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Lectio sul libro di Aggeo


Giovedì e Venerdì della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
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AGGEO

Lectio divina sul libro di Aggeo
I limiti dell’uomo non impediscono il compimento del disegno di Dio
P. Pino Stancari S.J.

Ora prendiamo in considerazione il libretto di Aggèo; sono solo due capitoli che adesso leggeremo. Aggèo è una figura che, a prima vista, appare piuttosto dimessa perché il contesto in cui vive e opera è di per se stesso molto grigio, segnato da esperienze amare di avvilimento. Nel periodo successivo all’esilio, dopo il rientro delle prime carovane che avviene lentamente (non è un colpo di bacchetta magica che trasforma la catastrofe dell’esilio in una nuova creazione) con l’insediamento in un territorio devastato, occupato da altri; una piccola entità amministrativa nell’ambito dell’immenso impero persiano. Il dopo esilio si configura come un’epoca oscura, dolorosa: lo scoraggiamento di coloro che, mossi da entusiasmo soffrono poi per l’impatto con una delusione terribile, dolorosissima; motivi che possiamo ben comprendere. Aggèo si inserisce in quel contesto. (…).

Nel caso di Aggeo la datazione è facilitata dal fatto che sono espressamente indicati i giorni, i mesi e l’anno in cui il profeta interviene per rivolgere al suo popolo un messaggio specifico. Tutto nel quadro che stiamo intravedendo assume una fisionomia molto prosastica, molto dimessa, molto grigia: è la situazione generale che risponde a questi attributi, e la stessa predicazione del profeta sembra essere priva di una vérve particolarmente incandescente, stimolante, provocatoria. Notate, tra l’altro, con un solo colpo d’occhio che il libro di Aggeo è in prosa, mentre normalmente la predicazione dei profeti è depositata in testi poetici. Tutto è prosastico, tutto è piatto, tutto ha il sapore di situazioni deludenti, noiose che contraddicono le aspettative della generazione precedente e alludono a una vicenda che tende a uno svuotamento progressivo, un avvilimento irreparabile. E’ individuata in modo molto preciso la data dell’intervento di Aggeo, nell’anno 520 a.C. L’editto di Ciro, editto di liberazione, è del 538 a.C. Dopo Ciro regna Cambise fino all’anno 522; poi Dario I. “Nel secondo anno di Dario…” (520).

Nel nostro libretto sono riportati quattro discorsi che si inseriscono nel periodo che va dall’agosto al dicembre del 520, dal sesto al nono mese (in questo contesto storico si calcolano i mesi dell’anno a partire dalla primavera). Tutto è molto concentrato: abbiamo a che fare con un personaggio che si propone con una ricchezza di messaggi che solcano gli anni che incrociano le avventure e le sventure di un popolo, in drammatici frangenti o in vista di chissà quali evoluzioni future. Il nostro profeta interviene nell’arco di tre mesi, ha qualcosa da dire in nome del Signore. In una situazione di stanchezza, piatta, che tende a consumarsi come una sconfitta irreparabile, che è molto più angosciante di quella che è stata l’esperienza della grande catastrofe: nel corso dell’esilio ancora slanci, momenti di fervore, entusiasmi, memorie incandescenti, aspirazioni appassionate. Nel tempo dell’esilio basta pensare a quella grande figura, rimasta anonima, ma che è stata una personalità straordinaria che va sotto il nome di Deutero-Isaia, nel cap. 40 a seguire, fino al cap. 55. Un libro inserito nel libro di Isaia, dove questo anonimo profeta svolge il suo ministero a Babilonia durante l’esilio: pagine che sono testimonianza di una vitalità dirompente; eppure siamo nel pieno dell’esilio, a Babilonia.

Adesso, vedete, siamo a Gerusalemme, alle prese con le rovine. Non è uno scherzo rimettere in piedi quelle pietre divelte, ristabilire un contatto positivo con il territorio, ritrovare un modo per sopravvivere, perché anche sbarcare il lunario diventa un problema tragico in una situazione così desolata. Anno 520 a. C., il nostro profeta interviene. Dall’editto di Ciro sono passati 18 anni; passeranno ancora tanti decenni prima che si proceda alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme, passerà più di un secolo: sono eventi che si svolgono nell’arco di più generazioni. Noi cogliamo un momento di questa vicenda che, attraverso queste quattro fasi dell’intervento di Aggeo, assume una sua specifica eloquenza.

E’ giunto il tempo di ricostruire la casa del Signore

Primo discorso, cap. 1. Sono cinque brani messi in sequenza:

L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Signore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote.

Gli interlocutori primari sono questi due personaggi: Zorobabele, discendente della stirpe davidica, l’erede della promessa messianica. Naturalmente, non esiste più un sovrano: è l’impero persiano che ormai si è consolidato con un suo apparato amministrativo quanto mai efficiente; qui una minuscola componente di questa grande organizzazione civile e politica si interfaccia con Zorobabele che è l’erede della promessa davidica: dopo qualche decennio è facilmente individuabile il discendente di Davide che, in qualche modo, svolge ancora una funzione di carattere tecnico-amministrativo perché è Governatore della Giudea; gli è stato affidato un incarico che lo riguarda in quanto funzionario all’interno di quell’amministrazione che dipende dal gran re di Persia. Il secondo interlocutore è Giosuè, il sommo sacerdote: autorità civili e religiose. Uno riveste un ruolo pubblico nell’ordine della vita civile e l’altro costituisce il riferimento quanto mai impegnativo e coinvolgente per tutti i fedeli, in quanto il culto è stato riattivato ma senza avere ricostituito il tempio; non se ne parla nemmeno ancora. E adesso vedrete come la questione viene impostata.

E’ stato riattivato il culto, ma un culto che si svolge su uno spiazzo di terreno appena ripulito, ove è stata sistemata una parvenza di altare e dove officiano il sommo sacerdote e gli altri sacerdoti. Lì converge la tensione interiore di coloro che ancora si riconoscono nell’identità del popolo dell’alleanza. A loro si rivolge Aggeo. Versetto 2:

Così parla il Signore degli eserciti: Questo popolo dice: «Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa

Attenzione a questo versetto 2. L’atteggiamento dominante, ben rappresentato dai comportamenti di questi due personaggi di spicco, e diffuso in coloro che sono reduci dall’esilio, è quello che si debba procrastinare la ricostruzione del Tempio per non essere in grado di procedere: la situazione generale è così precaria che non se ne parla nemmeno di convogliare energie, competenze, materiali, mezzi economici nella costruzione della casa del Signore. Questo è il punto di partenza della predicazione di Aggèo, che interviene nel nome del Signore per dichiarare che invece è proprio giunto il tempo nel quale gente dispersa, sfilacciata, che si sta ritirando nella dimensione del privato si coaguli nella prospettiva di questa ricostruzione che si delinea, per quanto riguarda la storia futura, come la vera espressione di un’identità corale, di un impegno pubblico. Gente che si è ritirata in una posizione difensiva, che fa fatica ad affrontare la vita quotidiana, e dunque tende a garantirsi solo il necessario per la sopravvivenza. E’ questo il momento in cui il profeta interviene: “questo il tempo per ricostruire la casa del Signore”.

Apro una parentesi: nell’esperienza di S. Francesco d’Assisi avvenne qualcosa del genere, quando proprio il Crocifisso gli disse: “Vedi in che condizioni è ridotta la mia casa”. In realtà la vicenda di Aggeo è più prosastica, ha a che fare con pietre divelte, polvere, gente in fuga, coscienze derelitte di gente che cerca una soluzione nelle garanzie nel privato.

Allora questa parola del Signore fu rivelata per mezzo del profeta Aggeo:  «Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?

Qui potrebbe ricavarsi l’impressione di gente che si gode la vita nei propri appartamenti super riscaldati; in realtà noi sappiamo che la vita era molto stentata per tutti, anche per i personaggi illustri, una vita soggetta a notevoli calamità. Continua Aggèo:

Ora, così dice il Signore degli eserciti: riflettete bene al vostro comportamento. Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati, l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato”.

Si denuncia la ricerca di soluzioni private: la propria casa, il proprio calduccio, le proprie sicurezze, non perché quei risultati siano ottenuti; la vita è veramente amara e carica di delusioni per tutti. Ci si trascina quindi in un’esistenza banale, inconcludente, senza nemmeno la soddisfazione di chi può vantare il raggiungimento di un benessere gratificante.

Così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene al vostro comportamento! Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria – dice il Signore”.

C’è quindi la prospettiva della ricostruzione del Tempio: ci vorrà poi molto tempo, ma è una questione di atteggiamenti da assumere, comportamenti da avviare, è una questione di conversione interiore che il nostro profeta sta impostando, per la gloria del Signore, per corrispondere al suo compiacimento.

Facevate assegnamento sul molto e venne il poco: ciò che portavate in casa io lo disperdevo. E perché? – dice il Signore degli eserciti -. Perché la mia casa è in rovina, mentre ognuno di voi si dà premura per la propria casa.

Qui “darsi premura” è tradotto dallo stesso verbo che prima era reso con “compiacersi”, ma mentre prima il soggetto era il Signore, ora è la gente d’Israele. Cercate forme di compiacimento a vostra misura, rintanandovi, sprofondando sempre più nella miserabile piattezza del vostro beneficio particolare, senza peraltro ottenerlo mai, nemmeno quello. Ognuno di voi si dà premura, si compiace, della propria casa, con la conseguenza che segue: “Perciò su di voi i cieli hanno chiuso la rugiada e anche la terra ha diminuito il suo prodotto. Ho chiamato la siccità sulla terra e sui monti, sul grano e sul vino nuovo, sull’olio e su quanto la terra produce, sugli uomini e sugli animali, su ogni prodotto delle mani».

Dunque quella ricerca di un compiacimento che sia gratificante per quanto riguarda intenzioni di ordine autoreferenziale, è del tutto irreale. Il problema non sta in ragioni tecniche o amministrative; non si tratta di ricercare soluzioni organizzative; qui si tratta di affrontare in modo deciso e coerente, corale e consapevole, la ricostruzione della casa del Signore. Infatti leggiamo che: “Zorobabele figlio di Sealtièl, e Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote, e tutto il resto del popolo ascoltarono la parola del Signore loro Dio e le parole del profeta Aggeo, secondo la volontà del Signore che lo aveva loro inviato, e il popolo ebbe timore del Signore. Aggèo, messaggero del Signore, rivolto al popolo, disse secondo la missione del Signore: «Io sono con voi, oracolo del Signore»”.

Come vedete il timore del Signore non si traduce in una paralisi angosciata e inconcludente, ma in uno slancio, in una spinta, in un fervore, come leggiamo nel verso che segue, che dà luogo ad un immediato inizio i lavori per la casa del Signore:

E il Signore destò lo spirito di Zorobabele figlio di Sealtièl governatore della Giudea e di Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote, e di tutto il resto del popolo ed essi si mossero e intrapresero i lavori per la casa del Signore degli eserciti. Questo avvenne il ventiquattro del sesto mese dell’anno secondo del re Dario”.

La conversazione fra Aggèo e la sua gente si è sviluppata dal 1° al 24° giorno del mese, dunque nell’arco di alcune settimane; esaurita la missione del profeta, le due persone autorevoli, il governatore ed il sommo sacerdote, e tutto il popolo, iniziano quanto richiesto. Con questo termina la prima parte del libro di Aggeo. Affrontiamo ora la seconda.

Coraggio, Dio è con il suo popolo

Cap. 2: “Il ventuno del settimo mese, questa parola del Signore fu rivelata per mezzo del profeta Aggèo (non è passato nemmeno un mese ed il profeta Aggèo interviene nuovamente con buona ragione: l’impresa, che era stata avviata con tanto slancio esige un chiarimento profondo): Su, parla a Zorobabele figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, a Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote, e a tutto il resto del popolo: Chi di voi è ancora in vita che abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali condizioni voi la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a un nulla ai vostri occhi?”.

Era possibile che ci fosse fra il popolo qualcuno che, bambino ai tempi della distruzione del Tempio da parte di Nabuccodonosor circa 60 anni prima, qualcuno che avesse ascoltato i discorsi dei genitori, dei nonni, che porta nella memoria l’immagine di questa realtà grandiosa del Tempio costruito nel decimo secolo da Salomone, poi ricostruito, ristrutturato e distrutto nel 586 a.C.; vi è una sproporzione macroscopica fra l’antico splendore ed il nulla che si ha di fronte. Il profeta interviene di nuovo per affrontare questo scandalo, questa nostalgia che forse serpeggia nei confronti di una realtà antica o dell’immagine forse ingigantita che di questa realtà è conservata negli animi, a confronto della miserabile situazione attuale. Il problema non è tecnico, di ordine progettuale, economico, sulla direzione dei lavori; il problema è interno agli animi che sono colpiti dal confronto fra l’antico splendore e lo scandalo del nulla attuale. E’ un problema di discernimento interiore. Segue una provocazione di Aggèo ai suoi interlocutori.

Vv. 4-5: “Ora, coraggio, Zorobabele – oracolo del Signore – coraggio, Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese, dice il Signore, e al lavoro, perché io sono con voi – oracolo del Signore degli eserciti – secondo la parola dell’alleanza che ho stipulato con voi quando siete usciti dall’Egitto; il mio spirito sarà con voi, non temete”.

Osservazione che qualcuno potrebbe ritenere blasfema: come, Io con voi in questa miseria!? Io con voi! E’ una parola solennissima, grandiosa, tutta la storia della salvezza ruota intorno al rivelarsi di Dio che ha dichiarato al suo popolo di volere instaurare un rapporto di alleanza: Io con te tu con me, Io per te tu per Me, io sono il tuo Dio e voi siete il mio popolo… Quell’alleanza è confermata anche di fronte al nulla di oggi, tutta la potenza dello Spirito creatore che ha mosso e sostenuto dall’interno la storia delle generazioni antiche è con voi, in questa desolazione!

Vv. 6-7: “Dice infatti il Signore degli eserciti: Ancora un po’ di tempo e io scuoterò il cielo e la terra, il mare e la terraferma. Scuoterò tutte le nazioni e affluiranno le ricchezze di tutte le genti e io riempirò questa casa della mia gloria, dice il Signore degli eserciti”.

Una promessa grandiosa, che riguarda niente meno che l’ordine cosmico, lo svolgimento della storia universale. Una vera provocazione! Questo nulla che è causa di quello scandalo possiamo dedurre significhi anche il rallentamento dei lavori. che forse ha a che fare con qualche defezione, qualche interruzione, eventuale voglia di rinuncia già in atto nel primo mese dall’inizio dei lavori. Questo nulla è invaso, attraversato, governato dalla presenza del Signore, il Signore che governa l’ordine cosmico e che promette di riempire questa casa (che ancora non c’è) della sua gloria.

Vv. 8-9: “L’argento è mio e mio è l’oro, dice il Signore degli eserciti. La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta, dice il Signore degli eserciti; in questo luogo porrò la pace – oracolo del Signore degli eserciti –”.

Una teofania grandiosa, quella che si prospetta, quando la realtà è sotto gli occhi di tutti: un nulla che è motivo di scandalosa depressione. Il profeta interviene senza remore, con una spudoratezza che gli si può perdonare perché in una situazione di avvilimento generale se qualcuno dice una stramberia non gli si fa caso. In realtà però la stramberia proclamata da Aggèo porta con sé la fecondità inesauribile della parola del Signore, la potenza creatrice dello spirito di Dio. Qui è la gloria del Signore che avanza, che viene non con scoppi di tuono o fulmini a ciel sereno, ma in rapporto a questo nulla. E questa gloria del Signore che viene è generatrice di pace: “in questo luogo porrò la pace”. E’ un programma. Ricostruire questa casa significa immergersi nell’epifania della gloria di Dio, e la pace è già proclamata e già donata come immancabile appuntamento.

Prima di passare al terzo discorso di Aggèo, apro una parentesi. Come dice giustamente la nota della Bibbia di Gerusalemme al versetto 7: “affluiranno le ricchezze di tutte le genti…”, in base ad una problematica che è nota ai traduttori, si passa dall’ebraico al greco, dal greco al latino, ed il latino della vulgata è reso così: “Et veniet Desideratus cunctis gentibus”, versetto che è ripreso nelle antifone maggiori e risuona insistentemente nella novena di Natale: “Verrà il Desiderato da tutte le genti”, il Messia. I testi tradotti colgono quindi in Aggeo un’intuizione messianica dal momento che sembra alludere non solo al tempio ricostruito, ancora più prestigioso di quello di una volta, ma a quel Tempio ricostruito che sarà il Personaggio che viene per edificare nella sua stessa carne umana il Tempio che sarà luogo di comunione di tutti i popoli. Terzo discorso:

L’impurità è contagiosa

Vv. 10-12: “Il ventiquattro del nono mese, secondo anno di Dario, questa parola del Signore fu rivelata per mezzo del profeta Aggèo: Dice il Signore degli eserciti: Interroga i sacerdoti intorno alla legge e chiedi loro: Se uno in un lembo del suo vestito porta carne consacrata e con il lembo tocca il pane, il companatico, il vino, l’olio o qualunque altro cibo, questo verrà santificato? No, risposero i sacerdoti”.

Sono passati altri due mesi. Aggeo si rivolge ai sacerdoti, che sono i tecnici esperti nel discernimento fra il puro e l’impuro, problematica che noi non riusciamo ad apprezzare adeguatamente, fondamentale per potere svolgere adeguatamente la celebrazione del culto. Aggèo pone un caso a cui i tecnici rispondono: la valenza sacra della carne proveniente un sacrificio non è trasmissibile agli altri cibi.

V.13: “Aggèo soggiunse: «Se uno che è contaminato per il contatto di un cadavere tocca una di quelle cose, sarà essa immonda?» «Sì», risposero i sacerdoti, «è immonda»”.

L’immondezza è contagiosa, trasmissibile, infettiva. Non stiamo qui a discutere la ragione per cui la valenza sacra non è trasmissibile fra i cibi, ed invece lo è il contagio derivante dal contatto con chi è in stato di impurità; il motivo di queste domande è nel versetto che segue:

V.14: “Ora riprese Aggèo: «Tale è questo popolo, tale è questa nazione davanti a me – oracolo del Signore – e tale è ogni lavoro delle loro mani; anzi, anche ciò che qui mi offrono è immondo»”.

Questo popolo è in stato di impurità, e dove mette mano trasmette un contagio. Ecco perché i lavori non procedono; c’è di mezzo quanto ipotizzavamo prima: i lavori si sono interrotti, vuoi per motivi di stanchezza, o per quello scandalo che compromette la pace nelle coscienze o per ritardi di ordine tecnico, i lavori si sono impantanati forse per un inconveniente, per un litigio, un incidente, forse è bastato un giorno di pioggia e nessuno si è più presentato al lavoro, chissà… Aggèo non si limita a cercare di risolvere la ragione contingente dell’interruzione, accenna ad un malessere che è nell’intimo dei cuori, nel fondo delle coscienze; quello che identifica con l’immagine di prima, con l’essere portatori di un’immondezza che impedirà sempre la realizzazione di qualcosa di positivo: in realtà siamo depositari in noi di uno strascico di miserie tali per cui quanto potremo fare sarà motivo di ulteriore sfascio, disordine, depressione… Ancora una volta è un problema interiore. Risulta immondo addirittura anche il culto svolto da sacerdoti che rispettano regole rigorosissime per quanto riguarda l’impurità! E’ dunque tutto perduto! Non vale la pena di impegnarsi in niente; addirittura gli stessi tecnici esperti a discernere fra puro e impuro, i sacerdoti, divengono protagonisti per eccellenza di questo contagio che inquina il mondo e le coscienze; sono cioè degli imbroglioni.

Qui Aggèo interviene, dicendo che proprio questo è il giorno propizio per la ripresa dei lavori. La ripresa dei lavori non consiste solo nel superamento di un disguido di carattere operativo, ma implica discernimento, chiarificazione di quel disagio interiore che deve essere portato allo scoperto, fatto emergere lo stato di impurità che gli animi di tutti hanno ormai acquisito implicitamente. Il profeta interviene per tirar fuori questo imbroglio, sciogliere questo nodo, fare emergere questa contraddizione. E tutto questo non perché noi siamo migliori di quelli che pensiamo di essere, ma perché la parola del Signore ricostruisce. Il profeta non dice: vi sbagliate perchè siete un po’ depressi, in realtà siete migliori; dice: è la parola del Signore che ci ha chiamati a intraprendere quest’impresa, a questo nulla in cui viene lui!

Promessa di prosperità

Vv. 15-19: “Ora, pensate, da oggi e per l’avvenire: prima che si cominciasse a porre pietra sopra pietra nel tempio del Signore, come andavano le vostre cose? Si andava a un mucchio da cui si attendevano venti misure di grano e ce n’erano dieci; si andava a un tino da cinquanta barili e ce n’erano venti. Io vi ho colpiti con la ruggine, con il carbonchio e con la grandine in tutti i lavori delle vostre mani, ma voi non siete ritornati a me – parola del Signore –“.

Questo è il punto: ritornare a lui.

Considerate bene da oggi in poi (dal ventiquattro del nono mese, cioè dal giorno in cui si posero le fondamenta del tempio del Signore), se il grano verrà a mancare nei granai, se la vite, il fico, il melograno, l’olivo non daranno più i loro frutti. Da oggi in poi io vi benedirò!”.

Oggi si deve riprendere il lavoro non perché con un colpo di bacchetta magica abbiamo superato brillantemente tutti i problemi di ordine tecnico, ma perché oggi è come all’inizio: il fervore del primo giorno? Tre mesi dopo è sempre il primo giorno, è sempre il primo giorno, è sempre il primo giorno! Questo primo giorno non ci consente di registrare un risultato convincente, ma porta con sé benedizione del Signore, la fecondità della sua parola, la potenza creatrice del Suo Spirito.

Il quarto discorso è personalizzato, Aggèo si riferisce direttamente a Zorobabele, governatore, il destinatario della promessa messianica.

Il Signore conferma il suo progetto di salvezza

Vv. 20-22: “Il ventiquattro del mese questa parola del Signore fu rivolta una seconda volta ad Aggèo: «Parla a Zorobabele, governatore della Giudea, e digli: Scuoterò il cielo e la terra, abbatterò il trono dei regni e distruggerò la potenza dei regni delle nazioni, rovescerò i carri e i loro equipaggi: cadranno cavalli e cavalieri; ognuno verrà trafitto dalla spada del proprio fratello”.

Visione grandiosa in immagini che già comparivano precedentemente: in presenza della piccolezza miserabile della realtà presente si prospettano stravolgimenti degli equilibri storici nel tempo futuro coinvolgendo regni, popoli, eserciti, l’umanità intera,

V.23: “In quel giorno – oracolo del Signore degli eserciti – io ti prenderò, Zorobabele figlio di Sealtièl mio servo, dice il Signore, e ti porrò come un sigillo, perché io ti ho eletto, dice il Signore degli eserciti»”.

E’ la conferma della promessa messianica, che passa attraverso un personaggio tutto sommato modesto, com’è Zorobabele, non meschino ma una specie di erede in pantofole di Davide, aspirante al pensionamento, in un contesto storico insignificante; eppure la promessa del Signore è confermata: “Io ti prenderò, Zorobabele figlio di Sealtièl mio servo e ti porrò come un sigillo”; è il Signore che conferma la scelta di quel discendente che renderà stabile il trono del Regno, come era stato promesso al capostipite, quel personaggio che corrisponderà alle intenzioni di Dio e che darà compimento alla sua gratuita scelta d’amore.

Ecco, poche settimane, nel corso di questi tre mesi nell’anno 520 a. C: Aggèo lascia a noi i suoi discorsi. Si tratta di avviare il lavoro che condurrà alla ricostruzione del Tempio. Quanto tempo ci vorrà? Nessuno è in grado di stabilire programmi e di registrare gli effetti, ma intanto la situazione di miseria insignificante in cui versa il popolo di Dio è interpretata nel suo valore intrinseco e irrevocabile come il momento di una storia d’amore. Di una storia d’amore che porta in sé una responsabilità di valore universale. E’ il senso della storia umana, la storia dei popoli, la storia di ieri e la storia di domani, che si ricapitola nella fatica di questo giorno in cui la parola del Signore chiama quella povera gente a ricostruire la Casa, ed in quella parola riecheggia la promessa che conferma l’appuntamento per il Regno che viene.

Settimo incontro del ciclo 2010-2011

http://www.incontripioparisi.it


 

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Questa voce è stata pubblicata il 26/09/2017 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia, Settimanale con tag , , .

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