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Più grandi della colpa /1. La gran preghiera delle donne

AnnaLa Bibbia conosce il lamento. Il lamento è un momento estremamente critico nel rapporto con Dio, finché Dio non consola l’uomo e l’uomo non consola Dio. Profezia e liturgia portano i lamenti avanti e indietro tra il cielo e la terra
(Paolo De Benedetti, La chiamata di Samuele e altre letture)

Luigino Bruni
Avvenire sabato 20 gennaio 2018

Iniziamo la lettura e il commento dei due Libri di Samuele. E comincia il tempo di una gioia nuova, quella che forse solo il contatto interiore con l’immenso testo biblico riesce, qualche volta, a donare. Soprattutto all’inizio, nel sabato dell’attesa, in quella gioia aurorale che inonda l’anima prima di sapere se e quali parole nasceranno da questo nuovo incontro con le parole in-finite della Bibbia. Prima di sapere se e come saremo capaci di farle diventare un discorso sul nostro tempo, sui nostri regni, pianti, vocazioni, tradimenti, preghiere.

Samuele è un testo che contiene personaggi ed episodi tra i più popolari e stupendi della Bibbia, della storia dell’arte, della letteratura, della pietà popolare. Di tutte le parole che il genio umano ha saputo scrivere. Basta pronunciare un solo nome: Davide, nominare una sola città: Betlemme. Se quei lontani scrittori non avessero custodito e tramandato queste storie, Michelangelo, Bernini, Alfieri avrebbero avuto meno parole a disposizione per abbellire il mondo. E saremmo, tutti, più poveri.
Per avvicinarsi a questi testi e ricevere la loro benedizione, c’è però bisogno di un esercizio e di una specifica intenzionale ascesi. Occorre provare a diventare capaci di non avere paura delle impurità, dei meticciati, delle contaminazioni, dei peccati. Di guardare in faccia i delitti che spesso accadono nelle zone di confine, e in quei luoghi insicuri e bui che sono crocicchi delle strade, le loro croci, i loro crocifissi. Non si incontra Davide senza sentire nella carne della nostra anima la sua pietasper Saul, la sua passione scellerata per Betsabea, il suo urlo di dolore dopo la parabola del profeta Natan. I personaggi della Bibbia – come e più di quelli di tutti i capolavori narrativi – ci cambiano solo se si incarnano in noi. Se moriamo con Uria l’ittita, se entriamo disperati e pieni di speranza nel tempio con Anna, con e come lei ci lamentiamo, piangiamo, chiediamo un bambino che ponga termine alla nostra sterilità, e poi, donne e uomini, generiamo il figlio della promessa. Se poi torniamo con Anna e suo figlio Samuele nel tempio e cantiamo con lei il suo Magnificat e, un altro giorno, lo cantiamo di nuovo con Elisabetta la sterile, e con Maria. Se in una notte ci sentiamo chiamare tre volte per nome, non riconosciamo la voce che ci chiama, e un amico ci dice: “È il Signore”. Noi gli crediamo, e pronunciamo la parola meravigliosa: “Eccomi”.

I libri di Samuele sono popolati da uomini e donne che non sono né peggiori né migliori di noi che li leggiamo: sono, esattamente, come noi. Immensi, fedeli e infiniti, come noi; e come noi fragili, infedeli e peccatori.  Forse il messaggio umano ed etico più alto che possiamo trovare dentro la Bibbia è l’umiltà vera di quegli antichi scrittori ebrei che hanno voluto porre a fondamenta della loro storia sacra, a colonne della loro storia con il Dio più alto e vero, uomini e donne in carne e ossa. Sara, Rebecca, Giacobbe l’ingannatore, i capostipite delle tribù di Israele venditori per profitto di un fratello sognatore. Mosè omicida, Aronne costruttore del vitello d’oro. Davide, assassino e immagine del Messia. La Bibbia non ha avuto paura degli uomini e delle donne intere, e così ci dona la sua parola più bella: se vuoi incontrare Dio sulla terra devi frequentare la terra sporca e maculata delle donne e degli uomini veri.
Samuele è un libro ambientato in un passaggio epocale della “storia teologica” di Israele, tra la fine del tempo dei Giudici e la nascita della monarchia (che la cronologia classica colloca attorno al Mille a.c.). È un libro sul confine, un libro del confine. La stessa figura di Samuele è un confine ed è un passaggio. Samuele è ultimo Giudice e consacratore del primo Re, è primizia di una nuova profezia in Israele e nel mondo ma anche erede dell’arcaica figura del veggente-sciamano, molto comune nei popoli Cananei e in Egitto. Promiscuo e meticcio come tutti i confini, fine e inizio, tramonto e alba, guado, lottatore notturno, Giacobbe e Israele.
La straordinaria bellezza narrativa e spirituale di questi libri dipende poi decisamente anche dalla presenza di molti altri protagonisti,  magistralmente descritti. Tra questi ci sono molte donne, molte preghiere di donna, molto dolore, molte vittime, moltissima bellezza.

«C’era un uomo di Ramatàim, un Sufita delle montagne di Èfraim, chiamato Elkanà… Aveva due mogli, l’una chiamata Anna, l’altra Peninnà. Peninnà aveva figli, mentre Anna non ne aveva» (1 Samuele, 1-2). Il libro si apre con una rivalità tra donne, un conflitto tra due mogli: «La sua rivale l’affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione, perché il Signore aveva reso sterile il suo grembo. (…) Quella la mortificava; allora Anna si metteva a piangere e non voleva mangiare» (1,6-7). Anna (“l’affascinante”) e Peninnà (“la feconda”), due donne con due ricchezze diverse. Ma in quel mondo antico la fecondità vinceva sulla bellezza, e la donna sterile era umiliata dalla vita, dalla comunità e dalla religione («YHWH ne aveva reso sterile il grembo»). La bellezza del corpo e del cuore venivano dopo la “bellezza” del grembo. I figli sono il primo paradiso della Bibbia, la sua vita eterna, la verità della Promessa e dell’Alleanza. Nei loro volti risplende l’immagine di quel Dio diverso e unico. Perché l’uomo biblico possa scorgere l’immagine di YHWH sulla terra non gli basta guardare Adam, e neanche Eva. La deve vedere in un figlio, ogni bambino è un Immanuel (Dio con noi).

Un umanesimo splendido e affascinante, ma che ha complicato per millenni la comprensione della verità e della dignità delle donne, di tutte le donne, prima e indipendentemente dal loro essere madri nella carne. In questi primi versi di Samuele ritroviamo allora un’eco del grido di tutte le donne schiacciate e mortificate, in un mondo di uomini che qualche volta le amavano, ma in genere non le capivano, anche quando erano feconde e affascinanti. Ma la Bibbia, qualche volta, riesce a bucare il tempo e a donarci frasi che ci sorprendono, che non ci dovrebbero essere, ma ci sono. La profezia della Bibbia non è monopolio dei profeti. L’intera Bibbia ne è irrorata, e affiora quando una pagina si eleva sul proprio tempo, sulla sua idea di Dio, di uomo e di donna, e ci narra un altro Dio che non c’è ancora, un uomo e una donna più grandi della loro colpa, del loro mondo e della loro religione. E sono le sue pagine più belle, davvero infinite. Come queste parole di Elkanà: «Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?» (1,8). Parole meravigliose, che ancora oggi vengono ripetute, nelle scorrere delle lacrime mischiate, nelle case di tante coppie che si amano di un amore che le lacrime rendono capace di generatività diverse.

La relazionalità rivale e antagonista, che spesso ritroviamo nella Bibbia, non è esclusiva dei maschi. La saggezza antropologica della Bibbia ci dice che anche le donne hanno una loro rivalità (Sara e Agar, Rachele e Lea …), che è legata alla generazione. I maschi, in genere fratelli, lottano per la primogenitura e per il potere; le donne competono per la vita, e non sono sorelle. A dirci che la diversità della donna, il suo talento speciale e in molte cose più grande di quello maschile, non la esonera da questa tipica malattia del vivere insieme; e che pur essendo davvero diversi, le donne e gli uomini sono davvero uguali, simili, pari, specchio, ezer-kenegdo l’uno dell’altra.
La rivalità, anche qui, si accompagna a un’altra costante dell’umanesimo biblico: la predilezione. «Elkanà saliva ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore a Silo… Venne il giorno in cui offrì il sacrificio. Ora egli soleva dare alla moglie Peninnà e a tutti i figli e le figlie di lei le loro parti. Ad Anna invece dava una parte speciale, poiché egli amava Anna» (1,3-5).
La predilezione e l’amore sincero di suo marito non sono però sufficienti a consolarla. Anna lascia il banchetto sacrificale e si reca nel tempio di Silo, dove lavorava Eli, il sacerdote capo: «Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo a dirotto» (1,12). Un lamento, un pianto-preghiera per un figlio. Recitata nel cuore, in una intimità che, anche qui, l’uomo Eli non capisce: «Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca. (…) Anna rispose: “No, mio signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. (…) Mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia”» (1,13-16). Certi dolori e certe angosce, di tutti ma soprattutto delle donne, non si possono dire a voce alta, perché la vita ha tolto tutto il fiato. Ma la Bibbia ha voluto registrare queste parole sfiatate perché accompagnino le nostre. E così ci ha custodito le parole strozzate più intime delle vittime, degli schiavi, dei servi, le parole più belle di tutte le preghiere: “Ricordati di me… non dimenticare» (1,11).

Non esistono preghiere più umane e vere di un “ricordati di me”, “non dimenticarmi”. Sono le parole prime di tutti, ma soprattutto delle vittime, dei poveri, degli schiacciati dalla vita e dai potenti. “Ascolta e ricorda Israele” che il tuo Dio ti ha liberato dall’Egitto, è solo una parte della vita e della fede. Prima di questo “ricorda” rivolto a Israele, che apre il primo comandamento della Legge (Dt 6,5), c’è il “ricorda” gridato a Dio dalle vittime, che apre il primo comandamento della vita.
Sulla terra, tutti i giorni, si elevano molti “ricordati di me o Dio” pronunciati e gridati da poveri e oppressi che non conoscono il nome di Dio, che lo hanno dimenticato, che non avevano mai pregato prima di quell’urlo verso il cielo. Più veri e belli di tutti i salmi di Davide. Molte persone imparano a pregare per “eccesso di dolore”, gridando: “ricordati di me”, “ricordati del mio bambino”, “non dimenticarti di mio fratello”. Molte persone, molti uomini. Soprattutto molte donne, che tengono viva la preghiera della terra con i loro molti “ricordati” e “non dimenticarti”.

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Questa voce è stata pubblicata il 20/01/2018 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag .

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