COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

IV Domenica di Avvento (B) Commento

IV domenica di Avvento, anno B
Lc 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». (…). Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

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Avvento (10)

C’è un sogno in Dio
Don Angelo Casati 

C’è un sogno in Dio. Ed è più di un sogno. Perché i nostri sogni possono anche rimanere tali, rimanere sogni, e non accadere. Invece i sogni di Dio accadono. Il sogno attraversa il Primo e il Secondo Testamento. Ed è come dire che attraversa tutta la storia. Noi abbiamo scoperto questa continuità – la continuità del sogno di Dio – leggendo oggi la pagina del libro di Samuele e, subito dopo, quella del vangelo di Luca. Bibbia ebraica e Bibbia cristiana insieme.

E il sogno di Dio va in direzioni diverse. Diverse anche da quelle che abitano i sogni delle persone religiose, diverse a volte dai sogni stessi dei profeti. Perché i profeti, a volte, diventano profeti di corte, danno ragione al re, a quello che fa il re, e gli dicono: “Va, fa’ quello che hai in mente di fare, perché il Signore è con te”.

Che cosa aveva in mente il re Davide, per di più benedetto, nel progetto, dal profeta, il profeta Natan? Aveva in mente di costruire un tempio a Dio: non sopportava che l’Arca dell’Alleanza fosse sotto una tenda. E Dio dice che no, questo non è il suo sogno. “Ti ho preso” – dice a Davide – “mentre seguivi il gregge, sono stato con te dovunque sei andato”. Sono il Dio della tenda e tu mi vuoi ridurre al Dio del tempio?

Guardate che questo rischio – di cambiare i connotati a Dio, di trasformarlo da un Dio pastore e quindi in cammino a un Dio re e quindi fermo sul trono – non è un rischio superato. Ed è un rischio delle società sedentarie, dove tutto è organizzato, tutto è programmato, tutto è sistemato. Costruiamo un tempio e così è sistemato anche Dio. L’abbiamo proprio “sistemato”. Non dico che non dobbiamo edificare le chiese, ma, attenzione, che Dio non diventi il Dio delle chiese, e noi a far guerre, in nome di Dio, per le chiese, che non diventi il Dio delle chiese, che non perda i suoi connotati di un Dio della tenda, un Dio della strada.

Vi dicevo che il pericolo non è superato. Vorrei farvi una domanda: quando oggi si parla di chiesa, che cosa viene prevalentemente in mente, il tempio o la strada? un Dio da adorare nelle chiese o un Dio da sorprendere nelle strade? i cristiani legati a un blocco istituzionale o i cristiani compagni di viaggio delle donne, degli uomini di oggi, delle loro notti e delle loro albe, delle loro angosce e delle loro attese? i cristiani che sognano la “cittadella cristiana” o i cristiani convinti che Dio è il Dio della tenda, il Dio nel succedersi delle generazioni, dentro l’atto del generare, il Dio dei volti? Le madri ebree ogni volta che generavano un figlio, ogni volta che ancora oggi generano un figlio, hanno come un sussulto: che quel figlio sia il Messia? La sorpresa di Dio è nella vita.

Voi senz’altro mi capite: è una rivoluzione. Ritorniamo al sogno di Dio: dall’immobilità del tempio al cammino inquieto dell’umanità cui apparteniamo. E sogno, nostro sogno, il massimo dei sogni, poter dire, come Dio: sono stato con te, dovunque tu sei andato. Perché Dio entra nella vita.

È bello leggere in questa luce il racconto dell’annunciazione. L’annunciazione non è nel tempio, è nella vita. È un’annunciazione in una regione e c’è il nome della regione, Galilea, in una città e c’è il nome, Nazaret, e c’è il nome della donna, Maria, e del suo sposo adorato, Giuseppe, ed anche della sua cugina, Elisabetta, quella che tutti dicevano sterile, e adesso è al sesto mese.

È la vita, capite! È l’annunciazione, è la nascita di Dio, ma nella vita. Nella vita, la nostra, fatta di sensi di inadeguatezza: (“…ma com’è possibile? Non ci sono le premesse”), la vita fatta dei nostri turbamenti: (“Non temere, Maria”). Non temere.

http://www.sullasoglia.it


Gesù, l’uomo che solo Dio poteva darci
ENZO BIANCHI

La quarta domenica di Avvento, che sempre cade all’interno delle ferie maggiori di Avvento (gli otto giorni che precedono la memoria della nascita di Gesù), ci narra l’azione di Dio in una donna, Maria di Nazaret: davvero “grandi cose ha fatto in lei l’Onnipotente” (cf. Lc 1,49)!

In una terra ai margini della Palestina, in un villaggio insignificante, in una casa semplice e sconosciuta, in una famiglia quotidiana si realizza il mistero dell’umanizzazione di Dio: Dio, l’eterno, si fa mortale, il forte si fa debole, il celeste si fa terrestre. L’Apostolo Paolo, quando cercherà di cantare questo evento nella fede cristiana ormai professata da ebrei e da greci, affermerà: “Colui che era Dio svuotò se stesso, diventando uomo” (cf. Fil 2,6-7).

Questo evento inaudito e impossibile per noi umani, è avvenuto perché “tutto è possibile a Dio”, ma come raccontarlo? La verità da esprimere è che un uomo come Gesù, il Figlio di Dio divenuto carne mortale, solo Dio ce lo poteva dare. Non poteva essere il frutto di volontà umana, non poteva essere generato dalla sola umanità, non poteva essere semplicemente il figlio di una coppia umana. Ed ecco, per rivelare la verità profonda di questo evento, al di là di ciò che risultava visibile agli occhi della gente di Nazaret, una narrazione che cerca di dirci come Dio è intervenuto e ha agito, come Gesù è un dono che solo Dio poteva darci. A una giovane donna ebrea, chiamata Maria, Dio guarda con amore, fino a sentirla e proclamarla come “amata”, “riempita e trasformata dalla sua grazia, dal suo amore”. Dio le fa sentire la sua presenza, la sua vicinanza, le fa sentire che “è con lei”, per questo Maria deve rallegrarsi. Del resto, Dio-con-noi, ‘Immanuel (Is 7,14; Mt 1,23), non è forse uno dei nomi di Dio?

Maria era una donna di fede, dunque sempre in attesa dell’azione e della presenza di Dio, e proprio per questo nei confronti del suo Signore non aveva alcuna pretesa né vantava alcun merito. Perciò è sorpresa, timorosa e stupita per questa grazia di Dio che la invade nella quotidianità dei suoi giorni. Eppure Maria sa ascoltare la voce del Signore che le chiede di non temere, di avere fede: il figlio che concepirà dovrà chiamarlo Gesù, Jeshu’a, “il Signore salva”, così che egli sia riconosciuto nella sua vera identità di Figlio dell’Altissimo, discendente di David, dunque Messia.

Maria però confessa: “Io non conosco uomo!”, riconoscendo cioè l’impossibilità umana di dare alla luce un figlio in quella condizione, dunque la sua incapacità a concepire e a partorire un tale figlio. In lei c’è soltanto un vuoto, più radicale di quello di una donna anziana e sterile come sua cugina Elisabetta (cf. Lc 1,18.36), un vuoto dal quale non può avvenire generazione. Ma il Signore Dio nella sua potenza fa cose inaudite e grandi, e le opera in lei: sarà come una nuova creazione! Come lo Spirito del Signore planò sulle acque nell’in-principio, per generare la vita (cf. Gen 1,2), così ora lo stesso Spirito santo scende su Maria, e la sua Shekinah, la sua Presenza che la copre come ombra, renderà possibile che la Parola di Dio si faccia carne (cf. Gv 1,14) e che quel vuoto diventi il “sito” in cui Dio raggiunge l’uomo, generando suo Figlio quale “Figlio nato da donna” (Gal 4,4).

Ecco il mistero dell’incarnazione, di fronte al quale si può soltanto adorare, contemplare e ringraziare. Solo Dio poteva darci un uomo come Gesù, e a questo dono ha risposto con un “amen”, un sì disponibile, Maria, la donna di Nazaret che Dio ha scelto facendola oggetto della sua grazia, della sua benevolenza, del suo amore totalmente gratuito.


Come Maria, anche noi siamo «amati per sempre»
Ermes Ronchi

L’Incarnazione del Verbo è come la caduta di un seme nel solco. Il seme cade e porta una energia di vita dentro la terra. La terra a sua volta lo avvolge e lo nutre, cede al seme i suoi elementi chimici inerti e il seme li trasforma in una dimensione superiore: dal freddo oscuro della terra estrae colore e profumo e sapore, per il più piccolo fiore o per l’albero secolare (G. Vannucci).

La nostra fede inizia da una annunciazione: un angelo afferma che l’Onnipotente si fa bambino, fremito nel grembo di Maria, fame di latte e di carezze. L’annunciazione è il punto di estasi della storia umana, la falla attraverso la quale entra l’acqua di un’altra sorgente, la feritoia attraverso la quale il divino si innesta, come un ramo d’olivo, sul vecchio tronco della terra che riprende a fiorire. Quell’annuncio è una fessura di luce attraverso la quale la nostra storia prende respiro, allarga le ali, spicca il volo.

La prima parola dell’angelo a Maria “chaire” non è un semplice saluto, dentro vibra quella cosa buona e rara che tutti, in tutti i giorni, cerchiamo: la gioia “rallegrati, gioisci, sii felice”. Non chiede: prega, inginocchiati, fai questo o quello. Ma semplicemente: apriti alla gioia, come una porta si apre al sole. Dio si avvicina e ti stringe in un abbraccio, viene e porta una promessa di felicità.

La seconda parola svela il perché della gioia: sei piena di grazia. Un termine nuovo, mai risuonato prima nella Bibbia o nelle sinagoghe, letteralmente inaudito, che fa tremare Maria: Dio si è chinato su di te, si è innamorato di te, si è dato a te, e tu trabocchi di Dio. Il tuo nome è: amata per sempre. Teneramente, liberamente, senza rimpianti amata.

E annuncia che Dio sceglie un grembo di donna, che entra nel nostro fiume di santi e peccatori, in questa corrente gravida di fango e pagliuzze d’oro; che si dirama per tutte le vene del mondo, fino agli ultimi rami della creazione. Si capisce che Maria sia senza parole e che risponda prima con il silenzio e poi con una domanda: come è possibile? «La tua prima parola, Maria, ti chiediamo di accogliere in cuore, come sia possibile ancora concepire pur noi il suo Verbo» (Turoldo). La vocazione di Maria è la nostra stessa vocazione: chiamati tutti ad essere madri di Gesù, a renderlo vivo, presente, importante in queste strade, in queste case, nelle nostre relazioni.

L’angelo Gabriele è ancora inviato ad ogni casa ad annunciare a ciascuno: «sii felice, anche tu sei amato per sempre, verrà in te la Vita». Io credo in un angelo che ha il seme di Dio nella voce; credo in un Bambino, sgusciato dal grembo di una donna, che è il racconto della tenerezza di Dio, immagine alta e pura del volto dell’uomo.


Oltre la nostra angusta misura
Don Antonio Savone

Due figure ci accompagnano nell’accostare il mistero del Dio con noi. Due figure non complementari ma antitetiche: Davide e Maria, ossia la pretesa e l’accoglienza umile.

Davide incarna l’umana presunzione alle prese con Dio. È un uomo, Davide, che grazie al successo delle proprie imprese, ha raggiunto una certa agiatezza. Forte di questa sua condizione si dice disposto a metter su casa anche a Dio. Immediatamente potrebbe risultare un gesto devoto quello del re, gesto da benedire. Il profeta Natan, infatti, si dirà favorevole a far sì che il re porti a compimento un tale obiettivo. Tuttavia, quel voler dare una casa anche a Dio è solo la copertura attraverso la quale Davide vuole trovare una giustificazione alla sua nuova condizione di re insediato e non più nomade.

Davide pensa il suo rapporto con Dio alla stregua dei suoi rapporti con gli umani: se il re ha una casa di cedro, anche Dio deve averne una. Davide pensa a un Dio secondo la sua stessa misura, alla sua stregua. Un Dio a portata di mano, un Dio da disporne a proprio piacimento, rinchiuso com’è nel recinto di una istituzione e di un rito.

Davide – la sua tentazione è sempre dietro l’angolo ed è trasversale a ogni generazione di credenti – vorrebbe poter definire e circoscrivere i confini entro i quali concedere a Dio di misurarsi con la vicenda degli uomini. Quante volte, infatti, proprio nel voler difendere i confini di Dio si è finito per perseguire interessi meramente umani! Dio non tarda a smascherare gli intenti di Davide chiedendo di riconoscere che dietro un certo sentimento religioso pure devoto, si nasconde soltanto un uomo che si prende tanto sul serio da dimenticare che quello che ha ottenuto e la condizione in cui si trova, è pura grazia. Davide a questo punto incarna il modello di chi crede di essersi fatto da sé.

A Davide, a me, Dio chiede di fare memoria della propria storia: Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo… Sono stato con te dovunque sei andato. Tu vuoi costruire una casa a me?

Accanto a Davide l’altra figura, Maria, figura immediatamente marginale per condizione sociale e culturale. In una storia fatta di soli maschi fa scandalo che Dio chieda la collaborazione non al potente di turno ma a una ragazza. Certo, per entrare nella storia dell’umanità, avrebbe potuto scegliere tutt’altra via che quella di Nazaret e tutt’altra persona che una donna. Inedita la figura di un Dio che sembra quasi togliere di mezzo i maschi di casa e stia “col fiato sospeso di fronte alle labbra di una ragazza”.

Eppure l’antica promessa si compie solo attraverso chi non attinge alla sua presunzione ma alla sua umile condizione di creatura, alla propria capacità di fidarsi e affidarsi a parole e progetti più grandi di lei. Maria non riduce Dio e i suoi progetti all’interno dei “confini della propria capacità di comprendere”, non lo rinchiude nel recinto dei suoi desideri come Davide avrebbe preteso. Mentre chiede di capire già si consegna in atteggiamento di disponibilità, lasciandogli piena libertà di azione: Avvenga di me secondo la tua parola. Davide era animato dal fervore di chi vuol concedere un posto a Dio nella vita, Maria è modello di chi consente al Signore di farsi strada tra gli uomini così come egli desidera.

Dio sceglie di farsi uomo con parole, lacrime, tono di voce, sudore e necessità vitali di un corpo, e con la necessità di ogni uomo di avere una madre. Dio sceglie Nazareth e, a Nazareth, sceglie Maria. A Nazareth, per trent’anni vediamo un uomo che vive nella quotidianità più semplice: bambino, ragazzino, adolescente, giovane falegname, come suo padre. Un Dio che faceva sgabelli, sedie e tavoli è qualcosa di inedito.

A noi che sempre cerchiamo il plauso e la visibilità, l’efficienza e la produttività, vedere un Dio che risiede a Nazareth, un paese occupato dall’Impero romano, ai confini della storia, ai margini della geografia del tempo, in un’epoca sprovvista di mezzi di comunicazioni, non può non essere una scelta rivoluzionaria. Quando pensiamo di avere sbagliato la vita, di non avere avuto sufficienti opportunità, quando non siamo soddisfatti dei nostri risultati, pensiamo a Nazareth, a questo modo di operare che ci sbalordisce e ci incanta. È così che Dio porta a compimento le sue promesse, assumendo la marginalità della storia umana.

https://acasadicornelio.wordpress.com

 

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Questa voce è stata pubblicata il 21/12/2017 da in anno B, Avvento (B), Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Vergine Maria.

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