COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Commento al Vangelo della I Domenica di Avvento (B)

I Domenica di Avvento – Anno B

Marco 13, 33-37

File PDF: Prepararsi alla Domenica (I Avvento)

Letture: Is 63,16-17.19b; 64,1.3-8; Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

Advento (2)C

Potrebbe essere la nostra preghiera dell’Avvento questa preghiera struggente, ma anche fiduciosa custodita nel libro Terzo di Isaia e se qualcuno di noi la sente come sua può anche ricercarla nella Bibbia al capitolo 63 e 64 del libro di Isaia. E pregarla.

“Siamo diventati tutti come cosa impura” -è scritto – “e come panno immondo sono i nostri atti di giustizia”. Che cosa c’è oggi, – ce lo chiediamo, ce lo chiediamo tutti – che cosa c’è oggi di incontaminato? E dove i panni puliti? dove le azioni senza un’ambiguità nascosta, senza secondi pensieri? Il panno immondo!

E continua la preghiera: “Tutti siamo avvizziti come foglie e le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”. E anche questa è la sensazione diffusa di un invecchiamento della nostra società quasi generalizzato, un avvizzimento, foglie stanche, foglie avvizzite. Al punto che si ha quasi paura di generare, di portare alla luce un germoglio nuovo per il futuro. È morta, – se non è morta – è agonizzante la speranza.

Oggi ascoltando la preghiera del Terzo Isaia mi ritornava in mente, per un accostamento impressionante, alcuni passaggi di un articolo di Fra Betto, un domenicano teologo e giornalista brasiliano: come è vero che tutto il mondo è paese! Scrive:

Non speriamo più di cambiare, retrocediamo dal sociale al privato e, stracciate le antiche bandiere dei nostri ideali, le trasformiamo in cravatte. Non vi sono più utopie di un futuro che diventi diverso dall’oggi. Per questo siamo malinconici, sorridiamo con scetticismo. Oggi predominano l’effimero, l’individuale, il soggettivo, l’estetico. La delusione della Ragione ci spinge verso l’esoterico, verso uno spiritualismo di pronto consumo, verso l’edonismo consumista. Siamo in pieno naufragio o, come ha predetto Heidegger, stiamo camminando su sentieri smarriti”.

E ritorna la preghiera del profeta: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontani dalle tue vie, lasci indurire il nostro cuore così che non ti tema?” Perché? “Camminiamo su sentieri smarriti” dice il filosofo.

E forse Avvento è anche questo ridestarci, stropicciare gli occhi, fermarci prima di finire in esiti di morte, su vie senza ritorno. Avvento è anche questo aprire gli occhi e non fermarci alla lamentazione generale, per questo avvizzimento, e capire da dove viene questa crisi: dall’aver abbandonato le vie del Signore, dall’aver cancellato dai nostri ricordi il Suo nome: “Nessuno invocava il Tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a Te”.

Ci siamo addormentati, e del nostro assopimento porta traccia la casa comune, quella che il padrone, andandosene, ha affidato alle nostre mani. Avvento è questo diventare lucidi, lucidi sulle cause che hanno partorito questo avvizzimento, questo degrado.

E qual è il passo successivo? Verrebbe spontaneo dire che il passo successivo, il primo da compiere – una volta presa coscienza della realtà – sia il convertirci. E spesso l’abbiamo anche predicato come il primo passo da compiere.

Ma la preghiera del libro di Isaia, ancora una volta, ci sorprende perché ci dice che la prima cosa non è la nostra conversione, ma è la conversione di Dio, la prima cosa non è il nostro ritornare dei passi smarriti, ma è il ritornare di Dio. È scritto: “Ritorna – cioè convertiti – Signore, per amore dei tuoi servi, per amore della tribù tua eredità”.

Non siamo noi che con le nostre forze, con i nostri meriti ritorniamo a Lui, è Lui che ci raggiunge altrove e cioè là dove ci siamo dispersi, smarriti. I verbi più importanti della preghiera custodita nel libro di Isaia non sono i verbi del nostro smarrimento; sì è vero, i nostri passi ci hanno portato lontano, ma sono i verbi che ci parlano dei passi di Dio che ci viene a cercare là dove ci siamo smarriti e ci viene incontro, che ritorna per noi.

Noi siamo soliti fissare lo sguardo sulle nostre foglie avvizzite, sui nostri panni immondi, sui nostri insuccessi; e così intristiamo.

Ecco l’Avvento è fissare lo sguardo su Dio, sulla sua fedeltà che è più grande di ogni nostro smarrimento, sul suo amore di padre; – è quasi un ritornello in questa preghiera!- “Tu Signore sei nostro Padre, ricordati Signore, e ritorna a noi ; noi siamo argilla e Tu colui che ci dà forma. Tutti noi siamo opera delle Tue mani”.

don Angelo http://www.sullasoglia.it/


“Vegliate!”

Commento al Vangelo di ENZO BIANCHI

Entriamo nel tempo dell’Avvento (adventus, venuta), ascoltando le ultime parole del discorso escatologico di Gesù nel vangelo secondo Marco (cf. Mc 13,1-37). Un discorso che Gesù aveva iniziato rivolgendosi ai quattro discepoli chiamati per primi e più coinvolti nella sua vita – Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (cf. Mc 13,3-4) –, e che ora egli termina indirizzandosi “a tutti”, con un’esortazione impellente: “Vegliate!”. Questo imperativo appare nel nostro brano come un ritornello incessante, accanto all’altro: “Guardate!” (cf. Mc 13,5.9.23). Tutte le parole di Gesù, e soprattutto la parabola dell’uomo partito per un lungo viaggio, sono finalizzate al comando del vegliare.

Ma cosa significa vegliare? Vuol dire “stare svegli”, stare con gli occhi aperti, “fare attenzione”, come traduce la versione italiana. È la postura della sentinella che veglia, lottando contro il sonno e soprattutto contro l’intontimento spirituale; che tiene gli occhi ben aperti e scruta l’orizzonte per cogliere chi e che cosa sta per giungere. Vegliare è un esercizio faticoso, perché in esso occorre impegnare la mente e il corpo, ma è un esercizio generato e sostenuto da una speranza salda: c’è qualcuno che giunge, qualcuno che è alla porta; qualcuno che, amato, invocato, ardentemente desiderato, sta per venire. Non è un caso che sanno vegliare soprattutto le sentinelle e gli amanti…

Per noi cristiani la veglia è una necessitas imposta dalla nostra fede nel Signore Gesù Cristo che viene nella gloria. Egli è venuto nell’umiltà della carne in mezzo a noi, condividendo la nostra umanità, “insegnandoci a vivere in questo mondo” (cf. Tt 2,12), e viene presto nella gloria. La sua venuta si imporrà, perché davanti a lui staranno tutta l’umanità e tutta la creazione (cf. Mt 25,31-46). E siccome quel “giorno” verrà all’improvviso, non sarà fissato né provocato da alcuna ragione appartenente a questo mondo, ma risponderà solo a un decreto di Dio, estrinseco alla storia e al mondo, allora occorre essere preparati, e ci si prepara esercitandosi a una lotta senza tregua contro ogni tentazione di abbassare la guardia, di chiudere gli occhi, di non accorgersi di nulla.

Lungo tutto il vangelo Gesù invita a tenere gli occhi aperti per ascoltare la parola di Dio (cf. Mc 4,12; Is 6,9-10), per discernere il lievito dei farisei che si insinua facilmente in noi (cf. Mc 8,15), per non credere a quelli che predicono il futuro come se lo conoscessero (cf. Mc 13,5.21-23). Qui invita a tenere gli occhi aperti per vigilare e vegliare, compito che riassume e dà senso a tutti precedenti. Sì, noi non sappiamo né il giorno né l’ora in cui si compirà questa parola del Signore, parola definitiva su tutta la creazione; non sappiamo quando Gesù Cristo, risorto e vivente in Dio quale Signore, verrà: e questa attesa che dura ormai da quasi duemila anni è faticosa. Nella fede, però, sappiamo che “il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa” (2Pt 3,9) e che ai suoi occhi “un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno” (2Pt 3,8); nella fede siamo certi che la sua parola non può mentire e non può non realizzarsi. Ecco perché lo attendiamo, perseveranti nella preghiera che grida: “Maràna tha! Vieni, Signore” (1Cor 16,22; Ap 22,20).

Questa attesa è dipinta da Gesù nella parabola in cui il Figlio dell’uomo è assente, come un uomo partito per un viaggio. Lasciando la sua casa, costui ha dato ai suoi servi facoltà e responsabilità sulla casa stessa e ha raccomandato al portinaio di vegliare alla porta su chi entra e chi esce. Per quei servi e quel portinaio questo è il tempo della responsabilità: ciascuno ha un compito preciso da svolgere, ciascuno un lavoro di cui rendere conto. Comprendiamo che qui Gesù sta evocando la sua comunità, con dei servi responsabili e un portinaio vigilante, colui che presiede.

Chissà quando il Signore verrà… Potrebbe venire nella sera quando uno dei Dodici, Giuda, lo consegna (cf. Mc 14,17.43) e Pietro, Giacomo e Giovanni dormono, invece di vegliare con lui (cf. Mc 14,32-42); o forse a mezzanotte, quando regna l’oscurità e dominano le tenebre; o forse al canto del gallo, quando il portinaio, Pietro, lo rinnega (cf. Mc 14,72); o forse al mattino, quando ormai la notte è diventata lunga, insopportabile. In ogni caso, arriverà certamente all’improvviso, per questo occorre non essere addormentati ma restare vigilanti, memori del semplice ma decisivo monito di un padre del deserto, abba Poemen: “Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante”.


Avvento, tempo di attesa e attenzione:
Dio si fa più vicino

Ermes Ronchi

Se tu squarciassi i cieli e discendessi! (Is 63,19). Il profeta apre l’Avvento come un maestro del desiderio e dell’attesa; Gesù riempie l’attesa di attenzione.

Attesa e attenzione, i due nomi dell’Avvento, hanno al medesima radice: tendere a, rivolgere mente e cuore verso qualcosa, che manca e che si fa vicino e cresce. Sono le madri quelle che conoscono a fondo l’attesa, che la imparano nei nove mesi che il loro ventre lievita di vita nuova. Attendere è l’infinito del verbo amare.

Avvento è un tempo di incamminati: tutto si fa più vicino, Dio a noi, noi agli altri, io a me stesso. In cui si abbreviano distanze: tra cielo e terra, tra uomo e uomo, e si avviano percorsi. Nel Vangelo di oggi il padrone se ne va e lascia tutto in mano ai suoi servi, a ciascuno il suo compito (Marco 13,34). Una costante di molte parabole, dove Gesù racconta il volto di un Dio che mette il mondo nelle nostre mani, che affida le sue creature all’intelligenza fedele e alla tenerezza combattiva dell’uomo.

Ma un doppio rischio preme su di noi. Il primo, dice Isaia, è quello del cuore duro: perché lasci indurire il nostro cuore lontano da te? (Is 63,17). La durezza del cuore è la malattia che Gesù teme di più, la “sclerocardìa” che combatte nei farisei, che intende con tutto se stesso curare e guarire. Che san Massimo il Confessore converte così «chi ha il cuore dolce sarà perdonato». Il secondo rischio è vivere una vita addormentata: che non giunga l’atteso all’improvviso trovandovi addormentati (Marco 13,36). Il Vangelo ci consegna una vocazione al risveglio, perché «senza risveglio, non si può sognare» (R. Benigni).

Rischio quotidiano è una vita dormiente, incapace di cogliere arrivi ed inizi, albe e sorgenti; di vedere l’esistenza come una madre in attesa, gravida di luce; una vita distratta e senza attenzione. Vivere attenti. Ma a che cosa? Attenti alle persone, alle loro parole, ai loro silenzi, alle domande mute, ad ogni offerta di tenerezza, alla bellezza del loro essere vite incinte di Dio. Attenti al mondo, nostro pianeta barbaro e magnifico, alle sue creature più piccole e indispensabili: l’acqua, l’aria, le piante.

Attenti a ciò che accade nel cuore e nel piccolo spazio di realtà in cui mi muovo. Noi siamo argilla nelle tue mani. Tu sei colui che ci dà forma (Isaia 64,7). Il profeta invita a percepire il calore, il vigore, la carezza delle mani di Dio che ogni giorno, in una creazione instancabile, ci plasma e ci dà forma; che non ci butta mai via, se il nostro vaso riesce male, ma ci rimette di nuovo sul tornio del vasaio. Con una fiducia che io tante volte ho tradito, che Lui ogni volta ha rilanciato in avanti.

http://www.avvenire.it/


Nel frattempo

Commento di Don Antonio Savone

Si ricomincia. Dio degli inizi, Dio dei cominciamenti è il nostro. Dio delle opportunità rinnovate. E noi ci scopriamo eterni ricomincianti con il nostro Dio.

Inizia, infatti, un nuovo anno liturgico che accogliamo con stupore e riconoscenza perché Dio non si è ancora stancato di noi concedendoci “ancora un anno” (Lc 13,8). Un anno, del tempo cioè per imparare a riconoscere la larghezza del suo cuore e la generosità del suo perdono. Un anno, del tempo per apprendere la fiducia di Dio. Proprio di fiducia, infatti, parla Mc quando annuncia che prima della sua partenza il Signore ha affidato a ciascuno il suo compito. Dunque anche a me. Un compito per realizzare il quale mi è stato dato anche un potere, cioè un’energia, una forza, una capacità. La vita tutta come occasione per far germogliare la fiducia accordata. Quale consapevolezza mi abita della fiducia a me accordata e del compito e dell’energia a me affidati? Anche Dio dunque vive di attesa: quella di vedere esercitata la cura nei confronti dei beni a noi consegnati.

E l’anno liturgico comincia sempre con l’Avvento… quando cioè a tema è l’attesa, non quella del Natale ma quella del suo ritorno. Tornerà, certo, alla fine della storia e non per il rendiconto ma per portare a compimento, per accordare ulteriore fiducia, maggiorata stavolta. Tornerà per rovesciare le parti: per farci mettere a tavola e per passare lui stesso a servirci (Lc 12,37). Bella l’immagine di un Dio che aumenta il credito di fiducia e che si fa servo di esistenze spese a favore di altri. Immagine di quelle che ti seducono.

Ma c’è un tornare di Dio già ora già qui: non sai se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino. Non immediatamente riconoscibile questo ritorno perché non nel segno dell’evidenza manifesta. Di lì a poco i discepoli faranno fatica a riconoscere un Dio presente in quelle ore durante le quali Gesù verrà consegnato a una sorte ignominiosa.

Se non c’è, dunque, un momento preciso, già fissato, per il ritorno del Signore, vuol dire che ogni istante conta, non esiste un tempo irrilevante. Il mentre ha la stessa rilevanza del compimento. E quella che per noi è soltanto una successione cronologica, per Dio è una precisa occasione di salvezza e di misericordia. L’atteso, infatti, è già tornato più e più volte. Torna nell’uomo, come ci ricordava domenica scorsa il brano di Mt. Torna incessantemente e instancabilmente anche in un tempo che noi uomini di Chiesa continuiamo a definire secolarizzato. Quasi non abbia nulla a che fare con Dio. E ci sbagliamo di brutto. Per questo l’Avvento non è tempo di preparazione all’Incarnazione – dal momento che egli si è già fatto uomo – ma tempo per prepararsi a riconoscere le sembianze sotto le quali egli fa ritorno.

Che bello che la liturgia non ci ponga subito di fronte al compimento! A voler dire che essa conferisce diritto di parola all’intravedere, all’intuire, al percorso non meno che alla meta. Diritto di parola ai travagli, alle gestazioni, chiedendoci di starci a contatto, di non bypassarle. Non siamo più abituati a un simile linguaggio: basti pensare alla risonanza che ha per noi il week end o le vacanze: il tempo sottratto alle occupazioni esercita su di noi non poco fascino, ci sembra l’unico tempo sensato. E, invece, la liturgia riscatta anzitutto la dimensione dell’intervallo, la dimensione del mentre, dell’intanto, sollecitandoci ad avere la capacità di frapporre una pausa, una sorta di sospensione tra le nostre richieste e la pretesa di aver immediatamente la loro gratificazione. Imparare ad attendere o, meglio, imparare a vivere attendendo. La vita, la nostra vita, infatti, conosce anche il tempo del desiderio inappagato, il tempo del non ancora.

In questo tempo del desiderio inappagato siamo costretti a chiederci cosa o chi stiamo desiderando in realtà, ammesso che ancora cerchiamo qualcosa o attendiamo qualcuno. A cosa è legato il nostro cuore se è attaccato a qualcosa.

L’intervallo come occasione per apprendere che la vita è sempre nel segno dell’oltre e della sorpresa. Nel segno di un compimento ancora da attendere e preparare. A contatto con l’intervallo, con il mentre, il frattanto, appunto, che nondimeno è già primizia e caparra e possibilità di una vita compiuta.

Proprio perché imprevedibile la sua venuta, l’invito è a vegliare, a stare nella vita senza lasciarsi sorprendere dal sonno, nella capacità di intercettare e riconoscere i passi e ogni benché minimo rumore che accenni a un suo possibile ritorno. È ovvio che questo atteggiamento è possibile assumerlo non perché gli occhi sono capaci di stare svegli ma perché il cuore è ancora capace di non rassegnarsi all’assenza.

Vegliate: invito a non lasciarsi prendere dallo scoraggiamento o da quella inerzia di chi crede che i giochi sono già fatti, comunque. Un grande dono sentir ripetere questo invito dal Dio della fiducia in un tempo come questo in cui la corsa è al non avere più a cuore nulla e nessuno.

Un’ultima immagine mi seduce: quella del portinaio. Non poteva trovarne una migliore. A lui è chiesto di vegliare perché non accada che la sicurezza di casa diventi soffocamento e che si muoia per eccesso di tutela. A lui è chiesto di discernere che cosa significhi misurarsi con il fuori casa, cosa voglia dire assaporare aperture e sconfinamenti, quali ricchezze si profilano all’orizzonte. La porta non è fatta solo per rimanere chiusa e perciò per escludere. Essa è fatta anche per accogliere, “per acconsentire invece che per respingere”.

https://acasadicornelio.wordpress.com

 

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Questa voce è stata pubblicata il 01/12/2017 da in anno B, Avvento, Domenica e Festività, Fede e Spiritualità, ITALIANO, Liturgia, Prepararsi alla Domenica con tag .

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