COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Sulla strada aperta dai santi dell’emigrazione. Il metodo della solidarietà

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(Silvano Maria Tomasi) Il cammino della Chiesa — dalle grandi migrazioni di massa dall’Europa alla fine del XIX secolo e inizio del XX all’attuale movimento di popoli che ha fatto definire la nostra l’“era delle migrazioni” — è segnato da un filo di continuità che si chiama compassione e solidarietà. I santi dell’emigrazione, conosciuti e anonimi, costituiscono questo filo in modo speciale. Sono uomini e donne ispirati e guidati dal Vangelo i quali hanno risposto all’appello spesso silenzioso, a volte quasi disperato, che, nella loro sofferenza, le persone sradicate dal loro ambiente e nell’incertezza di trovare un futuro di dignità e lavoro rivolsero loro dall’abbandono e difficoltà in cui si trovavano.
Essi, i santi, sentirono questo appello come fosse la voce di Gesù stesso che chiedeva loro di rivivere il ruolo del buon samaritano.
Davanti a gruppi di braccianti e contadini incontrati ammucchiati alla stazione ferroviaria di Milano e diretti a Genova per imbarcarsi per le Americhe, il beato Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, scrisse: «Erano emigranti. Partivano quei poveretti, alcuni chiamati da parenti, altri senza sapere precisamente ove fossero diretti. Partii commosso. Un’onda di pensieri mesti mi faceva nodo al cuore. Chi sa quale cumulo di sciagure e di privazioni, pensai, fa loro parer dolce un passo tanto doloroso». La giovane fondatrice santa Francesca Saverio Cabrini e le sue suore furono ugualmente colpite e commosse al passaggio degli emigrati — come racconta Antonio Serrati, parroco di Codogno — e l’incontro contribuì a orientare la Cabrini al servizio dei migranti. Il contatto con i migranti portò alla commozione e dalla compassione nel voler compartire l’ansia e la pena dei migranti questi santi passarono all’azione.
Su questa dinamica, nel messaggio ai partecipanti alla conferenza internazionale sul tema «Affrontare le disparità globali in materia di salute» (16-18 novembre 2017), Papa Francesco ha affermato: «Gesù, nella parabola del buon samaritano, ci offre gli atteggiamenti attraverso cui concretizzare la cura nei riguardi del nostro prossimo segnato dalla sofferenza. Il samaritano anzitutto “vede”, si accorge e “ha compassione” per l’uomo spogliato e ferito. Non è una compassione sinonimo solo di pena o dispiacere, è qualcosa di più: indica la predisposizione a entrare nel problema, a mettersi nella situazione dell’altro. Anche se l’uomo non può uguagliare la compassione di Dio, che entra nel cuore dell’uomo e abitandolo lo rigenera, tuttavia può imitarla “facendosi vicino”, “fasciando le ferite”, “facendosene carico”, “prendendosi cura” (cfr. Luca, 10, 33-34)».
Fattisi migranti volontari di richiedenti asilo, di rifugiati, profughi e migranti, come il beato Scalabrini e la santa Cabrini, san John Neumann, arcivescovo di Philadelphia, negli Stati Uniti, santa Mary MacKillop in Australia, la beata Assunta Marchetti in Brasile, hanno fatto del servizio e della presenza tra i migranti l’impegno nella loro imitazione del buon samaritano e così hanno rafforzato e dato continuità al filo conduttore della compassione e della solidarietà e consolidato un metodo pastorale che combina opere sociali come scuole, orfanotrofi, assistenza per trovare lavoro, ospedali, a formazione cristiana ed evangelizzazione. L’azione è sostenuta dalla carità, che non è commiserazione, ma riconoscimento dell’immagine di Dio e della dignità che ne deriva per ogni persona senza distinzione e discriminazione.
Su questa strada maestra aperta dai santi dell’emigrazione cammina anche oggi la Chiesa. I dati e i fatti delle attuali migrazioni sono riportati con frequenza. A livello globale 250 milioni di persone vivono in un paese diverso da quello in cui sono nate; di esse, 22 milioni sono riconosciute come rifugiati secondo i criteri delle Nazioni Unite. Se aggiungiamo i 750 milioni di migranti interni, un individuo su sette nel mondo è un migrante.
Quattro moventi maggiori sono alla radice delle migrazioni: cause economiche, sociali, politiche e ambientali. Che l’1 per cento delle persone più ricche possieda più del 50 per cento della ricchezza mondiale non è ragionevole. Conflitti violenti e disuguaglianze economiche rimangono alla radice di ogni sradicamento forzato di migranti dalla loro casa e dal loro ambiente. Dietro ai numeri ci sono i volti di persone con aspirazioni e talenti, con affetti e frustrazioni. C’è anche il rischio che alcune categorie di migranti restino invisibili nella società. Vengono troppo spesso dimenticati i morti che nel Mediterraneo, nel mar Rosso o nei Caraibi sono sprofondati perdendo la vita e i loro sogni. Dal 2000 sono stati registrati 46.000 migranti morti nel tentativo di trovare un nuovo paese che gli accogliesse. Nel 2017, finora, i morti sono stati 3514. Altre categorie di migranti vengono relegate fuori dalla protezione della società. A milioni sono  gli immigrati che non avendo trovato canali regolari per emigrare hanno comunque deciso di farlo e di rimanere una volta che il loro permesso è scaduto. Per esempio si stima che negli Stati Uniti gli immigrati irregolari siano undici milioni. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, 65 milioni di persone sono forzatamente displaced nel mondo.
Davanti a questo panorama internazionale delle migrazioni attuali ci si può chiedere come si articolano i tre passi del metodo dei santi dell’emigrazione: commozione, compassione, solidarietà. Il primo passo è di aprire il cuore e sintonizzarsi con migranti, sfollati e rifugiati. Il samaritano che si imbatte nell’uomo ferito e abbandonato lungo la sua stessa strada lo vede e si commuove. C’è una predisposizione ad associarsi alla persona che soffre. Papa Francesco spesso parla contro una cultura dell’indifferenza, la globalizzazione dell’indifferenza, e promuove, invece, lo sviluppo di una cultura globale dell’empatia. Gesù si commosse davanti alla tomba dell’amico Lazzaro fino a piangere pur sapendo che lo avrebbe risuscitato. Essere turbati dai milioni di persone sradicate e raccolte in campi di prima accoglienza, in movimento sulle strade del mare e di terra, inizia il processo di accoglienza.
Sentimento di pietà verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti è la definizione di compassione. È partecipazione alle sofferenze altrui, la volontà di compartire. Papa Francesco scrive: «Nella nostra cultura tecnologica e individualista, la compassione non è sempre ben vista; a volte è addirittura disprezzata perché significa sottoporre la persona che la riceve a un’umiliazione. E non manca neppure chi si nasconde dietro a una supposta compassione per giustificare e approvare la morte di un malato. Ma non è così. La vera compassione non emargina nessuno, non umilia la persona, non la esclude, e tanto meno considera la sua scomparsa come qualcosa di buono. La vera compassione se ne fa carico. Voi sapete bene che ciò significherebbe il trionfo dell’egoismo, di quella “cultura dello scarto” che rifiuta e disprezza le persone che non soddisfano determinati canoni di salute, di bellezza e di utilità» (Discorso ai dirigenti degli ordini dei medici di Spagna e America Latina, 9 giugno 2016). E aggiunge: «Piegarsi con amore compassionevole davanti ai deboli e bisognosi è parte dell’autentico spirito di religione».
Anche nel contesto della mobilità umana va applicata la regola d’oro: fa agli altri quello che vorresti sia fatto a te. Regola che ci indica una direzione chiara: trattiamo gli altri con la stessa passione e compassione con cui vogliamo essere trattati.
Commozione e compassione: il loro impatto diventa visibile nell’azione di solidarietà. Nelle parole di Papa Francesco, «la Chiesa è madre e la sua attenzione materna si manifesta con particolare tenerezza e vicinanza verso chi è costretto a fuggire dal proprio paese e vive tra sradicamento e integrazione» (Discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, 24 maggio 2013). La solidarietà è tale perché è concreta. In questo terzo passo del metodo dei santi dell’emigrazione vediamo una straordinaria creatività nei diversi contesti nazionali. Per esempio negli Stati Uniti, in risposta alle varie ondate di immigrati, la Chiesa ha fondato una vasta rete di istituzioni: parrocchie linguistiche, scuole, università, ospedali, associazioni di mutuo soccorso. Nuove congregazioni religiose sorsero per gestire queste opere mentre altre si sono impegnate tra i migranti. Nell’interazione di religione, migrazione e diversità, i servizi pastorali e sociali provveduti dalla Chiesa divennero altrettanti gradini verso un’integrazione rispettosa della persona dei migranti.
Pur nelle circostanze storiche e geografiche diverse, Cabrini, Scalabrini, Neumann, Marchetti, MacKillop e i loro discepoli hanno insieme una visione ottimistica delle migrazioni nonostante le incredibili difficoltà che dovettero affrontare. Videro la mano misteriosa della divina provvidenza che preparava il futuro del mondo, una più grande coscienza che la famiglia umana è una, con una ricca varietà di doni. Sulla scia di questa lunga esperienza ecclesiale, Papa Francesco ricorda che i migranti sono un’opportunità per la Chiesa e per la società, che non si possono ignorare i legami tra politiche, migrazioni, guerre e ingiustizie, che questo fenomeno globale può essere efficacemente risolto solo con la cooperazione internazionale. Ieri e oggi, uomini e donne ispirati dalla fede e dall’esempio di Gesù e dei santi dell’emigrazione si lasciano commuovere, aprono il cuore alla compassione e si impegnano nella solidarietà per promuovere la dignità di ogni migrante e far sì che nessuno si senta escluso nell’unica famiglia umana.
L’Osservatore Romano, 18-19 dicembre 2017.

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Questa voce è stata pubblicata il 19/12/2017 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag .

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