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II Domenica di Avvento (B) Commento

II domenica di Avvento (B)
Mc 1,1-8
C’è una possibilità nuova

Letture: Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

II domenica di Avvento

File PDF – II domenica di Avvento (B)

Inizio del Vangelo di Gesù Cristo: così è scritto nella prima pagina alla prima riga del vangelo di Marco. Inizio del Vangelo di Gesù Cristo… e noi subito nel rischio di spegnere la luce della parola “vangelo” pensando al “vangelo-libro”, inizio di un libro.

E invece no, più profondamente si vuol dire inizio dell’Evangelo, della buona notizia. E già la parola “inizio” -lasciatemelo dire – è ricca di fascino, e che ci sia un inizio, la possibilità di un inizio, capite. Quando tutto sembra finire o quando tutto sembra una ripetizione, ripetizione di un copione ampiamente usato, abusato.

Se tu apri il libro -il racconto di Marco – trovi questa prima parola inizio: c’è la possibilità di un inizio, di una cosa nuova. Inizio del Vangelo, cioè della buona notizia. Con la predicazione del Battista ha inizio una notizia buona.

Come a dire “partiamo da una buona notizia…”. È una ingenuità ed è una cattiva operazione quella di partire dalle cattive notizie, partire da visioni apocalittiche, dalle analisi crude e spietate della realtà. Certo teniamone conto. Ma guai se la partenza fosse la cattiva notizia, partiremmo con il piede sbagliato.

Il Vangelo dunque, come dice la parola, è buona notizia, è un messaggio gioioso, in sintonia, sintonia perfetta con il messaggio gioioso che percorre tutto il Primo Testamento. Abbiamo sentito: “Consolate, consolate il mio popolo – dice il Vostro Dio -. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù”.

C’è una possibilità nuova. Come il Primo Testamento, anche il secondo inizia con una buona notizia con un annuncio che deve dare speranza ai cuori, che deve suscitare gioia.

Inizio -scrive Marco – della buona notizia di Gesù. Dove “di Gesù” significa che la buona notizia è Gesù, è Lui l’ Evangelo, la novità è Lui, la sua presenza.

E’ come dire: da dove iniziamo? Iniziamo da Gesù: da questa presenza che rassicuri i cuori.

In un intervento su Gesù di Nazaret, Lidia Maggi, pastora battista, ci diceva che proprio questo l’aveva sempre affascinata e ammaliata di Gesù e cioè la sua capacità, quando tutte le porte sembrano chiudersi, di aprire una via nuova, di aprire una possibilità nuova; tu puoi emergere, c’è una “chance” nuova per te.

Puoi emergere con Gesù, se inizi con Lui e da Lui. E anche questo tema della possibilità nuova – voi lo sapete – si inserisce nel messaggio più vivo dell’Antico Testamento: Dio apre possibilità nuove, proprio quando tutto sembra sommergerti. Le acque del Mar Rosso sono quasi un simbolo sfolgorante: un popolo in modo inatteso, e gratuito, è emerso quando era immerso.

E di tutto questo è eco anche la predicazione del Battista. Giovanni Battista predica una immersione, un battesimo di conversione per la remissione dei peccati, immersi, per essere tirati fuori; in una novità di vita. Come a dire che per noi peccatori c’è una possibilità nuova, che si chiama remissione dei peccati: possiamo riemergere.

Il Dio dell’Antico Testamento è un Dio che porta il peccato, che perdona il peccato cioè fa misericordia, ma è anche un Dio -dobbiamo ricordarcelo – che cancella il peccato. Azione questa, quella di cancellare che non è predicata sufficientemente da noi cristiani: noi diciamo sovente che Dio perdona il peccato ma non insegniamo alla gente che Dio cancella il peccato. Che lo cancella significa che Dio non ricorda più che noi abbiamo peccato. è estremamente forte questo. Noi magari nemmeno lo immaginiamo, ma Dio cancella il nostro peccato, dunque non lo ricorda più.

Potremmo dire che noi siamo messi in una situazione originaria come se non avessimo peccato. Una cosa questa che può far solo Dio; ciascuno di noi può perdonare a un altro ma nessuno di noi può dimenticare che un altro ci ha fatto del male. Dio nella sua onnipotenza cancella il peccato, non ricorda più. Sei messo in una situazione nuova, sei all’inizio. Dio apre per te una possibilità nuova.

Ecco, vorrei che ciascuno di noi custodisse nel suo cuore questa parola di speranza e di consolazione in sintonia perfetta con quello che leggiamo al capitolo 43 del libro del profeta Isaia, dove Dio parla così: “Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche. Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada e immetterò fiumi nella steppa”.

Don Angelo – http://www.sullasoglia.it


II domenica di Avvento

Un nuovo inizio

In un clima di incertezza spesso attraversato da rassegnazione e da fuga – come forse poteva essere quello subito da Israele deportato a Babilonia –, in un contesto come il nostro in cui ci si ritrova incapaci di progettare visioni dal respiro ampio, l’Avvento viene a rimettere a tema la promessa di Dio. Un nuovo inizio è possibile. E non già perché magicamente le sorti si siano rovesciate ma perché Dio ridona fiducia ad un popolo che patisce la dispersione chiedendogli di attraversare il deserto forte della sua promessa, forte dell’esperienza di uno che ti ha parlato sul cuore. La sfida del deserto è permanente ed è trasversale ad ogni generazione di uomini e di credenti.

A quel popolo Dio ha poi fatto dono del Figlio il quale si inserisce nella vicenda umana dagli inizi, non con gesti di forza né con strategie politiche ma ponendosi al passo dell’uomo, quello più debole, umilmente.

Si ricomincia. Ma non a caso. Non facendo navigazione a vista e nemmeno nella convinzione che una strada vale l’altra, un modello vale l’altro. L’Avvento torna ogni anno proprio per ricordarci che se un nuovo inizio è possibile questo non può avvenire che da un vangelo, dalla lieta notizia di Gesù Cristo che conferisce rilevanza anche a un quotidiano che non porta i segni dell’evidenza manifesta e che, forse, porta addirittura tracce di contraddizione.

Si ricomincia non perché un’istituzione – foss’anche quella ecclesiale – si è finalmente convertita alla prassi evangelica ma perché qualcuno – vi fu Giovanni (non un uomo dell’istituzione ma un laico che non opera in un centro di potere ma ai margini) – nella sua condizione di uomo e di donna, ridando credito al Dio che allarga l’orizzonte, accetta di cominciare a frequentare il deserto, luogo dell’essenziale, luogo di verità. Nuovi inizi sono possibili solo grazie a uomini e donne che non si sono lasciati spegnere o intimorire.

Si ricomincia non distogliendo lo sguardo da colui che è portatore di una calda immagine del Padre che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi. Parole d’amore sono quelle che Dio fa recare dai suoi profeti al suo popolo che conosce l’amarezza dell’esilio. Un Dio che riconosce che il suo popolo ha sofferto troppo. A quando una Chiesa così?

Si ricomincia dalla lieta notizia di un Dio che ha tratti di tenerezza davvero unici: porta in braccio gli agnellini appena nati e procede pian piano, dolcemente, per condurre le pecore gravide e quelle che da poco hanno partorito. La lieta notizia di un Dio attento ai timidi passi dell’uomo, fossero anche passi che vagano lontano da lui. “Ecco il nostro Dio”. È la tenerezza di chi “porta in braccio chi è piccolo… ha pazienza per chi si attarda e rispetta chi è fragile”. A quando una Chiesa così?

Si ricomincia da colui che ha annunciato che esiste un Dio dei perduti, un Dio della sola grazia, un Dio dell’accoglienza incondizionata. Si ricomincia da un Dio che parla sul cuore. Parla sul cuore solo chi consapevole della personale vulnerabilità ha imparato a frequentare il linguaggio dell’intimità (mai gridato il linguaggio dell’intimità, al più sussurrato) non quello della distanza o della sentenza. Sono andato chiedendomi in questi giorni se la Chiesa ha il coraggio di ricominciare da un Dio così o non subisca ancora il fascino di un Dio di potenza, tracotante, un Dio compiaciuto della schiavitù che tanti uomini e donne ancora subiscono.

Si ricomincia da uno che non ricusa di mescolarsi tra gli altri e si sottopone alla stessa esperienza battesimale di chi necessita il perdono dei peccati.

Si ricomincia da uno che battezza in Spirito Santo, vale a dire immerge nell’esperienza di amore di Dio, la sola che rende possibile un nuovo corso alla storia personale e dell’umanità intera.

Che cosa ci porta qui di domenica in domenica se non perché nel nostro cuore c’è un credito accordato alla eventualità che un nuovo inizio sia possibile grazie a uno sguardo diverso?

Gli inizi di Dio necessitano di uomini e donne capaci di farsi messaggeri di consolazione: Consolate, consolate il mio popolo. Uomini e donne che condividono profondamente la passione di Dio per il suo popolo, uomini e donne capaci di parlare sul cuore.

Il Battista si fa banditore di che cosa possa voler dire accogliere l’annuncio di un nuovo inizio da parte di Dio. Un nuovo inizio che può giungere a compimento solo nella misura in cui si è disposti a guardare le cose secondo un altro punto di vista, finora inedito. Dio dilata l’orizzonte perché fa intravvedere un mondo di giustizia, di amore, di bellezza. Un nuovo modo di stare nella vita di cui Dio si fa garante. Ma tutto questo è pro-messo, posto innanzi: per raggiungerlo è necessario dilatare il proprio cuore e acconsentire personalmente a percorsi di umanizzazione. Cos’altro sono le valli da colmare e i colli da abbassare se non acconsentire a un percorso di riconciliazione?

L’Avvento è proprio il tempo in cui siamo sollecitati a dilatare il desiderio, lo sguardo, il cuore per accogliere il modo nuovo in cui Dio ci visita. È necessario farci compagni di cammino di tutta quella folla che si recava verso il Battista. C’è un esodo da compiere, ognuno il suo. Tempo per preparare nuove vie, tempo per intravvedere nuovi percorsi persino in un deserto, come attesta Isaia. Tempo per mettersi sulla via di Dio che non è altro se non la via dell’uomo.

Convertirsi non è anzitutto un adempimento secondo il quale finalmente giunge un momento in cui ci si possa sentire a posto e garantiti. Convertirsi è lasciarsi continuamente immergere nelle intuizioni che lo Spirito va suscitando. E lo Spirito è sempre davanti a noi e perciò richiede la disponibilità a stare in cammino, a non sentirsi mai arrivati. Lo Spirito non è soltanto qualcosa che abbiamo ricevuto un giorno nel battesimo, è una realtà dentro la quale, per dirsi credenti, è necessario stare immersi. Guai a pensare la vita secondo la logica di raggiungimento di obiettivi: la realtà ci dice come siamo perennemente in ritardo sui ritmi che la vita detta.

Don Antonio Savone – https://acasadicornelio.wordpress.com


II domenica di Avvento

Il Vangelo ricomincia sempre

Commento al Vangelo di ENZO BIANCHI

Ascoltiamo oggi i primi versetti del vangelo secondo Marco. L’evangelista così apre la sua opera: “Inizio (arché) del Vangelo di Gesù Cristo”, parallelamente all’incipit del primo libro della Bibbia, la Genesi: “All’inizio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1). Anche nel quarto vangelo troviamo come prime parole: “All’inizio era la Parola…” (Gv 1,1).

Secondo la Bibbia ci sono stati degli inizi, ci sono stati eventi che ricominciavano una storia, eventi considerati come nuove partenze, eventi che segnavano una novità. Nella storia di salvezza, la storia come Dio la legge, c’è un inizio, un ricominciare: quando Dio crea il cielo e la terra; quando la Parola di Dio inizia il suo percorso di incarnazione; quando inizia la vicenda di Gesù sulla terra; quando verrà il Signore Gesù nella gloria per darci cieli nuovi e terra nuova (cf. 2Pt 3,13; Ap 21,1)… Leggendo questa dinamica, Gregorio di Nissa afferma che anche la vita cristiana “va di inizio in inizio, attraverso inizi che non hanno fine”. Io amo ripetere che il cristianesimo, il Vangelo vissuto nella carne di uomini e donne, ricomincia sempre: ancora oggi, come ieri e come domani, sempre si constaterà un rinascere, un ricominciare del Vangelo, che appare qua e là nella vita di alcuni che vogliono, tentano con tutte le loro forze di essere alla sequela di Gesù, sulle sue tracce (cf. 1Pt 2,21). È il miracolo dei miracoli questo ricominciare del Vangelo vissuto, oserei dire della chiesa più vera, del fuoco del Vangelo che, conservato sotto la brace, ricomincia a divampare, a essere fuoco.

Ecco dunque “l’inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”, cioè della notizia bella e buona che è portata e rappresentata da Gesù di Nazaret, il Messia venuto da Dio e da lui inviato nel mondo, la sua Parola eterna fatta carne fragile e mortale (cf. Gv 1,14), il suo Figlio venuto tra gli uomini. Il termine Vangelo (euanghélion) è attestato nella versione greca del profeta Isaia, nel passo che in questa domenica viene letto come prima lettura: Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua schiavitù è finita, che il suo peccato è stato perdonato …Sali su un alto monte, tu che annunci la buona notizia (verbo euanghelízo) a Sion. Alza la tua voce con forza, tu che annunci la buona notizia (verbo euanghelízo) a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città della Giudea: “Ecco il vostro Dio!” (Is 40,1-2.9).

Ecco il Vangelo, la bella e buona notizia: Dio viene! Nel vangelo secondo Marco questa buona notizia è che Dio viene in Gesù suo Figlio. Tutto avviene come sta scritto nello stesso brano del profeta Isaia: Ecco – dice il Signore –, io invio il mio messaggero davanti a te, egli preparerà la tua strada. Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Is 40,3; cf. Es 23,20; Ml 3,1).

Gesù non è qualcuno che arriva per caso, ma giunge secondo la promessa fatta dai profeti, ed è colui che è atteso da quanti hanno ascoltato i profeti stessi. Gesù viene dunque preceduto da un messaggero, Giovanni il Battista, che gli prepara una strada e chiede di ritornare a Dio mutando il comportamento, cambiando la propria vita nel pensare e nell’agire. Ecco la metánoia, la conversione che esige di non fare più ciò che si faceva, di tralasciare di fare il male, di fare il bene secondo la volontà di Dio (cf. Is 1,16-17). Occorre cambiare, avere questo coraggio e questa forza per collocarsi in una novità di vita, in modo da poter incontrare colui che viene, il Signore veniente, colui che Dio ha inviato nel mondo, in mezzo all’umanità.

Per dire che erano convinti e che iniziavano questo nuovo cammino di accoglienza della buona notizia, molti andavano da Giovanni nel deserto e sigillavano questo nuovo inizio facendosi da lui immergere nelle acque del Giordano. In tal modo essi dicevano visibilmente che accettavano di seppellire il loro vivere mondano, ed erano tirati fuori dalle acque quali creature nuove, impegnati in una vita nuova, riconciliati con Dio che rimetteva, perdonava i loro peccati. Giovanni è il messaggero inviato da Dio davanti a Gesù, è l’uomo del deserto, dove si fa raggiungere dai credenti, perché nel deserto, luogo di solitudine e di spogliazione, potessero ascoltare la voce di Dio e discernere il Veniente (ho erchómenos), che è ormai vicino, imminente, tanto da poter essere annunciato dal precursore. Giovanni non ne dice il nome, ma lo indica come “il più forte che viene dietro di me”, che presto sarà rivelato, farà la sua comparsa. Per ora sta umilmente, come discepolo, dietro a Giovanni, il maestro, colui che immerge nell’acqua per sigillare la conversione e il perdono dei peccati da parte di Dio. Ma ecco, sta per venire, e il Battista quale messaggero e precursore deve annunciarlo e deve confessare di non essere degno neppure di slegargli i sandali: è il Veniente, mandato da Dio, munito della forza dello Spirito santo!

La chiamata di Giovanni ieri era rivolta ai giudei, annuncio di una buona notizia riguardante Gesù, il Veniente, il Messia, il Figlio di Dio. Ma questa chiamata riguarda ancora noi, oggi: vogliamo ascoltare la bella e buona notizia? Vogliamo convertirci e cambiare vita? Vogliamo andare incontro al Veniente, Gesù Cristo, nella forza dello Spirito santo? Vogliamo, in altre parole, ricominciare il cammino di conversione a Dio, fidandoci di Gesù, della sua buona notizia, fidandoci della forza dello Spirito santo che può trascinarci in questo cammino di ritorno a Dio e di comunione con lui? La buona e bella notizia, il Vangelo di Gesù Cristo, riesce a farci ricominciare la sequela sulle sue tracce?

Sì, il Vangelo vissuto non fa che chiamarci a ricominciare sempre, proprio come annuncia il vangelo secondo Marco con una significativa inclusione. All’inizio del vangelo, in Galilea, Gesù chiama degli uomini, dei pescatori (cf. Mc 1,16-20); alla fine il Risorto li chiama di nuovo, dopo le loro contraddizioni alla sequela e i loro misconoscimenti della sua buona e bella notizia: “Vadano in Galilea. Là mi vedranno” (cf. Mc 16,7). Dove li ha chiamati a cominciare, li richiamerà a ricominciare: è l’avventura cristiana, che sempre ricomincia! È Avvento, fratelli e sorelle, è ora di ricominciare!


II Domenica di Avvento

La buona notizia:
Dio viene e profuma di vita la vita

Due voci parlano del venire di Dio. Isaia, voce del cuore: Viene il Signore con potenza. Ma subito specifica: con la potenza della tenerezza, tiene sul petto i piccoli agnelli e conduce pian piano le pecore madri. Tenerezza di Dio, potenza possibile ad ogni uomo. Giovanni delle acque e del sole: Viene uno dopo di me ed è il più forte. Lui ci battezzerà, ci immergerà nel turbine santo di Dio. I due profeti usano lo stesso verbo, in un eterno presente: Dio viene, viaggiatore dei secoli e dei cuori, viene come seme che diventa albero, come lievito che solleva la pasta, come profumo di vita per la vita (2 Cor 2,16). C’è chi sa vedere i cieli riflessi in una goccia di rugiada, il profeta vede il cammino di Dio nella polvere delle nostre strade. Dio si avvicina, nel tempo e nello spazio, dentro le cose di tutti i giorni, alla porta della tua casa, ad ogni tuo risveglio.

Prima parola della prima riga di Marco: Inizio del vangelo di Gesù. Si può allora iniziare di nuovo, anche da là dove la vita si è arrestata, si può ripartire e aprire futuro. Ma come trovarne la forza?

Inizio di una bella notizia… da qui, solo a partire da una buona notizia si può ricominciare a vivere, a progettare, a stringere legami, e mai partendo da amarezze, da sbagli, dal male che assedia. E se qualcosa di cattivo o doloroso è accaduto, buona notizia diventa il perdono, che lava via gli angoli più oscuri del cuore.

Inizio di una bella notizia che è Gesù. Lui, mani impigliate nel folto della vita, racconto della tenerezza di Dio, annuncio che è possibile, per tutti, vivere meglio e che il vangelo ne possiede la chiave. Il futuro buono è Dio sempre più vicino, vicino come il respiro, vicino come il cuore, profumo di vita. Viene dopo di me uno più forte di me. Gesù è il più forte perché l’unico che parla al cuore, si rivolge al centro dell’umano (parlate al cuore di Gerusalemme, ditele che è finita la notte, Isaia 40, 1-2). Tutte le altre sono voci che vengono da fuori, la sua è l’unica che suona in mezzo all’anima. Perché ciò che conta è soltanto il fondo del cuore dell’uomo. E ciò che è vero nel cuore fa saltare tutto un mondo di scuse e di pretesti, di conformismi e di apparenze.

Viene colui che è più forte, il Regno di Dio non è stato sopraffatto da altri regni: l’economia, il mercato, il denaro. Il mondo è più vicino a Dio oggi di ieri. Lo attestano la crescita della consapevolezza e della libertà, il fiorire del femminile, il rispetto e la cura per i disabili, l’amore per l’ambiente… La buona notizia è una storia gravida di futuro buono per il mondo, perché Dio è sempre più vicino, vicino come un abbraccio. E profuma di vita la vita.

Ermes Ronchi (Avvenire)

 

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Questa voce è stata pubblicata il 07/12/2017 da in anno B, Avvento, Fede e Spiritualità, ITALIANO, Liturgia, Prepararsi alla Domenica con tag , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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