COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Epifania del Signore – Lectio

EPIFANIA DEL SIGNORE
– 6 gennaio –
Matteo 2, 1-12

Adorazione-Magi

Dal punto di vista letterario, il capitolo secondo di Matteo si presenta ben strutturato, diviso in due blocchi. In primo luogo, la storia dei “Magi” (maghi) si divide in due sezioni che hanno come riferimento Gerusalemme (vv.1-8) e Betlemme (vv. 9-12); ognuna di queste sezioni è introdotta dal viaggio e dall’arrivo dei Magi. Questo racconto costituisce il punto di partenza della seconda parte del capitolo (fuga in Egitto), che è stata strutturata seguendo il modello del trittico letterario (13-15 / 16-18 / 19-23).

La prima parte (vv.1-12) si caratterizza per un raffinato gioco di contrapposizioni: tra Gerusalemme che trema e Betlemme dove splende la stella, tra il re dei Giudei e il re Erode; tra Erode e i Magi che rendono omaggio al bambino appena nato; tra i pagani/stranieri (di diversa religione) che percepiscono il segno della stella e i sommi sacerdoti/scribi che non si mostrano interessati. La seconda parte (vv. 13-22) sviluppa il tema del compimento delle scritture e l’attuazione del piano divino. Tutta la storia dei Magi deve essere letta come una riflessione teologica che l’autore ha fatto sulla salvezza portata da Cristo ai popoli stranieri (non solo Israele). L’intenzione dell’evangelista è quella di esporre i fatti in modo da accentuare l’incredulità dei Giudei. Ugualmente con la fuga in Egitto vuole farci riflettere sulla guida e sulla protezione che Dio svolge sul Messia e su quanti lo accolgono, nonostante l’opposizione dei potenti alla realizzazione del suo disegno. Ci sono due “strategie” a confronto: quella del re Erode che ha per effetto morte e devastazione, e quella di Dio che comporta pienezza di vita.

1 Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme

Secondo i dati (teologici) forniti dall’evangelista Gesù è nato nel villaggio di Betlemme, nel territorio della Giudea, mentre regnava Erode il Grande (73-4 a.C.ca.), noto per la sua apertura verso la cultura greca (egli infatti abbellì Gerusalemme con importanti monumenti pubblici e ricostruì il tempio), ma anche per la sua crudeltà e dispotismo. Questo monarca, considerato un usurpatore del trono davidico, appare fin dal principio, nel racconto della nascita di Gesù, come figura rappresentativa del potere e antagonista dell’inviato di Dio. Matteo è l’unico degli evangelisti a dare un risalto così forte al personaggio di Erode (citato 9 volte nel capitolo). La sorpresa causata dall’arrivo dei Magi (pagani) a Gerusalemme è sottolineata dalla particella “ecco…”. Questi personaggi, con i quali ha inizio lo svolgimento del racconto sono anonimi ed enigmatici (non sono dei re e non se ne indica il numero). Infatti, nell’antichità, con il termine “maghi” (reso dai pii traduttori con un più dignitoso ma incomprensibile “Magi”) si indica coloro che si dedicavano alle arti occulte, praticate dagli indovini e dagli astronomi-sacerdoti. Nell’AT appaiono una volta sola, nel Libro di Daniele, uniti agli astrologi e agli incantatori come interpreti dei sogni (Dn 1,20; 2,2). I “maghi” non godevano di buona fama, tanto che il termine “mago” finì col significare “ingannatore”, “corruttore”.

Per la religione giudaica i maghi sono personaggi doppiamente impuri in quanto pagani e dediti a un’attività condannata dalle Scritture (Lv 19,26) e severamente vietata ai giudei: “chi impara qualcosa da un mago merita la morte” (Talmud babilonese: Shab. b. 75a). Anche nel NT il termine “maghi” ha sempre connotazioni negative (At 8,9-24) e nella catechesi primitiva ai cristiani viene proibito l’esercizio di mago, che viene posto tra il divieto di rubare e quello di abortire (Didachè 2,2). L’evangelista non si lascia condizionare da questi pregiudizi religiosi e considera i “maghi”, quelli che la religione dichiara esclusi dalla salvezza, come i primi a rendersi conto della salvezza che Dio offre a tutta l’umanità. Oltre al mestiere di astrologi-indovini, Matteo offre soltanto un’altra indicazione, sul loro luogo di origine: lett. “dalle levate [del sole]”. I Magi sono figure rappresentative dell’umanità che cerca e desidera la salvezza; in essi si riconoscono quanti sono in grado di percepire l’intervento di Dio nella storia.

2 e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”.

Il motivo del sorgere della stella, insieme a quello del pellegrinaggio dei popoli pagani/stranieri al monte Sion, è ben attestato nell’AT, e Matteo adopera ambedue nella storia sulla nascita di Gesù, per il loro carattere messianico. Arrivati a Gerusalemme, i Magi subito domandano sul “re dei Giudei” appena nato. Nei vangeli Gesù è chiamato “re dei Giudei” solo nel racconto della passione, e precisamente, da pagani/stranieri: da Pilato, dai soldati, nell’iscrizione sulla croce (Mt 27,11.29.37). I Giudei invece parlavano del messia come del re di Israele (27,42). L’espressione usata consapevolmente da Matteo serve a indicare il Messia atteso, dal momento che sono i pagani ad interessarsi alle speranze del popolo di Israele. Paradossalmente, non sono stati i rappresentanti della religione (sacerdoti, dottori, scribi…) a rendersi conto di quell’evento ma un gruppo di stranieri, i quali, dopo aver percepito quel segno particolare, informano i giudei sulla nascita del nuovo re (lett. “abbiamo visto la sua stella nel sorgere”).

Era opinione diffusa nel mondo antico che ogni uomo avesse la propria stella, che sorgeva con la sua nascita e scompariva con la morte. L’evangelista sviluppa ulteriormente quella immagine secondo una precisa concezione teologica che risale alla profezia di Balaam: “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele…” (Nm 24,17). Questo oracolo si riferiva probabilmente al futuro re Davide, ma nel giudaismo del tempo di Gesù fu applicato al Messia (cfr. manoscritti di Qumran). L’evangelista vede compiuto l’oracolo di Balaam con la nascita di Gesù, la cui regalità (scettro) non si caratterizza per il suo potere né per la sua tirannia (attributi di Erode) bensì per la sua debolezza: un bambino appena nato. Massima espressione di tale debolezza verrà manifestata sulla croce dove apparirà di nuovo il titolo “re dei Giudei” (27,37).

3 All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.

La notizia recata dai Magi mette in allarme il re con tutta la sua corte e tutta Gerusalemme. L’agitazione/spavento di Erode dimostra il suo atteggiamento di continuo sospetto riguardo a possibili pretendenti al trono. Il potere è sempre geloso della propria egemonia e timoroso che qualcuno gliela strappi. Anche l’intera città di Gerusalemme trema all’unisono col tiranno che la domina. Questo timore, di per sé ingiustificato, preannuncia il rifiuto del Messia da parte del suo popolo e che culminerà nella sua uccisione. Matteo collega in questo modo l’espressione: “re dei Giudei”, causa del turbamento di Gerusalemme, con il titolo che verrà appeso alla croce. Ciò che per i pagani è stato un segno di gioia viene preso dai Giudei come una notizia spaventosa. Mentre il profeta Isaia aveva profetizzato per Gerusalemme un avvenire luminoso: “Rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1), Matteo descrive Gerusalemme, fin dal primo momento del suo vangelo, come una città avvolta nelle tenebre e scossa dallo spavento.

La stella, segno divino percepito soltanto dai pagani/impuri, non brilla su Gerusalemme; e non sarà possibile sperimentare Gesù risorto in questa città, tanto santa quanto refrattaria ad accettare il Messia. La scena ricorda il terrore che, secondo la tradizione riportata da Flavio Giuseppe, prese il faraone e tutti gli egiziani alla notizia della nascita di Mosè recata loro dai maghi (Antichità giudaiche 2,205): l’arrivo del liberatore gettò nel panico i dominatori che decisero la mattanza di tutti i bambini ebrei (Es 1,16). Ora l’annunzio della nascita del nuovo re allarma Erode che, in quanto idumeo (di sangue non giudeo e non di stirpe regale), non aveva diritto di essere re e temeva per la stabilità del suo trono.

4 Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’ informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo.

Erode convoca i membri del Sinedrio, il supremo collegio di governo del popolo giudaico, per chiedere ulteriori notizie sulla nascita di quel re che egli identifica subito con il “Messia” (lett. “Cristo”). Questo rivela il vero motivo della paura di Erode e della sua corte: l’arrivo del Messia atteso, il liberatore di Israele. Sebbene il ruolo di sommo sacerdote spettasse a una persona sola, Matteo li presenta come gruppo al quale appartenevano coloro che già una volta avevano esercitato questa funzione e quelli delle famiglie privilegiate in cui veniva scelto il sommo sacerdote. Questo gruppo esercitava la giurisdizione del Tempio e sarà il promotore dell’uccisione di Gesù. Accanto ad essi, gli “scribi” (insieme con i farisei) si mostreranno come i più accaniti avversari di Gesù. Il fatto che vengano ulteriormente definiti come “del popolo” sta ad indicare il forte influsso che essi esercitavano sulla popolazione.

5 Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

I “dottori”, gli esperti della Legge, rispondono dando l’indicazione esatta sul luogo in cui doveva nascere il Messia che corrisponde con il v. 1: Betlemme di Giudea. La loro conoscenza delle scritture non implica però l’interesse di verificare il compimento delle promesse antiche. Essi sanno che la patria del Messia è Betlemme, la stessa di Davide: il bambino nato è pertanto il Messia della casa di Davide. Nel citare il testo profetico Matteo omette l’idea di adempimento perché la citazione è posta in bocca ai rappresentanti del potere religioso. I capi e gli intellettuali giudei, pur conoscendo le promesse che Dio aveva rivolto al popolo, non si mostrano interessati ad esse, né hanno alcuna aspettativa.

6 “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”.

Nella risposta dei teologi ufficiali, Matteo mette insieme due testi liberamente citati e riguardanti la figura del Messia e del re davidico: la profezia di Michea 5,1: “… E tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere tra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore di Israele…” e un passo rigorosamente messianico come 2Sam 5,2: “…Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele…” dove si accenna all’unzione di Davide come re di Israele. Mentre il testo di Michea parla di un “dominatore” Matteo corregge questa immagine aggiungendo il testo di Samuele dove si accenna a un “pastore”. La funzione del “pastore” veniva applicata a Davide (Sal 78,70ss) o al nuovo Davide (Ger 23,5; 30,9; Ez 34,23). Il re Messia non dominerà sul proprio popolo, ma lo pascerà, si curerà disinteressatamente di lui. Inoltre si tratta di una realtà nuova della quale fanno parte anche i pagani.

7 Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella

Erode, per non far conoscere i suoi piani, convoca i Magi, in privato (sono pagani impuri con cui evitare ogni contatto), cioè senza la presenza dei sommi sacerdoti né degli scribi, e si fa dire esattamente il momento preciso in cui è apparsa la stella. Non è tanto la profezia sul messia ciò che preoccupa Erode, quanto il fatto che ci sia stato un segno particolare ad annunciare la sua nascita. Erode non vede la stella, che neanche brillerà su Gerusalemme, e gli unici a fornire dati sull’accaduto sono i pagani.

8 e li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.

Una volta accertato che è il villaggio di Betlemme il luogo in cui bisogna cercare il bambino nato, Erode invia i Magi con il tentativo di averne informazioni precise. Matteo caratterizza il personaggio di Erode per la sua ipocrisia, il quale, infatti, finge di essere interessato all’evento (perché anch’io venga ad adorarlo), mentre in realtà si propone di ucciderlo.

9 Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.

Solo quando i Magi si allontanano dalla capitale, dove dominano le tenebre, essi possono di nuovo vedere la stella che avevano visto spuntare. L’evangelista, fin dall’inizio della sua opera, pone Gerusalemme sotto una luce tetra: in quella città dove nessuno attende il liberatore è impossibile che la stella possa brillare.

Si dice che la stella, come se fosse una persona-guida, “li precedeva”, ciò ricorda l’esperienza degli israeliti nel deserto quando Dio camminava davanti al suo popolo: “…Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte…” (Es 13,21-22). Nel loro viaggio verso l’incontro con il Messia liberatore anche i Magi sono stati guidati da Dio. Sebbene la stella non si identifichi con il messia, ma serve ad annunciare la sua nascita, in certo modo essa anticipa la figura del nuovo re, il quale conduce i popoli pagani – secondo la sua funzione di “pastore” ricordata dalla profezia – verso il luogo in cui il re si trova.

10 Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima.

La reazione dei Magi al contemplare il segno della stella è di grandissima gioia. È la prima volta che nel vangelo si parla di gioia, e Matteo lo fa in maniera iperbolica: “essi si rallegrarono di gioia grande fortemente”(cfr. trad. lett.). Mentre Giuseppe è stato invitato dall’angelo a “non temere” (cfr. Mt 1,20) e gli abitanti di Gerusalemme restano turbati (cfr. v.3) sono i pagani, gli esclusi dalla religione giudaica, quelli che provano un sentimento di pienezza come è quello di un’immensa allegria. I Magi sono i primi che, avendo sperimentato la loro liberazione, portano agli altri la gioia della Buona Notizia. Matteo sottolinea così, indirettamente, lo stato di sottomissione del popolo giudaico, oppresso da un sistema religioso che impediva di sperimentare una felicità piena.

11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

I Magi entrano nella casa, il luogo della nuova comunità, dove essi trovano il bambino con la madre. L’assenza di Giuseppe può essere giustificata dal fatto che in Israele la figura del “re e sua madre” costituisce la coppia reale (cfr. 1Re 2,19; 22,42; 2Re 10,13; 12,2; 23,31; 24,18). Ma l’espressione “il bambino e sua madre” (cfr. Mt 2,13.20) ricorda anche la nascita verginale e designa Gesù quale Figlio di Dio. La presenza del vero re si trova, non in una reggia, ma in una comune abitazione (la tradizione di una grotta/stalla è naturalmente estranea al racconto evangelico), non al tempio ma in una casa risiede il “Dio-con-noi” (Mt 1,23).

E mentre Erode insieme con gli abitanti di Gerusalemme tremano all’idea di quel che stanno per perdere, i pagani gioiscono al pensiero di quel che sono in grado di “offrire”. L’omaggio consiste nel prostrarsi davanti al bambino e nell’offrirgli i loro doni. Il termine proskiunéô=rendere omaggio prostrandosi a terra è tipico di Matteo (per 13 volte) che l’adopera in modo particolare in questo capitolo (vv. 2.8.11) e nella scena della risurrezione (28,9.17). In questo modo tutto il vangelo, dall’inizio alla fine, presenta la regalità del Messia come espressione della sua condizione divina (Mt 14,33).

Un altro vocabolo importante che l’evangelista adopera in questa scena è il verbo prosphérô= termine tecnico per indicare “offrire in sacrificio” che, nell’AT, viene sempre evitato quando ad offrire sono i pagani (cfr. Sal 72,10). Con la scelta di questo termine, Matteo presenta i pagani, i peccatori per eccellenza e per di più maghi, nell’atto di offrire al Messia i doni, in modo particolare, quello dell’incenso. Ma, tale funzione spettava soltanto agli israeliti e alla casta sacerdotale. Ciò significa che anche i pagani vengono elevati alla categoria di “popolo sacerdotale”.

L’incontro dei Magi con il bambino serve ad indicare la sua regalità (“prostratisi, lo adorarono”) sottolineata dai doni particolari che Egli riceve: – Oro: simbolo di regalità, offrendolo al re, significa che Egli non è tale solo dei giudei ma anche dei pagani. Si costituisce così il Regno di Dio al quale tutti possono accedere. – Incenso: era uno degli elementi più pregiati usati nel rituale del Tempio per i sacrifici di ringraziamento o nella richiesta di protezione perché fossero di “profumo gradito” (Lv 2; Ger 6,20). Non era permesso usarlo nei sacrifici di espiazione del peccato, secondo le istruzioni del Levitico: “non vi metterà né olio né incenso, perché è un sacrificio per il peccato” (Lv 5,11). – Mirra: nell’AT è il profumo della sposa (cfr. Ct 3,6; 5,1.5). Israele si riteneva la sposa di Dio. Per Matteo anche i pagani avranno questo ruolo e saranno considerati “popolo-sposa”.

Le tre caratteristiche di Israele, quella di avere Dio per re, di essere il popolo sacerdotale e sposa di Dio, vengono ora estese anche ai pagani, i quali entrano a far parte del nuovo popolo ma senza sottomettersi alla legislazione di Mosè. Nel costruire tutta la scena, l’evangelista ha tenuto presente due importanti testi dell’AT riguardanti l’omaggio che i pagani avrebbero reso a Dio e al re ideale: “Tutti verranno da Saba, portando oro e incenso, e proclamando la gloria del Signore” (Is 60,6) “I re di Tarsis e le isole portino tributi, i re di Saba e di Seba offrano doni. Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti.” (Sal 72,10-11).

L’arrivo dei pagani comporta il riconoscimento della regalità universale del Messia e della sua salvezza (accettata da chi viene da lontano ma trascurata dai vicini).

12 Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

I Magi avvertiti da Dio – secondo quanto si ricava dall’espressione “in sogno” – di non ripassare da Erode in modo che egli non venga a sapere dove si trova il bambino, ritornarono al loro paese “per un’altra strada”, espressione rarissima che nell’AT viene adoperata per indicare l’abbandono del Santuario di Bet-El, la “Casa di Dio” (1Re 13,9-10) dove si adorava il vitello d’oro (1Re 12,26.33), diventata simbolo del luogo idolatrico per eccellenza = Bet-Aven = “Casa funesta” (Os 4,15). Per l’evangelista, Gerusalemme non è la città santa dove Dio viene accolto, ma la casa del peccato dove il suo messia verrà assassinato: quel che non riuscì ad Erode riuscirà ai sommi sacerdoti (Mt 26,65-66). L’avviso, che i Magi ricevono e che attuano subito, sta ad indicare la protezione divina di cui gode il bambino appena nato.

Riflessioni…

  • Oggi si annuncia: ECCO… vennero i Magi, ma ieri abbiamo ascoltato: ECCOMI… sono la serva di Dio, e domani ancora risuonerà nel racconto che ci interessa: ECCO… l’UOMO.
  • Gioia grandissima, umiltà e ossequio al Dio arcano, tristezza ed autenticità per l’uomo: ECCO… è tutto questo: coscienza, volontà, determinazione, dichiarazione, disponibilità, grandezza, umiltà e gloria.
  • I Magi pagani si rallegrano, la Donna/fanciulla accanto a Dio si riconosce serva sua, al tribunale di un giudice umano, ci riscopriamo troppo umani, uomini veri, come il Vero Uomo coraggioso nella sofferenza e in sintonia col Padre suo.
  • Segni sfavillanti nell’etere, umili stelle ci provocano speranze, ci rendono ricercatori curiosi: ci rassicurano che, oltre i cieli, qui in terra ci aspetta un Dio vero, tanto vero che ora è un bambino, che poi sarà un fanciullo, poi un uomo autentico, e poi un Pastore che guida, un Salvatore che riscatta, e noi non avremo più paura di essere “troppo umani”, e non avremo terrore della croce, anzi sarà essa il trionfo/gloria dell’uomo.
  • ECCO…, ECCOMI… diventerà ECCOCI… Non più Giudei né Greci, né uomini né donne, né schiavi né liberi, né Israeliti, né Palestinesi, ma in Lui saremo uno…, senza predestinazione o privilegi, senza caste, senza storie o terre tenute in serbo a Dio, solo per alcuni…
  • E pertanto abbiamo da sperimentare di saper entrare nella Casa di Dio, nella Casa dell’uomo, come Gabriele che entrò e salutò, come Maria che entrò e salutò, come i Magi che entrarono e videro l’Uomo, il vero uomo garantito da una madre e da un padre. E salutarono, aprendo scrigni. E noi entreremo nella casa degli uomini e apriremo cuori, per continuare a sperare ed amare.
  • E tutto faremo per dono: illuminando volti, interpretando segni e ricercando riflessi invocanti in sguardi che attendono condivisioni e speranze, attuando presenze per chi tende mani, mentre abbraccia solo vuoti fantasmi. E potremo ritracciare nuovi percorsi, ricongiungere sentieri interrotti, per ritrovare armonie nel cammino di vita, con sguardi rivolti a quel Dio-bambino, punto-orizzonte-centro polare, che allora come oggi, da spazi diversi, convoca ed attende per attuare incontri di universale salvezza.

http://www.ilfilo.org

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Questa voce è stata pubblicata il 03/01/2018 da in Domenica - lectio, Fede e Spiritualità, ITALIANO, Liturgia con tag , , .

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