COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Natale del Signore – Messa della notte

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE
SANTA MESSA DELLA NOTTE

Natale (19)a

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OMELIA DI PADRE FRANCESCO

1. «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1).

Questa profezia di Isaia non finisce mai di commuoverci, specialmente quando la ascoltiamo nella Liturgia della Notte di Natale. E non è solo un fatto emotivo, sentimentale; ci commuove perché dice la realtà profonda di ciò che siamo: siamo popolo in cammino, e intorno a noi – e anche dentro di noi – ci sono tenebre e luce. E in questa notte, mentre lo spirito delle tenebre avvolge il mondo, si rinnova l’avvenimento che sempre ci stupisce e ci sorprende: il popolo in cammino vede una grande luce. Una luce che ci fa riflettere su questo mistero: mistero del camminare e del vedere.

Camminare. Questo verbo ci fa pensare al corso della storia, a quel lungo cammino che è la storia della salvezza, a cominciare da Abramo, nostro padre nella fede, che il Signore chiamò un giorno a partire, ad uscire dal suo paese per andare verso la terra che Lui gli avrebbe indicato. Da allora, la nostra identità di credenti è quella di gente pellegrina verso la terra promessa. Questa storia è sempre accompagnata dal Signore! Egli è sempre fedele al suo patto e alle sue promesse. Perché fedele, «Dio è luce, e in lui non c’è tenebra alcuna» (1 Gv 1,5). Da parte del popolo, invece, si alternano momenti di luce e di tenebra, fedeltà e infedeltà, obbedienza e ribellione; momenti di popolo pellegrino e momenti di popolo errante.

Anche nella nostra storia personale si alternano momenti luminosi e oscuri, luci e ombre. Se amiamo Dio e i fratelli, camminiamo nella luce, ma se il nostro cuore si chiude, se prevalgono in noi l’orgoglio, la menzogna, la ricerca del proprio interesse, allora scendono le tenebre dentro di noi e intorno a noi. «Chi odia suo fratello – scrive l’apostolo Giovanni – è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (1 Gv 2,11). Popolo in cammino, ma popolo pellegrino che non vuole essere popolo errante.

2. In questa notte, come un fascio di luce chiarissima, risuona l’annuncio dell’Apostolo: «È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11).

La grazia che è apparsa nel mondo è Gesù, nato dalla Vergine Maria, vero uomo e vero Dio. Egli è venuto nella nostra storia, ha condiviso il nostro cammino. È venuto per liberarci dalle tenebre e donarci la luce. In Lui è apparsa la grazia, la misericordia, la tenerezza del Padre: Gesù è l’Amore fattosi carne. Non è soltanto un maestro di sapienza, non è un ideale a cui tendiamo e dal quale sappiamo di essere inesorabilmente lontani, è il senso della vita e della storia che ha posto la sua tenda in mezzo a noi.

3. I pastori sono stati i primi a vedere questa “tenda”, a ricevere l’annuncio della nascita di Gesù. Sono stati i primi perché erano tra gli ultimi, gli emarginati. E sono stati i primi perché vegliavano nella notte, facendo la guardia al loro gregge. E’ legge del pellegrino vegliare, e loro vegliavano. Con loro ci fermiamo davanti al Bambino, ci fermiamo in silenzio. Con loro ringraziamo il Signore di averci donato Gesù, e con loro lasciamo salire dal profondo del cuore la lode della sua fedeltà: Ti benediciamo, Signore Dio Altissimo, che ti sei abbassato per noi. Tu sei immenso, e ti sei fatto piccolo; sei ricco, e ti sei fatto povero; sei l’onnipotente, e ti sei fatto debole.

In questa Notte condividiamo la gioia del Vangelo: Dio ci ama, ci ama tanto che ha donato il suo Figlio come nostro fratello, come luce nelle nostre tenebre. Il Signore ci ripete: «Non temete» (Lc 2,10). Come hanno detto gli angeli ai pastori: «Non temete». E anch’io ripeto a tutti voi: Non temete! Il nostro Padre è paziente, ci ama, ci dona Gesù per guidarci nel cammino verso la terra promessa. Egli è la luce che rischiara le tenebre. Egli è la misericordia: il nostro Padre ci perdona sempre. Egli è la nostra pace. Amen.

Basilica Vaticana Martedì, 24 dicembre 2013


Il Natale: un incrociarsi di sguardi

Don Angelo Casati‎

Is 52, 7-10; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18

Questa liturgia che celebra la nascita del Salvatore nella notte del mondo, vede protagonisti i nostri occhi. Il Natale come un incrociarsi di sguardi.

La città, Gerusalemme, al tempo del profeta, è un cumulo di macerie. E non è la sola, sono mesi che ci portiamo negli occhi il peso delle macerie, e a macerie si aggiungono macerie, le macerie come esito di una umanità o di una disumanità. La città è nel simbolo delle macerie, ma le sentinelle alzano la voce. Che cosa vedono i loro occhi? Vedono il ritorno del Signore. Occhi che vedono: “Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”.

E Giovanni, nella poesia a cielo aperto del Prologo del suo vangelo – anche Giovanni – parla di occhi che bucano le tenebre del mondo: “E noi vedemmo” – dice – “la sua gloria”. Dove? Dove è ora la gloria di Dio? Dove l’andrete a cercare? Dove i nostri occhi vanno questa notte a cercarla? Il Verbo si è fatto carne, ha messo la sua tenda in mezzo a noi. I nostri occhi non vedono altro che la fragile carne di un neonato. D’ora in poi cercala lì, e non altrove, la gloria di Dio.

Vedremo?: me lo chiedo. I nostri occhi vedranno qualcosa, qualcuno al di là delle macerie della città spezzata, del cuore spezzato, vedranno il ritorno del Signore, il bagliore della sua presenza? È questo che ci ha spinti qui questa notte, numerosi come sempre, dai più diversi quartieri dello spirito.

Bisogna avere occhi. Per questo vorrei che ci facessimo tutti un augurio: sono parole che ho trovato su un foglio, folgorato da due occhi dilatati di Maria, sorpresi dal foro delle mani del suo Figlio. E accanto agli occhi spalancati, due amiche avevano trascritto un testo di Origene, un augurio, una preghiera, questa:

Possa il Signore Gesù toccare i nostri occhi per renderci capaci di guardare non ciò che si vede ma quello che non si vede.
Possa aprirli, questi occhi, perché contemplino non il presente, ma l’avvenire.
E possa donarci gli occhi del cuore con cui possiamo vedere Dio attraverso lo Spirito.

Ebbene, che cosa leggiamo in questa carne, piccola, tenera, indifesa carne di un neonato, uscita dai nove mesi? Che cosa vediamo in questa carne abitata dalla luce? Vediamo – scusate l’espressione – vediamo gli occhi di Dio, lo sguardo di Dio. Ci sentiamo guardati. E non è poca cosa: essere guardati. È come sentirsi strappati alla solitudine e dall’insignificanza. Infatti, “nessuno che si accorga di te”, “nessuno che ti guardi”, è una delle esperienze più amare, vicina all’altra dello “sguardo che ti incenerisce”, “guardato dall’alto in basso”.

La gloria di Dio riposa in una mangiatoia e ti senti guardato da Dio, ti senti guardato dalla benevolenza. Tutti noi guardati. È questo che siamo venuti a contemplare nella notte: lo sguardo di Dio, su di noi, su questa terra. È uno sguardo che ci illumina.

In questi giorni, posso dirvelo, mi rimormorava dentro -non so perché, non sai mai perché certe parole ti rimormorino dentro – le parole del salmo 34: “Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri occhi” (Sl 34,61).

E mi chiedevo: se i nostri volti sono confusi e non sappiamo più nemmeno chi siamo – a giudicare da quello che stiamo facendo, non sappiamo più di essere degli umani – se i nostri volti sono confusi, non sarà perché non guardiamo più Dio? O perché diciamo, sì, di guardare Dio, ma non osserviamo dove Dio ha messo la sua gloria? L’ha messa nella carne fragile di un bambino, nel piccolo.

Ed è un rivoluzionario Dio. È in contro tendenza. Non so se misuriamo quanto sia in contro tendenza il Natale che dice: “Dio è nel piccolo, nell’infinitamente piccolo”. Guardate il piccolo, il fragile, il disprezzato. Pensate la carica rivoluzionaria di questo messaggio in una società dove ad attirare attenzione in tutti i modi, con le arti più raffinate, fino all’ossessione, sono i grandi, loro sotto i riflettori, le loro grandi scenografie, la seduzione del grande. Le storie dei piccoli, se le mandano in onda, le mandano in onda nelle ore del sonno.

Ma, pensate, in una società in cui vali non per la tua carne di uomo, ma perché hai un titolo, perché hai una laurea, perché sei apparso in televisione, perché hai fatto carriera, perché sai gridare, che forza dirompente ha il Natale, quello vero, che dirotta l’attenzione sul piccolo, sul bambino che non ha altro titolo che quello di essere un umano, un cucciolo di uomo. E basta questo, basta essere un umano, perché uno abbia tutta la sua dignità e tutto il nostro rispetto, non occorre altro. Non occorre altro dal giorno in cui Dio ha messo la sua gloria in un bambino.

E dunque se questa notte hai avuto occhi, occhi del cuore, per vedere Dio, non potrai, non dovrai, farti più abbagliare dalle immagini vuote della grandezza mondana. Togli i riflettori, porta la tua passione sull’infinitamente piccolo. Questa nascita nella carne di un bambino è invito a guardare i piccoli, a chinarsi sulle cose umili, a dare onore a chi è ai margini. Sarà Natale di Dio, Natale vero. E sarà Natale dell’uomo, Natale del mondo.

http://www.sullasoglia.it


 

Un segno da decifrare

Bisogna dire che non era facile per i suoi contemporanei riconoscere Gesù. Non è mai facile per nessuno, nemmeno oggi, riconoscerlo per quello che egli è veramente. Solo una rivelazione da parte di Dio ci può svelare il suo mistero (vedi ad esempio Gv 5, 37; 6, 45). Nel racconto della sua nascita, lo scopo dell’annuncio angelico è proprio quello di rivelarne il mistero.

Il nostro testo infatti è composto da tre parti. Nei vv. 1-7 abbiamo il fatto della nascita di Gesù in un contesto ben determinato. È la nascita di un bambino come tanti altri. I vv. 8-14 ci riferiscono l’annuncio da parte di un angelo e la visione di angeli che cantano. È la rivelazione da parte di Dio (vedi v. 15) che ci fa scoprire nel “segno” di “un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (v. 12) “il salvatore, Cristo Signore” (v. 11). Nell’ultima parte (vv. 15-20) troviamo varie reazioni di fronte alla rivelazione del mistero. Il segno che Dio offre, quando viene accolto umilmente, segna il punto di partenza del cammino di fede verso colui che si rivela.

Come decifrare il segno e accogliere Gesù? Il nostro testo ci presenta tre reazioni di fronte al mistero di Gesù.

Ci sono innanzitutto i pastori. Essi sono caratterizzati da vari verbi di attesa/ricerca e scoperta: “vegliavano di notte facendo la guardia” (v. 8); “andiamo a vedere…” (v. 15); “andarono senz’indugio e trovarono…” (v. 16). I pastori furono aperti alla rivelazione del mistero. L’hanno accolta con semplicità credendovi (vedi vv. 15 e 20) e sono divenuti testimoni di ciò che fu loro rivelato (vedi v. 17).

Ci sono poi “quelli che udirono” ciò che i pastori riferirono riguardo a Gesù (v. 16). Essi si stupiscono, incapaci di cogliere il vero significato dell’evento compiutosi tra di loro.

Infine c’è la reazione di Maria. L’evangelista vuole contrastare la sua reazione con quella di “quelli che udirono”. Infatti la introduce con la frase “da parte sua” (v. 19). Come loro, Maria non ha udito l’annuncio dell’angelo e non ha visto il coro angelico, ma ha soltanto udito la testimonianza dei pastori. Eppure lei la coglie. Certo, aveva avuto un annuncio angelico indirizzato proprio a lei all’inizio di questa vicenda (1, 26-38). L’angelo le aveva parlato del figlio che doveva nascere da lei come del Figlio dell’Altissimo che doveva regnare per sempre (vedi 1, 32 e 35). Ma gli ultimi fatti, la sua nascita in quelle circostanze, poteva mettere in dubbio la sua parola. Ora vengono questi pastori e di nuovo dicono cose grandi di suo figlio. Maria serba tutto nel suo cuore, le parole dell’angelo, le parole dei pastori, i fatti accaduti e cerca di metterle insieme per capire chi è questo figlio che Dio le ha donato, quale sia la missione di lui e come c’entra lei in tutto questo. Maria è una donna contemplativa che tiene aperti gli occhi e le orecchie per non perdere nulla. Poi, serba e medita tutto nel silenzio del suo cuore contemplativo. Vergine dell’ascolto, Maria è capace di cogliere la parola che Dio le rivolge nella quotidianità della sua vita.

Solo chi ha l’ansia di ricerca dei pastori e il cuore contemplativo di Maria sarà capace di decifrare i segni della presenza e degli interventi di Dio nella vita e di accogliere Gesù nella casa della propria esistenza.

http://www.ocarm.org

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Questa voce è stata pubblicata il 24/12/2017 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Natale (B).

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