COMBONIANUM – Formazione e Missione

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III Domenica di Avvento (B) Commento

3ª domenica di Avvento – B
Giovanni 1,6-8.19-28

Is 61, 1-2a.10-11; 1Ts 5,16-24; Gv 1, 6-8. 19-28

Alessandro Allori, La predica del Battista, olio su tela, 1601, Palazzo Pitti, Firenze.Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Tu, chi sei?”. Egli confessò e non negò. Confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. “Non lo sono”, disse. “Sei tu il profeta?”. “No”, rispose. Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto : Rendete diritta la via del Signore , come disse il profeta Isaia”…

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Dio manda uomini
Don Antonio Savone

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
Potremmo leggere da questa prospettiva, quella degli uomini mandati da Dio, la storia dell’umanità come la storia della comunità cristiana. E perché no? Anche la nostra personale. Quasi un ritornello l’inizio del vangelo di questa III domenica di Avvento: venne un uomo mandato da Dio… Ma anche una chiave di lettura: Giovanni è il nome di tutti noi. Dio fa grazia, questo è il nostro nome e questo è ciò di cui siamo costituiti segno. Testimonianza di un Dio del gratuito. Ciascuno di noi mandato per questo.

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era… Abramo, Mosè, Maria, Francesco… Giovanni XXIII, Tonino Bello, Giovanni Paolo II, Teresa di Calcutta, fino a noi. La storia riletta dalla prospettiva di uomini e donne docili alle intuizioni dello Spirito e fedeli al qui e ora della loro vicenda. Tanti gli uomini e le donne mandati da Dio. Innumerevoli. I più neppure consapevoli che stavano edificando possibilità inedite anche per altri.

Un uomo: quanto basta perché Dio si riveli. Persino il Figlio di Dio ne assumerà i tratti: non è data, infatti, altra via di riscatto per la storia se non quella di una umanità di nuovo da assumere. Persino Dio entra nella storia cominciando a frequentare un uomo. Francesco avrebbe esclamato: vedete, frati, l’umiltà di Dio! Già, perché nell’economia ordinaria, Dio – egli che potrebbe far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre – suscita uomini. Uomini e donne non preoccupati di sé, non attratti dalla prospettiva di un consenso, lontani da ogni illusoria pretesa – quasi la loro consistenza biografica non interessi – ma solo intenti ad essere trasparenza di un altro. Chi cerca tutt’altro che un uomo – come gli inviati dei farisei – non può che restare deluso.

Cosa bisogna fare per vedere l’uomo mandato da Dio? Una sosta nel deserto che comporta l’uscita dalla città per ritrovare il senso delle cose, per assumere la nostra responsabilità nei confronti di questo nostro mondo. Portarsi nel deserto: non nel luogo della chiacchiera, foss’anche quella religiosa, ma nel luogo in cui le parole sono dette al cuore, luogo di verità perché luogo dell’essenziale, luogo dell’assenza di strutture.

Sosta a Betabara, nella casa di passaggio, il luogo dove Giovanni battezza e dove noi vogliamo raggiungerlo quest’oggi. Una postazione da guadagnare in fretta se vogliamo scorgere il pulsare del nuovo di cui Gesù è portatore. Una postazione da cui non scorgiamo segni grandiosi o straordinari, non prodigi ma solo un uomo mandato da Dio, contento di essere semplicemente un uomo. Un uomo marginale alle istituzioni, senza ruoli ufficiali, investito da Dio della missione di risvegliare in tutti la percezione che una vita in pienezza può esserci donata. Un uomo che prende le distanze dalla sacralità del tempio e che annuncia nel deserto la visita di un Dio che l’uomo non ha mai conosciuto appieno.

A Betabara, in quella casa di passaggio, ci si può andare come la folla disposta a intraprendere un percorso di rinnovamento o come coloro che sono stati inviati dai farisei per inquisire l’uomo inviato da Dio. Ciò che fa la differenza è proprio l’approccio al reale: c’è chi si lascia interpellare da un uomo e si lascia immergere (battezzare) in un diverso modo di leggere la vita, se stesso, Dio e chi, invece, tutto misura a partire da schemi e classificazioni: o sei il Cristo o sei il profeta o sei Elia. Se no chi sei? Quando ad interessare non è più la realtà e la sua forza dirompente ma ciò che io già penso di essa. Tu sei se reggi ad un confronto: la vita accostata secondo commissioni di inchiesta. Se sei indefinibile sfuggi alla presa. L’altro che fa capolino col suo spirito di novità, se non si identifica con un ruolo sociale riconosciuto deve esibire almeno una sua dichiarazione di identità. La cosa strana è che anche chi è ostile al cambiamento e sfavorevole a nuove opportunità è incuriosito. Ma si tratta di una curiosità che tutto disapprova e che mette in discussione i segni del nuovo: perché dunque immergi se non sei il Cristo né Elia né il profeta?

Giovanni non è preoccupato della sua identità. A Giovanni basta sapere che egli sta preparando il giorno del Signore, anche se egli ne intravedrà solo il timido inizio e poi dovrà farsi da parte.

Gli basta essere voce che certo passa, ma nondimeno tocca il cuore.

Gli basta sapere che suo compito è accompagnare la sposa nella stanza del talamo, poi lui potrà sparire dalla scena.

Gli basta sapere che il mondo non si ferma con lui, c’è ancora un nuovo che deve nascere e di cui egli intende essere a servizio. C’è sempre nella vita, anche nella mia, anche nella tua, uno che ancora non conosci.

È vangelo, lieta notizia, sapere che Dio manda uomini a indicarne la presenza reale, anche se nascosta, nelle pieghe della mia esistenza. Non è forse questo il compito della comunità cristiana? Indicare un Dio che viene a noi sempre nei panni dello sconosciuto, dell’inedito? Compito delle comunità cristiana – attesta l’uomo mandato da Dio – è cogliere un’attesa, tutelare i germogli del nuovo perché diventino vita: non cogliere le intuizioni del nuovo che lo Spirito sta già suscitando, significa preparare la disperazione di domani.

È vangelo, lieta notizia, sapere che Dio resta sempre sconosciuto. Di volta in volta ne scopri qualche tratto ma non è mai un possesso da rivendicare: ne faremmo un idolo, lo imprigioneremmo nello schema dell’ovvio, del risaputo. E invece egli è sempre oltre ciò di cui puoi aver compreso di lui.

Qual è la nostra Betabara, quel luogo, quella opportunità che mi permette di allungare lo sguardo e di riconoscere che in mezzo a noi sta uno che noi non conosciamo? Dio non ha mai smesso di entrare nella nostra storia personale indossando panni di umiltà. Il problema è appunto accorgersi, riconoscerlo. Che cosa me lo impedisce?

https://acasadicornelio.wordpress.com


Giovanni, il dirottatore
Omelia di don Angelo

Il nostro itinerario d’Avvento ha ogni anno – e non per una domenica sola – come compagno di viaggio una figura non facile da decifrare, ma certo ricca di fascino, di provocazione, quella di Giovanni il Battezzatore.

Per come ce lo presenta l’evangelista Giovanni nel primo capitolo del suo vangelo, il Battista appartiene alla razza dei “dirottatori”, dirottatori dello spirito: fa cambiare rotta. È come se dicesse: vi siete ingannati, avete sbagliato la meta del pellegrinaggio. Siete venuti a cercare me. Ma è un altro. Cambiate direzione. E… fuori gli occhi! Alla ricerca dei segni: “In mezzo a voi” – avete capito: in mezzo a voi – “sta uno che non conoscete”.

Fa cambiare rotta. Ma ve la immaginate oggi una chiesa – è un sogno, e ho paura che rimanga un sogno, eppure è bellissimo – una chiesa che a quelli che accorrono, accorrono ai santuari, alle porte sante, dice: avete sbagliato meta, non sono io; il santuario, quello vero, è un altro: è Gesù, è in mezzo a voi e non lo conoscete. Io non sono niente. Io scompaio. Io diminuisco. È Lui che deve crescere. Sotto gli occhi è il contrario: io aumento, io mi mostro, io sono… e Lui scompare!

Agli uomini delle istituzioni che vanno da lui e fanno questioni di titoli, di cariche: con che titolo battezzi? Sei importante? Abbastanza importante? Dicci la tua identità: chi sei? – grande problema oggi dentro le chiese l’identità, se ne fa un gran parlare – il Battista spazza via tutte queste dissertazioni sull’identità scintillante e quasi le ironizza con quel “io non sono”… io non sono…. E, se proprio volete sapere qualcosa di me: “sono una voce, per dire un altro, non parlo di me, parlo dell’altro”. Ma quando arriveremo a questo? Quando daremo credito – dico come chiesa – a questo dirottatore dello Spirito, Giovanni il Battista?

E vorrei anche aggiungere, a proposito del Battista, che il primo dirottato fu proprio lui. Sì, perché si era spinto a sognare un Messia grande fustigatore, pulitore impietoso di aie, bruciatore, inceneritore della pula. E invece il Rabbi di Nazaret aveva dirottato i suoi sogni: da un Messia sul trono della giustizia a un Messia sul trono della misericordia, un Messia che ricalca i tratti dell’Unto, del consacrato dallo Spirito, di cui oggi parlava il libro di Isaia, al cap.61, il brano che Gesù riferirà a se stesso nella sinagoga di Nazaret, il brano che annuncia un nuovo giubileo, “un anno di misericordia del Signore”.

Nel libro del Talmud è scritto: “Quando sente il suono dello shofar o del jobel, l’Eterno lascia il trono di giustizia e va a sedersi su quello della misericordia. Egli ha pietà del suo popolo e cambia il suo giudizio”. Anche questo un dirottamento. Un dirottamento di mentalità, di visioni della vita, un dirottamento che non rimane nel segreto invisibile del cuore: la misericordia, lo sguardo misericordioso, tocca la vita. L’unzione dello Spirito, la consacrazione, l’anno del giubileo – secondo il libro di Isaia- non si risolvono in facili sconti d’indulgenza per devoti o praticanti, trovano invece riscontro in gesti ben precisi, i gesti della misericordia. “Mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a proclamare l’anno di misericordia del Signore”.

Quale contrasto con i cantastorie dello Spirito, i menestrelli del sacro, quelli che, secondo uno scrittore, “sono invadenti e petulanti, assolutisti e integralisti. Più che fasciare le piaghe dei cuori spezzati cercano di prendere possesso del cuore degli adepti; più che proclamare la libertà degli schiavi, manipolano le menti e le volontà; più che proclamare l’anno della misericordia, impongono pesanti fardelli sulle spalle altrui” (Pierino Boselli). Non è questa la strada del giubileo. L’anno deve essere della misericordia.

Anche noi chiamati, come Dio, dal trono della giustizia al trono della misericordia.

http://www.sullasoglia.it


Giovanni, il testimone della luce
Commento al Vangelo di ENZO BIANCHI

Già in questi brevi versetti del prologo è sintetizzato tutto il senso della venuta di Giovanni, un uomo definito da Gesù “il più grande tra i nati di donna” (cf. Mt 11,11; Lc 7,28), mandato da Dio. Sì, solo Dio poteva darci e inviarci un uomo come lui. Egli è il segno che “il Signore fa grazia” (questo il significato del suo nome), è un “testimone” (mártys), anzi è il primo testimone di Gesù in quel processo che quest’ultimo ha subito dalla nascita alla morte, processo intentatogli dal “mondo”, cioè dall’umanità malvagia, violenta, philautica. Ministero difficile, faticoso, a prezzo della vita spesa e data, quello di Giovanni: nella consapevolezza di non avere luce propria, egli ha solo offerto il volto alla luce, ha contemplato la luce, è rimasto sempre rivolto alla luce, in modo così convincente e autorevole che chi guardava a lui si sentiva costretto a volgere lo sguardo verso la luce, verso colui di cui Giovanni era solo testimone.

E cosa fa, come si atteggia un vero testimone di Gesù Cristo, cioè della “luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9)? In primo luogo si decentra e mette tutte le sue forze a servizio di tale decentramento, dicendo costantemente: “Non io, ma lui; non a me ma a lui vadano lo sguardo e l’ascolto”. Questo è un atteggiamento di spogliazione, di resistenza a ogni tentazione di guardare a se stessi, è veramente vivere l’adorazione di colui che “è più grande” (Mt 11,11; Lc 7,28), che “è più forte” (Mc 1,7; Lc 3,16), che “passa davanti” (cf. Gv 1,15). Giovanni vive in sé il ministero della percezione della presenza di Dio, al quale l’aveva abituato il deserto in cui era cresciuto (cf. Lc 1,80), e ora percepisce questa presenza di Dio in Gesù, che ormai è un uomo tra gli altri, è tra coloro che vanno da lui a farsi battezzare, è un suo discepolo. “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete … Neanch’io lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: ‘Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito santo’” (Gv 1,26.33-34).

Chi è dunque Giovanni il Battista? Se lo chiedono innanzitutto quanti vanno ad ascoltarlo, i giudei: “Chi sei tu?”. E Giovanni risponde con semplicità: “Non sono il Messia, il Cristo da voi atteso”. Gli chiedono ancora: “Sei tu Elia?”, colui che, profetizzato da Malachia, era atteso davanti al Signore nel suo giorno temibile (cf. Ml 3,23)? “Non lo sono”, risponde Giovanni. Infine gli chiedono: “Sei tu il profeta”, il profeta escatologico promesso a Mosè e simile a lui (cf. Dt 18,15)? Ma ancora, per la terza volta, Giovanni nega anche quest’ultima identità proiettata su di sé.

“Gli dissero allora: ‘Chi sei? Che cosa dici di te stesso? Qual è la tua identità?’”. Ed egli risponde: “Io sono soltanto una voce, una voce imprestata a un altro, eco di una parola non mia”. Anche questo essere voce è frutto dell’obbedienza puntuale e completa di quest’uomo alla parola del Signore annunciata dal profeta Isaia (cf. Is 40,3; Mc 1,3 e par.). Solo voce, che si sente, si ascolta, ma non si può vedere, né contemplare, né trattenere. In Giovanni nessun protagonismo, nessuna volontà di occupare il centro, di stare in mezzo, ma solo di essere solidale con gli altri. C’è chi sta al centro, c’è chi è in mezzo e noi non lo conosciamo, c’è chi è Parola rivolta a noi: è Gesù Cristo, sempre “in incognito”, sempre da cercare, ma noi non lo cerchiamo e non lo riconosciamo. Forse solo nel giudizio finale sapremo che chi sta accanto a noi, chi ci è prossimo… è Gesù Cristo, e allora lo riconosceremo. Nel frattempo, abbiamo bisogno di Giovanni, di ascoltare la sua voce, di vedere il suo dito che indica Gesù come colui che ci immerge nello Spirito santo (cf. Gv 1,33; Mc 1,8 e par.) e che può fare di noi delle “vite salvate”.


E noi chi siamo?
Solo voce di un Dio innamorato
Ermes Ronchi

Venne Giovanni mandato da Dio, venne come testimone, per rendere testimonianza alla luce. Non al dominio, alla giustizia, al trionfo di Dio, il profeta rende testimonianza all’umiltà e alla pazienza della luce.

Ognuno di noi è «uomo mandato da Dio», piccolo profeta inviato nella sua casa, ciascuno pur con il suo cuore d’ombra è in grado di lasciarsi irradiare, di accumulare, di stivare dentro di sé la luce, per poi vedere la realtà «in altra luce» (M. Zambrano). Ognuno testimone non tanto dei comandi, o dei castighi, o del giudizio di Dio, ma della luce del Dio liberatore, che fascia le piaghe dei cuori feriti, che va in cerca di tutti i prigionieri per tirarli fuori dalle loro carceri e rimetterli nel sole.

Giovanni è testimone non tanto della verità, quanto della luce della verità: perché se il vero e il buono non sono anche belli e non emanano fascino e calore, non muovono il cuore e non lo seducono.

Infatti il Precursore prepara la strada a Uno che «è venuto e ha fatto risplendere la vita» (2 Timoteo 1,10), è venuto ed ha immesso splendore e bellezza nell’esistenza. Come un sole tanto a lungo atteso, è venuto un Dio luminoso e innamorato in mezzo a noi, guaritore del freddo, ha lavato via gli angoli oscuri del cuore. Dopo di lui è più bello vivere.

Ed è la positività del Vangelo che fiorisce e invade gli occhi del cuore. E «mi copre col suo manto», dice Isaia, e farà germogliare una primavera di giustizia, una primavera che credevamo impossibile. Mi abbandono, allora, nelle sue mani, come il profeta, come cuore ferito, ma anche come diadema; mi abbandono nelle sue mani come vaso spezzato che egli sanerà, e come gioiello; come schiavo e come corona, testimone di una religione solare e felice.

Giovanni afferma che il mondo si regge su un principio di luce e non sulla prevalenza del male, che vale molto di più accendere la nostra lampada nella notte che imprecare e denunciare il buio. Per tre volte gli domandano: Tu, chi sei? Domanda decisiva anche per me. Io non sono l’uomo prestigioso che vorrei essere né l’insignificante che temo di essere; non sono ciò che gli altri credono di me, né santo, né solo peccatore; non sono il mio ruolo, non sono ciò che appaio. Io sono voce. Abitata e attraversata da parole più alte di me, strumento di qualcosa che viene da prima di me, che sarà dopo di me. Io sono voce. Solo Dio è la Parola. Il mio segreto è in sorgenti d’acqua viva che non mi appartengono, che non verranno mai meno, alle quali potrò sempre attingere. Io sono voce quando sono profeta, quando trasmetto parole lucenti e parlo del sole, gridando nel deserto di queste città, come Giovanni, o sussurrando al cuore ferito, come Isaia.

Avvenire

 

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Questa voce è stata pubblicata il 14/12/2017 da in anno B, Avvento (B), Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia con tag , .

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