COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Immacolata Concezione – Commento

 8 dicembre
SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE
Luca 1, 26-38

Mettere insieme frammenti

Immacolata Concezione 6

Suona irriverente accostare Maria di Nazaret secondo i canoni di ciò che immediatamente non attira attenzione! Abbiamo sempre avuto bisogno di rivestirla dei tratti della eccezionalità concludendo che, in fondo, tutto per lei dovesse essere facile, proprio perché preservata dal contagio della colpa. Come se, non conoscere l’ombra del male, significasse esenzione dall’assumere gli ordinari processi di maturazione e comprensione propri di ogni uomo.

Come se fosse facile ad una creatura provare ad uscire dall’angustia del suo modo di pensare – lei, giovane ragazza di un paese mai nominato prima nella Scrittura – per ospitare la larghezza degli orizzonti di Dio. Cosa poteva sapere una ragazza di un villaggio da cui non può venire nulla di buono, di ciò che Dio intendesse concepire proprio attraverso di lei? E lei lì a provare a mettere insieme (è il senso del verbo meditare) frammenti che sembrano così distanti. Eppure è proprio l’arte che a noi insegna Santa Maria: mettere insieme frammenti senza la pretesa di una lettura e di una comprensione immediate.

Chissà quante volte avrà ascoltato quel passaggio della Genesi che annuncia il possibile riscatto dell’umanità grazie ad una vergine capace di fronteggiare il male, ma di certo, prima dell’incontro con l’angelo, non lo avrà applicato a lei. Chissà quante volte avrà sentito risuonare che la vergine avrebbe dovuto chiamare quel figlio Emmanuele, Dio-con-noi. E penso a tanto nostro ascoltare la Parola di Dio e a come non pensiamo si possa trattare proprio di noi. Noi chiamati a raccontare ancora un Dio che vuol camminare accanto all’uomo.

Sembrava non parlare più il Dio dei suoi padri e invece stava interpellando proprio lei. Anche in questi giorni sembra tacere e forse, invece, sta interpellando proprio me. Ma davvero? Non a caso il vangelo riporta sì l’emozione perché Dio aveva posato proprio su di lei il suo sguardo, ma non tace il turbamento che nasce dalla difficoltà a tenere insieme i pensieri di Dio e i nostri pensieri, il turbamento per la sproporzione, quello stesso che prende anche noi quando vorremmo ospitare il sogno di Dio nel grembo della nostra vita, ma tutto ci sembra sterile e vano. E tra lo stupore e il rammarico facciamo nostra la stessa confessione degli apostoli: ma cos’è questo per tanta gente?

Quanti dei sogni di Dio sono rinviati solo per il disincanto e per un certo atteggiamento di sufficienza con cui li accostiamo! Quanti dei pensieri di Dio sono rimandati solo perché non secondo la nostra misura! Accade a noi quello che accadde ai parenti di Gesù quando – proprio perché fuori dalla loro misura – andarono a prenderlo perché ritenuto fuori di sé.

Quel giorno, nel segreto della casa di Nazaret, la prima cosa con cui dovette fare i conti Maria, fu proprio la diversità tra i nostri pensieri e quelli di Dio. Quando tutto sembrava irrimediabilmente perduto Dio rimodellava la storia dell’umanità secondo un progetto di bene. E questo non già attraverso il gonfiore sterile di logiche arroganti ma attraverso il gonfiore tenero di una vita, la sua, attraverso il gonfiore di chi prova a mettere a dimora un seme per il tempo necessario allo spuntare del germoglio. E non sembra anche oggi tutto irrimediabilmente perduto mentre volentieri sogneremmo soluzioni magiche? Eppure, che cos’è il dono di ogni nuovo giorno se non la riconsegna che Dio fa a noi di quel desiderio di rimodellare la storia?

L’angelo che pure le aveva annunciato parole alte, non le aveva risparmiato il tempo che occorre a ogni donna per dare alla luce un figlio: nove mesi.

Cos’è che le chiedeva l’angelo se non provare a dare un grembo ai pensieri di Dio accompagnandone la gestazione? L’angelo le aveva confidato essere intenzione di Dio riprendere nelle sue mani il vaso incrinato della storia e per questo le chiedeva la sua disponibilità che non tardò ad arrivare anche se non in maniera passiva o arresa. L’angelo le aveva confidato che la storia poteva ripartire proprio grazie a lei. Forse comprendiamo di più perché un giorno, alle nozze di Cana, poté dire ai servi: qualunque cosa vi dica, fatela! Era qualcosa che conosceva sulla sua pelle e lo sperimenterà ancora alla fine, quando, ancora una volta, le sarà chiesto di farsi grembo mentre le verrà consegnato un altro figlio. Lei avrebbe fatto qualunque cosa il Figlio le avesse chiesto.

Maria è lì ad attestare che la vita cambia se qualcuno osa ospitare nel grembo della sua storia i pensieri di Dio. Quelli più impossibili.

Antonio Savone

https://acasadicornelio.wordpress.com

 


 

Lc 1, 26-38
Siamo pensati

Questa festa di Maria spesso ha patito un fraintendimento, che in parte, credo, si sia attenuato, ma non so fino a che punto, quello di legare l’immacolatezza alla sfera sessuale o alla verginità di Maria, mentre questo chiarore come dice la parola “concezione”, immacolata concezione, riguarda giorni in cui non esisteva ancora nessuna capacità di scelta da parte di Maria e il suo essere era quasi impercettibile nel silenzio tenero di un grembo, il grembo di sua madre. Maria, perdonate la mia espressione, era poco più di un pensiero, come può alludere la parola “concezione”, concepire un pensiero. Come quando un figlio inizia a pulsare in un grembo, e intorno a quella creatura nascono pensieri. Vedete, spesso nascono i nostri pensieri, dico attorno a un bimbo nel seno, i nostri sogni. È naturale che sorgano sogni. Ma c’è una differenza tra i nostri sogni e quelli di Dio: ed è che i nostri sogni si impongono dal di fuori, mentre il sogno, il concepire di Dio su quella creatura, è dentro. E il sogno deve fiorire.

E allora, voi mi capite, questa festa ci ricorda il sogno di Dio, su Maria, ma anche su ognuno di noi, ognuno porta scritto in sé un sogno. Siamo pensati da Dio. Siamo pensati. A volte ci commuove sentircelo dire da persone cui vogliamo bene: “ti penso”, “ti ho pensato”. Perché è come se ci sentissimo vivere. Se non sei pensato, concepito, da nessuno, che vita è? Io spero, ve lo confesso, spero di potermi commuovere, anche dopo così tanti anni, al pensiero che sono pensato da Dio. Tutti lo siamo, e Maria è quasi un’immagine, un’immagine viva che ce lo ricorda. Un’immagine viva, diversa dalle immaginette, che la disincarnano. “Non” diceva fratel Carlo “una statua immobile di cera, ma una sorella, seduta sulla sabbia del mondo, con i suoi sandali logori, come i nostri”.

La mia può sembrare una digressione, ma su questo essere pensati da Dio si fermava oggi nella sua lettera Paolo: Lui benediceva Dio Padre, che “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità. L’immacolatezza, pensate, è legata alla carità L’ immacolatezza, il sogno di Dio su di noi, non riguarda un aspetto della vita morale, come spesso si è pensato, ma riguarda tutta la vita: se siamo o no, secondo la carità, l’amore, se ciò che penso, se ciò che progetto per me, per la mia famiglia, per la società, per questa terra è o no secondo il progetto di Dio, secondo il suo sogno, che è la carità.

Ma il progetto, il sogno, dobbiamo subito aggiungere, si costruisce nella storia e si confronta dunque con tutte le fragilità, gli smarrimenti, con tutta la conflittualità che segna la storia degli umani. E il libro della Genesi ci ha ricordato questa verità: che la nostra è anche storia di fughe, di sconfinamenti, di dispersioni. Ci racconta di Adamo e di Eva. Adamo ed Eva che non sono nomi propri di persone, ma significano il terrestre, la vita. Ecco noi, a differenza di Maria, siamo spesso a confrontarci con il nostro essere fuori, fuori del progetto di Dio. “Chiamò l’uomo e gli disse: dove sei?”. Pensate come agisce Dio, che, come prima cosa, non si mette, come faremmo noi, a condannare, invita a pensare. Pensa dove sei, uomo, donna. Pensa dove sei finito. Pensa dove ti ha condotto il tuo non esserti consegnato al progetto di Dio che è scritto in te, che è scritto nelle fibre di questa terra. Sei nudo, nudo di umanità, di dignità. Fermati a pensare. Nudi, nudi e smarriti. Uno smarrimento tragico, perché se disgrazia può essere smarrire qualcosa, disgrazia delle disgrazie è smarrire se stessi. A volte, confessiamolo, a volte è come se vivessimo questa sensazione: dove sono? dove siamo? Terra, dove sei?

Ma questa festa di Maria non si chiude con un senso di disperazione per i nostri smarrimenti, come fossero un destino irrimediabile. C’è una promessa: la stirpe di Adamo schiaccerà il capo di quel serpente, che ha insinuato un sospetto su Dio, quasi che Dio fosse geloso della felicità degli umani. Mentre lui è un Dio che sta dalla parte delle felicità. Non siamo dunque perduti. Il pensiero di Dio su di noi non è andato perduto. La casa, povera casa di Nazaret – andate a vederla! così diversa dai templi che le abbiamo costruito intorno – quella casa con quel bussare misterioso dell’angelo, viene a svelare che Dio continua a pensarci. E che c’è una parola, piccolissima e grande, che ci riporta dentro il respiro del disegno di Dio, è la parola piccola e grande di Maria, una parola che attraversa tutta la Bibbia e Maria non fa che ripeterla, per sé nella casa di Nazaret, e oggi per noi a memoria, la parola “eccomi”. “Eccomi, sono la serva del Signore”. La parola che ci mette nella luce.

“Eccomi”, la parola di Abramo, nostro padre nella fede, la parola di Mosè nel deserto davanti al roveto che ardeva e non si consumava, la parola di Samuele alla voce che lo chiamava nella notte, la parola di Maria. La parola che dice disponibilità. E non è parola evanescente, perché immediatamente l'”eccomi” a Dio di Maria divento l'”eccomi” di Maria alla cugina Elisabetta: salì in fretta la montagna a servire la cugina, che tutti dicevano sterile, e invece era alla sua sesta luna.

Questa la nostra vera grandezza: ogni mattina ricominciare a vivere dicendo “eccomi”. Perché ogni volta che una creatura dice: “eccomi, sono la serva del Signore” è come se la terra ritornasse a fiorire. A fiorire e ad esultare di gioia.

Don Angelo Casati

Storie di luci e storie di ombre. Le nostre storie intersecano luci e ombre. La storia di luce ha un nome, Maria, la madre di Gesù, oggi sorpresa dal vangelo ancora ragazzina nella sua casa. Chissà l’ora? Chissà da dove il volo dell’angelo? Chissà che cosa avrà avuto tra le mani in quel momento Maria? O forse quella era una voce che le bussava nell’anima? Ragazza di paese, di un paese senza fama, innamorata di un uomo, come succede alle ragazze della sua età.

E dei giorni in cui i suoi genitori l’avevano concepita che cosa avrà mai saputo? Perché di questo si tratta. Di solito non se ne parla, sono giorni nel segreto. Era cresciuta portandosi dentro una luce, certo, ma anche acconsentendo a quella luce, a quel sogno. Che Dio iscrive in ognuno di noi. Ognuno si porta dentro iscritta la bellezza, perché Dio non può iscrivere se non bellezza. Poi a noi appartengono anche le ombre.

E ce lo ha ricordato la pagina della Genesi che attraverso miti ci racconta la storia dell’umanità, la nostra storia, quella personale e quella collettiva. Non sempre acconsentiamo alla luce. Non sempre acconsentiamo alla bellezza che ci abita. Anche se questa destinazione, alla bellezza, è come se la portassimo nella carne dall’inizio.

Non ce lo ha forse ricordato la lettera agli Efesini? Raccontandoci di Dio che “ci ha scelti – notate il plurale – ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. La storia della ragazza di Nazaret e del suo annuncio di maternità è stata racchiusa oggi in poche righe. Un angelo entra nella casa, le dice: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”. “Rallegrati, tu che sei stata ricolmata di grazia”.

Tu sei il segno di un Dio che non misura, smisurato, debordante nel fare grazia, nell’amare. Sarai per sempre il segno di un Dio della dismisura, qualunque cosa accada. “Il Signore è con te”: ha cancellato la distanza, non è chissà dove, non è nella grande città, non è nella solennità del tempio, non è nel fasto delle liturgie, è con te, è nel sogno che ti abita. Mi sono chiesto se non è questo ciò che dovremmo, da ora in poi, riconoscere in noi, se non è questo ciò che dovremmo dire a chiunque: “Rallegrati, il Signore è con te”.

“Rallegrati” è parola in controtendenza, è parola contro la paura, la paura di Dio. Anche Maria si sente sfiorare da un brivido di “paura” e l’angelo a dirle: “Non temere”. La storia della ragazza di Nazaret è segno della vittoria dell’allegria sulla paura: “Rallegrati”. Dio non chiude sulla paura. Nemmeno chiude sulla paura le nostre storie che non sono sempre immacolate, apre alla grazia, apre ad una scommessa di fiducia. Su ogni donna e su ogni uomo, Nonostante tutto. E sottolineiamo questo: “nonostante tutto”.

La pagina della Genesi, che oggi abbiamo ascoltata, nei versetti che immediatamente la precedevano ricordava la paura. Adamo, il terrestre, e la sua donna per paura si nascondono tra gli alberi del giardino. Il terrestre a Dio che gli chiede: “Dove sei?” risponde: “Ho udito la tua voce nel giardino, ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto”. La nostra nudità – essere nudi di umanità – ci fa nascondere e ci fa vivere di paure.

Ebbene, oggi, giorno di apertura del giubileo della misericordia, vorrei sostare su questa pagina della Genesi, colma di allusioni, per notare come l’ultima parola non sia il peccato, il fallimento, la condanna. L’uomo e la sua donna non vengono maledetti e neppure muoiono come era stato loro minacciato. La pagina chiude con una promessa di bene, vincerà nel corso delle generazioni della donna, nel corso della vita, il bene sul serpente.

Adamo può guardare in viso la sua donna e quasi per una sfida, in giorni che hanno sapore di tragedia, chiamarla Eva, in ebraico Chawwah, termine che nella sua radice dice “vita”, Eva, madre di tutti i viventi. Non si chiude con il peccato, si apre con la misericordia, la porta non è sbarrata, si apre una porta. Questo fa Dio. Dio è uno che apre la porta. Con la sua misericordia dà un segno di vita.

Ed ecco che cosa fa Dio, versetto tralasciato nel nostro brano, ma di una bellezza struggente: “Il Signore Dio fece per il terrestre e la donna tuniche di pelle e li vestì”. Questo è Dio apre, veste. Ricordate la parabola di Gesù, quella del padre che apre la casa al figlio che se n’era andato, lo veste della veste più bella, gli inventa una festa? Non sta a far filippiche per il passato. Lui crede nel futuro.

La porta del giubileo è un simbolo è per dirmi che non devo temere, che non devo vivere nella paura della mia nudità, che la misericordia mi rimette in cammino. Questo è il messaggio, quello essenziale, del vangelo. E Gesù – ricordatelo! – fu giustiziato per aver annunciato questo. E questo deve essere il messaggio, il primo, della sua chiesa.

Questo, papa Francesco ha voluto fosse il messaggio per questo giubileo: raccontiamo il volto della misericordia di Dio. E badate bene, anche su questo si dovrebbe sostare – ne faccio solo un accenno – dire misericordia non significa far piovere dall’alto una sorta di compassione, quasi dicessimo “oh poverini!”. Non è questa la misericordia di Dio. Che va invece a riconoscere e a scommettere sulla bellezza che è in te. Dio ti riconosce dignità vestendoti.

Ritorniamo a Nazaret, all’invito a rallegrarsi che ha una motivazione: “Rallegrati, il Signore è con te”. E’ l’invito dell’angelo a riconoscere che Dio è con te, è in te. Mi sono chiesto se a noi non toccherebbe questo, se l’anno del giubileo non dovrebbe vederci impegnati in questo: a dire, ma ancor prima che con le parole, con gli occhi, che puoi ripartire – dovunque uno di noi sia, per denudato che sia – puoi ripartire dalla bellezza che ti abita, dai segni di vita che ti abitano, dal soffio dello spirito che ti abita, da Dio, che è in te e ha volto di misericordia.

La parola “giubileo” ricorda in ebraico il suono del corno che apriva giorni di novità, di nuova armonia. Per i singoli e per la terra. Dio ti ha fatto grazia, va’ a costruire armonia. Suona il corno. Non voci cupe o volti cupi: “Rallegrati, Dio è con te”. Dillo a tutti, dillo con il tuo modo di essere, con il tuo volto di misericordia, dillo a tutti. E sarà come l’entrare di un angelo nella casa. Come quel giorno a Nazaret, nella casa di Maria.

Don Angelo Casati

http://www.sullasoglia.it

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