COMBONIANUM – Formazione e Missione

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II Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

II domenica del tempo Ordinario (B)
– Gv 1,35-42 –
Commento di Enzo Bianchi

Gian Lorenzo Bernini, Sant'Andrea e San Tommaso, 1627 circa, National Gallery, Londra

Ecco la dinamica del nostro incontro con il Signore: cercare, seguire, dimorare. Queste sono anche le attitudini essenziali per conoscere e vivere l’amore. L’amore è cercato dal desiderio, deve essere seguito su cammini a volte faticosi e pieni di contraddizioni, ma, se lo si segue, alla fine lo si conosce e in esso si resta, si dimora.

Dopo il solenne prologo (cf. Gv 1,1-18), il quarto vangelo inizia il suo racconto presentando la settimana inaugurale della vita pubblica di Gesù (cf. Gv 1,19-2,12), quei giorni nei quali Gesù ha incominciato ad apparire come un rabbi predicatore. In quel momento, a circa trent’anni, Gesù era un discepolo del profeta Giovanni il Battista e viveva con lui e altri discepoli nei territori intorno al Giordano, là dove il fiume sfocia nel mar Morto.

Ebbene, cosa accade? C’è un primo giorno in cui una delegazione di sacerdoti viene da Gerusalemme nel deserto per interrogare Giovanni sulla sua identità (cf. Gv 1,19-28); segue un secondo giorno (cf. Gv 1,29-34) in cui il Battista indica il suo discepolo come “Servo” oppure “Agnello di Dio” (l’aramaico talja’ può rivestire entrambi questi significati). Il terzo giorno – quello narrato dal brano evangelico odierno – Giovanni indica Gesù a due suoi discepoli, Andrea e il discepolo amato, invitandoli a seguirlo. Il quarto giorno è Gesù stesso a chiamare dietro a sé altri due discepoli, Filippo e Natanaele (cf. Gv 1,43-51).

Ormai dunque Gesù ha una comunità, come uno sposo ha una sposa, e inizia una vicenda di comunione di vita e di azione. Gesù “ha trovato casa”, nel senso che “ha famiglia”, e per questo “tre giorni dopo” (Gv 2,1), dunque nel settimo giorno, a Cana si celebrano le nozze, si beve il vino abbondante del Regno”: “Gesù fece vedere la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui” (Gv 2,12). Le nozze messianiche tra il Messia e la sua comunità sono state celebrate, e così inizia una nuova storia di salvezza, una nuova creazione. Potremmo dire che con questo primo capitolo il quarto vangelo mette in scena Gesù ormai adulto, che inizia la sua missione, non da solo ma con la sua comunità. Ma in questi racconti vi sono alcune parole sulle quali possiamo sostare e meditare.

Giovanni è un maestro riconosciuto e affermato, ha dei discepoli attorno a sé, è ritenuto un profeta, e dopo un silenzio durato alcuni secoli in lui la voce profetica torna a risuonare. È un maestro tra i tanti ai quali si faceva riferimento in un tempo carico di attese escatologiche e messianiche: si pensi alla comunità essenica di Qumran, alla vita di quegli uomini e donne che si impegnavano in un ritorno a Dio, cioè in una conversione, e attendevamo il suo Giorno. Ma ecco venire una pienezza del tempo, un tempo che si compie, e in quel kairós, “tempo maturato e opportuno”, la parola di Dio echeggia attraverso le parole del Battista. Egli annuncia che tra i suoi discepoli c’è una presenza non ancora conosciuta dagli altri (cf. Gv 1,26), la presenza di un uomo che, pur seguendo lo stesso Giovanni come discepolo (cf. Gv 1,27: opíso mou), è più grande di lui, al punto che egli si dice indegno di slegargli il laccio dei sandali. Giovanni va però oltre a questo annuncio e a due discepoli indica colui del quale ha parlato, definendolo Agnello-Servo di Dio. Questi due discepoli per primi intraprendono un esodo, lasciano Giovanni per seguire Gesù. Si mettono sulle sue tracce, nel deserto; Gesù allora si volta e, guardandoli negli occhi, chiede loro: “Che cosa cercate?”.

È la sua prima parola nel quarto vangelo, sotto forma di domanda, un interrogativo che Gesù rivolge ancora oggi a te, lettore del vangelo: “Che cosa cerchi? Qual è il tuo desiderio?”. È straordinario, Gesù non fa un’affermazione, una dichiarazione, come verrebbe spontaneo a tanti ecclesiastici abituati sempre e solo ad affermare, ma pone una domanda: “Cercate qualcosa? E che cosa?”. Così chi si mette sulle tracce di Gesù deve cercare di rispondere innanzitutto a questa domanda, deve cercare di conoscere il proprio cuore, di leggerlo e scrutarlo, in modo da essere consapevole di ciò che desidera e cerca. Pensiamoci, ma solo quando accogliamo o ci facciamo domande contraddiciamo la chiusura che ci stringe, e ci apriamo. L’emergere e il suono di una domanda vera sono come la grazia che viene e apre, anzi a volte scardina…

Ma la ricerca, quando è assunta e consapevole, chiede di muoverci, di fare un movimento, di andare, cioè di seguire chi ha suscitato la domanda: “Venite e vedrete”, come Gesù risponde alla contro-domanda dei due: “Rabbi, dove dimori (verbo ménein)?”. Seguendo si fa cammino dietro a Gesù e si arriva dove lui sta, dimora. E dove lui dimora, il chiamato, diventato discepolo, può dimorare, restare, abitare, sentirsi a casa. Ecco la dinamica del nostro incontro con il Signore: cercare, seguire, dimorare. Queste sono anche le attitudini essenziali per conoscere e vivere l’amore. L’amore è cercato dal desiderio, deve essere seguito su cammini a volte faticosi e pieni di contraddizioni, ma, se lo si segue, alla fine lo si conosce e in esso si resta, si dimora. Il vero amore è un abitare nell’amore dato e ricevuto.

Quel giorno in cui i primi discepoli hanno cercato Gesù, lo hanno seguito e sono restati presso di lui, è stato decisivo per tutta la loro vita, che da quel momento in poi non è stata altro che un cercare Gesù, un seguirlo e un cercare di vivere con lui, perseveranti con lui: è la vita cristiana! Davanti al discepolo c’è sempre e solo un Agnello, un Servo, in ogni caso una creatura mite, inoffensiva, che “porta” (cf. Gv 1,29) i pesi degli altri e non li mette sulle spalle degli altri; c’è qualcuno che dà la propria vita, spende la propria vita e la offre in sacrificio.

http://www.monasterodibose.it

“Che cosa cercate?”
don Angelo Casati

“Il giorno dopo”: così inizia il racconto, il racconto del Vangelo di Giovanni, che oggi abbiamo ascoltato. Il giorno dopo che cosa? Che cosa era capitato il giorno prima? Giovanni il Battista aveva visto Gesù venire e lo aveva indicato come colui sul quale aveva visto scendere lo Spirito mentre si immergeva nelle acque: prima apparizione.

“Il giorno dopo”. Come a dire che siamo anche qui alle prime battute del Vangelo ed è la seconda manifestazione: questa volta in una casa, fuori dai luoghi religiosi, in un pomeriggio qualsiasi – e non fu più per quei due un pomeriggio qualsiasi! -. Di pomeriggio ed è detta anche l’ora, le quattro del pomeriggio. Com’è la luce, la magia della luce, alle quattro del pomeriggio, in una casa, in una casa d’Israele?

Ma prima della notazione sulla casa, casa di un’ora indimenticata, c’è la notazione della strada. Nel Vangelo di Giovanni Gesù entra in scena così, sulla strada. È un Gesù che viene, che passa. È scritto: “Il giorno dopo vede Gesù venire a sé e dice: “Ecco l’Agnello di Dio””. E ancora: “Il giorno dopo, fissando Gesù che passava, dice: “Ecco l’Agnello di Dio””. È un Gesù che passa, sulla strada di tutti. La strada, la casa, luoghi comuni, luoghi della manifestazione, luoghi del passaggio.

Penso che non abbia cambiato stile il Signore: passa, per le strade. Ma c’è qualcuno che lo indichi per le strade? O siamo tutti occupati a indicarlo nelle chiese? E non seminiamo più il sospetto che, ancora oggi, passi nel quotidiano più quotidiano: la strada, la casa. C’è ancora qualcuno che scruta i segni del tempo, i segni del passaggio di Gesù: “fissando lo sguardo su Gesù che passava”?

L’azione di Gesù: “passare”. E la parola, prima parola del vangelo, prima parola del Vangelo di Giovanni: “Che cosa cercate?”. Inizia con una domanda. Stupefacente inizio! Da buon ebreo, Gesù comincia con una domanda, al contrario di noi che per evangelizzazione spesso intendiamo “incominciare con le risposte”, prima ancora che sorga la domanda. Ed è una domanda, quella di Gesù, che ti riporta al cuore, a guardare dentro di te: “dove vanno le attese, quelle più profonde, del cuore?”, “che cosa cercate?”.

Io non so se quei due discepoli se l’aspettavano una domanda simile, e mi viene il sospetto che la loro risposta -anche questa una domanda: “Maestro, dove abiti?”- fosse un modo per difendersi da quella domanda dopo tutto intrigante: chiediamogli dove sta di casa! “Venite e vedrete”! E non ci sono più parole. Non si dice una parola dei discorsi della casa, se ce ne sono stati!

Pensate, anche a questo proposito, quale ribaltamento, nel nostro modo di pensare, nel nostro modo di intendere l’evangelizzazione. Non c’è ombra di discorsi, i verbi sono: andare, vedere, rimanere. Quasi il Signore dicesse: venite a vedere dove sto, dalla casa capirete, passando qualche ora insieme capirete, dimorando insieme capirete. “Vennero, dunque, e videro e rimasero presso di lui quel giorno. Erano circa le quattro del pomeriggio”.

Non ci sono le nostre complicazioni, niente di organizzato, non ci sono proclamazioni, non ci sono parole: “andarono e videro”. E non è detto neanche che cosa videro. Provate a rileggere l’episodio e osservate se non è vero che è tutto giocato sugli sguardi e non sulle parole.

Il Battista: “…fissando lo sguardo su Gesù che passava…”.

Gesù: “…vedendo che lo seguivano…”.

I due discepoli: “…andarono e videro”.

E alla fine, Gesù: “…fissando lo sguardo su Simone…”.

Ma chi – ditemelo voi – chi ci ha mai insegnato che evangelizzare è innanzitutto una questione di sguardi, sguardi che hanno il dono di penetrare, e non di prediche?

Potessimo ritornare a quest’aria della casa e della strada, in cui ci si racconta e si passa la parola! La parola che non passa sul filo noioso delle omelie, ma sul filo dei legami, dell’amicizia, in un raccontare lontano dal parlare come un libro stampato, dal parlare a memoria. Il racconto nasce da un’altra memoria: dalla memoria e dall’emozione del cuore.

E pensate – è un sogno! -: se anche nelle nostre liturgie respirasse qualche volta l’aria delle case e delle strade, forse sarebbe un sussulto. Mi è capitato lo scorso mese, a un funerale, dove tutt’a un tratto, dopo tante parole solenni ma anche un po’ lontane, ecco una moglie e dei figli parlare di cose vicine, di casa, di sguardi, di mani, di confidenze, di tenerezze. Che sussulto!

Dove abiti? Era come se il Signore ritornasse ad abitare strade e case.

http://www.sullasoglia.it

Dio non chiede sacrifici ma sacrifica se stesso
Commento di Ermes Ronchi

Un Vangelo che profuma di libertà, di spazi e cuori aperti. Due discepoli lasciano il vecchio maestro e si mettono in cammino dietro a un giovane rabbi di cui ignorano tutto, tranne una definizione folgorante: ecco l’agnello di Dio, ecco l’animale dei sacrifici, immolato presso gli altari, l’ultimo ucciso perché nessuno sia più ucciso.

In tutte le religioni il sacrificio consiste nell’offrire qualcosa in cambio del favore divino. Con Gesù questo baratto è capovolto: Dio non chiede più agnelli in sacrificio, è Lui che si fa agnello, e sacrifica se stesso; non spezza nessuno, spezza se stesso; non versa il sangue di nessuno, versa il proprio sangue.

Ecco colui che toglie i peccati del mondo. Il peccato del mondo non è la cattiveria: l’uomo è fragile, ma non è cattivo; si inganna facilmente, il peccatore è un ingannato: alle strade che il vangelo propone ne preferisce altre che crede più plausibili, più intelligenti, o più felici. Togliere il peccato del mondo è guarire da quel deficit d’amore e di sapienza che fa povera la vita.

Gesù si voltò e disse loro: che cosa cercate? Le prime parole lungo il fiume sono del tutto simili alle prime parole del Risorto nel giardino: Donna, chi cerchi? Due domande in cui troviamo la definizione stessa dell’uomo: un essere di ricerca, con un punto di domanda piantato in fondo al cuore. Ed è attraverso le domande del cuore che Dio ci educa alla fede: «trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno» (Giovanni Crisostomo).

Infatti la prima cosa che Gesù chiede ai primi discepoli non è obbedienza o adesione, osservanza di regole o nuove formule di preghiera. Ciò che lui domanda è un viaggio verso il luogo del cuore, rientrare al centro di se stessi, incontrare il desiderio che abita le profondità della vita: che cosa cercate?

Gesù, maestro del desiderio, fa capire che a noi manca qualcosa, che una assenza brucia: che cosa ti manca? Manca salute, gioia, denaro, tempo per vivere, amore, senso della vita? Qualcosa manca, ed è per questo vuoto da colmare che ogni figlio prodigo si rimette in cammino verso casa. L’assenza è diventata la nostra energia vitale: «vi auguro la gioia impenitente di avere amato quelle assenze che ci fanno vivere» (Rilke).

Il Maestro del desiderio insegna desideri più alti delle cose. Tutto intorno a noi grida: accontentati. Invece il vangelo, sempre controcorrente, ripete: Beati gli affamati, beati voi quando vi sentite insoddisfatti: diverrete cercatori di tesori, mercanti di perle. Gesù conduce i suoi dal superfluo all’essenziale. E le cose essenziali sono così poche, ad esse si arriva solo attraverso la chiave del cuore.

Avvenire

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 11/01/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo Ordinario (C) con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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