COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sul Primo Libro di Samuele (2)

Libro di Samuele – capitoli 4-5-6
P. Pino Stancari sj

 

Saul

Il culto intorno all’Arca Santa, sacramento dell’Alleanza

Riprendiamo la lettura del Primo Libro di Samuele; sarà un cammino lungo, ma non ci spaventa. La storia della salvezza è la storia di come Dio si è rivelato a noi e i libri che la tradizione di Israele ci ha consegnato portano in se stessi l’esperienza di una vicenda nel corso della quale la presenza del Dio vivente ha dimostrato il proprio protagonismo; questo ci aiuta a limitare, quantomeno, le nostre pretese di carattere ideologico. Si tratta di stare in una storia che riguarda personalmente anche ciascuno di noi, per incontrare il mistero di Dio così come Egli si è rivelato al mondo. D’altra parte siamo entrati in tempo di Avvento, ed è proprio il Mistero dell’Incarnazione che pone il fondamento di un incontro con il segreto di Dio che si svela a noi man mano che affrontiamo il nostro cammino. Spero proprio che rileggere queste pagine sia un aiuto per tutti noi nella ricerca di quel discernimento di cui abbiamo bisogno per ritrovarci, nel contesto della nostra vocazione, alla presenza di Dio e responsabili nei confronti del mondo di cui siamo parte.

Abbiamo letto tre capitoli del Libro di Samuele e abbiamo fatto conoscenza con questo personaggio a cui abbiamo attribuito il titolo di profeta. È il testo stesso che ci ha aiutato a esprimerci in questi termini: Samuele profeta in ascolto della Parola in un contesto di crisi (anche questa espressione è comparsa più volte nel corso delle nostre letture) per quanto riguarda la consapevolezza del popolo di Israele circa la propria identità in quanto popolo dell’Alleanza, dopo l’ingresso nella Terra nel corso dei secoli che si succedono; crisi d’identità. Nel contesto di questa difficoltà pesantissima, se non proprio determinante, certamente caratteristica ed esemplificativa è la crisi del sacerdozio, dell’istituzione mediatrice che pregiudica il corretto funzionamento del rapporto di alleanza di cui il popolo ha bisogno per riconoscere la propria posizione nel mondo e corrispondere alla missione che gli è affidata. Crisi come situazione di sterilità; proprio in questi termini il racconto ha caratterizzato la situazione di una famiglia, ma è una condizione che poi investe la tribù e il popolo nella sua complessità. Questa sterilità trova uno sbocco nella nascita di Samuele che assume il valore di quella presenza straordinaria che sempre commuove i genitori che desiderano un figlio tanto atteso, ma non ancora donato. Finalmente nasce Samuele che scioglie i nodi della sterilità di quella madre, di quella coppia, in quel contesto familiare; ma il racconto ci ha aiutato a riconoscere nella nascita di Samuele non soltanto la sottrazione della madre all’amarezza e alla disgrazia dell’aridità, ma anche il fatto che Samuele è “profeta”. È la sterilità che serve a raffigurare, in maniera molto efficace, quella situazione di crisi generale di cui vi parlavo poco fa: l’ascolto della Parola. È proprio questa posizione di ascolto della Parola che restituisce l’iniziativa alla gratuità del Mistero che si fa avanti, che si presenta, che esercita in maniera inesauribilmente feconda il proprio protagonismo nella storia umana attraverso la storia di un popolo, di questo popolo. In questo contesto, quella situazione di crisi che abbiamo incontrato si prospetta come il momento di un nuovo principio, una nuova tappa che si viene delineando. Non si tratta di accelerare lo svolgimento dei tempi; bisogna procedere per gradi anche se vorremmo arrivare subito a soluzioni persuasive, soddisfacenti, corrispondenti al desiderio di risolvere tutti i problemi; ma non è così, sebbene l’orientamento sia già segnato. Quella situazione di crisi sarà superata e questo vale sempre nella storia del popolo di Dio in quanto tutto si riavvia a partire dalla Parola del Signore che cerca ascoltatori. E proprio dove la posizione di ascolto è assunta da una figura che riveste una responsabilità diretta è la profezia; naturalmente è una figura, ma diventerà poi una comunità, un popolo profetico. Comunque sia, il superamento della crisi, che è inevitabile e si riproporrà secondo modalità variabili e a più riprese nel corso della storia del popolo di Dio (sappiamo bene quanto simili avventure ci riguardino nel nostro vissuto odierno), si compie sempre a partire da quell’impulso che rimette in movimento una vicenda che sembrava spegnersi, esaurirsi, ormai sterile e senza futuro, in vista di quella novità che il protagonista di tutto, il Dio vivente, ha promesso e continua a confermare come motivo di crescita nella storia del popolo.

Samuele è una figura complessa; è profeta. Samuele bambino è cresciuto accanto a Eli nell’ambito in cui è attiva la celebrazione del culto e, dunque, in un contesto sacerdotale; al momento opportuno assume anche competenze relative al sacerdozio; in – lo vedremo tra poco – è una figura equiparabile a quei “giudici” di cui si parla altrove nella Sacra Scrittura (c’è un Libro intero dedicato ai “Giudici”), figure carismatiche che appartengono all’epoca che va dall’ingresso nella Terra fino all’epoca contemporanea e agli eventi di cui ci stiamo occupando adesso. Samuele è anch’egli un “giudice”, ma la nota determinante, che serve a qualificare il personaggio e la vicenda con la quale dobbiamo confrontarci è il dato della profezia: l’ascolto della Parola, la Parola che vuole essere ascoltata e che irrompe sulla scena di una vicenda apparentemente giunta al capolinea, in un vicolo cieco, senza prospettive. C’è di mezzo appunto la profezia.

Questi i primi tre capitoli che abbiamo letto il mese scorso. Adesso per alcune pagine non si parla più di Samuele (capp. 4, 5, 6); la sua presenza rimane sullo sfondo. Il profeta non necessariamente si butta allo sbaraglio o cerca di dare spettacolo, ma obbedisce a una responsabilità che gli è affidata nel contesto di una vicenda che comporta diversi passaggi; un coinvolgimento sempre più complesso e, soprattutto, è più che mai necessario per noi prendere atto di come il protagonista di questa storia sia Lui, il Dio vivente, il Santo.

I capitoli che ora leggeremo pongono in posizione dominante la presenza dell’Arca Santa, la cassa che contiene le Tavole della Legge fin dal tempo di Mosè, trasportata di tappa in tappa nel deserto e sistemata, dopo alcune collocazioni temporanee, per un lungo periodo a Silo dove vanno in pellegrinaggio i devoti che ancora ci tengono a celebrare le feste della tradizione antica, compreso Elkana con la sua famiglia. Così si è aperta la narrazione che leggevamo un mese fa. A Silo si svolge il culto attorno a quella tenda, in prossimità di quell’attrezzatura liturgica che è stata predisposta, secondo l’insegnamento del Signore fin dal tempo del Sinai, da Mosè.

L’Arca Santa è il sacramento per eccellenza: è il segno della presenza del Signore in mezzo al suo popolo ed è il segno – sacramento – rivelativo dell’Alleanza che il Signore ha instaurato nella relazione con il suo popolo. Il popolo è in grado di intraprendere quel cammino di conversione, di accostamento al Santo, il Dio vivente, in quanto il Signore ha donato la Legge: e, dunque, il circuito della vita funziona; una comunione che trasmette al popolo – in quel contesto di alleanza – l’inesauribile ricchezza della vita di Dio. L’Alleanza è una relazione d’amore nella gratuità assoluta, una relazione di vita; la comunione tra Lui, il Santo (il Vivente, il protagonista della vita) e un popolo di peccatori che arranca sulla scena del mondo e si accampa in mezzo a un deserto che è ancora segnato da molteplici contraddizioni. D’altra parte questo popolo è stato appositamente liberato dalla schiavitù perché il Signore vuole intrattenere un rapporto di alleanza con un interlocutore libero; e, nella libertà, vuole adesso tracciare quel percorso lungo il quale il popolo potrà corrispondere. L’Alleanza è il sacramento per eccellenza e l’attenzione si concentra adesso su questa presenza sacramentale, mentre la figura di Samuele è collocata dietro le quinte in maniera tale che sia ben chiaro a chi spetta il ruolo del protagonista in questa vicenda.

Il conflitto con i Filistei, che conquistano anche l’Arca

Cap. 4, vv. 1-11.: “La parola di Samuele si rivolse a tutto Israele.

In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele“. I Filistei sono una popolazione che viene dal mare e che si è sistemata lungo la costa del Mediterraneo nello stesso periodo storico in cui le tribù di Israele sono entrate prevalentemente da oriente o da sud e, dunque, il conflitto è inevitabile. Tenete presente che i Filistei appartengono a un ordine e a un regime di civiltà di gran lunga superiore; le tribù di Israele ancora appartengono alla civiltà del bronzo; i Filistei sono già esponenti della civiltà del ferro. Un’immagine che incontreremo è emblematica a questo riguardo: Davide è un pastorello che usa la fionda e le pietre; Golia è un guerriero filisteo supercorazzato.

Allora Israele scese in campo a dar battaglia ai Filistei. Essi si accamparono presso Eben-Ezer mentre i Filistei s’erano accampati in Afèk. I Filistei si schierarono per attaccare Israele e la battaglia divampò, ma Israele ebbe la peggio di fronte ai Filistei e caddero sul campo, delle loro schiere, circa quattromila uomini“. I Filistei esercitano una pressione verso le regioni del nord-est; Israele si espone al conflitto in maniera molto avventurosa e irruenta andando incontro a una sconfitta clamorosa, pressoché inevitabile. Come reagire a questa situazione? I Filistei non mirano a occupare il territorio, bensì le strade, gli incroci e le vie commerciali; il loro intendimento è governare il traffico di beni e attrezzature e, soprattutto, l’applicazione di certe tecnologie di cui solo loro hanno la competenza. Arriverà il momento nel quale saranno chiamati anche per fare arrotare una lama!.

V. 3: “Quando il popolo fu rientrato nell’accampamento, gli anziani d’Israele si chiesero: «Perché ci ha percossi oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l’arca del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici»“. Questa decisione viene presa con l’approvazione degli anziani: bisogna fare appello all’Arca come garanzia di protezione, di vittoria, come amuleto prestigioso (L’Arca Santa). “Il popolo mandò subito a Silo a prelevare l’arca del Dio degli eserciti che siede sui cherubini: c’erano con l’arca di Dio i due figli di Eli, Cofni e Pìncas (due personaggi poco raccomandabili con cui abbiamo fatto conoscenza ma che comunque sono ufficialmente incaricati di custodire l’Arca; solo loro possono avere un contatto diretto e se l’Arca viene trasferita dal luogo in cui è collocata sotto la tenda a Silo al fronte dove è in atto lo scontro con i Filistei ci sono di mezzo loro). Non appena l’arca del Signore giunse all’accampamento, gli Israeliti elevarono un urlo così forte che ne tremò la terra (la comparsa dell’Arca è accompagnata da fenomeni di entusiasmo religioso; si sentono incoraggiati, confortati, sostenuti, garantiti: l’Arca santa è in mezzo a loro, schierata dalla loro parte). Anche i Filistei udirono l’eco di quell’urlo e dissero: «Che significa il risuonare di quest’urlo così forte nell’accampamento degli Ebrei?». Poi vennero a sapere che era arrivata nel loro campo l’arca del Signore. I Filistei ne ebbero timore (anche i filistei hanno una percezione un po’ grezza della vicenda con cui debbono confrontarsi, però si rendono conto che qualcosa di importante è avvenuto nell’accampamento avversario) e si dicevano: «E’ venuto il loro Dio nel loro campo!», ed esclamavano: «Guai a noi, perché non è stato così né ieri né prima. Guai a noi! Chi ci libererà dalle mani di queste divinità così potenti? Queste divinità hanno colpito con ogni piaga l’Egitto nel deserto (hanno recepito alcune notizie con una certa confusione e si rendono conto di aver a che fare con un popolo che fa appello a una sua motivazione interiore, a un’appartenenza a una divinità che i Filistei non conoscono). Risvegliate il coraggio e siate uomini, o Filistei, altrimenti sarete schiavi degli Ebrei, come essi sono stati vostri schiavi. Siate uomini dunque e combattete!» (i Filistei non si sgomentano per quello che è successo; anzi, trovano motivo per predisporre in maniera ancora più energica e risoluta il loro attacco. Notate che i Filistei si rivolgono a quelli di Israele chiamandoli ebrei. La loro reazione, per quanto in un primo momento sia segnata da quel tremito di incertezza, è caratterizzata da una nota di disprezzo: quando si dice “gli ebrei” in questo contesto si intendono coloro che appartengono a una categoria sociale squalificata; così come quando il Faraone parla degli ebrei in Egitto; i senza-diritti, “paria” della società che costituiscono uno strato che viene comunemente calpestato da tutti gli organismi che danno una forma positiva alla strutturazione della società). Quindi i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fu costretto a fuggire nella sua tenda (è la seconda sconfitta e la soluzione della battaglia è rapidissima, pressoché istantanea; è come se nemmeno avessero combattuto. Il racconto non dà alcuna attenzione allo svolgimento tattico del combattimento, alle strategie predisposte; quello che interessa viene adesso). La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero tremila fanti. In più l’arca di Dio fu presa (questo è il punto) e i due figli di Eli, Cofni e Pìncas, morirono“. È l’evento sconvolgente: la conquista dell’Arca. La morte dei due figli di Eli è un corollario di fronte al fatto che l’Arca è stata conquistata dai Filistei: vuol dire che il Signore è sconfitto perché l’Arca è il sacramento della Sua presenza e del Suo impegno di alleanza con noi. Il Signore è sconfitto oppure è passato dalla parte dei nemici? La situazione serve a illustrare ancora – e in maniera più drammatica e sconvolgente – la situazione di crisi di cui stiamo parlando dall’inizio: il Signore se n’è andato, ci ha tradito, è passato dall’altra parte. I Filistei hanno conquistato l’Arca: sgomento.

La situazione precipita: la morte di Eli e della nuora

Cap. 4, vv. 12-22. La notizia giunge alla popolazione che è rimasta nei territori di provenienza e a Silo dove l’Arca era stata custodita nel corso delle generazioni precedenti. C’è Eli, il sommo sacerdote. “Uno della tribù di Beniamino fuggì dalle file e venne a Silo il giorno stesso, con le vesti stracciate e polvere sul capo. Mentre giungeva, ecco Eli stava sul sedile presso la porta e scrutava la strada di Mizpa, perché aveva il cuore in ansia per l’arca di Dio. Venne dunque l’uomo e diede l’annuncio in città e tutta la città alzò lamentiEli, sentendo il rumore delle grida (nel frattempo Eli è diventato cieco, non voleva vedere quello che succedeva nella sua casa, nella sua famiglia, il comportamento dei suoi figli. Ma ha svolto un ruolo prezioso, magistrale nelle conversazioni, nell’accompagnamento di Samuele che è cresciuto accanto a lui) si chiese: «Che sarà questo grido di tumulto?». Intanto l’uomo si avanzò in gran fretta e narrò a Eli ogni cosa. Eli era vecchio di novantotto anni, aveva gli occhi rigidi e non poteva più vedere. Disse dunque quell’uomo a Eli: «Sono giunto dal campo. Sono fuggito oggi dalle schiere dei combattenti». Eli domandò: «Che è dunque accaduto, figlio mio?». Rispose il messaggero: «Israele è fuggito davanti ai Filistei e nel popolo v’è stata grande strage; inoltre i tuoi due figli Cofni e Pìncas sono morti (notizie terrificanti, ma fin qui è come se tutto fosse comprensibile) e l’arca di Dio è stata presa!» (Eli non può più resistere). Appena ebbe accennato all’arca di Dio, Eli cadde all’indietro dal sedile sul lato della porta, batté la nuca e morì, perché era vecchio e pesante. Egli aveva giudicato Israele per quarant’anni”. Eli è pesante, crolla, muore: l’Arca di Dio è stata conquistata dai Filistei. Notate l’aggettivo “pesante”: è sempre opportuno ricordare che il sostantivo corrispondente (kavod) è il termine che solitamente viene tradotto con “gloria”; la “gloria” è il peso, la prerogativa di una presenza che si impone, che si manifesta incisiva, determinante. “Gloria” indica, nel suo significato essenziale, specificamente Dio e il suo modo di essere presente nella storia umana; è il manifestarsi di una presenza che invade, irrompe, coinvolge, attrae; che esercita il protagonismo. “Abbiamo visto la gloria di Dio” dice il prologo del Vangelo secondo Giovanni; gli angeli cantano “gloria” sul presepio a Betlemme. Questa pesantezza che è prerogativa del sommo sacerdote il quale è vissuto in riferimento alla “gloria”, nel discernimento, nell’appartenenza, nella testimonianza resa alla “gloria”, crolla: è una “gloria” che uccide. La situazione sta precipitando perché l’Arca è passata dalla parte dei Filistei.

V. 19: “La nuora di lui, moglie di Pìncas, incinta e prossima al parto, quando sentì la notizia che era stata presa l’arca di Dio e che erano morti il suocero e il marito, s’accosciò e partorì, colta dalle doglie (nel momento della tragedia, nel contesto di una strage dove molti sono morti, muore anche lei dando alla luce un figlio. È la fecondità che genera per la vita che dobbiamo contemplare). Mentre era sul punto di morire, le dicevano quelle che le stavano attorno: «Non temere, hai partorito un figlio» (si intende un figlio maschio). Ma essa non rispose e non ne fece caso. Ma chiamò il bambino Icabodcioè: «Se n’è andata lungi da Israele la gloria!» (partorisce per la vita per prendere atto di come la “gloria” se ne sia andata) riferendosi alla cattura dell’arca di Dio e al suocero e al marito. La donna disse: «Se n’è andata lungi da Israele la gloria», perché era stata presa l’arca di Dio“. Siamo alle prese con questa vicenda massimamente incresciosa; nel frattempo Samuele è sparito dalla circolazione e vorremmo subito arrivare allo svolgimento successivo di eventi che invece esigono passaggi intermedi che riguardano esattamente il nostro rapporto e il rapporto del popolo con la “gloria” e con il protagonismo del Dio vivente che non può essere in alcun modo controllato o manipolato secondo i progetti del momento e gli interessi di ordine pastorale, politico, militare. È la presenza del protagonista che sfugge alla pretesa di gestirne la potenza. Tanto è vero che adesso è passato dalla parte dei Filistei, ma questo smentisce la pretesa di trovare garanzia di vittoria avendo schierato sul campo di battaglia l’Arca Santa da parte degli Israeliti; ma, nello stesso tempo, adesso dimostra che Lui è il protagonista nel campo dei Filistei: non sono i Filistei che hanno conquistato l’Arca Santa, è l’Arca Santa che conquista; è la gloria del Dio vivente che vince; nessuno può approfittare della sua complicità a seconda dei propri interessi, obiettivi, finalità di ordine politico, militare, pastorale.

L’iniziativa rimane al Signore: l’Arca si impone ai Filistei

Cap. 5, vv. 1-12: “I Filistei, catturata l’arca di Dio, la portarono da Eben-Ezer ad Asdod (i Filistei sono collocati lungo la costa in cinque principati e Asdod è uno di questi). I Filistei poi presero l’arca di Dio e la introdussero nel tempio di Dagon (è un trattamento riservato ai trofei di guerra). Il giorno dopo i cittadini di Asdod si alzarono ed ecco Dagon giaceva con la faccia a terra davanti all’arca del Signore; essi presero Dagon e lo rimisero al suo posto. Si alzarono il giorno dopo di buon mattino ed ecco Dagon con la faccia a terra davanti all’arca del Signore, mentre il capo di Dagon e le palme delle mani giacevano staccate sulla soglia; solo il tronco era rimasto a Dagon. A ricordo di ciò i sacerdoti di Dagon e quanti entrano nel tempio di Dagon in Asdod non calpestano la soglia fino ad oggi“. Sono comportamenti tipici di una società superstiziosa. Questo sta avvenendo ad Asdod, nel tempio di Dagon, nel territorio dei Filistei dove l’Arca Santa è stata condotta come insegna della vittoria riportata nei confronti di Israele. La presenza del Signore non ammette la giustapposizione accanto alla presenza di altri dei: il vero vincitore è proprio Lui. Si impone da sé e, sconfitto, è quell’idolo che occupa il cuore umano e che adesso possiamo riconoscere presente nel cuore di quelli di Israele che hanno trattato l’Arca alla maniera di un amuleto protettivo, di una potenza da strumentalizzare, manipolare, ridurre in obbedienza ai propri progetti. In questo Israeliti e Filistei sono accomunati nell’esperienza di una religiosità idolatrica, rispetto alla quale la gloria del Signore non è cancellata ma sta esplodendo, avanza, si manifesta. È questo l’interesse della pagina che stiamo leggendo, perché è proprio passando attraverso queste pagine – dove di Samuele non si parla – che poi sarà finalmente maturo il momento perché del suo rientro in scena per svolgere quel compito che gli è assegnato in quanto profeta, là dove “profeta” è essere ascoltatore di quella Parola che è rivelazione gloriosa del protagonismo di Dio, il Santo. Quanto tempo ci vorrà? Chissà quanti Filistei devono comparire all’orizzonte, ma quel che è certo è che è il Santo a detenere il titolo di vincitore.

Ora la scena diventa, in alcuni passaggi, un poco umoristica. V. 6: “Allora incominciò a pesare la mano del Signore (una “gloria” pesante, fastidiosa, una presenza scomoda; non ne possono più. Da quando l’Arca Santa è stata collocata nel loro territorio sono pieni di guai) sugli abitanti di Asdod, li devastò e li colpì con bubboni (forse un’epidemia di peste, uno stadio di malattia endemica, contagiosa; ci sono di mezzo anche dei topi. Importa poco. la malattia per antonomasia è proprio quel circuito inquinato nell’animo umano che pretende di strumentalizzare il sacro; è la patologia più angosciante, disperante e corrosiva che possa essere considerata). I cittadini di Asdod, vedendo che le cose si mettevano in tal modo, dissero: «Non rimanga con noi l’arca del Dio d’Israele, perché la sua mano è troppo dura contro Dagon nostro dio!» (pesantezza e durezza: espressioni che si connettono tra di loro). Allora, fatti radunare presso di loro tutti i principi dei Filistei, dissero: «Che cosa si deve fare dell’arca del Dio d’Israele?». Dissero: «Si porti a Gat l’arca del Dio d’Israele» (mandiamola all’altro principato). E portarono a Gat l’arca del Dio d’Israele. Ma ecco, dopo che l’ebbero trasportata, la mano del Signore si fece sentire (pesò, si indurì) sulla città con terrore molto grande, colpendo gli abitanti della città dal più piccolo al più grande e provocando loro bubboni (la narrazione che, in realtà, fa riferimento ad avvenimenti tragici assume un aspetto ironico, addirittura sarcastico: disagi fastidiosissimi a cui vanno incontro i presunti vincitori perché la libertà dell’iniziativa spetta a Lui. L’Arca Santa è il segno di una presenza che non può essere dominata, gestita, non può diventare l’emblema del trionfo di un gruppo, un popolo, un partito). Allora mandarono l’arca di Dio ad Ekron; ma all’arrivo dell’arca di Dio ad Ekron (si scambiano la patata bollente), i cittadini protestarono: «Mi hanno portato qui l’arca del Dio d’Israele, per far morire me e il mio popolo!» (si passa dal trionfo alla disgrazia. L’insegna del trionfo, l’Arca Santa, è la dimostrazione di una disgrazia). Fatti perciò radunare tutti i capi dei Filistei, dissero: «Mandate via l’arca del Dio d’Israele!». Infatti si era diffuso un terrore mortale in tutta la città, perché la mano di Dio era molto pesante (la mano di Dio era molto “gloriosa”). Quelli che non morivano erano colpiti da bubboni e i lamenti della città salivano al cielo“. Così si conclude il capitolo 5. Vale la pena notare che, nella descrizione di una vicenda caratterizzata per le contraddizioni che possiamo registrare nell’animo umano fino a toccare il ridicolo, se non fosse così tragica, risuonano i lamenti e c’è una singolare sintonia tra il lamento dei Filistei (cap. 5, v. 12) e il lamento di Israele (cap. 4, v. 13: “l’annuncio giunge nella città di Silo e in tutta la città si alzarono lamenti”). Laddove è in atto il conflitto tra Israele e Filistei e l’Arca Santa passa da un accampamento all’altro, da uno schieramento all’altro, da un fronte all’altro, apparentemente utilizzata per attribuire all’uno o all’altro la vittoria (di fatto adesso Israele è sconfitto), vittoriosa è la gloria del Dio Vivente; e i due schieramenti sono accomunati nel lamento. È un indizio di comunione tra Israeliti e i Filistei che cogliamo sullo sfondo di questa vicenda come l’eco di quel dolore che, sbaragliando tutte le fratture nelle relazioni tra persone, gruppi umani, popoli, diventa rivelazione dell’appartenenza a un’unica storia. Paradossalmente – ed è un paradosso estremamente luminoso, rivelativo, epifanico – alla vittoria del Dio Vivente corrisponde la comunione nel dolore dell’umanità sconfitta. È coinvolto in una relazione di vita per come è Santo Lui, il protagonista vittorioso.

I racconti che stiamo leggendo sono impregnati di teologia (e questo è sempre vero nella Parola di Dio); d’altra parte siamo entrati in Avvento e ci stiamo preparando a celebrare il Natale.

Una processione per restituire l’Arca

Cap. 6, vv. 1-12. I Filistei devono trovare una soluzione al loro problema. “Rimase l’arca del Signore nel territorio dei Filistei sette mesi. Poi i Filistei convocarono i sacerdoti e gli indovini (si rivolgono ai tecnici del sacro) e dissero: «Che dobbiamo fare dell’arca del Signore? Indicateci il modo di rimandarla alla sua sede» (nel frattempo usano un linguaggio più rispettoso: prima dicevano: “è l’Arca del Dio di Israele che noi introduciamo nel tempo di Dagon”; e ora: “è l’Arca del Signore”, e quando compare il nome del Signore abbiamo a che fare con un’espressione che implica un atteggiamento di esplicita devozione. Bisogna rimandare indietro l’Arca; è una presenza troppo scomoda, insopportabile). Risposero: «Se intendete rimandare l’arca del Dio d’Israele, non rimandatela vuota, ma pagate un tributo in ammenda della vostra colpa (bisogna rimandarla con l’aggiunta di un tributo espiatorio). Allora guarirete e vi sarà noto perché non si è ritirata da voi la sua mano» (comprenderete come mai non siete stati schiacciati sotto il peso di quella mano). Chiesero: «Quale riparazione dobbiamo pagarle?». Risposero: «Secondo il numero dei capi dei Filistei, cinque bubboni d’oro e cinque topi d’oro, perché unico è stato il flagello per tutto il popolo e per i vostri capi. Fate dunque immagini dei vostri bubboni e immagini dei vostri topi che infestano la terra e datele in omaggio al Dio d’Israele, sperando che sia tolto il peso della sua mano da voi, dal vostro dio e dal vostro paese. Perché ostinarvi come si sono ostinati gli Egiziani e il faraone? Dopo essere stati colpiti dai flagelli, non li lasciarono forse andare, cosicché essi partironoDunque fate un carro nuovo (si imposta adesso la celebrazione di una liturgia processionale), poi prendete due vacche allattanti sulle quali non sia mai stato posto il giogo e attaccate queste vacche al carro, togliendo loro i vitelli e riconducendoli alla stallaQuindi prendete l’arca del Signore, collocatela sul carro e ponete gli oggetti d’oro che dovete pagarle in riparazione in una cesta appesa di fianco. Poi fatela partire e lasciate che se ne vada. E state a vedere: se salirà a Bet-Sèmes per la via che porta al suo territorio (Bet-Sèmes è sulla collina. I Filistei abitano la piana costiera; man mano che si sale verso l’interno del paese c’è la terra di Israele), essa ci ha provocato tutti questi mali così grandi; se no, sapremo che non ci ha colpiti la sua mano, ma per puro caso abbiamo avuto questo incidente»“. Se le vacche non si mettono in cammino per trasportare l’Arca Santa lungo il pendio verso il territorio di Israele vuol dire che abbiamo sbagliato nell’interpretazione delle cose; sarà stato un incidente qualunque; mentre, se le cose vanno così, vuol dire che è stato il Dio di Israele. Si dà per scontato il potere del Signore sul mondo degli animali perché le vacche sono preoccupate per i vitellini da allattare che le richiamano e tutto lascia intendere che le vacche non si muoveranno in una direzione che le allontani da loro. Notate anche un atteggiamento di sfida che conferma quella che è la patologia idolatrica che accomuna peraltro Filistei e Israele; una patologia di fondo: “vediamo come vanno le cose; creiamo una situazione che sarebbe tecnicamente inconcepibile e sfidiamo così l’ordine naturale degli eventi per verificare se c’è di mezzo Lui o se dobbiamo ricorrere ad altri criteri interpretativi”. “Quegli uomini fecero in tal modo. Presero due vacche allattanti, le attaccarono al carro e chiusero nella stalla i loro vitelli. Quindi collocarono l’arca del Signore sul carro con la cesta e i topi d’oro e le immagini dei bubboni. Le vacche andarono diritte per la strada di Bet-Sèmes percorrendo sicure una sola via e muggendo continuamente (questo muggito delle vacche è come l’eco ironica con cui le voci degli animali danno riscontro alle voci umane. Ecco come le considerazioni misurate, studiate, calibrate, con tutte le competenze dottrinarie liturgiche e teologiche dei tecnici del sacro e le loro elucubrazioni sono correttamente interpretate nella realtà delle cose, della storia, nel vissuto degli uomini là dove le vacche muggiscono e se ne vanno), ma non piegando né a destra né a sinistra. I capi dei Filistei le seguirono sino al confine con Bet-Sèmes“. Restano lì con questo atteggiamento stordito, sconcertato, imbambolato; e, d’altra parte, è una liberazione.

L’Arca torna a Israele, al quale Dio chiede conversione radicale

Cap. 6, vv. 13-21 e cap. 7, v. 1. “Gli abitanti di Bet-Sèmes stavano facendo la mietitura del grano nella pianura. Alzando gli occhi, scorsero l’arca ed esultarono a quella vista. Il carro giunse al campo di Giosuè di Bet-Sèmes e si fermò là dove era una grossa pietra. Allora fecero a pezzi i legni del carro e offrirono le vacche in olocausto al Signore (grande gioia in coloro che sono spettatori dell’avvenimento del tutto inaspettato; e improvvisano una celebrazione liturgica). I leviti avevano tolto l’arca del Signore e la cesta che vi era appesa, nella quale stavano gli oggetti d’oro, e l’avevano posta sulla grossa pietra. In quel giorno gli uomini di Bet-Sèmes offrirono olocausti e immolarono vittime al Signore. I cinque capi dei Filistei stettero ad osservare, poi tornarono il giorno stesso ad Ekron. Sono questi i bubboni d’oro che i Filistei pagarono in ammenda al Signore: uno per Asdod, uno per Gaza, uno per Ascalon, uno per Gat, uno per Ekron. Invece i topi d’oro erano pari al numero delle città filistee appartenenti ai cinque capi, dalle fortezze sino ai villaggi di campagna. A testimonianza di tutto ciò rimane oggi nel campo di Giosuè a Bet-Sèmes la grossa pietra, sulla quale avevano deposto l’arca del Signore.

Ma il Signore percosse gli uomini di Bet-Sèmes, perché avevano guardato l’arca del Signore; colpì nel popolo settanta persone su cinquantamila e il popolo fu in lutto perché il Signore aveva inflitto alla loro gente questo grave castigo“. La presenza dell’Arca è insopportabile anche per quelli di Israele; è la presenza santa che non può essere strumentalizzata in alcun modo: in realtà, per come sono andate le cose, viene ancora registrata una pretesa del genere nel comportamento degli abitanti di Bet-Sèmes e nell’animo degli Israeliti. Bisognerebbe riflettere adeguatamente sul verbo “guardare” nel v. 19: uno sguardo che allude a un atteggiamento abusivo nella relazione; c’è da riscontrare nel territorio di Israele una situazione analoga a quella che abbiamo sperimentata presso i Filistei. “Avevano guardato”: che cosa c’è in quello sguardo? D’altra parte è anche vero che non si può tornare indietro: l’Arca Santa ormai è ritornata nel territorio delle tribù di Israele. È il protagonismo del Signore che si impone vittorioso e quelli di Israele ora prendono una decisione temporanea anche se ci vorrà un bel periodo di tempo. Bisogna sistemare l’Arca da qualche parte in modo tale che non disturbi troppo.

Gli uomini di Bet-Sèmes allora esclamarono: «Chi mai potrà stare alla presenza del Signore, questo Dio così santo? (è in atto un percorso di radicale rieducazione dell’animo umano in relazione alla santità del Dio Vivente, alla gratuità della Sua iniziativa e alla gloria del suo protagonismo) La manderemo via da noi; ma da chi?». Perciò inviarono messaggeri agli abitanti di Kiriat-Iearìm con questa ambasciata: «I Filistei hanno ricondotto l’arca del Signore. Scendete e portatela presso di voi».

Gli abitanti di Kiriat-Iearìm scesero a prendere l’arca del Signore e la introdussero nella casa di Abinadàb, sulla collina; consacrarono suo figlio Eleazaro perché custodisse l’arca del Signore“. Si tratta di una località di frontiera che oggi potremmo considerare una terra di nessuno; una zona neutra, fuori dai circuiti della devozione. L’Arca non viene riportata a Silo. Resterà lì fino al tempo di Davide (ne riparleremo nel Secondo Libro di Samuele). Tutto quello che avviene da adesso accade mentre l’Arca Santa dimora a Kiriat-Iearìm perché l’Arca Santa non è riducibile a strumento funzionale a interessi particolari. La gloria si è imposta con tutto il travaglio che ne consegue e con la percezione che diventerà sempre più slancio, fervore, desiderio, maturazione dell’animo per quanto riguarda la necessità di una conversione radicale; un rispetto, una venerazione, un’adorazione purissima là dove è la santità del Dio Vivente che si rivela. È la nostra storia: non è quella storia; è la nostra storia. E non è la storia dove vincono i Filistei o la rivincita spetta a quelli di Israele; è la storia dove gli animali muggiscono ed è la storia in cui la santità del Dio Vivente si apre la Sua strada, trova la Sua dimora.

Samuele giudice e liberatore. Si profila una monarchia

Cap. 7, vv. 2-17, cap. 8, vv. 1-5: “Erano trascorsi molti giorni da quando era stata collocata l’arca a Kiriat-Iearìm (non c’è bisogno di accelerare le scadenze; le urgenze temporali sono misurate secondo criteri provvidenziali che non corrispondono esattamente alle nostre aspettative), erano passati venti anni, quando tutta la casa d’Israele alzò grida di lamento verso il Signore (ci risiamo: lamento). Allora Samuele si rivolse a tutta la casa d’Israele dicendo: «Se è proprio di tutto cuore che voi tornate al Signore (questa è la preoccupazione dominante nella missione assunta da Samuele: promuovere questa conversione del cuore per tornare al Signore), eliminate da voi tutti gli dei stranieri e le Astàrti; fate in modo che il vostro cuore sia indirizzato al Signore e servite lui, lui solo, ed egli vi libererà dalla mano dei Filistei» (il Signore è unico ed è unico per un cuore unificato. Il conflitto con i Filistei, che adesso assume una rilevanza anche strategico-militare, in realtà, nella narrazione è la raffigurazione scenica di questo conflitto che riguarda esattamente l’unificazione del cuore, l’eliminazione dell’idolatria, il superamento delle complicità con progetti che pretenderebbero di strumentalizzare le cose sante di Dio). Subito gli Israeliti eliminarono i Baal e le Astàrti e servirono solo il Signore. Disse poi Samuele: «Radunate tutto Israele a Mizpa, perché voglio pregare il Signore per voi» (Samuele sta emergendo come figura di uomo di Dio). Si radunarono pertanto in Mizpa, attinsero acqua, la sparsero davanti al Signore e digiunarono in quel giorno (un atteggiamento penitenziale; quel lamento che era stato segnalato poco prima si sta man mano trasformando in un proclama di confessione), dicendo: «Abbiamo peccato contro il Signore!». A Mizpa Samuele fu giudice degli Israeliti (come vi dicevo inizialmente è un titolo in più di quelli che si attribuiscono a Samuele: il profeta è anche un giudice che svolge una funzione carismatica in un certo momento della storia del popolo di Dio come è capitato ad altri personaggi prima di lui). Udirono anche i Filistei che gli Israeliti si erano radunati a Mizpa e i capi filistei mossero contro Israele (i Filistei fanno la voce grossa, si ritengono dominatori della scena civile e politica per non dire militare). Quando gli Israeliti lo seppero, ebbero paura dei Filistei. Dissero allora gli Israeliti a Samuele: «Non cessare di supplicare per noi il Signore Dio nostro perché ci liberi dalle mani dei Filistei» (Samuele è una delle figure di grande intercessore nella storia della salvezza: Mosè, Samuele, quello che avrebbe voluto essere Geremia e non è stato). Samuele prese un agnello da latte e lo offrì tutto intero in olocausto al Signore; lo stesso Samuele alzò grida al Signore per Israele e il Signore lo esaudì (Samuele intercede; celebra anche un sacrificio che è una competenza sacerdotale. È una figura molto complessa che sta emergendo sulla scena, in un contesto così drammatico, con note di particolare energia e drammaticità; una delle tante che sono ricorrenti nella storia della salvezza fino a quella figura drammatica e grandiosa più che mai che è quella di Giovanni Battista). Mentre Samuele offriva l’olocausto, i Filistei si accostarono in ordine di battaglia a Israele; ma in quel giorno il Signore tuonò con voce potente contro i Filistei, li disperse ed essi furono sconfitti davanti a Israele. Gli Israeliti uscirono da Mizpa per inseguire i Filistei e li batterono fin sotto Bet-Car. Samuele prese allora una pietra e la pose tra Mizpa e Iesana e la chiamò Eben-Ezer, dicendo: «Fin qui ci ha soccorso il Signore». Così i Filistei furono umiliati e non invasero più il territorio d’Israele: la mano del Signore fu contro i Filistei per tutto il periodo di Samuele. Tornarono anche in possesso d’Israele le città che i Filistei avevano sottratto agli Israeliti, da Ekron a Gat: Israele liberò il loro territorio dal dominio dei Filistei. Ci fu anche pace tra Israele e l’Amorreo“. Una tregua generale. Amorreo è il titolo con cui si indicano gli abitanti della terra di Canaan prima dell’avvento delle tribù di Israele.

Samuele fu giudice d’Israele (il giudice è una figura carismatica. È importante cogliere la connessione tra il cap. 7 e quanto leggeremo nel cap. 8 perché Samuele, alla fine del cap. 7, profeta in ascolto della Parola, è giudice) per tutto il tempo della sua vita. Ogni anno egli compiva il giro di Bètel, Gàlgala e Mizpa (il giudice in qualche momento può diventare un condottiero; in altri momenti è una figura di riferimento che svolge il ruolo di uno sceicco a cui diversi gruppi o tribù fanno riferimento, risolve i conflitti, gestisce situazioni che esigono un intervento autorevole, ma competente), esercitando l’ufficio di giudice d’Israele in tutte queste località. Poi ritornava a Rama, perché là era la sua casa e anche là giudicava Israele. In quel luogo costruì anche un altare al Signore (osserviamo quello che succede adesso. Ripartiremo a febbraio, ma intanto vi incoraggio ad andare avanti). Quando Samuele fu vecchio, stabilì giudici di Israele i suoi figli (siamo alle prese con una svolta perché Samuele deve constatare che i suoi figli sono inaffidabili perché quella funzione carismatica che è propria del “giudice” non può essere trasmessa in eredità; non si può riprodurre artificialmente il carisma e la sua gratuità; c’è una discontinuità generazionale per quanto riguarda la “giudicatura”. Infatti è capitato in un caso, il caso di Gedeone, nel quale il figlio vuole subentrare al padre e ci fa una figuraccia terrificante). Il primogenito si chiamava Ioèl, il secondogenito Abià; esercitavano l’ufficio di giudici a Bersabea. I figli di lui però non camminavano sulle sue orme, perché deviavano dietro il lucro, accettavano regali e sovvertivano il giudizio. Si radunarono allora tutti gli anziani d’Israele e andarono da Samuele a Rama. Gli dissero: «Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non ricalcano le tue orme. Ora stabilisci per noi un re (qui è la svolta: la richiesta di un re) che ci governi, come avviene per tutti i popoli»“. Samuele profeta svolge una funzione decisiva per quanto riguarda l’istituzione della monarchia; la monarchia è un’istituzione nella quale la dinastia è determinante come garanzia di stabilità: stabilità interna nella vita di un popolo che è sfilacciato per come ogni tribù ha una sua autonomia; diversi territori con tensioni e complicazioni che possiamo ben comprendere. La monarchia, con il suo impianto amministrativo, garantisce una stabilità nel tempo e dà unità a un popolo che è caratterizzato, al suo interno, da presenze un po’ tumultuose; ma darà anche unità nelle relazioni diplomatiche e militari verso l’esterno. “Abbiamo bisogno di un re come gli altri popoli”. Samuele non è d’accordo: “noi abbiamo come sovrano solo il Signore”. E sarà il Signore che dirà a Samuele: “dà loro un re”. E su questo bisognerà che ci intendiamo. C’è una debolezza a cui un’istituzione presterà soccorso: “quella debolezza soccorsa, aiutata, inquadrata, all’interno di una struttura istituzionale, diventa rivelazione della Mia misericordia”. E Samuele obbedisce; Samuele è un profeta; ungerà il primo re.

http://www.incontripioparisi.it

Secondo incontro del ciclo 2017-2018

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 11/01/2018 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Liturgia con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 1.428 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione Permanente on WordPress.com
gennaio: 2018
L M M G V S D
« Dic    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

  • 158,008 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Tag

Advent Advento Africa Amore Amoris laetitia Anthony Bloom Arabia Saudita Arte Arte cristiana Arte sacra Ateismo Avent Avvento Bellezza Bibbia Bible Biblia Boko Haram Book of Genesis Cardinal Newman Carême Chiamate in attesa Chiesa China Chrétiens persécutés Church Cibo Cina Contemplazione Cristianesimo Cristiani perseguitati Cristianos perseguidos Cuaresma Cuba Cultura Curia romana Daesh Dialogo Dialogo Interreligioso Dio Domenica del Tempo Ordinario (C) Domenica Tempo ordinario (C) Donna Ecologia Economia Ecumenismo Enzo Bianchi Estados Unidos Eucaristia Europa Evangelizzazione Famiglia Family Família Fede France Gabrielle Bossis Genesi Gianfranco Ravasi Giovani Giubileo Gregory of Narek Guerra Guglielmo di Saint-Thierry Gênesis Henri Nouwen Iglesia India Iraq ISIS Islam Jacob José Tolentino Mendonça Kenya La bisaccia del mendicante La Cuaresma con Maurice Zundel La Madonna nell’arte La preghiera giorno dopo giorno Laudato si' Le Carême avec Maurice Zundel Lectio Lectio Divina Lent LENT with Gregory of Narek Le prediche di Spoleto Libro del Génesis Libro dell'esodo Libro della Genesi Madonna Magnificat Maria Martin Lutero martiri Matrimonio Maurice Zundel Medio Oriente Migranti Misericordia Missione Natal Natale Nigeria Noël Pace Padre nostro Padri del Deserto Pakistan Paolo VI Papa Francesco Papa Francisco Pape François Paz Perdono Persecuted Christians Persecution of Christians Persecuzione dei cristiani Pittura Pope Francis Poveri Povertà Prayers Preghiera Profughi Quaresima Quaresima con i Padri del Deserto Quaresma Quaresma com Henri Nouwen Raniero Cantalamessa Rifugiati Rosary Scienza Sconfinamenti della Missione Settimana del Tempo Ordinario Silvano Fausti Simone Weil Sinodo Siria Spiritualità Sud Sudan Terrorismo Terrorismo islamico Testimonianza Thomas Merton Tolentino Mendonça Turchia Uganda Vatican Vaticano Venerdì Santo Violenza

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: