COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sul Primo Libro di Samuele (1)

Primo Libro di Samuele
Lectio divina di P. Pino Stancari

Il lunedì dopo la Festa del Battesimo di Gesù iniziamo il cosiddetto Tempo Ordinario. Nella prima lettura  leggeremo il primo libro di Samuele (anni pari). Vi offriamo per i primi tre capitoli una bella riflessione di P. Pino Stancari.
Primo Libro di Samuele 1

Samuele

Capitoli 1-3
Una comunità in crisi. Verso una monarchia “profetica”.

Siamo abituati a collocare i due Libri di Samuele nel contesto dei cosiddetti Libri Storici (Giosuè, Giudici, Samuele, Re); nella tradizione ebraica questi libri sono denominati “profetici”, i “profeti anteriori”; già i libri che definiamo “storici” sono libri “profetici” nel senso che c’è di mezzo la storia, ma una storia interpretata e contemplata come luogo di rivelazione teologica: è la presenza di Dio che man mano emerge e viene illustrata nelle sue modalità proprie. Non vorrei perdermi nell’introduzione, ma subito prendere contatto con le prime pagine del Primo Libro di Samuele, in particolare con i primi tre capitoli del libro.

La vicenda che sta sullo sfondo di queste pagine si svolge tra il secolo XI e il secolo X a. C.; ricostruzione di una storia complessa riguardo alla quale gli studiosi hanno tante osservazioni da porgerci. Le tribù di Israele sono entrate nella Terra (approssimativamente nella metà del XIII secolo a. C.) e il periodo immediatamente successivo all’insediamento delle tribù nella terra di Canaan (avvenuto per vie, modalità, tempi, diversi) è caratterizzato dal riferimento a certe figure che vengono denominate “giudici”, personaggi carismatici che intervengono in momenti di pericolo, che svolgono un compito determinante per quanto riguarda la sopravvivenza dell’una o dell’altra tribù e che assumono una rilevanza entusiasmante nella loro singolarità. Non sono fondatori di un organismo sociale che ancora rimane sfilacciato e le tribù sono disseminate in un territorio dove sono in contatto con altre genti e popolazioni già residenti.

L’ingresso nella Terra del popolo porta con sé il segno che lo identifica in maniera qualificante che non dobbiamo mai dimenticare: il segno dell’Alleanza tra il Signore e Israele; ma Israele è una realtà molto disgregata, composita, disseminata in molteplici espressioni; spesso le tribù sono anche in conflitto tra di loro, ma l’identità che vale come motivo di comunione, al di là di qualunque riscontro di ordine oggettivo, empirico, politico, è il richiamo all’appartenenza ad un unico vincolo di Alleanza con il Dio Vivente, il Signore. Israele è identificato in quanto è il popolo con cui il Signore ha fatto alleanza. Questa identità è qualificante; nel corso delle generazioni la consapevolezza di essere custodi di questa identità definisce il filo conduttore degli eventi ed è determinante anche per quanto riguarda l’intervento occasionale di quei personaggi denominati “giudici”.

Attraverso la lettura delle pagine che sono raccolte sotto il titolo del Libro dei Giudici e leggendo le pagine del Primo Libro di Samuele, abbiamo l’impressione di aver a che fare con una comunità instabile, che si sta esaurendo, consumando e sta perdendo i segni inconfondibili della propria identità. D’altra parte passano le generazioni, l’inserimento nel nuovo territorio non è soltanto da considerare in termini geografici, ma c’è di mezzo un trapasso culturale perché da una cultura pastorale bisogna passare ad una cultura agricola; nella terra di Canaan già la popolazione che vi risiede è dotata di una certa organizzazione civile; città che funzionano come piccoli staterelli. Ed ecco questi clan di allevatori di bestiame che man mano entrano nel territorio e sono coinvolti in un fenomeno di evoluzione, di trasformazione, di conversione culturale che, naturalmente, mette in questione tutto l’impianto di una vita comunitaria che si raccoglie attorno a quell’identità che è radicata nell’Alleanza con il Signore.

Ma è proprio questa identità che man mano sembra diventare opaca e incerta; abbiamo l’impressione di un disagio quando abbiamo a che fare con la generazione che viene individuata nelle pagine del Primo Libro di Samuele: gente che sta ragionando come chi è arrivato al capolinea di una storia finita; trapasso nella storia delle tribù di Israele che, per come disquisiscono gli autori nelle pagine che leggiamo nel Libro dei Giudici, già si pone in relazione con la costituzione di un organismo fondato in termini amministrativi, politici: una monarchia. Nel Libro dei Giudici già appare questa aspettativa come se, per le tribù di Israele, la sopravvivenza potesse essere immaginata soltanto nella prospettiva di un’organizzazione istituzionale di tipo monarchico. Tenete presente che titoliamo questi due scritti facendo appello al nome di Samuele, ma il vero protagonista dei Libri di Samuele è Davide, una delle grandissime figure della storia della salvezza; e, con Davide, il riferimento all’istituzione monarchica che segna in maniera inconfondibile la storia del popolo di Dio.

I libri sono intitolati al nome di Samuele perché l’istituzione monarchica sarà sempre sottoposta al vaglio di una responsabilità profetica di cui Samuele è il rappresentante emblematico. Tra l’altro i redattori che hanno scritto queste pagine e sistemata l’edizione del testo nella sua forma definitiva sono coloro che, nei secoli successivi, sono stati spettatori di tutta un’evoluzione storica che ha caratterizzato le vicende e i drammi dell’istituzione monarchica fino a quella catastrofe storica che, in maniera molto sintetica, si chiama “esilio”; attraverso l’esilio e dopo l’esilio un ripensamento di tutto quello che è avvenuto nei secoli precedenti. Ed ecco una rilettura di come l’istituzione monarchica ha assunto il suo rilievo imprescindibile nella storia del popolo che è costantemente sollecitato a radicarsi nella posizione che è propria dei profeti.

Sembra una contraddizione: l’istituzione monarchica nel contesto di una storia dove i criteri da cui dipende l’evoluzione positiva degli eventi sono dettati da quella posizione di ascolto della Parola che è prerogativa inconfondibile della profezia. Quando si parla di profezia nel linguaggio biblico il riferimento è alla Parola, all’iniziativa del Dio Vivente che è presente, operante, protagonista della storia. Ma il riferimento alla parola di Dio non implica automaticamente che il cosiddetto profeta sia anche un parlatore, predicatore, annunciatore; può essere muto. Ciò che lo identifica come profeta e lo qualifica nel contesto della storia del suo popolo è la posizione e la radicalità dell’ascolto; la posizione di chi diventa poi di fatto testimone di una confidenza nell’iniziativa del Signore; può diventare al momento opportuno promotore di itinerari di riforma e di conversione. Diventerà anche annunciatore o predicatore nel senso più spettacolare. I grandi personaggi che chiamiamo “giudici” assumono una rilevanza pubblica intramontabile nella storia del popolo di Dio. Ma profezia non è automaticamente questa espressione di una originalità spettacolare che consente a un personaggio fuori dall’ordinario di diventare trascinatore di una certa comunità di fedeli.

La proposta di rileggere con voi i Libri di Samuele si connette con il lavoro di questi anni, dedicato al discernimento che ci rimanda all’evidenza di una situazione di smarrimento, di confusione, di impoverimento, di crisi che è propria degli animi, delle coscienze; l’identità del popolo, che è stato segnato originariamente dall’alleanza con il Signore, sembra svanire, non ci sono più conferme sensibili e persuasive. Abbiamo a che fare con un uomo e la sua famiglia (siamo alle prese con i primi versetti del Primo Libro di Samuele); un uomo che ancora ci tiene, una volta all’anno, a celebrare una festa che era commemorata dagli antenati, in un contesto in cui sembra proprio che la comunità di Israele sia in crisi. Appartiene alla tribù di Efraim, che è una tribù importante tra quelle collocate nel centro della terra di Canaan; ma sembra proprio che questa sua testimonianza, questo suo impegno, la serietà con cui pretende che tutti i componenti della sua famiglia una volta all’anno si rechino in pellegrinaggio in una località chiamata Silo dove è stata collocata l’Arca santa dopo aver peregrinato nel deserto. E ci sono degli addetti al santuario che svolgono il culto con quell’insistenza particolare dei momenti di festività che, anno dopo anno, ritornano secondo la tradizione antica. Ma è una tradizione che sembra non ottenere più un riscontro corale popolare e soprattutto una coerenza di ordine teologale: la festa annuale diventa una specie di fiera e allora si fa una scampagnata, si offre una vittima che viene immolata in un contesto liturgico, ma poi gran parte della carne viene restituita, cucinata, si mangia insieme; è un momento di fraternità e poi si ritorna a casa e quella che è la coscienza che identifica Israele in quanto popolo dell’Alleanza, popolo che ha ricevuto il dono di una chiamata direttamente dal Dio Vivente e a quella chiamata ha corrisposto con l’impegno totale del proprio vissuto, rimane una reminiscenza sempre più vaga e inconcludente.

Anna confida nel Signore che guarisce la sua sterilità; nasce Samuele, un profeta

Cap. 1. “C’era un uomo di Ramatàim, uno Zufita delle montagne di Efraim, chiamato Elkana, figlio di Ierocàm, figlio di Eliàu, figlio di Tòcu, figlio di Zuf, l’Efraimita. Aveva due mogli, l’una chiamata Anna, l’altra Peninna. Peninna aveva figli mentre Anna non ne aveva“.

Una delle due mogli è sterile e questa situazione compromette la relazione di coppia e la dignità della moglie. Questa immagine serve a sintetizzare il quadro che ricostruivo, a mio modo, in poche battute, poco fa: la sterilità; non ci sono figli, si va verso la scomparsa; è una storia finita ormai. Una volta l’anno ci fa piacere giocare a tombola insieme, ma è una storia finita. Anna è sterile. È interessante questo modo di raccontare la storia: è profetico e questi sono libri profetici.

Quest’uomo andava ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore degli eserciti in Silo, dove stavano i due figli di Eli Cofni e Pìncas, sacerdoti del Signore (Eli e i suoi figli Cofni e Pìncas: gli addetti al culto, sacerdoti dove il sacerdozio svolge un ruolo imprescindibile di mediazione nel contesto dell’Alleanza tra il Signore e Israele). Un giorno Elkana offrì il sacrificio. Ora egli aveva l’abitudine di dare alla moglie Peninna e a tutti i figli e le figlie di lei le loro parti. Ad Anna invece dava una parte sola; ma egli amava Anna, sebbene il Signore ne avesse reso sterile il grembo. La sua rivale per giunta l’affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione, perché il Signore aveva reso sterile il suo grembo. Così succedeva ogni anno: tutte le volte che salivano alla casa del Signore, quella la mortificava (un pellegrinaggio annuale; c’è già stato un riferimento al sacerdozio che svolge la sua funzione liturgico-mediatrice in quel contesto e un dramma domestico. Una rivalità tra donne? E, d’altra parte, l’amore di Elkana per Anna; ma è un amore coniugale senza gratificazioni).

Anna dunque si mise a piangere e non voleva prendere cibo. Elkana suo marito le disse: «Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?». Anna, dopo aver mangiato in Silo e bevuto, si alzò e andò a presentarsi al Signore (il santuario è ancora una tenda che custodisce l’Arca santa e tutto quello che già era stato predisposto fin dal tempo del Sinai. In quel contesto c’è un recinto, ci sono tutti gli strumenti necessari per la celebrazione del culto e lì dimorano gli addetti. Anna piangente, nel momento della festa, mentre tutti hanno condiviso abbondantemente quel cibo speciale che è stato preparato per l’occasione, si avvicina al santuario).

In quel momento il sacerdote Eli stava sul sedile davanti a uno stipite del tempio del Signore. Essa era afflitta e innalzò la preghiera al Signore, piangendo amaramente (Anna dichiara in questo modo la sua condizione di creatura che ormai sta anticipando la morte quando ancora fisicamente, anagraficamente, è in vita. Piange amaramente, ma è già morta). Poi fece questo voto: «Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo» (un figlio consacrato: è l’unica speranza di vita che ancora le rimane nel momento in cui si ritiene già condannata a morte. “Se ti ricorderai di me”: se il Signore si ricordasse? Se la nostra sterilità, il nostro tempo di crisi, di vuoto, di silenzio, di smarrimento, di confusione, di disintegrazione, di opacità teologale fosse oggetto della memoria del Signore? “Io potrei offrire quel figlio come consacrato in modo tale che non passi il rasoio sul suo capo”. Ricordate altri casi analoghi di consacrazione: Sansone, Giovanni Battista).

Mentre essa prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca. Le disse Eli: «Fino a quando rimarrai ubriaca? Lìberati dal vino che hai bevuto!». Anna rispose: «No, mio signore, io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogandomi davanti al Signore (Anna descrive la sua situazione; è stata rimproverata ingiustamente da Eli ma adesso può dire la sua). Non considerare la tua serva una donna iniqua, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia amarezza»“. Eli comprende. Notate bene la sua amarezza: muoveva le labbra, ma non si sentiva un suono. È il motivo per cui gli osservanti ancora oggi in Israele, anche nella preghiera personale, devono sempre almeno mormorare qualche cosa. Anche se sei in autobus e leggi il libro della preghiera si deve sentire qualcosa, anche un mormorio. Anna dice: “stavo pregando in cuor mio”; c’è una partecipazione corporea che implica il movimento e anche il suono della voce. Il caso di Anna è un caso speciale: è bloccata dentro per come ha accumulato un dolore che deve poter sfogare e finché non ha sfogato il dolore non avrà altre parole da esprimere in un contesto orante. Sta pregando e sfoga il dolore in cuor suo.

Eli capisce, è un uomo saggio. Avrà a che fare con problemi molto seri e gravi; è un uomo esperto e si rende conto della situazione e manifesta molta comprensione nei confronti di Anna. “Allora Eli le rispose: «Va’ in pace (è una benedizione, una prerogativa sacerdotale: il sacerdote offre e benedice, momento di ascesa per offrire e accostarsi al Santo e momento di ritorno dal Santo verso il popolo per benedire) e il Dio d’Israele ascolti la domanda che gli hai fatto». Essa replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Poi la donna se ne andò per la sua via e il suo volto non fu più come prima“. C’è già un momento di consolazione per Anna (il suo volto non fu più come prima). Eli ha detto nel v. 17: “il Dio d’Israele ascolti la domanda che gli hai fatto” (porti a compimento la tua richiesta) e adesso nascerà un figlio e sarà Samuele.

Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore tornarono a casa in Rama. Elkana si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei” (nella nostra storia, per quanto segnata dal grigiore di situazioni che sembrano sprofondare nello smarrimento, nella sterilità senza prospettive per il futuro, il Signore ricorda). Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele. «Perché – diceva – dal Signore l’ho impetrato» (il Signore si è ricordato e ha operato nella storia di una donna sterile in modo tale da renderla feconda. È una situazione emblematica: è sterile quella donna, quella coppia, quella generazione, il popolo che è giunto al capolinea di una storia finita? È sterile la nostra storia. E nasce Samuele, il figlio che determina una svolta evidentissima nella vicenda di una persona, una coppia, una famiglia, una generazione, un popolo che abbiamo sintetizzato sotto il titolo di “sterilità”. La questione ora prende una piega sempre più coinvolgente perché Samuele non soltanto è il figlio tanto atteso, ma è colui che, nella storia del popolo di Dio, rappresenta la fedeltà del Signore che ricorda il valore di quell’impegno di alleanza assunto da Lui stesso e dai rappresentanti di Israele per il tempo passato, ma che investe il tempo presente e definisce lo svolgimento di una storia orientata verso il futuro tutto da descrivere; il Signore ricorda. Non soltanto è nato un figlio per cui quella coppia che era sterile gode il beneficio di una presenza nuova, una prole, ma è nato un profeta. È nato il profeta che interrompe quella deriva critica, desolata, orientata verso un baratro senza fondo che coinvolge il popolo in una storia finita: il profeta che intercetta la sterilità del popolo.

Quando poi Elkana andò con tutta la famiglia a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e a soddisfare il voto, Anna non andò, perché diceva al marito: «Non verrò, finché il bambino non sia divezzato e io possa condurlo a vedere il volto del Signore (“vedere il volto del Signore” è un’espressione tipicamente biblica che indica la maturità di chi partecipa al culto, di chi è presente nel contesto della celebrazione in maniera consapevole, in una prospettiva offertoriale; essere là dove dimora la gloria del Dio Vivente che ci conferma nell’appartenenza a Lui in virtù di un rapporto di indissolubile alleanza); poi resterà là per sempre»” (come aveva espresso nel voto). Le rispose Elkana suo marito: «Fa’ pure quanto ti sembra meglio; rimani finché tu l’abbia divezzato; soltanto adempia il Signore la tua parola». La donna rimase e allattò il figlio, finché l’ebbe divezzato. Dopo averlo divezzato, andò con lui, portando un giovenco di tre anni, un’efa di farina e un otre di vino e venne alla casa del Signore a Silo e il fanciullo era con loro. Immolato il giovenco, presentarono il fanciullo a Eli e Anna disse: «Ti prego, mio signore. Per la tua vita, signor mio, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto. Perciò anch’io lo dò in cambio al Signore: per tutti i giorni della sua vita egli è ceduto al Signore». E si prostrarono là davanti al Signore“.

“Questo bambino è qui presente adesso in virtù di quell’intervento provvidenziale e gratuito mediante il quale il Signore ha voluto rendermi feconda per generarlo”. E il bambino resterà qui nel luogo consacrato dalla presenza dell’Arca; luogo che è parte di tutto quell’apparato sacramentale predisposto fin dal tempo del Sinai, come conferma della relazione tra il Signore e il suo popolo: l’alleanza sancita allora viene puntualmente confermata mediante la presenza del santuario, il culto che si celebra in quel contesto, la mediazione del sacerdote. Tutte realtà che sono fortemente in crisi nel contesto storico in cui si inseriscono i fatti che stiamo ricostruendo. È nato un figlio e questo figlio viene consegnato.

Cantico di Anna: il Signore interviene nella storia umana

Cap. 2, vv. 1-11. È uno dei grandi cantici dell’Antico Testamento che stanno sullo sfondo del Cantico della Madonna, il Magnificat.

Allora Anna pregò (un canto di vittoria. È Anna che prende la parola in tono spavaldo e irruento. In realtà Anna si esprime come se la sua figura coincidesse con quella di un re vittorioso che ritorna da una battaglia; ha vinto): Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte s’innalza grazie al mio Dio.

Si apre la mia bocca contro i miei nemici (un triplice enunciato: il mio cuore, la mia fronte, la mia bocca) perché io godo del beneficio che mi hai concesso (il motivo che spiega il movimento successivo del cantico sta qui: “la gioia di una relazione a tu per tu – tra Lui e me – che mi fa vivere”. Tra Lui e noi che ci fa vivere. “io godo del beneficio che mi ha concesso”: è il Suo modo di essere presente che è motivo di vita per me, per noi). Non c’è santo come il Signore,

non c’è rocca come il nostro Dio (è il protagonista: il Santo è il Vivente. Il richiamo è inconfondibile alla relazione di alleanza che è una relazione di vita che fu instaurata fin dal tempo del Sinai). Non moltiplicate i discorsi superbi (la relazione instaurata allora da parte sua in quanto sorgente inesauribile di vita è una relazione che coinvolge il suo popolo, e dunque noi in tutta l’articolazione del nostro vissuto), dalla vostra bocca non esca arroganza; perché il Signore è il Dio che sa tutto

e le sue opere sono rette (è importante questo verbo: il Signore è il Dio che sa tutto. Sapere tutto non vuol dire che è così curioso che va a scrutare anche gli angoli della nostra storia che vorremmo tenere segreti, oppure perché vede le cose dalla sua posizione di superiorità. “Sa tutto” vuol dire che è coinvolto in tutto; la conoscenza nel linguaggio biblico è un coinvolgimento vitale e affettivo. Proprio il Santo è colui che ci chiama a partecipare a una relazione di vita con Lui; ed è il Santo, nella sua immensità e superiorità, in quanto si cala nelle nostre vicende, ci conosce dal di dentro del nostro dramma, partecipa dall’interno al nostro cammino e, dunque, conosce e noi siamo conosciuti da Lui. È un linguaggio che ritorna nell’Antico e Nuovo Testamento: tutta la teologia di Giovanni nelle sue Lettere).

Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire“. Adesso descrive, in maniera essenziale, l’operare di Dio perché Lui che è il Santo è presente e operante nella relazione con noi e gli eventi della nostra storia umana. Ci conosce, prende contatto; è incalzante la Sua presenza, tanto è vero che adesso descrive qui per sommi capi la potenza dirompente della Sua iniziativa. Tutte le posizioni sono ribaltate.

Ho saltato due versetti: “L’arco dei forti s’è spezzato, ma i deboli sono rivestiti di vigore. I sazi sono andati a giornata per un pane, mentre gli affamati han cessato di faticare (ribaltamenti più netti di così non li potremmo immaginare). La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita”.

Gli equilibri a cui siamo abituati nella nostra società umana sono dominati da Lui fino al v. 6 dove leggiamo: “Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire“. Questo scombussolamento, per cui i cosiddetti ordinamenti del nostro vissuto a cui eravamo abituati sono sconvolti e addirittura capovolti, giunge fino alla vittoria sulla morte: “fa morire e fa vivere” anche se ancora tante implicazioni di ordine teologico non sono chiarite, ma la percezione di come morire e vivere, vivere e morire non è un’alternativa che si riduce alle nostre misure di interpretazione per cui chi vive non muore e chi muore non vive più. C’è qualcos’altro. “Fa scendere negli inferi e risalire.

Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo e assegnar loro un seggio di gloria (questi versetti sono ispiratori del Cantico della Madonna. Ora sono ribaltati non soltanto gli equilibri della nostra organizzazione sociale, ma anche gli equilibri delle componenti cosmiche dell’universo).

Perché al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi fa poggiare il mondo. Sui passi dei giusti Egli veglia, ma gli empi svaniscono nelle tenebre. Certo non prevarrà l’uomo malgrado la sua forza“.

I versetti che abbiamo letto fino al v. 9 sono dedicati a descrivere il modo di operare del Signore nella nostra storia umana perché Lui ci conosce, è presente, è incalzante; la Sua presenza è incisiva, provocatoria: è la presenza del protagonista fino qui dove la vittoria che Anna sta cantando con voce squillante registra l’estromissione dell’empietà.

Il Signore… saranno abbattuti i suoi avversari! (il testo resta sospeso come nel vuoto) L’Altissimo tuonerà dal cielo. Il Signore giudicherà gli estremi confini della terra; darà forza al suo re ed eleverà la potenza del suo Messia»“. L’annuncio è rivolto a una figura messianica che nel tempo storico in cui sono collocati questi fatti ancora non è concepita così come sarà da Davide in poi. Più che parlare di un Messia è la dignità regale che spetta alla vita umana in quanto ci si affida all’iniziativa del Dio Vivente che conosce; è la regalità della nostra vocazione alla vita e di quella vocazione che compete al popolo dell’alleanza in misura paradigmatica nel corso della storia dell’uomo.

Poi Elkana tornò a Rama, a casa sua, e il fanciullo rimase a servire il Signore alla presenza del sacerdote Eli“. Il bambino cresce al servizio nel santuario.

I figli depravati di Eli

Vv. 12-17. La vicenda viene narrata nelle sue tappe successive caratterizzando la contrapposizione tra due itinerari di vita: un primo itinerario è stato già enunciato nel v. 11: la crescita di Samuele per il servizio del Signore. L’altro itinerario è quello di cui sono rappresentanti i figli di Eli, sacerdoti. Leggiamo come si comportano: “Ora i figli di Eli erano uomini depravati; non tenevano in alcun conto il Signore, né la retta condotta dei sacerdoti verso il popolo. Quando uno si presentava a offrire il sacrificio, veniva il servo del sacerdote mentre la carne cuoceva, con in mano un forchettone a tre denti, e lo introduceva nella pentola o nella marmitta o nel tegame o nella caldaia e tutto ciò che il forchettone tirava su il sacerdote lo teneva per sé (fa un po’ ridere, forse, ma le norme liturgiche prevedono che tutte le parti grasse delle vittime debbano essere bruciate sull’altare.

A noi può sembrare ridicolo se non grottesco; il fatto è che si tratta di un intervento grave in un contesto dove il sacerdozio dovrebbe funzionare come garanzia di mediazione e invece ne diventa impedimento. Se la mediazione fosse come era stata predisposta nel contesto dell’alleanza sinaitica senza però realizzarne lo scopo, non rimane neutra, provoca un danno. E i figli di Eli prelevano, a loro uso e consumo, le parti migliori della carne che viene cotta, dopo che è stato celebrato liturgicamente il sacrificio. “Così facevano con tutti gli Israeliti che venivano là a Silo. Prima che fosse bruciato il grasso, veniva ancora il servo del sacerdote e diceva a chi offriva il sacrificio: «Dammi la carne da arrostire per il sacerdote, perché non vuole avere da te carne cotta, ma cruda» (non solo carne cotta prelevata dalla pentola, ma carne cruda). Se quegli rispondeva: «Si bruci prima il grasso, poi prenderai quanto vorrai!» (quel tale si comporta come uomo di coscienza e rimane sconcertato, esterrefatto, disturbato), replicava: «No, me la devi dare ora, altrimenti la prenderò con la forza». Così il peccato di quei giovani era molto grande davanti al Signore perché disonoravano l’offerta del Signore“. “Figli depravati” diceva il v. 12. Questo loro comportamento manifesta disprezzo nei confronti di Dio e provoca un turbamento che sconvolge le coscienze.

Gli inutili rimproveri di Eli

Vv. 18-26. Contemporaneamente Samuele nel v. 18: “Samuele prestava servizio davanti al Signore (la stessa espressione che abbiamo incontrato nel v. 17 la troviamo nel v. 18: “davanti al Signore”; ci sono i figli di Eli e c’è Samuele che prestava servizio) per quanto lo poteva un fanciullo e andava cinto di efod di lino. Sua madre gli preparava una piccola veste e gliela portava ogni anno, quando andava con il marito a offrire il sacrificio annuale. Eli allora benediceva Elkana e sua moglie ed esclamava: «Ti conceda il Signore altra prole da questa donna per il prestito che essa ha fatto al Signore». Essi tornarono a casa e il Signore visitò Anna, che partorì ancora tre figli e due figlie. Frattanto il fanciullo Samuele cresceva presso il Signore“. Eli benedice ed è una benedizione che porta con sé una semina, promesse di vita che arricchiscono la prole nella casa di Elkana. E intanto Samuele continua a crescere al servizio del Signore.

Eli era molto vecchio (verremo a sapere tra breve che nel frattempo è diventato cieco; c’è un problema clinico, ma è diventato cieco perché non vuol vedere. Una situazione analoga era registrata nel caso di Isacco quando i suoi figli litigavano fra di loro. Non vuol vedere, non può vedere: ha impostato la sua vita secondo altri criteri, testimone di una crisi generale, ma aggrappato a un tentativo generoso di coerenza personale) e gli veniva all’orecchio quanto i suoi figli facevano a tutto Israele e come essi si univano alle donne che prestavano servizio all’ingresso della tenda del convegno. Perciò disse loro: «Perché dunque fate tali cose? Io sento infatti da parte di tutto il popolo le vostre azioni empie! (fa di tutto per richiamare i figli). No, figli, non è bene ciò che io odo di voi, che cioè sviate il popolo del Signore. Se un uomo pecca contro un altro uomo,Dio potrà intervenire in suo favore, ma se l’uomo pecca contro il Signore, chi potrà intercedere per lui?».

Ma non ascoltarono la voce del padre, perché il Signore aveva deciso di farli morire. Invece il giovane Samuele andava crescendo in statura e in bontà davanti al Signore e agli uomini“.

Eli reagisce, ma, evidentemente, in maniera troppo blanda. Non possiamo noi assumere un atteggiamento di giudizio nei suoi confronti; ci rendiamo conto della situazione drammatica che lo sconvolge, lo acceca e lo rinchiude nell’esperienza di un’esistenza che sembra essersi infilata in un vicolo cieco, senza prospettive. Eli si prepara a morire, ma agli occhi del popolo questo suo modo di reagire – che peraltro è sincero – è troppo blando. Alla resa dei conti questo suo comportamento si riduce a una forma di complicità con la depravazione dei figli.

Il castigo del Signore

Vv. 27-36. Alla fine del cap. 2 si inserisce un episodio che mette in scena un personaggio anonimo, un uomo di Dio. È una comparsa che diventa premonitoria rispetto a quello che sta per succedere. “Un giorno venne un uomo di Dio da Eli e gli disse: «Così dice il Signore (è una figura che non rientra nelle categorie normali; è un uomo di Dio mosso da un’ispirazione sua non meglio descritta che, però, è sollecito nel rivolgersi a Eli in nome di una coscienza ferita, addolorata, straziata per dirgli: “Così dice il Signore“): Non mi sono forse rivelato alla casa di tuo padre, mentre erano in Egitto, in casa del faraone? Non l’ho scelto da tutte le tribù d’Israele come mio sacerdote, perché salga l’altare, bruci l’incenso e porti l’efod davanti a me? Alla casa di tuo padre ho anche assegnato tutti i sacrifici consumati dal fuoco, offerti dagli Israeliti. Perché dunque avete calpestato i miei sacrifici e le mie offerte che io ho ordinato per sempre e tu hai avuto maggior riguardo ai tuoi figli che a me (ecco il rimprovero: i tuoi figli mi hanno disprezzato, insultato, offeso, dice il Signore; e, in questo modo, hanno disprezzato, insultato e offeso la coscienza dei fedeli) e vi siete pasciuti in tal modo con le primizie di ogni offerta di Israele mio popolo? Ecco dunque l’oracolo del Signore, Dio d’Israele: Avevo promesso alla tua casa e alla casa di tuo padre che avrebbero sempre camminato alla mia presenza. Ma ora – oracolo del Signore – non sia mai! Perché chi mi onorerà anch’io l’onorerò, chi mi disprezzerà sarà oggetto di disprezzo (la sentenza è drastica e preannuncia una tragedia sconvolgente). Ecco verranno giorni in cui io taglierò via il tuo braccio e il braccio della casa di tuo padre, sì che non vi sia più un anziano nella tua casa. Guarderai sempre angustiato tutto il bene che farò a Israele, mentre non si troverà mai più un anziano nella tua casa. Qualcuno dei tuoi tuttavia non lo strapperò dal mio altare, perché ti si consumino gli occhi e si strazi il tuo animo: ma chiunque sarà nato dalla tua famiglia morirà per la spada degli uomini“.

Il testo si collega con eventi successivi nel corso dei secoli; c’è tutta una disputa nella discendenza aronnica (sacerdotale) che poi si dirama in tante famiglie circa il valore, la qualità, il prestigio dell’una o dell’altra. Questioni che ora non ci interessano, ma che giungono fino al Nuovo Testamento. “Sarà per te un segno quello che avverrà ai tuoi due figli, a Cofni e Pìncas: nello stesso giorno moriranno tutti e due. Dopo, farò sorgere al mio servizio un sacerdote fedele che agirà secondo il mio cuore e il mio desiderio. Io gli darò una casa stabile e camminerà alla mia presenza, come mio consacrato per sempre. Chiunque sarà superstite nella tua casa, andrà a prostrarsi davanti a lui per una monetina d’argento e per un pezzo di pane e dirà: Ammettimi a qualunque ufficio sacerdotale, perché possa mangiare un tozzo di pane»“.

È un’invettiva piuttosto violenta quella che l’anonimo uomo di Dio rivolge a Eli. Teniamo conto del dato essenziale: il sacerdozio non funziona. Anche questa è una componente di quella crisi di cui ci dà riscontro la vicenda considerata nel suo complesso a partire da una situazione dell’animo, di brave persone che si muovono, che ancora cercano, vorrebbero crederci; e vorrebbero trasmettere quello che è stato importante per loro, che hanno ricevuto dagli antichi, ai propri figli. Arrancano, annaspano, cercano di compensare la desolazione generale con la festa occasionale: la crisi del sacerdozio che riguarda proprio l’alleanza tra il Signore e il suo popolo. E l’anonimo uomo di Dio sta denunciando proprio questo in maniera così energica; è qualcosa di orribile perché c’è di mezzo un abuso che viene praticato con solennità, rigore, intransigenza. La funzione sacerdotale mantiene le prerogative liturgiche anche nella disfunzione; anche l’abuso diventa una necessità rituale. Ed Eli, vecchio, diventa cieco.

La risposta di Samuele alla chiamata di Dio: “parla Signore, il tuo servo ti ascolta”

Cap. 3. “Il giovane Samuele continuava a servire il Signore sotto la guida di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti (il testo insiste sul valore che deve essere riconosciuto alla Parola che non è soltanto un rumore; è una presenza operosa, un protagonismo attivo nella storia umana. Siamo alle prese con una situazione di sordità generale: non c’è profezia, non c’è ascolto della Parola. È l’altra faccia della sterilità di cui ci parlavano le pagine che abbiamo letto, ed è il nucleo essenziale di quella sterilità che non è ridotta a un problema di misura familiare, ma è un problema di misura storica, teologale)

In quel tempo Eli stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: «Samuele!» e quegli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuele!» e Samuele, alzatosi, corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quegli rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore (Israele non conosceva il Signore; Samuele è un estraneo, ma quel che riguarda Samuele riguarda la situazione generale perché la Parola era rara; non c’è profezia, non c’è ascolto della Parola. La storia del popolo di Dio – il criterio interpretativo dello svolgimento della storia umana – è una storia che precipita verso una fine senza rimedio se non si riparte dall’ascolto della Parola. E la storia del popolo di Dio riparte sempre dalla profezia. La profezia non è tutto, ma non c’è altro punto di partenza altrimenti – e, in questo caso, è implicata nientemeno che la funzione liturgica imprescindibile del sacerdozio – si riesce soltanto ad accelerare lo sfascio) né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuele!» per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto (Eli, con tutto il disastro di cui è spettatore, cieco in casa sua, con tutto il disagio che ha accumulato nel corso del tempo per come vanno le cose attorno a lui nella storia del suo popolo, è un uomo onesto, intimamente onesto; gli sono stati mossi dei rimproveri molto severi. Nessuno di noi può giudicare; il fatto è che interviene adesso, in risposta a Samuele).

Eli disse a Samuele: «Vattene a dormire e, se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta». Samuele andò a coricarsi al suo posto. Venne il Signore, stette di nuovo accanto a lui e lo chiamò ancora come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta»“. Il Signore viene, parla, ha qualcosa da dire, è presente, sta realizzando Lui qualche cosa di Suo che investe il nostro tempo, la nostra presenza sulla scena del mondo, il nostro popolo, la storia particolare di ciascuno di noi in quanto chiamati a condividere l’alleanza con Lui.

Quando questa pagina viene citata nel contesto delle nostre celebrazioni liturgiche la lettura si ferma qui, ma il testo prosegue; attenzione, il Signore parla veramente: “Allora il Signore disse a Samuele: «Ecco io sto per fare in Israele una cosa tale che chiunque udirà ne avrà storditi gli orecchi (notate che la “cosa” è Parola, è Parola che il Signore sta facendo; è una Parola che si realizza in maniera tale che chiunque udirà ne avrà storditi gli orecchi). “In quel giorno attuerò contro Eli quanto ho pronunziato riguardo alla sua casa, da cima a fondo. Gli ho annunziato che io avrei fatto vendetta della casa di lui per sempre, perché sapeva che i suoi figli disonoravano Dio e non li ha puniti. Per questo io giuro contro la casa di Eli: non sarà mai espiata l’iniquità della casa di Eli né con i sacrifici né con le offerte!»“.

La Parola che Samuele ascolta è la Parola che gli spiega come la casa nella quale lui è entrato e nella quale come apprendista sta condividendo le responsabilità degli addetti al culto, gli casca sulla testa: questa casa sta crollando. La Parola non spiega a Samuele come si potrà riparare il guasto, ma la Parola chiama Samuele ad applicarsi nell’ascolto perché è la Parola, che adesso demolisce questa casa, che pone il fondamento su cui tutto lo svolgimento della storia potrà essere reimpostato. E tutto riparte; non dal rammendo ma dall’ascolto della Parola. Tutto riparte da Samuele. Vi dicevo inizialmente che non è Samuele il protagonista dei due Libri di Samuele, però sono intitolati a lui. Il protagonista sarà Davide.

Samuele si coricò fino al mattino, poi aprì i battenti della casa del Signore. Samuele però non osava manifestare la visione a Eli (era imbarazzatissimo). Eli chiamò Samuele e gli disse: «Samuele, figlio mio». Rispose: «Eccomi». Proseguì: «Che discorso ti ha fatto? Non tenermi nascosto nulla (che Parola ti ha detto? Che Parola sta facendo Lui). Così Dio agisca con te e anche peggio, se mi nasconderai una sola parola di quanto ti ha detto». Allora Samuele gli svelò tutto e non tenne nascosto nulla. Eli disse: «Egli è il Signore! Faccia ciò che a lui pare bene». Parola del Signore. La situazione è drammatica, sembra diventare sempre più sconvolgente e irreparabile; la crisi è tale per cui siamo travolti. La Parola è operante, è protagonista; pone il fondamento incrollabile. Da qui tutto riprende slancio, significato e identità.

Samuele acquistò autorità (è la presenza di Samuele nella storia del popolo che man mano si configura in maniera sempre più precisa in quanto è l’ascoltatore della Parola, la figura esemplare della profezia. È la presenza della Parola che fa, rispetto alla quale Samuele è in ascolto e altri con lui; un popolo in ascolto di quella Parola. Questa è l’epoca storica che segna la svolta) poiché il Signore era con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore. In seguito il Signore si mostrò altre volte a Samuele, dopo che si era rivelato a Samuele in Silo, e la parola di Samuele giunse a tutto Israele come parola del Signore“. Così è impostata la narrazione dei fatti in questo libro storico che è libro profetico. È proprio il criterio interpretativo di quella storia che è antica, ma che continua ad essere sempre attuale nel cammino del popolo di Dio. Tutto riparte dall’ascolto della Parola di Dio; è il Santo, Lui, il Dio Vivente che opera nella storia del suo popolo, nella storia di coloro che sembravano ormai usciti fuori dalla storia.

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Questa voce è stata pubblicata il 07/01/2018 da in ITALIANO, Lectio Divina, Liturgia, Settimana - lectio con tag , .

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