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Vegliate perche’ verra’…

1 Domenica Avvento B
Vegliate perche’ verra’…

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Questo tempo di Avvento si apre con un imperativo: “vegliate!”. Questa è la prima parola dell’Avvento ed è l’ultima parola che Gesù lascia ai suoi discepoli per il tempo della sua passione, tempo in cui lo “sposo sarà tolto” e la sua assenza invoca la nostra attesa.

Ci troviamo nell’ultimo discorso che Gesù rivolge ai suoi e il comando di “vegliare” racchiude il vangelo di oggi in modo perfetto. L’evangelista Marco infatti colloca questo imperativo all’inizio (Mc 13,33), a metà (Mc 13,35) e alla fine (Mc 13,37) del Vangelo.

“Vegliare” è il verbo che sembra restituirci la nostra identità cristiana più autentica: il cristiano è uno che veglia, cioè che vive nell’attesa sicura della venuta di Qualcuno che torna. La nostra vita si colloca infatti fra la venuta del Figlio nella carne della nostra umanità e la venuta di Lui nella gloria della Sua divino-umanità. Si tratta di una duplice venuta, l’una preludio dell’altra, nella quale il Signore Gesù si presenta come “Colui che viene” (cfr. Ap 1,4.8; 22,12.20). Se questa è l’identità del nostro Dio, l’identità dell’uomo non può essere che quella di un “vegliante” (cfr. Is 21,6-8.11-12; Lc 12,37…). E anzi, qui ci giochiamo la possibilità di vivere la nostra gioia: “Beato chi è vigilante…” (cfr. Ap 16,15).

La vigilanza è l’atteggiamento di chi, pur non conoscendo “il giorno e l’ora” della venuta del “padrone di casa” (letteralmente “il signore della casa”), ne conosce il volto.

Non si può aspettare chi non si conosce!

Non sappiamo quando, ma sappiamo chi stiamo attendendo!

L’ignoranza del tempo in cui verrà è funzionale a rendere più profonda l’attesa.

Dalla piccola parabola che Gesù narra oggi impariamo a riconoscere i tratti del volto di Colui che ci chiede di vegliare.

Prima di tutto la parabola ci consegna l’immagine di un “uomo” che parte per un viaggio all’estero lasciando la “sua casa” ai “suoi servi”. Non ci sfuggano questi aggettivi possessivi (sua casa”, “suoi servi”). Come in altre parabole (cfr. Lc 19,12ss; Mt 23,43; Lc 12,39-46), Gesù si presenta come “signore di una casa” che gli appartiene, casa che egli affida senza esitazione a dei “servi” che gli appartengono: tutto ciò che viviamo nell’esperienza della Sua assenza (è partito il “signore” della nostra “casa”!) è semplicemente affidato alla nostra custodia come un dono Suo: la vita nostra e quella dei nostri fratelli, le cose, le relazioni, il creato…

“Custodire” è l’imperativo che Dio consegna da Adamo nel giardino (“Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”, cfr. Gen 2,15): la terra della nostra vita e di quella dei nostri fratelli è affidata alla nostra custodia, nella viva consapevolezza che noi rimaniamo “servi” di una “casa” che appartiene ad un Altro e non a noi. Amministratori e non “signori” di questa “casa”, a noi, suoi “servi” è dato il “potere” della cura: “ha dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito” (letteralmente “a ciascuno la sua opera”).

Possiamo pensare a quell’“opera” personale di cui ciascun servo è capace (la parabola dei talenti di Mt 25 esemplificava meglio le diverse “capacità” dei servi), ma qui Marco afferma che il Signore da “ai suoi servi” “a ciascuno la sua opera” da compiere, cioè l’opera di Lui, il “signore”. Quel potere che il “signore” affida loro è la possibilità di continuare la “Sua” opera nella casa: “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre” (Gv 14,27). Questi “servi” quindi prolungano la presenza del loro Signore nella casa compiendo ciò che Lui ha compiuto.

Ora, fra tutte le opere che l’uomo della parabola affida ai suoi servi, la più importante è “vigilare”. Ed è l’opera che egli affida non solo al “portiere” (cfr. Mc 13,34), ma a “tutti” (cfr. Mc 13,37) come l’unico imperativo necessario: “vegliate!”.

La veglia è l’opera del cristiano che attende qualcuno che ha promesso di tornare. Vegliare è un’attività notturna in quanto è la capacità di sottrarre i propri occhi al sonno per scorgere i segni di una possibile venuta. Chi veglia alla porta (di una città o di una casa) non solo mette in atto una attenzione speciale per riconoscere un eventuale nemico e per impedirgli d entrare, ma soprattutto pone tutta la sua attenzione per far entrare subito chi è conosciuto e appartiene alla città o alla casa: è il “guardiano” che apre al “Pastore delle pecore” che sta alla porta (“il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce…” Gv 10,3).

C’è quindi una parte di noi che ha il compito di vegliare in ogni tempo, ma soprattutto quando viene la notte e le ore si allungano non sembrando avere mai fine. Quella parte di noi chiamata a vegliare è il nostro cuore (“mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore …” Ct 5,2), il “luogo” dove si consuma ogni nostro discernimento e ogni nostra volontà.

Perciò risvegliamo il “cuore” della nostra esistenza cristiana e orientiamolo alla venuta di Lui, il Signore, perché è certo che verrà. Non sappiamo quando precisamente, ma verrà.

Le ore possibili della Sua venuta indicate dalla parabola corrispondono a momenti significativi della passione di Gesù. Il “Signore della casa” viene, ma nella forma della consegna inerme di sé, nella notte della sua passione d’amore per l’uomo. Ci sarà qualcuno capace di riconoscere che è Lui che “giunge all’improvviso”?

Egli potrebbe venire “alla sera” così come è venuto alla “sera” dell’ultima cena, quando Gesù si dona come corpo spezzato e sangue versato mentre uno dei dodici, Giuda, lo sta per consegnare e un altro, Pietro, lo sta rinnegare, e tutti i discepoli stanno per abbandonarlo (cfr. Mc 14,17ss).

Egli potrebbe venire “a mezzanotte”, così come è venuto nel mezzo della notte nel giardino del Getsemani per consegnarsi alla volontà del Padre, mentre gli apostoli cadono addormentati e non sono capaci di vegliare con lui (cfr. Mc 14,32-42).

Egli potrebbe venire “al canto del gallo” così come è venuto davanti al sommo sacerdote per consegnarsi ad un ingiusto giudizio, mentre né i capi né i suoi (e neppure il più intimo dei suoi apostoli quale è Pietro) lo riconoscono (cfr. Mc 14,53-72).

Oppure egli potrebbe venire “al mattino” quando Israele, nella persona dei suoi capi, lo consegna ai pagani (cfr. Mc 15,1). Oppure potrebbe venire “al mattino del primo giorno della settimana” come è venuto incontro alle donne nel mattino di Pasqua, mentre nessuno degli apostoli era alla tomba ad attendere il suo ritorno (cfr. Mc 16,1).

Sì, “il Signore della casa” viene nella forma scandalosa del consegna e del dono di sé a chi lo tradisce (Mc 14,17), lo abbandona (Mc 14,50), lo rifiuta (Mc 14,64), lo rinnega (Mc 14,68.70.71) o non c’è all’appuntamento della vita nuova (Mc 16,7).

Queste ore in cui l’Amore continua a donarsi ai suoi sono i momenti del suo possibile ritorno.

Anche oggi.

Non sono ore favorevoli per riconoscerlo perché il suo volto è sfigurato dall’assurdità di un amore senza misura e senza vergogna.

Ed eppure in questa prima domenica di Avvento, il Signore Gesù ci invita ancora una volta a vivere ogni notte della nostra storia personale o della storia umana con occhi e cuore “attenti”, “vigilanti”. E questo è possibile solo abitando la notte nella memoria di Lui, della fedeltà del Suo amore che è più forte di ogni nostro tradimento, abbandono, rinnegamento, paura…

Allora vedremo che Lui viene nelle sere, nelle notti, all’aurora, nelle mattine dei nostri giorni, dentro e oltre ogni nostro rifiuto. E avrà i tratti di chi chiede accesso alla nostra vita rimanendo alla porta e lasciando alla nostra libertà la facoltà di aprirgli: “ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui…” (Ap 3,20).

Abitiamo dunque “la casa” della nostra vita con cuore e corpo vigilante e fin d’ora eleviamo l’unica preghiera cristiana di questo tempo intermedio fra la sua venuta nella carne e quella nella gloria: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22,20).

– Clarisse Sant’ Agata
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Questa voce è stata pubblicata il 02/12/2017 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag .

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