COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Domenica del Battesimo del Signore (B) Commento

Battesimo del Signore (B)
Mc 1,7-11

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Tu sei mio Figlio.
Commento al Vangelo di Enzo Bianchi.

Con questa domenica si conclude il tempo di Natale, il tempo delle manifestazioni-epifanie del Signore Gesù, venuto al mondo in mezzo a noi nascendo da Maria, come uomo che solo Dio suo Padre ci poteva dare. Questa dunque è la manifestazione di Gesù ai discepoli e a quanti erano impegnati in un cammino di “ritorno” a Dio, di conversione, sotto la spinta della predicazione del profeta Giovanni.

Gesù, chiamato il galileo, viene al Giordano per essere immerso anche lui nelle acque di quel fiume, il fiume che discende. Siamo così posti di fronte a un evento decisivo nella vita sia di Gesù sia del Battista: Gesù, che è un discepolo di Giovanni, che si era messo alla sequela del profeta (“dietro a me”, come precisa Giovanni), ora chiede al Battista di essere come uno di quei peccatori che in fila attendevano l’immersione, chiede di essere immerso in modo che i peccati siano inabissati nell’acqua e dall’acqua possa risorgere quale nuova creatura.

Questa scelta di Gesù deve essere sembrata così scandalosa alle prime generazioni cristiane, che solo l’evangelista Marco l’ha riportata in tutto il suo realismo: “Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni”. Matteo e Luca hanno invece cercato di attutire la realtà di questo evento. In Matteo, per esempio, Giovanni oppone resistenza alla richiesta di Gesù: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?” (Mt 3,14). È vero, Gesù non ha peccati da sommergere nell’acqua, sta dietro al Battista ma è più forte di lui, che resta un uomo addirittura indegno di slegare i lacci dei suoi sandali. Gesù, inoltre, battezzerà anche lui, ma non con acqua, bensì con il fuoco dello Spirito santo… Ma a Giovanni che resiste, Gesù risponde: “Lascia ora, per noi è conveniente compiere ogni giustizia” (Mt 3,15). Gesù è un uomo libero e maturo, ha coscienza della sua missione, non vuole privilegi, ma vuole compiere, realizzare ciò che Dio gli chiede come cosa giusta: essere solidale con i peccatori che hanno bisogno dell’immersione, essere un uomo credente come tutti gli altri.

Giovanni allora si mostra profeta obbediente a un suo discepolo, Gesù, del quale però conosce la missione affidatagli da Dio. Non sappiamo se il Battista abbia compreso fino in fondo, sappiamo però che ha obbedito a questa umiliazione del Messia, a questo mutamento dell’immagine del Messia che Gesù inaugurava, quale uomo in mezzo ai suoi fratelli, spogliato di tutti i suoi privilegi. Così ecco avvenire il battesimo, l’immersione, e quando Gesù esce dalle acque del Giordano “vede squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba”. Gesù contempla lo Spirito quale “suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea), che viene dal cielo, dal Padre, e lo seguirà in tutta la sua vicenda umana. E anche il Padre fa sentire la sua voce che proclama: “Tu sei mio Figlio, l’amato, in te ho posto la mia gioia” (Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1), tutto il mio amore. Questa dovrebbe essere la vera domenica epifania della Trinità di Dio, che si manifesta operando: c’è l’unto, il Cristo; c’è chi lo unge, il Padre; e c’è l’unzione dello Spirito santo.

Noi lettori in ascolto di questo vangelo siamo chiamati innanzitutto ad adorare il mistero. Nella sua prima manifestazione pubblica da adulto Gesù appare come uomo in stretta comunione con Dio, il Padre, e il vincolo permanente di tale comunione è lo Spirito santo. Per questo egli riceve l’unzione profetica e messianica: “Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha unto, mi ha mandato a portare la buona notizia (il Vangelo!) ai miseri” (Is 61,1; Lc 4,18).

Dovremmo inoltre riflettere sul nostro battesimo, ricevuto in conformità a quello di Gesù. Su ciascuno di noi è risuonata la voce di Dio che ha detto: “Tu sei mio figlio, io ti amo come un figlio, cioè fedelmente, e voglio trovare compiacimento, gioia in te, in tutta la tua vita”. E lo Spirito, sceso insieme alla voce, resta in noi e ci ricorda questa parola di Dio, ci dà la forza di rispondere con tutta la nostra vita al “Ti amo come un figlio”, detto a ognuno di noi da Dio stesso. Ogni giorno, quando ci alziamo e diciamo: “Ti adoro, mio Dio … Ti ringrazio di avermi fatto cristiano”, pensando al nostro battesimo dovremmo gioire e dovremmo sentire “la voce di un silenzio trattenuto” (1Re 19,12) che nel cuore ci canta: “Tu sei mio figlio, ti amo, voglio gioire in te!”. Se sentiamo questa voce, la giornata sarà diversa, illuminata da un amore promesso e donato, e anche il sole sarà più luminoso.

http://www.monasterodibose.it


Un Dio defilato,
commento di Don Antonio Savone

Un vivo desiderio affiorava dentro di me mentre riflettevo sul racconto del battesimo di Gesù. Avrei voluto accostare una pagina come questa con lo sguardo della prima volta, come uno che non abbia mai letto il Vangelo e che non sappia nulla di Gesù. E così, con la sola consapevolezza che Gesù è il personaggio principale di quel libro che va sotto il nome di Vangelo, ho provato a chiedermi: chissà in che modo farà la sua comparsa? Come verrà presentato? Come inizierà la sua missione? Con un discorso? Con un segno prodigioso? D’altronde, lo stesso Battista, lo aveva annunciato come colui che avrebbe distinto, separato. E invece…

Scopro da subito, con grande sorpresa, che il personaggio principale di quest’opera ha un nome assai comune per quell’epoca. Per giunta viene da un paesino che non ha alcuna rilevanza storica, Nazareth. Un Dio defilato! E come se non bastasse, si mette in mezzo ad un gruppo di persone che confessano le loro malefatte mentre si recano da Giovanni Battista per farsi lavare dai loro peccati. Strano modo di fare la sua comparsa da parte di questo personaggio: mescolato con delle persone che hanno fatto del male, senza nessun bisogno di distinguersi da loro. Come mai? Perché dar adito ad equivoci? C’erano senz’altro persone più degne di un Dio, gente che potesse vantare il “marchio inequivocabile della devozione”.

Il primo gesto sta tutto in quella compagnia: non un perdono, non una condanna ma una vicinanza. E penso al mio farmi da parte, al mio bisogno di distinguermi, di prendere le distanze o di dover comunque e sempre dire la mia…

E tutta la sua vita sarà un continuo mescolarsi: mangerà con i peccatori, vivrà con dei peccatori, si lascerà toccare da loro, sarà loro amico al punto da essere addirittura criticato proprio per questo. Dirà addirittura di essere venuto proprio per chi ha tutto da rimproverarsi ma nello stesso tempo è abitato da un desiderio vivo di una possibilità nuova che solo Dio può offrire. Si avvarrà di collaboratori che provengono da quelle fila. L’accusa che gli verrà rivolta con disprezzo sarà proprio quella di essere amico dei pubblicani e dei peccatori. Sarà di troppo un Dio così (e, infatti, non tarderanno ad eliminarlo) per chi è chiuso nella bolla del suo orgoglio mentre elenca i suoi meriti davanti al suo Dio. Mentre sarà a suo agio con coloro che, pur nella loro abiezione, hanno ancora la capacità di riconoscere di essersi nutriti di cibi che non saziano, che forse neanche nutrono e che di certo non fanno crescere: per questo si sono messi in cammino verso il Giordano confessando la loro inadeguatezza. Ma tutto era cominciato quel giorno, sulle rive del Giordano, attraverso quella decisione di mescolarsi. L’antico profeta aveva annunciato: i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie (Is 55,8).

E come se non bastasse, addirittura qualcuno conferma dall’alto un simile modo di fare. Suo Padre è d’accordo: Tu sei il figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto. Oggi noi diremmo che il Padre è fiero di un figlio così, di un figlio che non si vergogna di quella strana compagnia che si ritroverà accanto persino nell’ultimo istante della sua vita accettando di morire come l’ultimo dei peccatori, condannato a morte pur senza aver mai commesso un delitto. Peccato aver perso la forza dirompente di una simile realtà. Il Padre dice: uno che fa così è mio figlio! Ripenso a tutte le nostre entrate e uscite dalla scena, sempre pronti a marcare la differenza tra noi e gli altri.

A questo modo di scendere in campo da parte di Dio si aprono i cieli: non poteva non accadere che si aprissero. C’era davvero da affacciarsi a vedere perché, finalmente, dopo tante ovvietà c’era qualcosa di nuovo. I cieli guardano e approvano. E penso al fatto che non poche volte i nostri cieli restino chiusi: forse perché abbiamo ridotto ogni cosa a qualcosa di ovvio, di risaputo.

Cosa c’è in quel gesto di stare accanto, quasi di confondersi? Il segno manifesto di un Dio che attesta di essere talmente vicino a chi sente di non valere niente, da vivere la sua stessa esperienza e patire la stessa sofferenza.

Così inizia il Vangelo. Questa è la carta di identità del Figlio di Dio: non venir meno al legame di fraternità con ogni uomo, senza distinzione.

Così inizia la vita cristiana. Ma è questa la carta di identità dei figli di Dio?

https://acasadicornelio.wordpress.com

Commento al Vangelo
di Don Angelo Casati

Ricordate la preghiera che abbiamo ascoltato nella liturgia d’Avvento, la preghiera di un popolo penitente custodita nel libro di Isaia.

“Tu, Signore da sempre sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie?… Ritorna per amore di tuoi servi se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63, 16-17).

La preghiera del popolo penitente, anche di quella folla penitente che correva a farsi battezzare dal Battista, la preghiera è esaudita: di Gesù nelle acque del Giordano, Marco dice che, salendo dall’acqua, vide i cieli squarciati.

I cieli chiusi si squarciano su Gesù, in quel momento, lo Spirito scende su Gesù in quel momento, e in quel momento la voce dall’alto dice di Gesù: “Tu sei il mio figlio, il diletto; in te mi sono compiaciuto”.

C’è qualcosa di inaudito, in questo battesimo del Signore. Se aprite il Vangelo di Marco, vi accorgete che questa è la prima apparizione di Gesù. Nel Vangelo come appare? Pensate quante attese sulla venuta del Messia, quanti sogni sul suo apparire; ebbene, come appare?

La prima immagine di Gesù nel Vangelo di Marco è un Gesù in fila con i peccatori, non un Gesù che battezza, ma un Gesù che è battezzato da un suo servo, da Giovanni.

Prima immagine nel racconto di Marco, un’immagine che disturbava, che in un certo senso scandalizzava, tant’è che gli altri evangelisti, pur attingendo da Marco, cercano di attenuare, in qualche modo, il disagio e lo scandalo, magari premettendo un dialogo: “Sono io” -dice Giovanni nel vangelo di Matteo – “sono io che ho bisogno di essere battezzato da te….”.

Marco invece è più lineare, più pulito. Prima apparizione è questa: “E avvenne in quei giorni che Gesù venne da Nazaret della Galilea, – non da chissà quale città -, e fu battezzato da Giovanni nel Giordano”. E in quel momento si squarciano i cieli.

Cerco di interpretare, – voi perdonerete se forzo forse un poco il testo, ma qui sembra proprio di leggere che la manifestazione è per Gesù. Marco testo – ma qui sembra proprio di leggere che la manifestazione è per Gesù. Marco dice che è Gesù che vede lacerarsi i cieli, è Gesù che ode la voce. E non prima di quel momento. Starei per dire che proprio nel momento in cui Gesù si fa ultimo con gli ultimi avviene la certificazione, riceve la consacrazione.

Come a dire: hai scelto il gesto giusto, il gesto dell’inizio, quello dal quale si intravede l’intero cammino, sintesi e simbolo dell’intero cammino della tua vita, della tua missione.

Mi viene spontaneo chiedermi: noi che cosa avremmo scelto – dico, noi uomini religiosi – come primo gesto, gesto dell’inizio? Eppure all’inizio sta anche per noi il battesimo, cioè questa immersione.

Gesto – vi dicevo – sintetico, sintesi di una vita. E infatti c’è una sorprendente rassomiglianza – e gli esigenti la fanno notare – tra questo episodio degli inizi e l’episodio della fine, il racconto della croce.

Qui nel Battesimo a squarciarsi sono i cieli, là nell’ora della croce a squarciarsi sarà il velo del tempio.

Qui nel Battesimo è Gesù a vedere i cieli aprirsi e lo Spirito scendere su di lui, là nell’ora della croce sarà il centurione pagano che vedrà lo spirito uscire da Gesù: “emise lo spirito”. Ciò che Dio dice di Gesù, presentandolo nel giorno del battesimo, lo dirà un uomo, un uomo della storia, un pagano, più pagano di così si muore, il centurione. Lui dirà: “veramente quest’uomo era Figlio di Dio”.

Il Battesimo – voi mi capite – era compiuto.

L’immersione – noi dovremmo parlare più spesso di immersione, la parola Battesimo può evocare nella mente di qualcuno di noi un po’ di acqua sul capo-, dicevo: l’immersione era compiuta.

Immerso Gesù nella morte per riemergere nella risurrezione.

Così anche il nostro Battesimo: immersi nell’acqua – come gli ebrei nel Mar Rosso, come Gesù nel Giordano – per lasciare nelle acque sepolta una vita di schiavitù e camminare nella libertà, per lasciare nelle acque sepolto l’uomo vecchio e camminare in novità di vita, per lasciare nelle acque l’inganno del maligno e camminare invece per le strade dello spirito; essere uomini e donne che non gridano, che non alzano il tono, che non fanno udire in piazza la voce, che non spezzano una canna incrinata, che non spengono uno stoppino della fiamma smorta, che proclamano il diritto con fermezza, che non vengono meno, che non si abbattono.

Ecco a volte mi chiedo: chissà se quando battezziamo qualcuno lo affidiamo a questa, e non a un’altra strada, a questo e non a un altro spirito.

http://www.sullasoglia.it


L’amore di Dio, grembo che nutre, riscalda e protegge.
Commento di Ermes Ronchi.

Un racconto d’acque, come tante scene di salvezza della Bibbia, come la stessa origine del mondo, scritta con immagini d’acqua: in principio lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque (Gen 1,2), una grande colomba in cova su di un mare gonfio di vita inespressa. Come il creato, anche l’esistenza ha inizio nelle acque del grembo materno.

Il rito del Battesimo porta impresso questo sigillo primordiale di nascite e di rinascite: l’immersione nell’acqua avvia nell’uomo una nuova nascita. Lo vediamo al Giordano: venne una voce dal cielo e disse «Tu sei il Figlio mio, l’amato». Anche al nostro Battesimo Dio ha sussurrato: Tu sei il mio figlio, quello che io amo! Parole in cui ho ricevuto il mio nome «Figlio»; in cui è la mia nascita da una sorgente di cielo.

«In te ho posto il mio compiacimento». Un termine inusuale, ma nella cui radice vibra un sentimento ben noto: gioia, soddisfazione, piacere; e che contiene una dichiarazione impegnativa di Dio su di noi: prima che tu faccia qualsiasi cosa, così come sei, per quello sei, tu mi piaci e mi dai gioia. Prima che io risponda, prima che io sia buono, senz’altro motivo che la sua gratuità, Dio ripete ad ognuno: tu mi fai felice. Dio dice «sì» a me, prima che io dica «sì» a Lui: questa è «la grazia di Dio».

Gesù fu battezzato e uscendo dall’acqua vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. Noto la bellezza del particolare: si squarciano i cieli, come per un amore incontenibile; si lacerano, si strappano sotto la pressione di Dio, sotto l’urgenza di Adamo. Si spalancano come le braccia dell’amata per l’amato.

Da questo cielo aperto viene come colomba la vita di Dio. Si posa su di te, ti avvolge, entra in te, a poco a poco ti modella, ti trasforma pensieri, affetti, speranze secondo la legge dolce, esigente, rasserenante del vero amore.

Il termine greco battesimo significa immersione; battezzato è l’immerso in Dio. Ma ciò che è accaduto un giorno, in quel rito lontano, continua ad accadere in ogni nostro giorno: in questo momento, in ognuno dei nostri momenti siamo immersi in Dio come dentro il nostro ambiente vitale, dentro una sorgente che non viene meno, un grembo che nutre, riscalda e protegge. E fa nascere. C’è un Battesimo che ricevo adesso, un Battesimo esistenziale, quotidiano, nel quale io continuo a nascere, ad essere generato da Dio: «chi ama è generato da Dio e conosce Dio» (1 Gv 4,7) al presente, adesso. Amare fa nascere, rimette in moto il motore della vita.

Battezzato, cioè immerso in un amore, nasci nuovo e diverso, nasci con il respiro del cielo.

Avvenire

 

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Questa voce è stata pubblicata il 04/01/2018 da in anno B, Domenica - commento, Festività (B), ITALIANO, Liturgia.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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