Iasub, Seal e Ieramòt;
30 dei figli di Pacat-Moab: Adna, Chelal, Benaià, Maasia, Mattania, Besalèl, Binnùi e Manasse;
31 dei figli di Carim: Elièzer, Issia, Malchia, Semaià, Simeone, 32 Beniamino, Malluc, Semaria;
33 dei figli di Casum: Mattenài, Mattattà, Zabad, Elifèlet, Ieremài, Manasse e Simei;
34 dei figli di Banì: Maadài, Amram, Uèl, 35 Benaià, Bedia, Cheluu, 36 Vania, Meremòt, Eliasìb, 37 Mattania, Mattenài e Iaasài;
38 dei figli di Binnùi: Simei, 39 Selemia, Natan, Adaià, 40 Macnadbài, Sasài, Sarài,41 Azarèl, Selemia, Semaria, 42 Sallum, Amaria, Giuseppe;
43 dei figli di Nebo: Ieièl, Mattitia, Zabad, Zebinà, Iaddài, Gioele, Benaià.
44 Tutti questi avevano sposato donne straniere e rimandarono le donne insieme con i figli.

In questi giorni mi sono arrivati diversi messaggi con domande e obiezioni su questa vicenda delle donne straniere e del loro rimando da parte di chi le aveva prese in moglie. Approfitto di questo ultimo tratto del Libro di Esdra per riprendere quello che già abbiamo colto nei capitoli precedenti..

Tutto quello che riguarda le nozze è molto prezioso e delicato per la fede e per la tradizione ebraico-cristiana, perché le nozze sono immagine privilegiata della comunione che Dio stabilisce con il suo popolo e, in Gesù, con l’intera umanità. Per questo, le “nozze” sono un primo assoluto con il quale si confronta la realtà e la vicenda di ogni persona e di tutto il popolo. Il legame con “donne straniere” è dunque segno di un tradimento nei confronti delle “nozze” con il Signore. I figli che ne nascono sono il prodotto amaro di una condizione idolatrica, dove l’ “idolo” ha preso il posto di Dio. Evidentemente, questo “tradimento” ha forme e livelli di diverso rilievo: per questo abbiamo visto come non si possa trattare genericamente il peccato di “adulterio”, ma esso debba essere esaminato con attenzione e cura, caso per caso. Così abbiamo visto al cap.10.

La fedeltà nuziale verso Dio è costituita da elementi “oggettivi”, come la circoncisione per i padri ebrei e il battesimo per i fratelli di Gesù, ed è caratterizzata dalla concreta storia di ciascuno e della stessa comunità, attraverso il rapporto con la Parola di Dio, che nella pienezza dei tempi è il Vangelo di Gesù, il Cristo del Signore. L’ascolto della Parola e la vita di ciascuno e di tutto il popolo è generata e guidata dallo Spirito. In tale strada si incontrano tutte le grazie del Signore, le insidie del Male, i peccati, la misericordia divina, il pentimento, la comunione donata, smarrita, ritrovata, accresciuta…: é la “storia della salvezza” di ciascuno e di tutti.

Le nozze con Dio generano, esigono, illuminano e guidano la comunione tra noi. Il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo sono, in Gesù, la sintesi suprema e la chiarificazione sublime del mistero nuziale della nostra vita. Il “rimando delle donne straniere” significa quindi il pentimento e il ripudio dei nostri peccati per ritrovare tutta la luce della nostra relazione con Dio e  tra di noi. Il rimando tra amore di Dio e amore del prossimo è assolutamente necessario ed esigente: non ci può essere l’uno senza l’altro! Le Scritture parlano però di “odio” verso i nemici, addirittura di “uccisione” del nemico, e, qui, di “rimando”, di cacciata! Come ricevere queste parole ? Se teniamo presente il criterio fondamentale dell’ascolto cristiano della Parola, per il quale bisogna farsi “leggere la Parola” da Gesù, per cogliere la sua presenza in ogni parola delle Scritture, troveremo due doni in tutto ciò. Innanzi tutto l’intendimento “spirituale” della Parola, cioè secondo lo Spirito del Signore. E quindi, per esempio, intenderemo l’allontanamento di queste donne come immagine della nostra liberazione dai nostri comportamenti idolatrici. E poi, se pensiamo che in realtà, sempre per stare in questa immagine delle donne straniere, esse sono state effettivamente allontanate, dobbiamo allora tutto portare a quella pienezza che in Gesù assume tutta la storia della salvezza e tutta la storia dell’umanità, pienezza per la quale, nei primi versetti del cap. otto del Vangelo secondo Giovanni, la donna trovata in peccato e dunque da condannare secondo la Legge, Gesù non la condanna, perché Egli assume su di Sé la pena del peccato di lei!

Se riflettiamo su questo, vedremo che ora nessuna persona deve essere allontanata e può non essere amata. Nessuna donna può, o deve, essere allontanata! Ciascuno e tutti devono essere amati secondo il criterio supremo del comandamento dell’Amore di Dio e del Prossimo. E teniamo presente che ho scritto adesso il termine “Prossimo” con la “P” maiuscola, perché il Prossimo è per me e per tutti noi quel “Dio per me” che è Gesù. Il mio prossimo è, secondo la parabola del Samaritano di Luca 10, Colui che si è fatto Prossimo a me e mi ha salvato. E incessantemente mi salva. E’ Gesù.

Mi piace, a conclusione del mio povero “balbettìo”, ricordare la grande norma dei padri della Chiesa, meravigliosamente ripresa nei nostri tempi dal Beato Papa Giovanni, secondo la quale bisogna odiare il peccato amando il peccatore.

http://www.famigliedellavisitazione.it


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Questa voce è stata pubblicata il 25/09/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Settimanale con tag , , .

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