COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sul Vangelo di MARCO (3)

Terza settimana del Tempo Ordinario
Marco 3,22-4,41

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p. Silvano Fausti, p. Filippo Clerici e p. Beppe Lavelli
Word Lectio divina sul Vangelo di Marco – Fausti (3)
PDF    Lectio divina sul Vangelo di Marco – Fausti (3)

Marco 3, 20-35
Chi sono mia madre e i miei fratelli?

I nemici di Gesù pensano male di lui, per non convertirsi. Ma anche noi, che siamo suoi amici, dobbiamo convertirci: pensiamo che sia “pazzo” fare quello che dice. Fa parte della sua famiglia solo chi, ascoltandolo, fa quello che lui dice. La casa è simbolo della chiesa: cosa devono fare, anche i suoi parenti, per entrare? Perché facendo la volontà di Dio, diventiamo madre di Gesù e suoi fratelli?

20E viene in casa e si raduna di nuovo la folla così che essi non possono neppure mangiar pane. 21E, avendo udito, suoi andarono fuori per impadronirsi di lui, poiché dicevano: È fuori di sé! 22 E gli scribi, scesi da Gerusalemme, dicevano: Ha Beelzebul, e: In forza del principe dei demoni scaccia i demoni. 23E, chiamatili appresso, diceva loro in parabole: Come può satana scacciare satana? 24 Se un regno è diviso contro se stesso, non può reggersi quel regno; 25e se una casa è divisa contro se stessa, quella casa non potrà reggersi. 26E se il satana è insorto contro se stesso ed è diviso, non può reggersi, ma è alla fine. 27Ma non può nessuno entrare nella casa del forte e saccheggiare i suoi beni, se prima non ha legato il forte, e allora saccheggerà la sua casa. 28Amen, vi dico:Saranno rimessi ai figli degli uomini tutti i peccati e le bestemmie, quante ne bestemmieranno. 29Ma chi bestemmi contro lo Spirito Santo non ha remissione in eterno, ma è reo di peccato eterno. 30Poiché dicevano: Ha uno spirito immondo. 31E viene sua madre e i suoi fratelli, e, stando fuori, mandarono da lui a chiamarlo. 32E sedeva attorno a lui una folla e gli dicono: Ecco la tua madre e i tuoi fratelli (e le tue sorelle) di fuori ti cercano. 33E, rispondendo loro, dice: Chi è la mia madre e i (miei) fratelli? 34E, guardato intorno quelli seduti in cerchio intorno a lui, dice: Ecco la mia madre e i miei fratelli: 35chi fa la volontà di Dio questi è mio fratello e sorella e madre.

Questo brano ci dice appunto come si fa a far parte della famiglia di Gesù. Tutto il capitolo terzo è un capitolo di crisi e si chiama la “crisi galilaica”. Gesù dopo aver fatto le cose buone che ha fatto, con tutti i miracoli – ha annunciato il Regno, lo realizza, e l’ultimo miracolo è quello di aprire la mano per accogliere il dono di Dio – comincia ad aver contro tutti. . I farisei decidono di ucciderlo e sono le persone religiose. . Gli erodiani – sono quelli che hanno il potere – si mettono d’accordo coi farisei per ucciderlo. Gli scribi – sono quelli che capiscono, i teologi – cosa dicono? È indemoniato. . I suoi – che gli vogliono bene – cosa dicono? È scemo! Non gli va particolarmente bene! È la situazione di crisi.È utile saperlo, perché noi siamo abituati a vedere che va di gloria in gloria e invece tutti sono contro. Fin che sono i farisei, possiamo dire: sappiamo chi sono i farisei e gli scribi e gli erodiani … ma anche i suoi. E in questa crisi, lentamente, abbiamo visto, nasce la Chiesa. Gesù si fa tenere a disposizione una piccola barca per non essere schiacciato, questa piccola barca è la comunità sono i Dodici che Lui chiama per essere con Lui.

E adesso questo brano ci dice come facciamo ad essere con Lui. E ce lo dice in due modi: anzitutto come non si è con Lui. Non sono con Lui i suoi. E per essere con Lui, non basta sapere come gli scribi e i teologi che sanno tutto, non basta neanche volergli bene come i suoi che certamente gli vogliono bene, lo capiscono, ci vuole qualcos’altro: bisogna ascoltarlo. Questo brano è importante perché ci fa vedere come nella casa – ormai sta nascendo la casa, il luogo dove si vive insieme, la comunità che è la casa di Dio e nostra che siamo fratelli – nella casa ci sono dei criteri di appartenenza, che non sono quelli normali. Può esser “fuori casa” anche uno che “sta” in casa. E chiunque, per quanto lontano sia, in realtà, può far parte della casa. Perché c’è una vera parentela diversa, ormai, fondata non più sul sangue, non più sul buon senso, neanche sulla teologia, sulle idee che abbiamo, ma su qualcos’altro che scopriremo adesso.

20E viene in casa e si raduna di nuovo la folla così che essi non possono neppure mangiar pane.

Ci si trova in casa, e la casa comincia a diventare adesso un luogo teologico. La casa è qualcosa di preciso. A casa stanno insieme i familiari, si condivide il pane, cioè si condivide la vita, si condivide la fatica, si condividono gli affetti, la casa è il luogo della condivisione, dove l’uomo vive. Ora questa casa è piena di folla e la folla nel Vangelo ha sempre un connotato negativo o neutro. Cioè il popolo è una cosa, la folla è un’altra cosa. La “folla” è il luogo indeciso che diventa bestia, fatta di “individui”, a meno che comincino a ragionare, allora diventa “popolo” fatto da “persone”. Qui è ancora folla e i discepoli non possono mangiar pane.

Cosa vuol dire mangiare? Mangiare vuol dire vivere e del pane si parlerà dal capitolo sesto in poi. Il pane è l’Eucaristia, il pane è far la volontà di Dio, ciò di cui si vive. Cioè, in mezzo a questa folla non si può mangiare pane, non si può fare la volontà di Dio, si è travolti. E adesso si mostra come non si mangia pane pur stando in casa. Per cui noi possiamo stare in casa, far parte della Chiesa e non mangiare il pane. Non essere dei suoi, pur essendo suoi parenti.

21E, avendo udito, suoi andarono fuori per impadronirsi di lui, poiché dicevano: È fuori di sé!

Chi sono questi “suoi” li trovate al versetto 31: sono sua madre e i suoi fratelli. Fratelli sono i cugini nella lingua ebraica. Si parla di sua madre perché Giuseppe era già morto e allora assume la patria potestà il cugino maggiore o lo zio. Ecco, allora c’è stato un consulto di famiglia su questo caso: è una persona molto brava che ha 30 anni, non si è sposata, però fa bene il suo lavoro; poi ha cominciato ad annunciare il Regno di Dio, ha anche successo e credo siano contenti del successo tutto sommato, però quando si accorgono che questo successo comincia a mettergli contro i farisei, gli erodiani e gli scribi e tutti gli altri, dicono: datti una calmata, anzi dicono qualcosa di più. Vanno per impadronirsi, vogliono internarlo, perchè è pazzo. E vanno non perché sono cattivi, gli vogliono bene. Questo qui, ha 30 anni, potrebbe far tante belle cose, non è stupido, non è sprovveduto, come mai fa queste cose, ha anche i numeri per avere successo? Potrebbe avere anche tanto successo, come mai va a inguaiarsi così? Basterebbe un po’ di … magari lo aiutiamo a rinsavire un po’, a usare meglio le qualità che ha, in modo che sia anche successo nostro. Gli vogliono bene e vogliono impadronirsi.

Ora è interessante: i suoi non sono persone qualunque: sua madre e tutti i suoi parenti più stretti che gli vogliono bene. Non basta neanche essere madre di Gesù, neanche essere cugino o zio o nipote per far parte della Chiesa. Bisogna ascoltare la Sua Parola. Cioè l’appartenenza alla Chiesa non è una appartenenza di sangue. Anche Maria non capiva la Parola ricevuta e allora cosa fa? La custodisce nel cuore fino a quando la capisce. E lei diventa madre, non perché l’ha generato, ma perché l’ha ascoltato. Dicono i Padri antichi che la maternità di Maria non sta nel ventre, ma nell’orecchio. Ed è chiamata in un inno antico siriaco “la tutta orecchio”. La madre è quella che ascolta e concepisce nell’orecchio. Perché l’orecchio vuol dire la mente e il cuore. È lì che lo concepisci, lo ascolti e lo accogli. Non solo nel tuo ventre, ma nel tuo cuore e nella tua testa, così com’è Lui, com’è diventato.

E la nostra accoglienza di Gesù che ci fa sua madre è proprio questo ascolto. Mentre invece Maria con tutti i suoi fratelli pensano: è Lui che ci deve ascoltare. Un po’ di buon senso! almeno ascoltare il buon senso! Gesù non ha gran buon senso! Questo buon senso è quello che fa essere con Gesù, ma fino a un certo punto. E così ciascuno di noi lo sperimenta di fronte a Gesù. E poi anche vediamo il credente come viene accolto o la Chiesa stessa come si muove. Facciamo un esempio: ci sono sondaggi di opinione che dicono che la Chiesa è molto stimata per il suo impegno sociale, perché un po’ si dà da fare, così, non c’è più quella critica di prima. La Chiesa prende anche la parte degli ultimi, questo va bene. Però altra cosa è il parere quando la Chiesa parla della vita eterna, parla della passione e morte del Signore, lì allora, i sondaggi darebbero un’altra percentuale. Per dire che su quelle cose che ci sembrano più importanti, che ci toccano più direttamente, allora sì sono d’accordo. Poi da un certo punto in poi…

Ed è interessante questo aspetto perché effettivamente gli vogliono bene, ma non capiscono. Abbiamo visto la volta scorsa che Lui fece Dodici per essere con Lui. E questi Dodici cosa vogliono? Non vogliono essere con Lui, vogliono che Lui sia con loro. Che è ben diverso! E il tentativo costante che facciamo noi non è quello di essere con Gesù, è che Lui sia con noi. È pericoloso. Dio non è con noi, siamo noi che dobbiamo essere con Dio. Se Dio fosse con noi, poveri noi e povero Dio! Siamo noi che dobbiamo essere con Lui. Il tentativo costante della nostra vita è ridurre Dio nei canoni del nostro buon senso. Poi il buon senso che cos’è? è il mio interesse, cioè il mio egoismo e Dio non risponde a questo. Perché ha altri canoni. Ha il canone dell’amore, del dono, del perdono, della misericordia.

Noi siamo un po’ abituati, istintivamente, a vedere se, non dico ci guadagniamo qualcosa, ma almeno non ci perdiamo! Quindi qualcosa per cui valga o non valga la pena. In questo caso, per i suoi, è guadagnarci la tranquillità; per altri potrebbe essere guadagnare una posizione maggiore. Che cosa si guadagna con Gesù facendo così. Ricordate anche Pietro quando Gesù predice la sua passione e Pietro dice: non sia mai! E proprio anche tutti i discepoli costantemente capiscono che Gesù è fuori di sè. Ci insegna un’altra via. Ci insegna la via della Sapienza. Noi consideriamo invece Sapienza la nostra stoltezza, che è l’interesse, l’egoismo, i fatti nostri, l’impadronirci delle persone, delle cose. Dio non è così, per questo ci salva! Ed è interessante che siano i suoi. Perché questa conversione, i primi a farla, devono proprio essere i suoi più stretti: Maria, Giacomo, Giuda, Joses, che possono essere i capi della Chiesa di Gerusalemme, Pietro. Sono i primi che devono convertirsi.

22 E gli scribi, scesi da Gerusalemme, dicevano: Ha Beelzebul, e in forza del principe dei demoni scaccia i demoni.

I suoi gli vogliono bene, allora dicono: è buono, ma è scemo! Quelli che gli vogliono mali, dicono: è furbo e cattivo. È uno furbo che strumentalizza i suoi poteri, addirittura diabolici, per dominare su tutti e vince il demonio peggiore, come capita in questo mondo. Quando uno è prepotente, vince. Ed è interessante. Vedete, ognuno legge con i suoi occhiali. Chi ha affetto verso Gesù lo interpreta bene, ma dice: però, poverino, bisogna internarlo, aiutarlo, aiutarlo a superare un po’ la crisi, forse è una crisi di depressione, poi gli andrà meglio, curiamolo! Chi invece è cattivo e lo combatte, vede con i suoi occhiali e dice: certamente è cattivo anche Lui. Noi vediamo sempre il Signore con l’occhio di ciò che siamo noi.

23E, chiamatili appresso, diceva loro in parabole: Come può satana scacciare satana? 24 Se un regno è diviso contro se stesso, non può reggersi quel regno; 25e se una casa è divisa contro se stessa, quella casa non potrà reggersi. 26E se il satana è insorto contro se stesso ed è diviso, non può reggersi, ma è alla fine. 27Ma non può nessuno entrare nella casa del forte e saccheggiare i suoi beni, se prima non ha legato il forte, e allora saccheggerà la sua casa.

Qui Gesù ore risponde agli scribi che dicono che ha Beelzebùl. E gli dice: come può satana scacciare satana? Supponiamo pure che io scacci satana in forza di satana. Vuol dire che satana è diviso in se stesso. Quindi il Regno di satana è diviso. Ora un regno diviso è già finito. Cioè la divisone è il principio della morte. Se satana lotta contro satana, si disfano tra di loro. Quindi Gesù approfitta dell’accusa per dire: “allora capite che è vero che è finito il regno di satana. È quel che dico io: viene il Regno di Dio. Quindi anche voi con le vostre interpretazioni cattive, mi date ragione. Quindi Gesù risponde in modo rabbinico e sottile dicendo: ammettete pure che sia vero, che sono di Beelzebùl. Vuol dire che Beelzebùl litiga contro se stesso, quindi è finita. Quindi vedete che è vero quello che vi dico? che è arrivato il Regno di Dio perché finisce il Regno del male”.

Questa è la prima risposta che dà. Poi ne darà una più profonda. Poi continua anche a dire: “nessuno può entrare nella casa del forte, se prima non ha legato il forte”. Praticamente Gesù è il più forte che entra nella casa del forte, cioè di satana che tiene tutti sotto il dominio, e ci libera dal dominio di satana. Quindi Gesù è venuto a legare, a ridurre in schiavitù il male e così liberare l’uomo.

28Amen, vi dico:Saranno rimessi ai figli degli uomini tutti i peccati e le bestemmie, quante ne bestemmieranno. 29Ma chi bestemmi contro lo Spirito Santo non ha remissione in eterno, ma è reo di peccato eterno. 30Poiché dicevano: Ha uno spirito immondo.

Qui ci fermiamo un momento di più. La prima affermazione è interessante: tutti i peccati e tutte le bestemmie sono perdonati. Tutti! Non c’è male, non c’è peccato che non sia perdonato. Gesù è venuto a perdonare i peccati. Dio è amore e perdono, non può non perdonare. Quindi tutto è perdonato. Solo un peccato non viene perdonato, quello contro lo Spirito Santo. Cosa vuol dire? Dio perdona tutto, perché è amore, lo Spirito di Dio è l’amore. Ma c’è un peccato che non è perdonato: è quello contro lo Spirito Santo, è quello contro l’amore. Cioè il non accettare l’amore di Dio che perdona. Tutto è perdonato, tranne una cosa, il non accettare di essere perdonato. Questo Gesù non può perdonarlo, perché sono io che non voglio essere perdonato. E chi non vuole essere perdonato? Chi ritiene di aver fatto bene. Quindi il peccato contro lo Spirito Santo è il peccato tipico di chi si ritiene a posto. Io ho fatto nulla di male.

Proprio adesso mi cade l’occhio su una immagine del 1360, di una crocifissione, dove si vede il Cristo in Croce e tutti con grandi devozione, chi lo trafigge, chi lo inchioda e chi con devozione raccoglie il sangue! Tutti quelli che l’hanno ucciso, capiscono che han bisogno del perdono, perché gli hanno fatto del male, allora ricevono il perdono, quindi raccolgono l’eredità. Solo c’è vicina una persona, una donna, che è bendata e si gira dall’altra parte dove ci sono le tavole della legge e dice: no, io sono a posto, io non l’ho ucciso, io seguo la legge! Ed è l’unica che non riceve il perdono perché non ne ha bisogno.

Vorrei tradurre un po’ questo peccato contro lo Spirito Santo per capirlo meglio. Posso fare tanti peccati, fin che ne prendo coscienza, va bene. C’è un peccato molto grave, che è il più grave di tutti, che io chiamo “la buona fede”: quando io mi ritengo in buona fede. Il più grande dono di Dio è scoprirsi in malafede! So che sbaglio e allora ho bisogno del perdono. Cercherò di cambiare nella misura del possibile per rispondere a questo perdono. Ma quando io mi indurisco perché sono a posto, perché ho ragione, basta! è finita! ho ragione! Divento duro. Se Dio dicesse: ho ragione! cosa farebbe a questo mondo tutte le volte che sbagliamo? E almeno una volta nella vita abbiamo sbagliato tutti! Almeno una volta in vita ci ucciderebbe tutti, perché avrebbe ragione! E invece Dio non ha ragione, ha misericordia, si muove al perdono, conosce la fragilità, la debolezza. E noi se cominciamo a vivere di perdono e di grazia, allora vediamo che tutte le nostre fragilità e le nostre debolezze, non sono il luogo in cui ci dobbiamo difendere, sono il luogo dove riceviamo il perdono, la comunione, il coraggio, la forza da parte di Dio e da parte degli altri. E così anche nei confronti degli altri, anch’io dico: se Dio mi tratta così, comincerò anch’io a fare così, come posso. È chiaro che manco mille volte!

Allora il peccato contro lo Spirito che non ha il perdono è quel non voler essere perdonati perché io sono a posto! È il vero peccato! Si può arrivare a sentirsi a posto quasi a partire da una esperienza molto valida e autentica. Noi possiamo anche renderci conto del male che facciamo, ma pensando che non c’è perdono, non c’è una soluzione. Qual è la soluzione per non vivere con l’angoscia del peso del male fatto? È quella di dire: in fondo non conta tanto! È un altro modo per arrivare alla stessa conclusione: cioè rifiutare questa possibilità. È un “mettersi a posto”, magari non sentirsi a posto, ma mettersi a posto in qualche modo. E anche questo è pericoloso perché chiude al perdono, cioè a scoprire un Dio col quale non si mercanteggia, ma che dona gratuità, anzi più che dono è perdono. Quindi non bisogna neanche aver paura di rendersi conto del male che facciamo e non cercare di sfuggire con delle giustificazioni, ma sapere che tutti i peccati e le bestemmie verranno perdonati. Quindi c’è una via d’uscita! E non è nè la rimozione nè la giustificazione a tutti i costi.

È interessante che a fare questo peccato sono gli scribi. In noi c’è sempre uno scriba. E lo scriba è quello che sa bene come stanno le cose, che ha la verità. Lo scriba è colui che ha la verità della Parola di Dio. Cioè: questo nostro presumere di avere la verità in tasca, questa certezza è ciò che ci impedisce di accogliere Dio che è molto diverso dalla mia verità, dalla mia certezza, è sempre più grande. Anche la realtà che capita, è sempre più grande di ogni mia certezza. Allora, cosa faccio, se la realtà è diversa? La violento perché sia secondo la mia certezza? Non dobbiamo mai scambiare le nostre certezze, le nostre realtà, con la verità. Devo sempre essere disposto a cambiare la mia opinione, la mia certezza, perché ce ne sono tante altre, diverse dalle mie. Quella è la mia esperienza che deve confrontarsi con quella degli altri con molta umiltà e crescere. Non è un caso che sono gli scribi, perché loro hanno già un’immagine precisa di Dio, di cose da fare e di cose da non fare e allora, in base a quelle, dicono: Gesù non risponde ai parametri. Per un motivo molto semplice: che Gesù perdona; il termine bestemmia viene fuori proprio quando Gesù perdona; mentre la legge, se è giusta non perdona, ma condanna.

Come vedete c’è una conversione dalla legge al Vangelo. C’è una conversione dalla giustizia al perdono che è il bisogno che ho io di perdono. E riconoscere questo che mi mette nell’economia nuova, mi fa entrare nella casa a mangiar pane, vivere. Il brano si chiama “inclusione” : si parla prima dei suoi e poi si riprende e in mezzo si mette questa scena, per dire che in fondo anche i suoi hanno dentro questa stessa cosa degli scribi. Sono i due modi con cui noi ci opponiamo alla chiamata di Dio: una è quella dell’affetto che vuole sequestrare l’altro: so io cosa è bene, devi farlo anche tu. E l’altro che è dire: se tu non fai così, davvero sbagli. Questo aspetto di minaccia, come in tutte le minacce che si leggono nella Scrittura, da quelle dei profeti in poi, è sempre un grido del padre che non vuole che il figlio si faccia male! Questo fatto della non remissione è un invito pressante, uno scongiurare perché non sia così, non è che Dio voglia che noi teniamo su questo muro!

31E viene sua madre e i suoi fratelli, e, stando fuori, mandarono da lui a chiamarlo.

Adesso si riprende la scena dei suoi, si specifica chi sono, la madre e i fratelli, che stanno “fuori,” non dentro in casa, stanno fuori e sono i suoi. E lo mandano a chiamare. Gesù aveva chiamato. Loro lo mandano a chiamare. Lui ci chiama a essere con Lui e noi a nostra volta stiamo fuori e lo mandiamo a chiamare: vieni tu con noi! Ti vogliamo sequestrare e mettere dentro, così impari bene la lezione e poi sarai utile meglio. E questo tentativo di sequestrarlo è costante da parte nostra, come singoli, come persone, come comunità, come Chiesa. Addomesticarlo. Stiamo fuori dalla sua chiamata e lo chiamiamo: adesso vieni tu dove siamo noi. Sono esperienze che tutti abbiamo. Lo mandano a chiamare.

32E sedeva attorno a lui una folla e gli dicono: Ecco la tua madre e i tuoi fratelli (e le tue sorelle) di fuori ti cercano.

Guardate quante volte lo si ripete, prima i suoi, sua madre e i suoi fratelli; adesso di nuovo: tua madre e i tuoi fratelli, le tue sorelle; e poi Gesù risponderà: chi è mia madre e i miei fratelli? e Poi concluderà: mia madre e i miei fratelli sono… Sei volte viene ripetuto! Il tema è proprio l’esser suoi fratelli e sua madre. L’essere parenti suoi stretti. Ecco, tua madre e i tuoi fratelli, di fuori, ti cercano. Neanche gli parlano direttamente, ti cercano stando fuori.

33E, rispondendo loro, dice: Chi è la mia madre e i (miei) fratelli? 34E, guardato intorno quelli seduti in cerchio intorno a lui, dice: Ecco la mia madre e i miei fratelli: 35chi fa la volontà di Dio questi è mio fratello e sorella e madre.

Ecco la risposta di Gesù. Gesù indica le persone che stanno sedute attorno a Lui. Lo star seduto è l’atteggiamento del discepolo che ascolta. Sta seduto per ascoltare. Gesù dice: chi è mia madre e i miei fratelli? Chi fa la volontà di Dio. Cosa vuol dire fare la volontà di Dio? Vuol dire ascoltare Gesù. Fare come questi che ascoltano. Mentre i suoi e gli scribi non vogliono ascoltarlo, vogliono che Lui ascolti le loro opinioni, i loro interessi. Come vedete in questo brano viene smascherato il tentativo che facciamo di capovolgere da fede. Invece di ascoltare la sua chiamata, vogliamo che Lui ascolti la nostra. Lo chiamiamo noi fuori. Invece che lasciarci prendere da Lui, vogliamo prenderlo noi, portarlo noi dove vogliamo noi. Invece che ascoltare noi Lui, vogliamo che Lui ascolti noi; invece che fare noi la sua volontà, vogliamo che Lui faccia la nostra volontà. È la tentazione costante.

Allora per diventare padre e madre – e madre vuol dire in generale Dio, la sua presenza nel mondo, come ha fatto Maria – per diventare madre bisogna ascoltare Lui. Perché? Perché se tu lo ascolti generi in te il Figlio, tu diventi figlio e quindi diventi suo fratello e sua sorella. Proprio mediante l’ascolto. E questo brano serve da aggancio con il precedente dove si dice: Gesù fece i Dodici per essere con Lui. Essere con Lui vuol dire Vangelo di essere con Lui in questo modo: ascoltandolo, amandolo e facendo la sua volontà. E poi apre il capitolo 4 che comincia subito dopo, dove si parlerà della Parola. Cosa significa ascoltare la Parola? Tutto il capitolo 4 sarà sull’ascolto della Parola. E in questo capitolo 3, se notate, si dice che cosa è la Chiesa. È questa piccola barca, questa piccola comunità che Gesù ha fatto per non essere schiacciato, che ha chiamato ad essere con Lui; questa piccola barca sulla quale si incontra sempre la tentazione contraria: quella di chiamarlo noi a essere Lui con noi, di sequestrarlo. Possiamo interrompere qui, il brano è molto ricco.

Marco 4, 1-9
E dava frutto che veniva su e cresceva

Le difficoltà della semina non impediscono il risultato. Ogni seme produce secondo la sua specie: la Parola è seme di Dio, che ci fa figli di Dio.

Gesù, dopo l’inizio del suo ministero, (…) sperimenta difficoltà non piccole. Si chiama la “crisi galilaica” la crisi che ha avuto in Galilea all’inizio del suo ministero. E allora, come ognuno che si trova in crisi, dice: perché è così? Cosa ho sbagliato? Ci domandiamo, di fronte alle difficoltà: che cosa ho sbagliato? E pensiamo che la difficoltà sia connessa con qualche errore. Non è detto. Se fai le cose buone hai difficoltà. Se tu fai nulla di bene, non hai alcuna difficoltà. Quindi non è un errore sperimentare le difficoltà. Colui che semina, è chiaro che incontra difficoltà e fa fatica, però ha il risultato. E allora Gesù interpreta positivamente le difficoltà. E tutto il capitolo 4 è praticamente direi una lezione di discernimento nella propria vita. Ci sono difficoltà che sembrano di fallimento, in realtà preludono al successo. C’è l’insignificanza che in realtà nasconde il grande significato. C’è una inattività, una passività che in realtà agisce fortemente. Ci sarà alla fine una morte – Gesù la sperimenterà – che in realtà sarà risurrezione. Appunto come il chicco di frumento che morendo porta frutto. E sono tutte parabole centrate sul seme.

Il seme è qualcosa. Se tu semini una torre, per quanto grande e bella sia non spunta nulla. Il seme, proprio in quanto seminato, e seminato vuol dire nascosto, sotto terra, che non vedi, che marcisce, che muore, proprio in quanto seme seminato, nascosto, che fallisce e muore, porta frutto vitale moltiplicato secondo la sua specie. Quindi le difficoltà e la morte stessa non sono distruzione, ma verificano se una cosa è seme di vita. E adesso possiamo entrare nella parabola.

1 E di nuovo cominciò a insegnare lungo il mare; e si riunisce presso di lui moltissima folla, così che egli, salito in barca, sedette nel mare, e tutta la folla presso il mare stava a terra. 2 E insegnava loro molte cose in parabole, e diceva loro nel suo insegnamento: 3 Ascoltate! Ecco, uscì il seminatore a seminare. 4 E avvenne nel seminare che parte cadde lungo la via, e vennero gli uccelli e lo divorarono; 5 e parte cadde sul terreno sassoso, dove non aveva molta terra; e subito spuntò perché non aveva fondo di terra; 6 e quando il sole si levò, fu riarso, e, non avendo radice, si essiccò. 7 E parte cadde nelle spine, e vennero su le spine e lo soffocarono e non diede frutto; 8 e parte cadde sulla terra bella, e dava frutto che veniva su e cresceva, e portava uno trenta e uno sessanta e uno cento (per uno). 9 E diceva: Chi ha orecchi per ascoltare ascolti.

Come vedete, nei primi due versetti c’è la cornice della parabola: Gesù lungo il mare che entra nella barca, tutta la folla a terra e lui che stando sul mare seduto insegna con le parabole. E poi c’è questa prima parabola, la cui prima parola è “ascoltate” e il finale è: “chi ha orecchie per ascoltare, ascolti”. Chiaramente questa cornice vuol dire che è una parabola dell’ascolto. E se ricordate, il brano precedente terminava con la domanda: chi è mio padre? chi è mia madre? i miei fratelli? Esattamente chi sta seduto attorno a lui ad ascoltarlo. Costui fa la volontà di Dio. Quindi è sull’ascolto questa parabola. Come tutte le parabole del capitolo 4 sono sulla Parola che è paragonata al seme. E tutte queste parabole, compresa questa, sono parabole di contrasto.

Se notate si descrivono in lungo e in largo le difficoltà: il seme che cade sulla strada e gli uccelli lo portano via; cade sulle pietre e non attecchisce; cade tra i rovi e viene soffocato; e poi per contrasto, ecco che dà frutto. Quindi sono tutte parabole di contrasto, dove si descrivono in lungo e in largo le difficoltà per dire: adesso come finirà? Sarà tutto finito? No. Le difficoltà ci sono e occupano quasi tutto lo spazio; il risultato è insperabilmente grande. Cioè sono tutte parabole di fiducia nella difficoltà. Questo è il contesto. Gesù sta sperimentando grosse difficoltà e dice: forse è tutto finito? Proprio in queste difficoltà ho fiducia.

E adesso vediamo in specie questa parabola. Una nota sull’ascolto: ascoltare è prestare attenzione a un altro, ad altre cose che non sono quelle che pensiamo noi o che già sappiamo. Questo “altro” non è soltanto un’altra persona, è anche riuscire a guardare, interpretare in altro modo quello che succede.

1 E di nuovo cominciò a insegnare lungo il mare; e si riunisce presso di lui moltissima folla, così che egli, salito in barca, sedette nel mare, e tutta la folla presso il mare stava a terra.

Dopo che Gesù è attaccato, dopo che i nemici decidono di ucciderlo, dopo che i suoi dicono che è pazzo e altri dicono che è indemoniato, non è che tutto è finito. Gesù comincia di nuovo. Sembra tutto finito, e Gesù di nuovo comincia. A far che cosa? a insegnare. E lo scenario è il mare. Il mare è simbolo dell’abisso, della morte. Israele è passato attraverso il mare per raggiungere il deserto e la terra promessa. E la Parola di Gesù è proprio quella che ci farà attraversare il mare. E tutta questa folla sta lì. E lui sale sulla barca che è simbolo della Chiesa, sta già nel mare e non va a fondo. E dalla barca insegna. Insegna e chiama tutti a fare il suo stesso cammino, come vedremo alla fine del capitolo. Questi luoghi, mare e terra, ricordano sempre l’esodo. È il nuovo Mosè che invita nella fede ad attraversare questo elemento così insicuro e minaccioso dove si rischia la vita e dove, invece, attraversandolo, si troverà la vita.

2 E insegnava loro molte cose in parabole, e diceva loro nel suo insegnamento: 3 Ascoltate! Ecco, uscì il seminatore a seminare

Gesù qui insegna in parabole. Parabola vuol dire enigma, cioè l’insegnamento che Gesù dà è enigmatico, esige di essere capito. Il suo insegnamento è come la nostra vita. La nostra vita è un enigma, esige di essere capita. Circa il fatto del perché insegni in parabole, lo vedremo meglio la volta prossima. La parabole è un po’ un enigma, siccome l’uomo vuol capire, se una cosa non la capisce s’interroga. E allora la parabola ci presenta gli interrogativi. Gesù è furbo, invece di insegnare facendo delle affermazioni che ti dicono : è così e così, ti pone degli interrogativi. Di fatti sono gli interrogativi che ci insegnano. Quelli che mettono in questione le cose già acquisite.

La prima Parola che dice è: “Ascoltate”. Il problema fondamentale è saper ascoltare. Cosa ascoltiamo? L’uomo è ascolto. A differenza degli animali. L’animale ha la sua natura specifica. Tu puoi anche dire niente all’animale, ma l’animale sa già cosa fare. L’uomo senza Parola non vive, non è uomo, perché l’uomo diventa la Parola che ascolta. Cioè l’uomo è cultura. Tutta la relazione è Parola, tutto il rapporto è Parola, la scienza è Parola, la sapienza è parola, l’economia è parola che governa l’agire. L’uomo è governato dalla parola. Dipende da quale parola ascolta l’uomo. E Gesù è venuto per dire: chi ascolta la Parola del Padre mio, costui mi è madre, fratello e sorella. Cioè diventa figlio di Dio. Per cui il problema dell’ascoltare è la Parola di Dio.

E allora Gesù comincia la parabola dicendo che c’è il seminatore che esce a seminare. Dalla parabola risulta chiaro che il seminatore è Lui. Lui è come uno che va a seminare. Cosa fa uno che semina? Butta via delle cose utilissime. Noi non ci pensiamo, ma il frumento è buono da mangiare: si fa il pane, si fa lo strudel, si fa tutto; nella cultura primitiva il pane è il cibo. Butta via. Un quintale di grano ti serve per mangiare un mese. Tu lo butti via, ma sei proprio incosciente. Quindi l’azione che Gesù fa è un’azione da buttare via. Butta via ciò che serve per vivere. È un grande mistero quello del buttare via. La stessa vita, se la butti via ce l’hai, se la tieni la perdi. Se lui non buttasse via quel grano, non avrebbe da vivere. Così la vita, se tu la tieni, sei morto. Prova a trattenere il respiro! La vita è dono e proprio in quanto dono è fecondo e fruttifica.

Gesù allora paragona la sua fatica e il suo fallimento a quella del seminatore. Il seminatore butta via, perché sa perché butta via. Questo buttare via è un guadagno. Si garantisce la vita buttando via la vita. Però la cosa non è così semplice. Se butti via e poi ti spunta subito il risultato, è facile; invece l risultato sembra contrario. .

4 E avvenne nel seminare che parte cadde lungo la via, e vennero gli uccelli e lo divorarono;

Prima di commentare la parabola: a noi sembra un seminatore strano che va a seminare sulle strade, sui sassi, sui rovi. Invece non è un seminatore strano che ha studiato male agronomia. In Israele come in molti paesi dove piove poco, si semina sul terreno così com’è, dove anche ci sono i sentieri, dove ci sono i rovi, dove ci sono i sassi. Dopo aver seminato ari, in modo tale che copri il seme e ci sia quel tanto di terra che impedisce che gli uccelli lo becchino, quel tanto di terra che mantiene il seme senza farlo marcire. Poi con la prima pioggia il seme germoglia. Quindi era per dire che non era proprio scemo del tutto. Però lui seminando, non sa prima cosa succederà; dice c’è il sentiero, ma poi ci aro sopra. Quindi semina sui sentieri, lungo le strade.

È quel che ha fatto anche Gesù: ha seminato dappertutto la Parola. Non sta a guardare se c’è un sentiero o se la terra è dura per risparmiare tempo, non guarda se ci sono dei rovi o sei sassi; se il seminatore cominciasse a voler sapere che destino ha ogni seme che butta via, non seminerebbe mai. Quindi il seminatore con sana incoscienza butta il seme. È quello che ha fatto Gesù.

Portandolo in un’esperienza personale o interiore: noi in genere ci chiediamo quali siano le condizioni minimali per accedere alla fede, a quali condizioni si può annunciare il Vangelo, a quali condizioni si può accedere alla comunità e ai sacramenti? Se noi stiamo a fare tante premesse non si comincia mai. Perché si dice: se dico così ho una reazione negativa, oppure non capisce… Il Signore butta! Il che vuol dire che la Parola di Dio viene gettata prescindendo da tante cose, senza stare a guardare troppo per il sottile.

Però abbiamo tutti l’esperienza che tante volte la Parola cade lungo la strada, cioè è un terreno impermeabile, non entra. È la prima esperienza che abbiamo noi con la lettura della Parola: non entra. È il seme sull’asfalto: arrivano gli uccelli, lo beccano, è perso. Comunque è l’esperienza che ha avuto anche Gesù: ha buttato il seme, non ha attecchito. Allora cosa deve fare? Non seminare? A chi semina capita! Però si dà il caso che attecchisca e allora vediamo.

5 e parte cadde sul terreno sassoso, dove non aveva molta terra; e subito spuntò perché non aveva fondo di terra; 6 e quando il sole si levò, fu riarso, e, non avendo radice, si essiccò.

Seconda esperienza. La prima fallisce tutto, l’altro non accoglie la Parola. La seconda: la Parola è accolta sulla terra; però sotto terra c’è un sasso che impedisce che metta radici. E allora la Parola spunta anche prima se c’è sotto un sasso che conserva quel poco di umidità o di rugiada o di calore, per cui germina prima; però, una volta spuntato, non ha radici e secca. La seconda esperienza è che non solo la Parola incontra resistenza e, come sull’asfalto, non entra; è che quando entra, secca subito. Sì un po’ di entusiasmo iniziale, poi dopo c’è sotto il sasso – il nostro cuore di pietra – è bruciata. La prima esperienza è negativa, la seconda è peggiore, perché il seminatore si era illuso che il seme attecchisse; una volta attecchito è bruciato. Vanno crescendo le difficoltà. La prima, pazienza! La seconda è peggio, mi ero illuso! La terza … vediamo se va bene.

7 E parte cadde nelle spine, e vennero su le spine e lo soffocarono e non diede frutto;

La terza è ancora peggio. Cadde sulle spine. Poi le levi le spine quando ari e quindi cresce col tempo giusto. Ma insieme al grano crescono ancora le spine. Le spine sono più vigorose e soffocano il seme. Gesù vuol dire: insomma, io sono venuto a fare il mio lavoro, a seminare il Regno di Dio; prima esperienza: è come seminare sull’asfalto, non cresce niente. Secondo esperienza: se qualcosa cresce, brucia subito. Terza esperienza: se per caso non brucia subito, è soffocato dopo.

Vuol descrivere i fallimenti in modo tale che sembra proprio disperata la situazione. O non attecchisce, se attecchisce non cresce, o se cresce è seccato. Quindi non c’è più nulla da fare. Non so se è chiaro. Una esperienza più tragica di così non si può fare. Ed è l’esperienza normale del contadino che semina. E allora il risultato quale sarebbe? È meglio non seminare; questo quintale di grano che ho me lo mangio, così per questo mese sono a posto e poi, pazienza!

8 e parte cadde sulla terra bella, e dava frutto che veniva su e cresceva, e portava uno trenta e uno sessanta e uno cento (per uno).

Come vedete, Gesù lascia apposta in sospeso, descrivendo in lungo e in largo le difficoltà, perché la nostra vita è piena di difficoltà fino alla disperazione. Sembra che si parli di fallimento, poi c’è una piccola illusione che la semina riesca e invece diventa peggio; poi un’altra illusione – ma forse veramente cresce! – ed è soffocato. Fallimento totale. A questo fallimento totale Gesù contrappone: eppure, seminando, il seme cade anche sul terreno bello e buono.

E cosa capita sul terreno? Questa parabola a noi dice poco perché ci intendiamo poco di agricoltura. Se a noi avesse detto che portava all’uno per centro, sarebbe stato per noi uguale che dire al cento per uno. In Israele, a quell’epoca, se tu seminavi un sacco, ottenevi sette-otto sacchi, non c’erano i fertilizzanti e altro; forse ora si può arrivare anche a trenta e più. Quando Gesù dice che dava il trenta, il sessanta e il cento per uno, cosa diceva la gente? Per mal che vada, sarà sempre superiore al miglior risultato che ci si possa attendere. La gente dice: no, è impossibile il trenta per uno, anche il sessanta è assurdo; anche il cento per uno è oltre ogni assurdo. Appunto. Così è per la Parola di Dio: incontra difficoltà, il risultato non solo è immensamente grande, contro ogni apparenza, ma è veramente qualcosa di più.

E allora Gesù, nel cuore delle difficoltà che sperimenta, invece di scoraggiarsi dice: quel che capita a me è quel che capita al seminatore. Se lui invece di seminare se ne sta tranquillo al caminetto a mangiarsi i pop corn, non incontra nessuna difficoltà, tutto va bene; se invece semina, tutte queste difficoltà ci sono. Cioè le contraddizioni e le difficoltà vengono quando fai il bene, non quando fai il male. Eppure proprio in queste difficoltà è come con la semina, è allora che c’è il frutto, e il frutto non è un frutto qualunque, perché il frutto è secondo la specie di ciò che semini. Ora qui semini la Parola di Dio e la Parola di Dio è di potere infinito. Ti fa Figlio di Dio. E questa Parola germina comunque al di là e al di sopra di tutte le tue qualifiche e di tutte le tue resistenze. Anzi proprio la Parola di Dio passa attraverso le resistenze e le vince.

Al seguito di questo capitolo Gesù dirà: a che cosa potrò paragonare il Regno di Dio? E dice delle parabole che sono molto simili. Lui davanti alla reazione che aveva avuto dalla gente, dice: ma a che cosa posso paragonare il mio insegnamento, la mia presenza? E noi possiamo dire: a che cosa possiamo paragonare la nostra vita, la nostra ricerca di Dio, la nostra stessa esperienza di fede? E questa parabola è sembrata particolarmente significativa, perché proprio nella immagine del seme era contenuto – nell’insistenza e nella fiducia del contadino – il nucleo del suo messaggio. Questa parabola evidentemente la dice agli ascoltatori: comincia con la Parola “ascoltate” e termina con la Parola “ascoltate”.

Proviamo ad applicarla a noi: in questo breve periodo in cui abbiamo camminato nell’ascolto della Parola, che cosa è capitato ascoltando la Parola? È proprio ascoltando la Parola che sono emerse le difficoltà. È proprio davanti alle difficoltà che noi tendiamo a scoraggiarsi e a dire forse non riesco. E invece è proprio nelle difficoltà che ci si accorge che Parola cresce, perché è Parola di Dio. La Parola è un seme e il seme cresce. Esige del tempo, cioè la pazienza della storia, non è immediato. Se tu semini anche un pezzo d’oro non cresce nulla. Semini un seme e cresce una spiga. Qui dice “cento chicchi”; e con quei cento ne semini altri cento e avanti all’infinito. Cioè cresce vita. Per cui Gesù paragona le difficoltà a un fenomeno vitale, non a un fenomeno di morte. Mentre noi, istintivamente, le difficoltà le paragoniamo al fallimento e alla morte. No, no: nella morte c’è la resurrezione, nelle difficoltà la speranza teologica; cadono le false speranze e nasce la vera speranza. È proprio quando fai il bene che ti scontri col male e vinci. Quanto tempo ci vuole? Niente. tutta la stagione, cioè tutto l’anno, tutta la vita. Però il frutto c’è. Quindi non è che ti devi scoraggiare sperimentando queste cose. È normale. Come per il contadino, che è sapiente, sa da millenni che facendo così vive, noi sappiamo da sempre che è proprio in queste difficoltà che si costruisce la vita. Quindi è inutile scoraggiarsi.

Capite che importanza ha questo, sia nella vita di Gesù, sia nella vita di ogni uomo. La vita è una parabola dalla vita dalla morte. Tutti moriamo, che senso ha allora vivere? Allora il bene non ha alcun senso, tutto fallisce. No, il bene è un seme. Proprio morendo il seme porta frutto. Le difficoltà e la morte lo mettono alla prova, ma, il seme è vita, perché vince la morte. Mentre le altre cose davanti alla morte finiscono. Davanti alle difficoltà cessano. Quindi questa parabola è una parabola della speranza contro ogni speranza.

Se voi leggete il commento alla Bibbia delle Paoline, dice: se noi siamo buon terreno la Parola produce il cento o il sessanta o il trenta; se siamo cattivo terreno, la Parola non attecchisce. Credo sia scritto così in nota. Questa parabola vuol dire il contrario: prescindendo da quel che capita, e capita dappertutto che c’è sassi o strada o rovi, la Parola produce un frutto insperato, al di là di ogni difficoltà. Perché? Perché la Parola è Parola di Dio e l’uomo è fatto per Dio. E pur essendoci strade, sassi e rovi, il mio cuore è un cuore da figlio di Dio. Non è senza importanza questa considerazione, perché vuol dire che niente potrà contrastare definitivamente il mio cammino verso Dio, il mio destino che è incontrare Dio, il fine della mia vita, la mia felicità. Qualunque cosa succeda, che io sia dentro un cammino di fede o non lo sia, non c’è alcuna difficoltà, anzi le difficoltà che incontro mi manifestano, in fondo, che sto andando in una buona direzione.

C’è una mentalità indotta soprattutto dalla scienza e dalla tecnica, per cui ogni difficoltà, ogni fatica vuol dire errore; cioè là dove c’è una fatica, vuol dire che sbagliamo qualcosa. È una mentalità dove a ogni problema c’è una soluzione facile e non dolorosa, mentre qui è proprio il contrario. Nella vita è molto diverso: la difficoltà manifesta una direzione. Ed è centrata questa immagine del seme non solo perché viene da una cultura agreste, ma proprio perché combina assieme questo apparente disfacimento e morte con il frutto abbondante di vita. Quindi, qualsiasi cosa succeda, qualsiasi difficoltà si frapponga, è possibile per ciascuno questo raccolto abbondante finale. E quindi, come vedete, il messaggio centrale della parabola è la speranza contro ogni speranza. Cioè la certezza che al di là di tutto quel che avviene, come nella semina, avviene bene. Perché se fosse avvenuto male, seminando, saremmo già morti di fame da sempre. Invece capita che si è sempre seminato e si è sempre mangiato. Anno più anno meno, il prodotto è sempre venuto. quindi tutto ciò che è buttato via è sempre tornato moltiplicato. Così la Parola di Dio non tornerà a me senza effetto. Per mal che vada produce un frutto strepitoso.

E qui dovremmo un po’ abituarci a vedere due cose, secondo me: una è che Gesù nelle difficoltà reali, e non erano piccole le sue, invece che scoraggiarsi capisce che sotto queste difficoltà c’è sotto una parabola. Le difficoltà vengono a chi semina, a chi fa il bene. Quindi son già segno positivo di vittoria, vuol dire che stai seminando e avrai il risultato grande, non preoccuparti. Ci sono tutti gli allarmi davanti alle difficoltà. Se non hai difficoltà, allarmati. Vuol dire che sta andando male, sei lì tranquillo che ti mangi il tuo grano, ma non hai seminato e domani muori. Se hai difficoltà vuol dire che stai lottando contro il male. E avrai il risultato, vai avanti tranquillo, non preoccuparti.

Fa parte della vita la difficoltà del bene. E il frutto c’è. Perché è bene, perché è da Dio. E c’è questo scontro contro il male, che nella vita è inevitabile, così come seminando sono inevitabili questi incidenti di percorso. Quindi non preoccuparti: sono incidenti di percorso che il contadino sa bene che ci sono. Anche tu devi sapere nella vita spirituale che queste cose ci sono, se no, desisti subito, ti scoraggi, non fai mai nulla. E poi ci si accorge davvero, volgendosi, indietro con l’esperienza, come la Parola davvero al di là e al di sopra di tutte le difficoltà che incontriamo o frapponiamo, porta frutto. Anche se la butti via, ti è rimasta dentro e al momento giusto viene fuori. Hanno trovato nella tomba dei faraoni dei chicchi di grano di cinquemila anni fa… Messo sotto terra, fa ancora la spiga dopo cinquemila anni, perché? perché è seme. La Parola mi entra, la lascio lì, comunque anche dopo anni e anni, questa Parola è un seme e non perde mai la sua forza.

9 E diceva: Chi ha orecchi per ascoltare ascolti. Si sottolinea: “orecchi, ascoltare, ascolti”.

All’inizio c’è “ascoltate”. Il problema fondamentale dell’uomo è saper ascoltare la realtà, la Parola, la vita, che senso ha tutto questo. Il pericolo è non saper ascoltare. Cioè se Gesù mette proprio sull’attenti – “ascoltate” dice all’inizio; e alla fine: “Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!” – vuol dire che il problema fondamentale è dell’ascolto. Di che cosa? Di che cosa capita nella semina. Anche tu ascolta cosa capita nella vita. Se semini il bene, sperimenti le difficoltà. Ma ascolta più in profondità, oltre le difficoltà c’è qualcos’altro. C’è il risultato insperato. Quindi non scoraggiarti, ascolta bene! Addirittura oltre la morte – Gesù hanno deciso di ucciderlo – c’è la resurrezione. Quindi non preoccuparti, per morire muori lo stesso. Oltre la difficoltà della semina c’è il raccolto sicuro. Quindi ascolta bene la vita, non lasciarti ingannare dall’apparenza, perché il male è facile, viene subito ed è spontaneo. Il bene è difficile, non viene subito, viene dopo un anno se tutto va bene, e non è spontaneo ed esige fatica. Per questo siamo uomini, se no, saremmo animali. Quindi questa parabole è grande e a questo punto del Vangelo ci vuol far rendere conto di cosa avviene in noi mediante la Parola e farci leggere la nostra vita attraverso la vita di Gesù che ha subito la stessa esperienza.

Marco 4, 10-20
Tutto è in parabole

Abbiamo cominciato le Parabole, dove Gesù cerca di capire la Parabola della sua vita. Perché viene per annunciare il Regno, semina questa Parola del Regno. Il risultato è che i teologi dicono che bestemmia, altri dicono che è indemoniato, tutta gente che se ne intende, del mestiere, farisei, i suoi dicono che è pazzo, anche quelle doti che ha potrebbe sfruttarle meglio, e lui dice “Ho sbagliato forse qualcosa?” E poi i potenti decidono di ucciderlo. Dice “Ho sbagliato qualcosa?” E allora narra la Parabola del seme. Dice “Come il Seminatore seminando, il seme cade anche sul sentiero, cade in mezzo ai rovi, cade un po’ dappertutto e non bada a spese perché su quel terreno si semina, e poi si vede che alla fine, come risultato, al di là di tutte le difficoltà, quel terreno è millenni che produce grano per la famiglia, lasciandolo riposare l’anno sabbatico. Quindi afferma la fiducia del contadino nella terra, lui da sempre vive perché c’è la terra. E quella terra dà frutto con il seme. Cioè la Parola di Dio è un seme, certamente dà frutto. E poi, più in profondità queste difficoltà che vengono sono esattamente le difficoltà che incontra la Parola perché incontra le nostre resistenze. Come il seme per andare sotto terra dà frutto, deve anche morire, e deve anche incontrare le resistenze che incontra normalmente in qualunque semina. Quindi Gesù legge la storia della sua vita, come un momento di fiducia, non di scoraggiamento. Le difficoltà, se le trovi, vogliono dire che stai facendo le cose giuste. Buttarsi giù dal decimo piano non richiede nessuna difficoltà, salire al decimo piano si fa fatica. Però c’è una differenza. Non è che la fatica è errore. Vedremo adesso l’applicazione di questa Parabola a noi. È la Chiesa che rilegge la parabola di Gesù per vedere come funziona nei confronti del Regno e la nostra accoglienza.

10 E quando fu solo, quelli intorno a lui con i Dodici lo interrogavano sulle parabole. 11 E diceva loro: A voi è stato dato Il mistero del Regno di Dio, ma per quelli di fuori tutto è in parabole, 12 così che guardando guardino e non vedano, e ascoltando ascoltino e non intendano, a meno che si convertano e sia loro perdonato. 13 E dice loro: Non conoscete questa parabola: e come comprenderete tutte le parabole? 14 Il seminatore semina la parola. 15 Questi sono quelli lungo la via: coloro nei quali è seminata la parola, e quando l’hanno udita, subito viene il satana e ruba la parola seminata in essi. 16 E questi sono similmente quelli seminati in terreno sassoso: coloro che, quando hanno udito la parola, subito l’accolgono con gioia,17 e non hanno radice in se stessi, ma sono incostanti; poi venendo afflizione o persecuzione a causa della parola, subito si scandalizzano. 18 E altri sono quelli seminati nelle spine: questi sono quelli che hanno udito la parola, 19 e, entrando le cure del secolo e la seduzione della ricchezza e le brame per le altre cose, soffocano la parola, e diventa infruttuosa. 20 E quelli seminati in terra bella Sono coloro che ascoltano la parola e l’accolgono, e portano frutto, uno trenta uno sessanta e uno cento.

Allora il risultato di tutte le prediche è sforzatevi di essere terra bella. No. E siccome non siamo terra bella, allora non è per noi, e invece vedremo che il senso della parabola è un altro. Come la parabola di Gesù voleva dire che al di là di tutte le difficoltà, è sicuro che produce il frutto, perché? Perché la terra è fatta per dare frutto, e sempre il contadino vive di quello. Così qui vediamo applicata questa parabola a noi. Si vedono tutte le nostre difficoltà, ed è in queste difficoltà che vedremo che la parola darà il suo frutto. Ma prima di spiegare questo diciamo qualcosa sulle condizioni, da 10 a 12.

10 E quando fu solo, quelli intorno a lui con i Dodici lo interrogavano sulle parabole. 11 E diceva loro: A voi è stato dato Il mistero del Regno di Dio, ma per quelli di fuori tutto è in parabole, 12 così che guardando guardino e non vedano, e ascoltando ascoltino e non intendano, a meno che si convertano e sia loro perdonato.

Avete notato la differenza di traduzione, no? È probabilmente un ebraismo che invece di dire “perché” dice un “a meno che”, allora si capisce meglio. “E quando fu solo, quelli intorno a lui con i Dodici”. Cioè questa spiegazione della parabola viene collocata all’interno di una dimensione di relazione perché diventi più stretta. Quando Gesù è solo, allora lo interrogano. Pongono delle domande quelli intorno a lui con i Dodici. Questi che pongono le domande sono in un rapporto di maggiore comunione con Gesù. Questo richiama il capitolo III quelli che sedevano intorno a Gesù, per ascoltare la Parola, sono quelli che Gesù indica come suoi fratelli, sorelle, madri, ecc. Sono coloro che ascoltano. Allora la comprensione può avvenire in una maniera più piena quando si è attorno a Gesù, quando si è meno “spettatori” e si è fatto un passo di coinvolgimento con lui.

E l’interrogazione sulle parabole, si interroga perché non si sa la risposta, diversamente dal proter evangeli quando vengono fatte delle domande per mettere alla prova il Signore, qua l’interrogazione è perché questi non sanno, non comprendono. E Gesù risponde, dice “e diceva loro”. È Gesù che sta parlando e dice che “a voi è stato dato il mistero del Regno di Dio”. C’è un dono che viene dato. Viene dato loro non perché viene tolto ad altri: c’è per tutti questo dono. E lui dice e sottolinea: “a voi, ma per quelli di fuori”. Anche qui siamo di fronte a una espressione che già utilizzava Marco nel capitolo III, sempre quando vanno i suoi, che stando fuori lo mandano a chiamare dicendo: “Ecco tua madre e i tuoi fratelli sono fuori che ti chiamano”.

Allora sono due modi, non tanto due categorie di persone, ma due modi che possiamo ritrovare anche noi di metterci lì con Gesù. Un modo in cui noi siamo dentro e un modo in cui quasi siamo fuori e guardiamo, meno coinvolti. La tentazione del capitolo III è quella di far uscire Gesù, invece di poter fare un passo dentro anche noi. È questa la tentazione dei suoi: invece di essere coinvolti da lui, coinvolgerlo nei propri progetti. E allora invece per quelli di fuori “tutto è in parabole”. Allora se per quelli di fuori “tutto è in parabole”, loro l’hanno interrogato sulle parabole, Gesù non vuole dire che gli altri non capiranno niente, anzi potranno anche loro interrogarsi su quello che sta avvenendo. Perché la parabola, lo si diceva già l’ultima volta che ci siamo incontrati qui, ha esattamente questa forza. Di essere una parola donata perché la persona che l’accoglie possa coinvolgersi e accogliere la proposta che viene fatta.

È più la proposta di un cammino che una verità consegnata già bella e pronta. Cioè non c’è qualcosa di già definito, ma questa Parola è una Parola che viene donata alla persona che la ascolta. Se uno si accorge di questo dono e comincia a camminare, cioè comincia a lasciar lavorare la parola dentro di sé, allora scopre che questa parabola racconta la nostra stessa vita, oltre che la vita di Gesù. Ecco allora il finale è proprio che anche chi è fuori, siccome guarda e non vede, ascolta e non capisce allora si interroga. E quindi è il modo per coinvolgere anche chi sta fuori. È l’unico modo: se non capisco allora cercherò di capire. E per capire devi semplicemente girarti di più, convertirti cioè entrare. Adesso vediamo noi questa parabola. Versetti 13 – 15.

13 E dice loro: Non conoscete questa parabola: e come comprenderete tutte le parabole? 14 Il seminatore semina la parola. 15 Questi sono quelli lungo la via: coloro nei quali è seminata la parola, e quando l’hanno udita, subito viene il satana e ruba la parola seminata in essi.

Mi fermo un momento sul primo versetto. “Se non capite questa parabola come capirete tutte le altre?” L’importante è capire questa parabola. Il testo incomincia “E dice” è al presente, cioè è una attualizzazione che la Chiesa fa della parabola di Gesù. Se notate la parabola precedente “e diceva” e continua a dire. Questa invece è al presente: allora cosa dice a me. Capire questa parabola, che parla della Parola, cosa fa la Parola in noi è fondamentale. Se non capisci cosa fa la Parola in te, cosa capisci?

E allora qui vediamo tutte le reazioni che ci sono in noi davanti alla Parola. Dove c’è il seminatore che è Gesù, dove c’è la Parola che è ancor Lui, perché Egli è presente nella sua Parola, e la semina che è esattamente dire la Parola. Quindi il nostro atteggiamento davanti alla Parola e a Colui che parla. E sapete che la parola è un seme che produce secondo la sua specie. L’uomo è di nessuna specie nella Bibbia perché la sua specie è la parola che ascolta. Per cui se ascolta la Parola di Dio diventa Figlio di Dio, come dice Giovanni. La Parola ha il potere di generarci Figli di Dio. Questo viene in luce anche dall’espressione che usa Marco ”questi sono quelli lungo la via”. Si è un tutt’uno con la parola che si ascolta. Non c’è una differenza, una distanza. E tutto parte dal fatto che il seminatore semina la Parola. C’è questo grande dono all’inizio. E quello che noi possiamo fare è accogliere quella Parola.

Questa Parola ci dice ” Questi sono quelli lungo la via” nei quali viene seminata la Parola. Già questo è una verità bella. Perché come avevamo visto nel racconto della Parabola, non è che il seminatore seleziona i terreni, ma butta il suo seme su ogni tipo di terreno. Non è che dica a un terreno “No, tu sei così non ti do questo seme della Parola”. Ma in questo seminatore che semina la Parola c’è già la ricchezza del seme che può vincere ogni resistenza. Circa il terreno, tenete presente che “Adam” vuol dire terra e uomo vuol dire “Humus”, terra. Ogni uomo è terra, è terra inutile, per germinare il seme della Parola di Dio. E allora? E allora questi sono quelli lungo la via. “Lungo la via”, dice questa spiegazione, che subito viene il satana. Allora, seminare lungo la via, lungo la strada, dove ognuno cammina, ma su questa strada il rischio è che si diventi impermeabili a questa Parola, perché c’è qualcuno che la ruba. Il satana viene qui definito come il Ladro della Parola.

Dietro a questo furto della Parola, c’è anche il furto della fiducia che vuole mettere in chi ascolta, la Parola. Cioè vuole togliere da noi la fiducia in questo seminatore. Cosa ha fatto Satana fin da principio? Cos’è la prima azione che ha fatto con l’uomo, con questo Humus? Gli ha rubato la Parola e gli ha messo un’altra parola: “Ascolta me”. Così noi siamo così pieni di parole, che siamo impermeabili alla Parola. Si dice “tutti dicono così, tutti fan così”, “è questa la strada che tutti percorrono”, “è il cammino dell’uomo”. Anche Pietro sarà chiamato Satana perché pensa secondo gli uomini. Cioè c’è quel modo di pensare che ha la fiducia in che cosa? Non in Dio, nella sua Parola e nell’Amore, ma ha la fiducia nelle sue cose concrete, nei progetti, nelle cose che mi garantiscono la vita, nel mio possedere persone che mi garantiscono relazioni, nel mio andare a messa, nel mio possedere Dio in qualche modo, che mi garantisce la vita eterna. Cioè questo mio mondo che mi amministro io mi rende assolutamente impermeabile alla Parola, son già tutto pieno! È come se il Vangelo, la parola che è sotto venisse a confermare quelle che sono le mie idee, venisse strumentalizzato per affermare quelle che sono le mie convinzioni. Allora togliere questa fiducia, soprattutto togliere la fiducia nella bontà del seminatore è quello che fa Satana, anche in Gen 3.

Porto un esempio: già aveva cercato Satana di rubare la Parola a Gesù, nel deserto. “Di’che queste pietre diventino pane”. Tutto sui beni concreti del mondo. Quanti cristiani in nome di Dio cercano di occupare i posti nelle banche, posti di potere, posti della sanità ma in nome di Dio! Così abbiamo in mano noi il potere. Facciamo il bene. Come si chiama questo? Esattamente non è la fede in Dio, in Gesù, ma è la fede nel Dio mammona di questo mondo, travestito. Come Pietro, satana. È normale. E Gesù semina anche su questo, sulla nostra incredulità, in fondo. E come si farà a vincere l’incredulità? Non dimentichiamoci del capitolo 3, dove sembra che tutto crolli, che il ministero di Gesù sembra conoscere una crisi. E allora uno potrebbe dire “Allora, cambiamo!”. E invece Gesù: “ No”. Sta raccontandoti, proprio così, proprio lì è la forza della Parola. Perché altrimenti uno potrebbe dire ”Ma se non viene così il Regno di Dio c’ è qualcosa che non va. Se gli altri sono più forti, noi dobbiamo essere più forti degli altri. Perché se li dominiamo garantiamo che così viene la Parola”.

Perché lungo la via, su questa strada, sulle strade del mondo, vige un’altra logica. E la tentazione è quella di omologarsi a questa logica. E come vedete con questa logica stiamo fuori e vedendo non vediamo. Vediamo il contrario di quello che vede Cristo. Anche i discepoli. Sapete quali sono i successivi due miracoli che Gesù fa? Prima farà un miracolo che è un esorcismo, del sordo, far sentire; e poi ripete due volte il miracolo del cieco. Il primo miracolo lo fa in due rate, mentre quello del sordo lo fa in cinque, per dire che è veramente difficile far sì che il discepolo accolga la Parola. Però è il vero miracolo che fa. Cioè vuol dire che la Parola ha il potere di darci la Fede. La stessa Parola. Perché la fede viene dall’annuncio della Parola. Confronti questa Parola con quella di Satana e alla fine, presto o tardi, si capirà quella che è vera.

È interessante che Satana venga appena è udita la Parola. Cioè quando l’ascolti e vorresti metterti in cammino allora arriva. Come dire fin quando non l’ascolti vai via tranquillo. Ma quando l’ascolti e vuoi entrare in cammino, allora subito viene Satana. È come con Gesù. Ma è bello vedere come è quasi vietato ascoltare la Parola del Signore, il Vangelo in molte associazioni cattoliche. L’importante sono le parole d’ordine, gli aggettivi, il punto di arrivo, il nostro potere, il trionfo di Cristo, il trionfo della Chiesa. Se ascoltassero la Parola di Dio cambierebbero. Ma è vietato. Si è protestanti a leggere il libro. Si è umani. Gli altri semplicemente esecutori manovrati dal dio di questo mondo. Come han cercato di fare con Gesù quando han sentito la Parola. È lui la Parola, tu sei il Figlio mio l’amato. La Parola è Lui stesso. Infatti hanno cercato addirittura di rubare anche lui. Il seminatore semina la Parola. Ti ho parlato, Gesù ha parlato. Se l’ascoltiamo non facciamo peccato. Ma è tremendo il nostro non ascolto. Perché noi ascoltiamo le nostre idee e ciò che conferma le nostre idee.

Il fatto che coloro che ascoltano diventano tutt’uno con questa Parola, quando si dice che ruba la Parola non è che rubi qualcosa di esterno a noi. Ci rubano la nostra verità. Rubando la fiducia nel Signore, non è che ci rubano un accessorio di cui possiamo fare a meno. No, non siamo più noi stessi. Senza questa parola non siamo. E quanti credenti sono senza fede. Credono nel potere loro. È la fede in Gesù che ci ha salvato vivendo esattamente in modo opposto a quello opposto da Satana, che è quello dell’avere, del possedere, del potere, del dominare. Cioè quel mondo di peccato che tutti conosciamo.

Questo fatto di Satana a volte noi possiamo avere la tentazione di vederlo come qualcosa che fa paura. In realtà qui è qualcosa che seduce. Cioè il satanico ha questo di seducente: “Così fan tutti, e se non mi faccio più furbo degli altri, gli altri mi fregano.” “Che male c’è? Anzi è bene.” Vedete, questo è qualcosa che avviene subito. Subito viene il Satana. Tra l‘altro subito, perché il male va fatto subito perché se ci pensi su poi, poi ci riesci a fare tanto bene. Quindi, la Chiesa riconosce in sé questa difficoltà del Satana. Come sarà vinta questa difficoltà? La semina produce frutto, il primo frutto sarà darmi la fede, se ascolto la Parola. La prima vittoria della Parola è la fede. Vediamo il secondo. Versetti 16-17.

16 E questi sono similmente quelli seminati in terreno sassoso: coloro che, quando hanno udito la parola, subito l’accolgono con gioia, 17 e non hanno radice in se stessi, ma sono incostanti; poi venendo afflizione o persecuzione a causa della parola, subito si scandalizzano.

Non so se vi capita qualche volta che la Parola entri da un orecchio ed esca dall’altro, e che qualche volta venga accolta con gioia. Sì c’è una accoglienza in cui quasi sentiamo che risuoniamo con questa parola, come quando si accordano le corde di uno strumento e si vede che sono proprio accordate. Allora c’è questa accoglienza in cui non solo riconosciamo la Parola, ma ci riconosciamo in quella Parola, come se ci dicesse qualcosa della nostra identità. E allora questa accoglienza c’è e può essere anche sincera, però si dice qui “Questi che l’hanno udita, l’accolgono con gioia, non hanno radice in se stessi”. E allora che cos’è questo terreno sassoso? È come se la Parola arrivasse, ma mentre sta entrando in noi trova delle resistenze. Trova un sasso. Cosa sarà questo sasso? Cos’è il sasso? Duro, già morto.

La parola sasso indica la qualità dei discepoli, il cuore di pietra. Noi accogliamo la Parola che dà speranza, ma poi sotto sotto si scontra con le nostre sfiducie radicali: la nostra mancanza di speranza, le nostre paure antiche. Le paure ti bloccano. Come la Medusa che pietrifica, se la guardi. Uno guardando dentro, vede dentro tutte le sue paure, che gli tolgono la speranza. Alle volte anche esperienze che possono essere negative, anche esperienze del nostro passato ci pietrificano, un po’ come la moglie di Lot che guarda verso il passato e rimane lì come una roccia. Qualcosa che ci trattiene da questa gioia. Le mie esperienze negative, il mio passato che mi condiziona. Questa parola è entrata, l’ho accolta bene perché risponde alla verità, però mi accorgo che in me c’è un’altra verità. C’è tutta la paura. Come se in un certo senso si diventasse l’ostacolo maggiore a questa Parola, che vedo mi dà gioia, però quasi non credo a questa gioia.

Oppure dico: non è per me. È qualcosa di bello, ma non possibile. Allora questo fatto della afflizione, della persecuzione a causa della Parola ad alcuni dà inciampo. Invece di riconoscere che è proprio perché si è accolta quella Parola e si sta camminando secondo quella Parola, che si è chiamati ad affrontare queste situazioni. Si può dire che tante volte si ascolta la Parola ed è bello. Poi dopo c’è il grigio quotidiano da affrontare. Ed è lì che la parola comincia a seccare, perché si scontra con la durezza del quotidiano, dell’esperienza, tutta la storia passata che continua al presente. E allora dici: non è per me. È stato un lampo così, ma brucia subito. Come se la realtà che incontriamo anziché essere il luogo dove la Parola può portare frutto, diventa il luogo dove invece la Parola rimane inefficace, ma perché non abbiamo una accoglienza piena, profonda di questa Parola. Siccome da Adamo in poi è venuto l’uccello che la porta via, cioè Satana, noi viviamo del “Si dice”, cioè della menzogna, non della fiducia in Dio, che è Verità, che è la prima tentazione, e la seconda è la paura.

Abbiamo speranze e desideri, il Vangelo libera le nostre speranze e i nostri desideri ogni volta che l’ascoltiamo. Le mie speranze e desideri hanno come controparte che contraddicono le mie “disperanze” e le mie paure, che ne ho. Ecco la seconda vittoria della Parola: su questa mancanza di speranza e su queste paure. E man mano che coltivi la Speranza che questa suscita, comincia il cuore a sciogliersi davanti alla bella proposta. Se c’è l’ascolto, cambia il cuore, si ammorbidisce il cuore. Cioè la Parola ci dà Speranza, ci ridà l’identità, ma va ascoltata con costanza evidentemente. Entra nel cuore e il cuore è fatto per queste cose e noi o pieghiamo le ginocchia davanti alle nostre paure e le realizziamo o davanti ai desideri che è molto meglio, non ci mettono in ginocchio e ci fanno camminare. Si è chiamati a lasciare germogliare questo seme.

La parabola che Gesù ha raccontato dice dell’importanza del tempo. Non c’è qualcosa di immediato. C’è il dinamismo della crescita. C’è tutta la vita qui. Il subito è proprio di Satana che porta via. Riguardo questo voler crescere subito certi entusiasmi non vanno bene. La Parola entra in profondità lì dove c’è buio, c’è paura e lì che germina. Spacca i sassi. Durante il Triduo di Pasqua, a Selva, qualcuno ha seminato nell’orto. Adesso che tutti siamo via la nostra fiducia è che là stia crescendo qualcosa. Questa è la possibilità. Allora anche quando non si vede. Questo a volte anche nella nostra vita il voler vedere sempre tutto, subito. Ma niente avviene tutto e subito. Se non nel volare dal decimo piano o nel far crollare. Ma il crescere segue dinamiche esattamente opposte. Le dinamiche di vita hanno questa pazienza, questo aspetto positivo. Allora anche quando non si colgono i frutti però si sa che si sta crescendo. Allora l’ascolto ripetuto di questa Parola che siamo invitati ad ascoltare questa Parola con maggiore costanza, più che le nostre paure e i nostri insuccessi.

Se ascoltiamo con maggiore impegno la Parola, quella Parola porta frutto. Come Gesù che degli insuccessi ha detto: ho fiducia in queste difficoltà, le difficoltà ci sono e non mi fermo. Perché ho fede che la Parola è vera e se è vera porta frutto. La menzogna non porta frutto. Se non immediato, cioè ti distrugge, non è un frutto. Quindi la pazienza, quella sarà per la parabola successiva, proprio quella pazienza del tempo, ci cambia, perché noi siamo fatti per la Parola, come il terreno è fatto per il seme, sennò non produce niente. Allora è bello vedere che la Chiesa riconosce le sue difficoltà. C’è l’entusiasmo, ma poi sai, il nostro pensiero va da un’altra parte. La Parola mi entra, ma poi vedo tutte le mie paure, bene! La Parola entra anche in queste e me le cambia. Vediamo la terza resistenza. Versetti 18-19.

18 E altri sono quelli seminati nelle spine: questi sono quelli che hanno udito la parola, 19 e, entrando le cure del secolo e la seduzione della ricchezza e le brame per le altre cose, soffocano la parola, e diventa infruttuosa.

Questa è la terza resistenza che si oppone a questa Parola. Quelli che hanno udito la Parola. Però accanto a questa parola crescono altre cose, che qui sono evidenziate nelle spine: le cure del secolo, la ricchezza, le brame per le altre cose. Ciò che ci seduce e che però ci svia. Che di fatto soffocano questa Parola, vuol dire che soffocano noi, diventati un tutt’uno con questa Parola. Come se quest’ultima resistenza segnasse un po’ la difficoltà a venir fuori, a nascere secondo questa Parola. Queste spine tentano di soffocare, vogliono tenerci prigionieri. E queste realtà che ci soffocano sono in sé seducenti: ricchezze, cure del secolo, brame per le altre cose. La ricchezza seduce davvero, perché la ricchezza permette tutto, promette tutto, fuorché l’intelligenza e l’amore. Promette il potere. Ed è seducente perché sembra bello. E quindi praticamente cosa vuol dire qui: che davvero la Parola si scontra con queste nostre brame, che sono poi le concupiscenze, il possedere le cose, le persone e Dio. Cosa farà la Parola con questo? Bene, ci darà un amore così grande che vince tutti questi amoruzzi dei nostri idoli. Sono i nostri idoli di avere, di potere, di apparire, sono le nostre scempiaggini in fondo. Ma sono così profonde che ne siamo innamorati. Anzi tutta la nostra vita si gioca su quelle tre cose. In mancanza di Fede e di Speranza, giochiamo tutto su quelle tre cose. Come se sacrificassimo un po’ la nostra vita a queste cose, soffocando questa Parola. Come se cercassimo noi stessi mediante queste cose. La nostra realizzazione in queste cose, invece che in quella Parola che ci viene detta. Che sono poi le tentazioni che ha avuto anche Gesù, tutto sommato. Come vedete, la Parola si incontra con tutte queste realtà che sono in noi e non è che il buon terreno è qualcosa di diverso da noi e da questa realtà.

Uno avrebbe potuto dire: “Ma perché il seminatore va a seminare anche nelle spine? Non è uno sprecare?” No, non è uno sprecare. Perché il seme è chiamato a portare vita anche in quelle spine. Così come nel terreno sassoso, così come lungo la via. Quando troveremo le spine nel Vangelo? Nella corona di spine, dove è incoronato Re. Re, ideale di uomo, che ci libera e vince il male. Richiama gli alberi, la foresta che cerca un re sono le spine ad accettare di diventare re. Gesù porta le spine del nostro potere, cioè del nostro idolo peggiore, che ci fa credere di essere uomini realizzati, se noi abbiamo ricchezza, potere, dominio su tutto. E invece no. E noi amiamo questo. Vedete che il nostro Re dà la vita per noi, che siamo così scemi da vivere così, perché ci ama infinitamente. E allora qui ci sarà un grande amore che vince tutto l’amore dei nostri idoli. E quest’amore ce lo dà la Parola. E qui vedremo che alla fine del Vangelo, si tratta di vedere e contemplare. Guarire la vista. Finalmente vedere, avere occhi e vedere dove sta la realtà. Ed è questa la Parola che leggiamo nel Vangelo e gradualmente ci porta a vincere sia la nostra mancanza di Fiducia, sia la nostra mancanza di Speranza, sia anche la nostra mancanza di Amore. I frutti di cui si parla in maniera negativa; “diventa infruttuosa”, sono sempre invece frutti di vita. Basterebbe leggere Galati 5, 22, per vedere quali sono i frutti dello Spirito. Cioè coloro che accolgono questa Parola e diventano un tutt’uno con la Parola. Vediamo l’ultimo versetto.

20 E quelli seminati in terra bella Sono coloro che ascoltano la parola e l’accolgono, e portano frutto, uno trenta uno sessanta e uno cento.

Vi ricordate come si dice terra in ebraico? “Adam”. E cosa disse Dio quando fece Adam? “Molto bello”. Questo è il modo con cui anche il Signore ci vede. L’ultimo brano di questa interpretazione della parabola è un po’ lo sguardo del Signore sul terreno. Nei primi tre terreni siamo quasi abituati a rispecchiarci. Non so perché, ma il negativo risuona sempre meglio. Sia in quello che vediamo in noi, sia in quello che vediamo negli altri. Qui ci viene offerto in partenza un altro sguardo. Uno sguardo che vede la terra bella. Qui non ci sono varie categorie di terreno, nel senso che non ci sono varie categorie di persone. Ce li troviamo dentro questi terreni. In varie proporzioni ce li troviamo tutti.

La terra bella sono quelli che ascoltano la Parola e l’abbracciano. Allora questo atteggiamento nei confronti della Parola, che è un atteggiamento sponsale, è l’altra parte di me, che però fa tutt’uno con me. Che mi consegna la mia vera identità. Scopro la mia verità accogliendo pienamente questa Parola, abbracciandola.

Pensavo di applicare proprio questo brano ai discepoli. La prima qualità del terreno con gli uccelli, Satana, Pietro stesso è chiamato Satana perché pensa secondo gli uomini. Eppure sarà quello che rafforza nella fede i suoi fratelli, dopo. Secondo, quando ci sono afflizioni o persecuzioni cosa hanno fatto i discepoli? L’hanno abbandonato. Perché dicevano “Noi speravamo, ma è tutto fallito.” E invece dopo concepiranno speranza. Non è che sono terreni diversi, è la stessa persona che ha dentro queste difficoltà e saranno queste difficoltà vinte, che gli danno la sua verità di terra bella. E la Parola ti dice che lo sei. Sei fatto a immagine di Dio. E la terza, pure, la seduzione delle ricchezze ci sarà sempre, tuttavia lasciano tutto per seguire il Signore. In questo ultimo versetto invece c’è la possibilità piena di accoglienza della Parola, che è descritta come un abbraccio.

Questo è il modo che riassume in positivo i frutti della Parola. Quella fede, quella speranza e quell’amore sono ben riassunti in quest’abbraccio della Parola. Questo è il modo di accoglierlo. Nella festa della Decima, ma anche in altre feste, danzano abbracciando la Torà perché è la Sposa. È uno sposalizio quello che qui avviene, tra colui che ascolta e la Parola. È in questo modo che può portare frutto. L’accoglienza non è vista tanto come l’accoglienza di una verità esterna, ma nei termini di una relazione personale. Se accolgo così la Parola, accolgo l’altra parte di me che fa tutt’uno con me stesso, accolgo la mia verità piena, che mi viene consegnata attraverso questa Parola. C’è da parte nostra il desiderio di abbracciare la Parola e il desiderio di lasciarci abbracciare dalla Parola. Al di là della mancanza di fiducia che può subentrare per opera di Satana che vuole subito portarcela via, delle resistenze che possiamo avere, delle altre seduzioni.

Probabilmente questa è una omelia della Chiesa primitiva sulla parabola di Gesù. È un bell’esempio di omelia come noi oggi ci incontriamo nelle stesse difficoltà di Gesù e siamo chiamati ad avere la stessa fiducia. E come ancora in noi si realizza la stessa storia che è capitata a lui, in tutte questa difficoltà, eppure porta frutto. Quanto? Il trenta, impossibile perché la norma allora era l’undici per uno, al massimo il tredici. Invece il trenta come minimo, impossibile, il sessanta, assurdo, il cento: è un crescendo perché il frutto è infinito. Davvero sapere che tutti siamo terra bella. E la parola ci fa diventare quello che siamo: terra bella che accoglie e dà frutto. L’uomo è a immagine di Dio. Proprio come se l’accoglienza di questo seme ci generasse nella nostra Verità, come suoi figli. Se ascoltiamo questa Parola, diamo a questa Parola la possibilità di rigenerarci nella nostra Verità.

Come vedete la Parola ha prima un potere terapeutico di sanare il terreno, di guarirci dalla menzogna di Satana, dalla paura che è venuta dopo la menzogna, da quella mancanza d’amore e da quella sfiducia assoluta che è stata conseguenza della paura e della menzogna. La Parola ci restituisce la nostra Identità di Terra Bella. Che è il motivo per cui leggiamo il Vangelo.

Marco 4, 21-34
Guardate ciò che ascoltate
Il seme germoglia e cresce automaticamente

Bisogna prestare attenzione a come ascoltiamo la Parola: la nostra identità di figli corrisponde alla nostra capacità di ascolto. La parola è come un seme che genera secondo la sua specie: la Parola di Dio ci genera figli di Dio. Per questo il fondamento della nostra vita è “ascoltare la Parola”. Il Regno di Dio è il frutto della Parola: Gesù stesso, che ha le caratteristiche del seme.

Adesso siamo al capitolo quarto, dove Gesù, che ormai han deciso di uccidere e quindi è considerato bestemmiatore dai religiosi, pazzo dai suoi, indemoniato dai teologi, da uccidere dai potenti, quindi non ha fatto grande successo, e allora dice: “Mah, cosa ho sbagliato?” Abbiamo visto la prima parabola, con l’interpretazione che fa vedere come la parola è un seme che ha le difficoltà della semina, che sono normali. Il seme muore e porta frutto. E quindi è inutile perdersi nelle difficoltà. Se tu non semini ti mangi quel sacco di grano ma non hai da mangiare per tutto l’anno. Quel sacco che butti via e perdi e che sta li mesi e mesi, e passa l’inverno senza sapere che faccia nulla, è quello che di dà la vita. Quindi non cerco l’effetto immediato. Cerco di seminare la verità. E la verità fruttifica: addirittura il cento per uno. Poi abbiamo applicato questo al nostro tipo di ascolto, verificando il nostro ascolto: cosa fa la Parola in noi. Si scontra con tutte le nostre difficoltà ed è proprio in quelle difficoltà che la Parola entra e ci dà la fede, la speranza e l’amore. Ed era la volta scorsa. Adesso passiamo alle altre parabole e di che cosa ci parlano? Ci parlano della fiducia nel Signore. E sono diverse immagini. Fiducia nella crescita, ma fiducia anche di come avviene questa crescita. Potremo dire tra gli inizi e la conclusione, la continuità di questa crescita. Allora leggiamo il testo, Marco 4, 21-34.

21E diceva loro: viene forse la lucerna per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? Non per essere messa sul lucerniere? 22Infatti non c’è qualcosa di nascosto se non perché sia manifestato, né di segreto se non perché venga alla luce. 23Se uno ha orecchi per ascoltare ascolti. 24E diceva loro: Guardate ciò che ascoltate. Con la misura con cui misurate sarà rimisurato a voi, e vi sarà dato di più. 25Infatti a chi ha, gli sarà dato; a chi non ha, anche ciò che ha gli sarà tolto. 26E diceva: Così è il regno di Dio, come un uomo che abbia gettato il seme sulla terra: 27e dorma e si alzi, di notte e di giorno, il seme germoglia e cresce, come egli non sa. 28Automaticamente la terra porta frutto, prima uno stelo, poi una spiga, e poi grano pieno nella spiga. 29Quando il frutto si consegna, subito manda la falce perché la messe è lì. 30E diceva: Come paragoneremo il regno di Dio? O in che parabola lo metteremo? 31Come un chicco di senapa, che, quando è seminato sulla terra, è più piccolo di tutti i semi della terra; 32e quando è seminato vien su e diventa più grande di tutti gli ortaggi e fa rami grandi così che sotto la sua ombra possono dimorare gli uccelli del cielo. 33E con molte parabole simili, diceva loro la Parola secondo che potevano ascoltare. 34Ora non parlava loro senza parabole, ma in privato ai propri discepoli spiegava tutto.

Allora adesso “in privato” anche noi ci spieghiamo queste parabole. E ce le spieghiamo guardando la vita di Gesù. In queste parabole si parla dello stile di Gesù. E lo stile è qualcosa di fondamentale, è sostanza, lo stile. Se vedete il sogno di Nabucodonosor quando sogna quella statua enorme, d’oro, è simbolo dell’idolo, del suo impero. E vediamo le caratteristiche dell’idolo che è quello di essere grande. E di essere affascinante, bello, splendido. E di essere terribile perché o stai dalla sua parte o sei distrutto. Qui vediamo le caratteristiche di Gesù, che è piccolo, il più piccolo dei semi, che non appare, sembra che si metta sotto il moggio, e che non fa nulla. Non è tremendo, parla addirittura dell’inattività.

Praticamente queste tre parabole che abbiamo letto, Gesù le fa per far comprendere ai discepoli che non ha sbagliato perché lui cerca il nascondimento, ma proprio verrà alla luce ciò che è nascosto. E la croce che sarà il massimo nascondimento, da lì si conoscerà chi è Dio. Perché Dio non è uno che si mette in mostra. Non fa propaganda elettorale, non vuol essere votato, non vuol imbrogliar la gente, non vuole dominare, per cui non appare.

Quindi la prima caratteristica del Regno di Dio è che non appare, non ha parvenza. La seconda è che non c’è molto da fare, cresce da solo se è vero. La verità cresce, se c’è. È inutile a star li a tirar l’erba per farla crescere: la distruggi. E la terza caratteristica, vedremo, è la piccolezza. Quella piccolezza del più piccolo dei semi che diventa un grande albero che accoglie tutti. Perché la piccolezza è il luogo in cui si può accogliere tutti. Quindi sono le tre caratteristiche di Gesù, del Regno di Dio, che sono esattamente le caratteristiche contrarie a quella dell’idolo. Vediamo ora i versetti da 21 a 23:

21E diceva loro: viene forse la lucerna per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? Non per essere messa sul lucerniere? 22Infatti non c’è qualcosa di nascosto se non perché sia manifestato, né di segreto se non perché venga alla luce. 23Se uno ha orecchi per ascoltare ascolti.

Inizia così il Signore a parlare a quelli che stanno ascoltando, dove quello che viene detto sembrerebbe un invito a mettere in mostra qualcosa. In realtà è un invito a fare luce, a vedere bene. Allora, non è che qui adesso si cambia una strategia, dopo che Gesù ha conosciuto la crisi del ministero, o, meglio, la crisi del ministero galilaico. Quando sembra che le cose non portino frutto, allora è come se questa lucerna, che è la stessa Parola del Signore, viene messa sul lucerniere per fare luce, non per essere nascosta. Allora questa che viene offerta da Gesù è una lezione di fiducia, potremo chiamarla così. Quello che ha detto e quello che dirà fra poco è esattamente ciò che ci permette di aprire gli occhi e di vedere. Non tanto un invito un invito a Gesù a comportarsi quasi in maniera diversa. Ma illuminare ciò che sta avvenendo, perché sembra che non si riesca a leggere in maniera corretta quello che sta avvenendo.

L’obiezione è questa: «ma scusa, se accendi la luce la metti sotto il letto? La metti sotto il moggio? Cioè, la copri con la madia in cui si tiene il pane, cioè la nascondi?» Vuol dire: «dai, mostrati, sei la luce del mondo, no?, mettiti in mostra. Abbi rilevanza! Il seme è l’identità, che morendo dà il frutto, secondo la sua specie, però bisogna avere la rilevanza. Se non c’è rilevanza, chi ti conosce? Ed erano i parenti di Gesù che gli han detto: «dai, mostrati al mondo!» Vogliono far su un prototipo da fiera, per guadagnarci su. «Con questo qui che fa tanti prodigi, facciamo spettacolo!» «Mostrati!» C’è anche tutta la pastorale dello spettacolo, per mostrare.

E anche interessante quello che dice Gesù al termine di questi versetti, che è l’invito poi arriva all’ascolto. Come dire che la proposta non avviene mai in qualcosa di spettacolare, che possa colpire gli occhi, l’attenzione, che ci possa quasi soggiogare. Ma è l’invito a cogliere una parola che come tale è chiamata ad andare dentro di noi. Il modo con cui il Regno di Dio viene è questo. Da persona a persona. Dall’ascolto. Prima ha parlato di seme, che genera secondo la sua specie. E la Parola di Dio ci genera Figli di Dio. E poi parla di luce, perché la luce, simbolo dell’intelligenza, dell’amore, della parola che è luce, della comunicazione: è la qualità di vita, la luce.

La qualità della vita non consiste nel mettersi in mostra: esattamente il contrario! Cioè, chi ama non è che occupa tutto lo spazio, ma si nasconde e accoglie l’altro! Per questo è luce! È intelligente. Tra l’altro è intelligente chi ascolta, non il “capiscione” che sa tutto e parla sempre.

Anche l’invito che abbiamo già ascoltato «Se uno ha orecchi per ASCOLTARE, ascolti!» Come dire: «Prova a fare quello che appartiene alla tua natura!» Le orecchie le hai per ascoltare. Bene: ASCOLTA! Ascolta quello che ti ho detto fino adesso, preparati ad ascoltare anche quello che ti sto dicendo! Questo è l’invito, che sembra banale (che un orecchio ascolti…«…e perché ce l’ho l’orecchio…?») «Bene, ma ALLORA ASCOLTA! Prova a corrispondere a quella che è la tua identità profonda» (…)

Vediamo gli altri 2 versetti, 24 e 25:

24E diceva loro: Guardate ciò che ascoltate. Con la misura con cui misurate sarà rimisurato a voi, e vi sarà dato di più. 25Infatti a chi ha, gli sarà dato; a chi non ha, anche ciò che ha gli sarà tolto.

Qua è come se mettesse insieme la Luce e la Parola «Guardate ciò che ascoltate!» come se questa Parola fosse la nostra luce. Il Salmo 119 parla della Parola come lampada. E di nuovo l’attenzione all’ascolto: di quale parola io mi fido? Quale parola seguo? Non quale parola vorrei seguire, ma quale parola di fatto io seguo. A quale parola io mi abbandono. Quale parola decido di incarnare nella mia vita. C’è una Parola da ascoltare nella misura più ampia possibile. Proprio perché nella misura in cui ascolto sempre di più questa Parola ci sono doni abbondanti per me. Avevamo letto la volta scorsa Isaia 55: «Ascoltate e voi vivrete!» C’è qualcosa di essenziale in questo ascolto, c’è il nutrimento della nostra vita. Ed è bello che la misura del nostro ascolto ci sarà rimisurato: cioè, nella misura in cui ascoltiamo la Parola, noi riceviamo. Più ascoltiamo, più riceviamo! Che cosa? La nostra identità, che è essere come Dio. Per cui anche tornare sulla stessa Parola il giorno dopo t’accorgi che è molto più ampia, ti ha ampliato la capacità di capire, di amare. È sempre di più all’infinito. «A chi ha sarà dato». Se non hai ascolto e non hai fiducia, se ti chiudi, non ricevi niente.

L’ascolto è come un secchio: che se piove e lo giri a testa in giù non riceve niente. Se lo metti girato, riceve tutto. Il nostro ascolto è questo “essere girati”, e ricevi ciò verso cui sei girato: se ti giri con l’ascolto alla Parola di Dio davvero ne ricevi senza misura perché ciò che ascolti ti allarga la capacità di ascoltare. Ascolti una parola d’amore. Ascoltando, ti aumenta la capacità d’amare, e quindi di ricevere e di dare: e questo senza fine. In questo ascolto uno fa esperienza che gli viene donata la sua identità. Perché nell’accoglienza del Signore conosciamo meglio Lui e conosciamo chi siamo chiamati ad essere. Allora non è questione di «Chissà cosa me ne viene», ma vengo ridonato a me stesso, vengo donato a me stesso. Conosco chi sono io, per il Signore. Vediamo i versetti dal 26 al 29:

26E diceva: Così è il regno di Dio, come un uomo che abbia gettato il seme sulla terra: 27e dorma e si alzi, di notte e di giorno, il seme germoglia e cresce, come egli non sa. 28Automaticamente la terra porta frutto, prima uno stelo, poi una spiga, e poi grano pieno nella spiga. 29Quando il frutto si consegna, subito manda la falce perché la messe è lì.

Questa è la parabola con cui il Signore ancora presenta il Regno di Dio: «Così è il Regno di Dio». Si diceva prima che Gesù non cambia programma, non segue le mode perché ha a cuore la sua e la nostra verità. Allora dire «Così è il Regno di Dio» e poi narrare questa parabola, ci dice che c’è una vicinanza della nostra esperienza anche con il regno di Dio. Non c’è piena identità. Come dire: «Guardate anche in questa esperienza del seme c’è qualcosa che parla di questo regno». Allora che cosa è questo Regno? O, com’è questo Regno? Dice che è come un uomo che ha seminato e poi si dice «e dorma e si alzi, di notte e di giorno, il seme germoglia e cresce». Cioè dopo che si è seminato il seme germoglia e cresce sia che il contadino dorma, sia che il contadino sia sveglio.

Ora, questo fatto illustra bene quello che sta avvenendo. Narrando questa parabola, Gesù sta aiutando i suoi ascoltatori e sta aiutando anche noi a comprendere come va questo regno. E questa parabola Gesù l’ha detta probabilmente in una situazione di questo tipo: dopo la prima giornata nel Vangelo, che aveva fatto tanti prodigi e se ne va nel deserto. E Pietro lo rincorre – anzi lo perseguita, – e dice «Tutti ti cercano! Adesso è il momento di agire!». Oppure, dopo aver dato il pane lo volevano fare re. «Adesso è il momento! Moltiplica i panini qualche volta e poi abbiamo in mano la nazione!» È il momento di agire… e lui ha risposto: «No, è il momento di fare niente!» Se quando tu hai seminato ti metti a lavorare nel campo dove hai seminato, distruggi ciò che hai seminato. Se il seme è vero va avanti da sé. Si mette prima di notte, se dormi, perché se stai sveglio magari lo rovini. Il campo fa da solo. Il tempo è galantuomo: se la parola è vera ti accoglierà: è eterna quella parola. Quindi la fiducia assoluta che la Verità entrata nell’uomo lavora.

E non devi aver fretta, perché l’erba tirata non cresce, la strappi. Così aver fretta con le persone perché capiscano le cose, per far crescere i figli. Se la cosa è vera, cresce da sé. In greco c’è la parola “automaticamente”, che è l’unica volta che esce, che vuol dire proprio che è la tecnologia che è già programmata per fare per conto suo. Sa lei cosa deve fare. Tu non lo sai, cosa deve fare il seme, ma il seme lo sa. Prova a sapere tu quello che deve fare il seme: non ci riesci. Il seme lo fa. C’è questa grande fiducia nel seme in cui uno potrebbe dire che è il tempo dell’inattività dell’uomo, ma non è che in quel tempo il Signore non stia parlando. Sta agendo, sta parlando. Forse in una maniera nascosta.

Quando Gesù dice «Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti» probabilmente, ascoltando queste parole uno viene aiutato anche a comprendere come avanza questo regno, ma dentro di sé. In che cosa metto la fiducia. Gesù dice che questo seme germoglia. Allora anche nell’esperienza che può essere quella del seminatore, quella del genitore o comunque di un educatore, ci sono tempi e momenti in cui non ci è chiesto di verificare, di controllare. Ci è chiesto di avere fiducia, di compiere quelle cose, qui illustrate bene dal seme, che hanno senso, che sono significative nella fiducia che questo porta. E poi è incredibile per noi che non siamo abituati a seminare, ma vuol dire aspettare tutto l’inverno, l’anno dopo, che venga giugno, avendo lavorato ad ottobre o novembre, che cresca la cosa. E tu sai che cresce, e non devi far nulla perché cresca. E tutto ciò che fai per farlo crescere prima è rovinare il raccolto. Quindi è segno di non fiducia nella verità quello di star sempre su e volere con violenza farla crescere. No, se è vera viene. Il tempo è galantuomo. Solo che ha bisogno dei suoi tempi, e sono i tempi della nostra resistenza. Ma anche, credo, il tempo della crescita, che è necessario. Non è che la forza degli uomini fa venire più in fretta il regno o le loro resistenze lo possono fermare. Questo seme porta frutto: allora è un invito alla fiducia.

Quando si fanno delle cose: il non pretendere il tutto subito, ma di sapere attendere con questa fiducia. Questo genera un modo sia di vita personale, ma anche penso di vita ecclesiale molto diverso perché un conto se io lascio il tempo al seme di portare frutto, anche senza star li… Questo vuol dire che non sono i modi dell’efficienza umana o mondana che affrettano il regno. Ha un’altra logica. È tipico di uno stile, per avere degli effetti immediati, di indottrinamento: martellante, che ripete le parole, parole d’ordine, da ripetere e da eseguire, bisogna stare attenti… Oppure il metodo usato da Gesù, ed anche da Sant’Ignazio negli Esercizi Spirituali, che non ti dice nulla, ti pone li la parola e poi ti dice «…e stacci su, vedrai che cresce!» Ma quel che cresce viene poi da te, ed è vero perché se uno ti appiccica su un’idea poi ti viene la nausea da tante idee che hai dentro, scuoti la testa e ti va via. Se invece ti cresce da dentro, quella è la tua idea!

Ed il grande rispetto, poi, della persona, che non va indottrinata; sennò è una testa ad imbuto, gli metti dentro qualche fandonia e poi “credono, ubbidiscono e combattono”. Tutte le crociate del mondo non han capito niente. Invece col seme, è Dio stesso la Parola, cresce lentamente in noi, in tutte le nostre resistenze, con fiducia. Chi non ha fiducia, indottrina e quindi rovina le persone, toglie loro la capacità di intendere, toglie loro il gusto della Parola, toglie loro la libertà e l’identità, che cresce dentro di loro. (…) C’è un modo di giungere all’incontro con questo regno che conosce tempi diversi per ciascuno. Non si esercita nessuna violenza sulle persone, perché non è che il Signore ha a cuore l’imposizione di chissà quale verità: ha a cuore che una persona arrivi a scoprire la propria Verità. Allora per qualcuno ci sarà un tempo, per un altro ci sarà un altro tempo: il Signore sa quando.

Questa parabola ci invita ad una tale fiducia in questo seme della Parola, per ciascuno, per noi e per ogni persona. Da un lato c’è questo seminare, ma dall’altra parte c’è, davvero, il tempo dell’attesa, tempi anche lunghi. Però non c’è nessuna fretta. Pensavo che il sonno, tutti i sonni della Bibbia, da quello che sveglia Adamo, finalmente come persona, e nasce Eva, e nasce la coppia e nasce l’amore. Il sonno di Abramo, tutti i sogni di Giuseppe. Il sonno di Elia che dice: «Ora basta, è finita!», ed è lì, invece, che comincia la storia. Cioè Dio può agire quando noi diciamo «Ora basta, non posso più farlo»… e l’hai capito adesso? Il nostro fare è un rovinare il seme. Sembra quasi che risponda alle obiezioni che possono fare i suoi, ma anche i discepoli e gli altri, con questo “dorma o vegli”, dove in nuce c’è già quello che sarà il sonno definitivo di Gesù. Allora noi potremo dire: «Ma come fa a venire il Regno di Dio se Gesù muore! In ogni insuccesso, come fa?» Bene, questa parabola in un certo senso ci aiuta già ad entrare in questa logica: proprio così viene il Regno di Dio. Quello che per noi sembra la sconfitta, l’essere messo lì sulla terra, in realtà è proprio il modo con cui Gesù viene, con cui Gesù regna.

Proprio le parole “dormire” e “notte” richiamano la morte, la notte, il sepolcro, sottoterra. È proprio li che questo seme romperà la madre terra e nascerà la risurrezione per tutto l’universo, da questo seme che muore. E a morire è durato anche lui trentatré anni. La logica opposta, quella dell’idolo, è quella di uccidere quello che è il nemico, invece di amarlo fino a morire, consegnandosi. Ma questo è il modo in cui Gesù vive. Allora in questa stessa parola lui legge la propria vita e aiuta anche gli altri che lo ascoltano a leggere la sua e la loro.

Per sottolineare la bellezza di questa parabola, “un uomo che abbia gettato il seme sulla terra”, poi “dorma o vegli”, “di notte o di giorno il seme germoglia e cresce da sé stesso, come egli non sa”. “automaticamente la terra porta il frutto, prima uno stelo, poi una spiga, e poi grano pieno nella spiga”. E “quando il frutto si consegna, subito manda la falce perché la messe È lì!” È la gioia della mietitura, ma fa tutto da sé: l’altro semplicemente ha seminato, adesso miete, ma in mezzo non ha fatto nulla. Tutto quello che fa in mezzo non fa altro che rovinare il raccolto. E poi c’è questo “automaticamente” e insieme i tempi “prima uno stelo, poi una spiga, poi un grano pieno nella spiga”. C’è un dono e ci sono le tappe di questo dono: c’è una pazienza, ci sono dei tempi che non sono i nostri, che solo il Signore conosce. Poi il fatto che “il frutto che si consegna”: la parola “consegnare” sapete che cos’è in greco? E la stessa di Gesù che “si consegna”, di Giuda che “lo consegna”, del Padre che “lo consegna”, cioè è la parola fondamentale. Poi, questo è il mio corpo “consegnato per voi”. Lui è uno che si consegna. Appunto la chiamata nostra è ad accogliere questo dono… … falciarlo e vivere, mangiare questo dono.

È la parabola (solo di Marco) della fiducia assoluta! Posso raccontare una parabola su questa di Tommaso, molto semplice: C’era un contadino che era li su un campo dove non aveva tirato su niente, aveva seminato ma ora non c’era niente, bello, piano. I bambini giocavano a pallone fuori dal campo, entrava il pallone, andavano a prenderlo e dice “No, no, mi rovinate il frumento!” “Come il frumento… non c’è niente!” “No, me lo rovinate: andate fuori!”. Poi lo attraversa il viandante che ha una meta, Voglio dire, il regno di Dio è il luogo dove noi giochiamo le nostre palle, lo calpestiamo costantemente da bambini o abbiamo la meta da raggiungere, passiamo sopra quel campo. Dice “Non passare sopra quel campo, me lo rovini”. “Ma no” dice “c’è niente!” “No, lì c’è la mia vita!” Eppure c’era niente. Oppure, arriva il parroco, questo è l’uomo etico che deve passare, raggiungere l’obiettivo, e calpesta il campo. No, è prodigioso il campo, è il campo della nostra vita. Non giocarci su la palla, solo. Non usarlo come mezzo per raggiungere i tuoi obiettivi, è lì che è la vita. Terzo, arriva il parroco che vuol far su le opere parrocchiali e dice “Qui faccio su le opere parrocchiali!” Dice: “No!” È l’uomo religioso, che vuole costruire tutte le cose che ha in testa. “No, la tua vita è il Regno di Dio, il campo siamo noi, la terra, Adamo” Ed è fatta per fare questo frutto, e lo fa! Per cui non far della vita un gioco da scemo, non far della vita il mezzo per raggiungere degli obiettivi, né etici né religiosi. La vita, ascolta la parola di Dio e vedrai, è divina. È vita! E l’illuso non è il contadino, ma son gli altri tre. Versetti 30 – 32:

30E diceva: Come paragoneremo il regno di Dio? O in che parabola lo metteremo? 31Come un chicco di senapa, che, quando è seminato sulla terra, è più piccolo di tutti i semi della terra; 32e quando è seminato vien su e diventa più grande di tutti gli ortaggi e fa rami grandi così che sotto la sua ombra possono dimorare gli uccelli del cielo.

Di nuovo una parabola. È interessante anche qui come viene introdotta questa parabola, dalle domande di Gesù: “come paragoneremo il regno di Dio?” “in che parabola lo metteremo?” Come se Gesù volesse suscitare il problema prima ancora di dare la risposta. Allora non so di fronte a queste domande di Gesù, se dovessimo pensare al regno di Dio, come lo penseremmo. E poi dice quello che è il regno: “come un chicco di senapa”. Scusate: avete mai visto un chicco di senapa? Non si vede! È come la capocchia di uno spillo sottilissimo che solo se la metti sotto l’occhio, su un fazzoletto bianco con la lente e la luce, lo vedi. Se no, non lo vedi. L’attenzione di Gesù va su questo seme come “il più piccolo dei semi della terra”. Su questo va, su ciò che non si vede, su ciò che non attira l’attenzione. E non dobbiamo dire “Ah, però si dice che diventa più grande!” Fermati, il seme è lo stesso. Quello che è il regno è contenuto in questo seme, che dicevamo già le altre volte, è la pienezza di vita. Ma ha questa logica: così viene il regno di Dio, così è il regno di Dio.

Ma nella scrittura questa è una costante del modo in cui il Signore si rende presente e che Gesù porta a compimento. Allora che cosa c’è dietro questa piccolezza. Non è tanto una tattica: adesso è piccolo ma poi diventa grande, chissà quale logica ci sarà: allora cominciamo già essere grandi così evitiamo questo percorso. No, in questo c’è la verità del seme. Quando si diceva prima di questi modi di venire del regno, di questo abbandono al regno e adesso di questa piccolezza, si sta dicendo la verità di questo regno che trova la difficoltà in noi perché generalmente siamo orientati ad altri criteri. La discussione tra i discepoli non era su chi era il più piccolo, non li avrebbe fatti litigare. Ma sul più grande! Allora quando Gesù dice questo, questa piccolezza, sta indicando quella che è sempre stata una costante: Israele è stato scelto (dice Dt 7,7) perché era il più piccolo tra i molti popoli. E per questo fa l’esperienza che è proprio l’amore del Signore che va a sceglierlo.

Allora non è tanto “l’amore del bonsai”, delle cose piccole, eccetera, ma c’è una verità di fede. E tra l’altro l’albero che nascerà da questo seme, qual è? È la croce, che è la piccolezza somma di Dio. Si è fatto maledizione, peccato e morte, addirittura! Ed è il grande albero dove trovano rifugio tutti gli uccelli: indica tutti i popoli del mondo, lì sono riscattati e trovano il nido dove abitare, in questo amore assoluto di Dio per tutti. Proprio la piccolezza di Gesù. E tra l’altro la piccolezza è la caratteristica dell’amore: chi ama si fa piccolo, non invade; per accogliere l’altro lascia tutto lo spazio all’altro. È la caratteristica di Dio: si restringe. L’avete mai visto? No, non occupa nessuno spazio, qui c’è posto per tutti.

E l’amore è questa piccolezza e quindi queste quattro caratteristiche (la prima è la difficoltà della semina, la seconda è del nascondimento, non si mette in mostra, la terza è dell’apparente inattività, quindi della fiducia e la quarta è la piccolezza) sono le caratteristiche di Gesù, lo stile di Gesù. L’altro è lo stile che satana gli aveva proposto nel deserto: «Di’ che queste pietre diventino pane. Guarda tutti questi regni del mondo, se vuoi io te li do, se ti prostri davanti a me, se cerchi il potere. Buttati giù dal pinnacolo del tempio e tutti ti vedono nell’atterraggio morbido e tutti allora sapranno che sei figlio di Dio». È quel che facciamo noi, eh! Non riusciamo bene, ma almeno coll’elicottero atterriamo, poi il pane… i soldi…

Mi viene in mente che la scelta del re Davide che racconta il primo libro di Samuele al capitolo 16°, quando il profeta dice «Iesse, porta qui tutti i tuoi figli perché il Signore si è scelto un re», lui ne presenta sette e su nessuno cade la scelta e allora chiede «Ma sono qui tutti?» «No, rimane il più piccolo, che sta a pascolare il gregge». E allora viene chiamato e lui viene unto re, come adesso si parla di regno. Così viene il Signore, su quello su cui non mettiamo lo sguardo, che non consideriamo. Chi non è tenuto in considerazione da suo padre, su quello va la scelta del Signore. È un capovolgimento totale. Però potremo dire: è così. C’è una conversione a cui noi siamo chiamati, che è una conversione alla vera immagine di Dio, alla verità di Dio. Il regno è così, Dio è così! E allora non è tanto l’attenzione al futuro, che poi ci sarà una grandezza. Ma il fatto che l’albero che diventa grande è questo seme qui e non un altro.

E quando diventa grande fa rami tanto grandi che tutti possono venire. Non è una grandezza, ancora una volta, quasi volta al dominio su qualcuno, ma all’accoglienza, il segno dell’amore. Cioè quando c’è, allora si può essere anche grandi, anche forti. Ma se questa è la logica che pervade, bene allora c’è posto per tutti anche li… … ma è sempre piccolo. È come l’agnello, che è mite, ci dà il cibo, ci dà la carne quando muore, ti dà il vestito da vivo, diventa vestito da morto, quindi: utilissimo, ed è mite. «Noi siamo come agnelli fra i lupi», dice Gesù. Non è che un milione di agnelli mangiano il lupo, restano agnelli. Non è che poi diventiamo grandi. Si, l’albero è enorme, ma è l’albero della croce, è la grandezza di Dio, è la grandezza dell’amore, che è la piccolezza somma. Così il suo splendore, la sua gloria è il nascondimento assoluto, la croce. Dove davvero lui germoglia e rompe la terra e dà la vita è proprio nel sonno della morte.

Quindi, capire questo è capire il mistero della vita, capire il mistero di Gesù: se noi cerchiamo il regno di Dio col successo, facendo lo slalom tra le difficoltà, cercando il potere, cercando la gloria, l’onore, non facciamo altro che moltiplicare il male del mondo, anche in nome di Cristo. Dietro a possibili difficoltà che richiamano le tentazioni che Gesù stesso ha vissuto, c’è la difficoltà dei discepoli, di quelli che incontrano Gesù, ad accogliere questo regno che comunque viene gettato. La fiducia nell’offrire anche questa parola di queste parabole è la stessa fiducia che il seminatore ha a gettare il seme su ogni tipo di terreno, perché in questo seme si continui vita, avrà ragione di ogni terreno, ovunque venga gettato. Scusate, Gesù non fu accettato dai suoi contemporanei perché era così; se fosse venuto trionfante l’avrebbero accettato. Ma anche i romani avrebbero fatto un concordato super; anzi, l’avrebbero nominato imperatore perché aveva un potere, aveva anche 12 legioni d’angeli aviotrasportate! Voleva invadere il medio oriente, inventava subito l’ONU, gli Stati Uniti del Mondo…

Ma non solo i romani, anche Pietro l’ha rinnegato perché era così: non lo voleva, gli aveva detto di non far cosi! Anche Giuda l’ha tradito perché era così e gli altri l’han abbandonato perché era cosi. E noi? Lo stesso! E lui proprio così ha vinto il male. E quando è nato per dare il segno ai pastori gli angeli dicono «È nato per voi, oggi, il salvatore. Il Cristo» sono gli attributi di Dio e dell’imperatore, insomma. Qual è il segno? Un bambino, piccolo, fasciato, adagiato in una mangiatoia di animali: guarda che segno! Più che la meraviglia di fronte all’albero siamo chiamati a meravigliarci di fronte al seme, a questo seme che porta in se tutta questa ricchezza, tutta questa vita. Il rischio è di voler imporre al Signore le nostre vie. Come dire: “Belle parole, però la vita segue altri criteri. Se facciamo così, come andremo a finire! Chi ci salverà?”. Allora si ricercano quei criteri, magari a fin di bene, che però smentiscono questa stessa via. Mentre Gesù conferma attraverso le parabole ciò che sta avvenendo, la tentazione è quella di seguire altre vie. Qui si pone davvero il problema del discernimento spirituale. Il discernimento spirituale è leggere la carne di Gesù. Chi non conosce la carne, che è la sua umanità, che è nata così, vissuta così e morta così, non capisce nulla dello spirito di Dio. Ha ancora in mente l’idolo e cerca di realizzare tutta quella falsa immagine di Dio che è il principio di tutti i mali. Vediamo gli ultimi due versetti:

33 E con molte parabole simili, diceva loro la Parola secondo che potevano ascoltare. 34 Ora non parlava loro senza parabole, ma in privato ai propri discepoli spiegava tutto.

«Con molte parabole»: una parabola ti suggerisce non impone chissà quali cose, invita a un percorso, «diceva loro la parola», narrava loro il Vangelo. Ed è bello quello che viene detto: «Secondo che potevano ascoltare». Quando si parlava prima del rispetto, del percorso: così il Signore. «Secondo che potevano ascoltare»: cioè non si impone nulla a nessuno, non si violentano i tempi delle persone. Si ha un’estrema fiducia nel seme e anche nelle persone: questo è il modo in cui Gesù opera e parla. E poi si dice che «Parlava in parabole, ma poi in privato ai discepoli spiegava tutto»: qua ritorna l’immagine che si era usata anche più di una volta, dell’essere “fuori” e dell’essere “dentro”, dell’essere vicini a Gesù ad ascoltare la sua parola, a fare in modo che la sappiamo ascoltare e accogliere e non quasi a volere noi imporre la nostra parola a Gesù; al fatto che “lui venga fuori”, dove siamo noi. Ridurlo ai nostri schemi che riteniamo più veri, o perlomeno più vantaggiosi. Quello che stiamo facendo è quello di spiegare in privato le parabole. Ma la vera parabola poi è la nostra vita, lo stile della nostra vita, che deve confrontarsi con la sua. Allora ci spieghiamo e cominciamo a capire anche noi qualcosa di noi stessi. Esaminare cosa cerchiamo: il successo, il potere, la notorietà, la grandezza in ogni cosa. Oppure l’autenticità, la verità, la relazione, l’accoglienza, il dono. Sono due stili opposti di vita: uno è morte, l’altro è vita. Spunti di riflessione  Quali sono le caratteristiche del seme? Quali sottolinea il racconto di Gesù?  Perché per capire le parabole bisogna chiedere spiegazioni a Gesù? E dove posso trovare io le sue spiegazioni?

Marco 4, 35 – 41
Perché siete paurosi così? Come non avete fede?

Gesù è con noi, sulla stessa barca. Anche dopo le parabole del seme, i discepoli non hanno capito la Parola: è Gesù, che “si risveglia” perché “dorme”, che risorge perché è morto. Proprio così vince la morte e ogni nostra paura. La fede in lui ci fa superare le difficoltà proprie di quella “traversata”che è la nostra vita.

Abbiamo visto le parabole. Prima delle parabole c’era la famiglia di Gesù, chi sono i miei fratelli, le mie sorelle? Chi ascolta la mia parola e la mette in pratica. La Parola è un seme, ogni seme genera secondo la sua specie, la Parola di Dio ci fa figli di Dio, cioè fratelli di Gesù, addirittura madri di Gesù, sorelle di Gesù, la stessa famiglia. Abbiamo visto, poi, nelle parabole come agisce questa parola: agisce come il seme che è piccolo, muore, si scontra con le difficoltà, il terreno sassoso, ecc. e poi produce frutto. Sia che vegli che dorme, sa da sé cosa fa. E poi è nascosto sotto terra, e poi muore, e poi è piccolo: ha tutte quelle caratteristiche che a noi sostanzialmente non piacciono. Sono le caratteristiche della vita e di Dio e sono caratteristiche della Parola di Dio. E adesso c’è una scena sull’acqua, vedremo, poi arriveremo all’altra sponda e ci sarà un esorcismo e la resurrezione della figlia di Giairo. Vi richiama qualcosa il tema della parola che ci genera a vita nuova? Il tema dell’acqua, della traversata, della vittoria sul male e del nascere a vita nuova? Il battesimo. Siamo battezzati, immersi nella Parola e la Parola ci dà la fede e la fede ci immerge in Cristo morto e risorto ed è il tema appunto delle parabole.

35 E dice loro in quello stesso giorno, fattasi sera: Attraversiamo dall’altra parte! 36 E, lasciata la folla, prendono lui com’era nella barca; e altre barche erano con lui. 37 E venne un turbine grande di vento, e le onde si rovesciavano nella barca, così che già si riempiva la barca. 38 E lui era a poppa dormendo sul cuscino. E lo svegliano e gli dicono: Maestro, non ti curi che periamo? 39 E, risvegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: Taci e chiudi la bocca! E cadde il vento e fu grande bonaccia. 40 E disse loro: Perché siete paurosi così? Come non avete fede? 41 E temettero di grande timore, e dicevano l’un l’altro: Chi è mai costui, che e il vento e il mare lo ascolta?

La storia avviene lo stesso giorno delle parabole ed è l’esame per vedere se i discepoli hanno capito le parabole. Era lo stesso giorno. Importante questo. Poi quello stesso giorno e ogni giorno ci capita così e allora vediamo cosa capita.

35E dice loro in quello stesso giorno, fattasi sera: Attraversiamo dall’altra parte!

Fin qui Gesù ha raccontato le parabole del seminatore e del seme e adesso si rivolge ai suoi discepoli, appunto in quello stesso giorno, fattasi sera, quando ormai quel giorno sta per compiersi, quando sta per finire. Quest’immagine della sera è figura anche della morte, se si vuole anche della conclusione, quello che nel cap.3 abbiamo visto come una specie di fallimento, alcuni lo leggevano così, dell’opera di Gesù. Proprio alla fine di quel giorno, quando sta arrivando la sera, Gesù li invita ad attraversare dall’altra parte, a raggiungere l’altra parte.

Questa è l’immagine dell’esodo, non si va verso la sconfitta o la delusione: un ordine come questo di Gesù, di passare all’altra riva significa invece avviare un cammino di liberazione. Proprio in forza della parola ascoltata si può compiere questo esodo. E sono anche belle le parole molto semplici:  giorno, la vita è poi un giorno;  fattasi sera. Ci sono sei sere nel vangelo di Marco, l’ultima è quando si oscura il sole a mezzogiorno, è la sera della morte, quando Gesù finisce nel sepolcro; poi la settima sera non c’è più perché Gesù entra nelle tenebra e viviamo ormai nella luce piena. La sera ed è subito sera, è la metafora della nostra vita, c’è sempre lo stesso giorno come il giorno che abbiamo visto, con le difficoltà, le paure, gli errori, i sassi, gli uccelli che beccano, l’inutilità, la piccolezza, il nascondimento: tutti ingredienti di una vita abbastanza contraddittoria. E anche il fatto che Gesù dica attraversiamo dall’altra parte compare anche altrove nel vangelo, come dire che non si è mai arrivati, non si conosce mai abbastanza il Signore.

Adesso lo abbiamo ascoltato, se ci fermiamo qui, questo luogo diventa il luogo dove l’abbiamo compreso? No, Gesù ci dice. Andiamo dall’altra parte, ma probabilmente quell’attraversiamo dall’altra parte, vuol dire che nemmeno noi ci conosciamo profondamente. C’è un ascolto della Parola ma poi lo verifichiamo nell’attraversamento di questo lago, cioè nell’attraversamento delle nostre giornate. In un certo senso verifichiamo se questo seme che è stato gettato, sta attecchendo. Certo che anche il Signore, è un po’ singolare. Ti fa passare di notte: in genere in barca si va di giorno! Di notte si preferisce stare in un luogo tranquillo. Invece no: è un passaggio dall’altra parte che viene proprio la sera, per tutti. È la metafora della vita, la sera viene, il passaggio è lì.

Quel passaggio è la Pasqua, che è un risveglio, oppure è inutile vivere: viviamo sempre nell’incubo della sera e della notte, cioè che la vita finisce. Che è l’unico problema che abbiamo noi mortali. L’unica malattia incurabile è la vita e tutte le scienze sono una macchina per vincere questa coscienza di morte che abbiamo e viviamo in questa paura e coscienza di morte tutta la vita. Eppure tutti attraversiamo.

36E, lasciata la folla, prendono lui com’era nella barca; e altre barche erano con lui.

La prima cosa che si fa è lasciare la folla, c’è questo momento di stacco, di congedo e anche questo sarà qualcosa che verrà ripetuto durante il Vangelo. Non è solamente qualcosa di naturale, automatico. Più avanti emergeranno le difficoltà del lasciare la folla. I discepoli attraverso questo attraversiamo dall’altra parte, di cui il primo frutto è il lasciare la folla, vengono invitati ad avere cioè una relazione libera nei confronti delle altre persone, di nessuna dipendenza degli uni o degli altri. C’è un lasciare che dice questa libertà. Prima si citava l’Esodo, il rammarico del faraone appena Israele parte: “Che cosa abbiamo fatto lasciando partire Israele”, voleva tenerlo lì.

Lasciano la folla e prendono lui com’era nella barca. Com’era lui? L’ha appena detto nelle parabole che ha raccontato e questo fatto ci dice che Gesù lo si prende com’è, non lo si prende come lo si immagina, perché poi ognuno lo fa a sua immagine e somiglianza, invece di essere noi ad immagine e somiglianza sua. Siamo chiamati a fare i conti, in senso buono, con Gesù così com’è. Pietro negli Atti degli Apostoli dirà: Questo Gesù… non quello che anche lui aveva pensato, quello che possiamo pensare noi che a volte è la proiezione di chissà quale idea abbiamo. Gesù è quello che si è narrato nelle parabole che ha detto: è il granellino di senapa, è il seme che viene messo nel terreno e che porta frutto di per sé, senza che uno sappia come questo avvenga, è quel Gesù di cui si è raccontato quello che i discepoli vivono come crisi, perché sembra che tutti lo rifiutino: questo Gesù viene preso. Quel Gesù che era considerato indemoniato, bestemmiatore, pazzo dai suoi, e da eliminare dagli altri: quel Gesù lì! Come se quello che sembra fare difficoltà alle persone sia il Gesù che siamo chiamati a compiere.

Tra l’altro in tutti i vangeli Gesù è chiamato sempre senza articolo. Dopo il Battesimo, in cui ha fatto la scelta di mettersi in fila coi peccatori, viene chiamato sempre il Gesù. Noi traduciamo Gesù, ma qui è “il Gesù”, quello lì, è un Gesù preciso, quello che si è messo come tutti sott’acqua, immergendosi, solidale là dove noi non siamo solidali con noi stessi nella notte, nel buio, nel peccato, nella morte. Quello è “il Gesù”, gli altri sono le nostre fantasie su Dio. Quindi com’era. Lo prendono com’era nella barca, dove sono anche loro, sembra appunto la chiesa ma immaginarsi tante persone in un’unica barca e forse da un lato le convivenze non sono facili in una stessa barca, ma quando sei nella stessa barca o si cerca di stare assieme oppure butti qualcuno a mare!

In un certo senso però, la presenza di questo Gesù nella barca, consente che anche gli altri stiano lì: non salgono per simpatia umana, per chissà quali motivi, vanno lì, in quella che è la barca di Gesù. E si dice: e altre barche erano con lui. Non è la barca di una setta, è una barca che condivide quel lago con le altre barche, c’è una traversata che è comune. C’è una cosa strana: queste barche sono con lui. I discepoli erano stati chiamati ad essere con lui: questi anonimi sono con lui. Non è detto che i discepoli che sono con lui: l’hanno preso così com’era. È Gesù che è con loro ma loro non sono ancora con lui, come vedremo. Ed è bello che questa attraversata è di tutti. Questo lago, che è il cammino della vita, ed in questa barca o mi accorgo che il punto di riferimento ce l’ho sulla barca oppure sembra che in quella notte non ci siano punti di riferimento, perché siamo sull’acqua, la terra ferma sembra non essere il solito punto di riferimento, ma siamo chiamati ad aprire gli occhi questa notte su quello che è il nostro punto di riferimento. Pensavo una cosa sulla barca e sul lago, forse non avete pratica ma il lago è pericolosissimo in barca quando si scatenano le tempeste. E adesso vediamo cosa succede sulla barca.

37E venne un turbine grande di vento, e le onde si rovesciavano nella barca, così che già si riempiva la barca. 38E lui era a poppa dormendo sul cuscino. E lo svegliano e gli dicono: Maestro, non ti curi che periamo?

La barca è sospesa tra sopra e sotto, c’è questo legno che galleggia ma che viene incontrato da questa tempesta, da questo vento e da questo mare che si alza e che si rovescia nella barca. Barca che si riempie. Non è una novità, avvengono queste cose. Forse può spaventare il fatto che anche la barca di Gesù è presa da questa tempesta. Il fatto che ci sia Gesù su quella barca non impedisce alla barca di incontrare la tempesta; non è che salendo su quella barca si va tranquilli mentre le altre barche vengono prese dalla tempesta. Il fatto riguarda tutti: cioè il Signore non ci salva dagli eventi della vita, il Signore è con noi negli eventi della vita. “Se dovrai attraversare le acque, sarò con te”, dice Isaia 43, 2, non dice “Ti impedirò di attraversare le acque”. (…)

Vorrei che immaginaste la scena perché è molto suggestiva e la sperimentiamo anche nella vita. Il turbine e il vento vengono dall’alto e spingono in basso, nella morte, nel mare si muore; e il basso si scaglia e la forza di morte entra dentro nella barca. Quindi non c’è più nessun punto di riferimento: l’alto ti spinge in basso e il basso ti aggredisce e si scaglia dentro, sei perduto! Sono sensazioni che credo tutti abbiamo nella vita e anche nell’attraversata che tutti faremo ad un certo punto ci si accorge che non c’è nessun riferimento. C’è buio. Fosse giorno uno vede qualcosa. Veramente, con poche parole dice le difficoltà della vita che tutti attraversiamo: il buio, l’instabilità assoluta, l’alto che ci scaraventa verso la morte e la morte ci aggredisce dal basso. Questa è la situazione della barca.

Poi, si parla di Gesù: lui era a poppa, dormendo sul cuscino. Con la barca che si riempie! Come fa a dormire e a poppa arriva subito l’acqua perché è la parte più bassa! È una situazione che sembra paradossale. In questa situazione drammatica Gesù dorme, a poppa e con il cuscino! Si era preparato per stare tranquillo! L’hanno preso con sé com’era e pagano le conseguenze di questo. Mi viene in mente un’immagine: a Bari avevamo una casa sul lungo mare e capitava spesso di vedere i gabbiani. Una cosa che mi colpiva è che quando c’era bel tempo, area tersa, i gabbiani volavano sopra le acque. Quando il mare era agitato si mettevano sull’acqua e mi chiedevo proprio adesso che il mare è più agitato questi si mettono sopra. Qui avviene qualcosa di analogo. Proprio quando la situazione è drammatica si dice che Gesù dorme.

Avendo ascoltato le parabole precedenti, abbiamo ascoltato anche di un sonno: “dorma o vegli, di giorno o di notte, il seme cresce”. E questo Gesù che dorme è proprio il segno dell’abbandono fiducioso. La barca che si riempie è già la morte e il dormire vuol dire qualcosa di preciso. Questo Gesù che dorme, che si abbandona, vuol dire che si consegna così, ci fa vedere come lui sta attraversando la vita. È un’ulteriore conferma che questa seme si consegna anche quello che apparentemente è il rifiuto, c’è una fiducia totale in quello che ora fa. Questo vuol dire che nella Parola, il seme che viene seminato è Gesù stesso, quello che sta avvenendo è la conferma di quelle parabole. Quando Giuseppe d’Arimatea aspetta il regno di Dio ottiene il corpo morto di Gesù che mette sotto terra.

E Gesù, essendo a poppa, è il primo che va sotto: risulta ancora più paradossale questo fatto, perché sta andando a fondo e Gesù dorme. La reazione dei suoi ci fa vedere come si può affrontare la stessa realtà e lo svegliano e gli dicono maestro non ti curi che periamo? La prima cosa che fanno è interrompere questo sonno, questo abbandono fiducioso: non vivono la situazione allo stesso modo! Quello che è stato narrato al cap.3, incontra difficoltà anche nei discepoli e le parabole che hanno ascoltato in quello stesso giorno, faticano a trovare ascolto. Quel seme che è stato gettato, fatica ad essere accolto. Ed è lì con loro che già dorme, che è già andato a fondo per portare frutto.

È strano perché svegliare è la stessa parola di risorgere, di resurrezione. Lo chiamano Maestro, e sembra dire che loro i discepoli hanno accolto quello che ha detto, in realtà lo chiamano Maestro ma delle cose che ha detto Gesù sembra che nessuna sia arrivata a questi discepoli. L’obiezione che fanno è che Gesù non si cura che loro stanno morendo. Questa è un’obiezione forte perché è come dire a Gesù, è come dire al Signore “che a te di noi, non importa niente!” Cosa fa Dio con tutti quelli che muoiono in guerra, cosa fa Dio quando capita, dov’è Dio? È lì che dorme. Non ti curi che periamo? E lui è il primo ad andare a fondo.

Cosa emerge qui da parte dei suoi discepoli? Quello che li fa scattare è la paura di morire, di andare a fondo e allora voglio che l’altro mi tiri fuori da questo. In fondo vanno in delirio, negano di essere mortali. E tutto il tentativo della vita è di scamparla e salvarsi la pelle, per cui penso solo a me e sono già morto di paura tutta la vita e faccio consistere la mia vita nei tentativi di salvarmi dannando gli altri e perdendo me. Questo si chiama non vivere, mentre è da affrontare con fiducia il problema della sera, della notte, la difficoltà e la morte, non le quisquiglie e le cose che vanno bene.

Di fronte alla sera e alla morte, ci possono essere vari atteggiamenti di rifiuto. Quello che Marco narra al cap. 3, l’essere indemoniato, i farisei e gli erodiani che vogliono ucciderlo, i parenti dicono che Gesù è pazzo. Come lo affronto? Come lo sveglio il Signore? È stato il rifiuto di tutti! Com’è che non mi salva?! Anche loro, invece di prenderlo di fatto così com’è, vogliono che Gesù sia come loro si aspettano. Di fronte al rifiuto, allora, qual è la cosa da fare? È quella semmai di rifiutare gli altri. Di fronte a chi ti vuole uccidere: prova a fare fuori tu loro per primo! Non si sa mai cosa può fare l’altro. Si innescano dei meccanismi che riguardano noi in profondità, il nostro atteggiamento nei confronti della vita, ma che hanno ripercussioni nei confronti degli altri, perché noi buttiamo fuori quello che abbiamo dentro.

Almeno parlano a questo Signore. Questa è la loro forza: si rivolgono a lui, dicendo queste cose, ma almeno gli dicono qualcosa. Non si mettono a parlare tra loro. Di fatto sono sulla stessa barca e ci sono due modi opposti di vivere la stessa situazione. È bello come lo svegliano, con un rimprovero forte: non t’interessa niente! Proprio non ti curi, non t’importa che noi periamo! Peggio di così non si può dire, a lui che ha dato la vita per loro e che lì è perito per loro. Eppure! L’immagine dell’esodo che prima si evocava: anche il popolo d’Israele dice così. Addirittura dice ”Ci hai fatti uscire dall’Egitto per condurci in questo deserto e farci morire di fame”. Sadico. Veramente poteva farli morire in Egitto! Invece no, ci hai liberati, come qui, li sta portando attraverso questo Esodo ma dicono “..in fin dei conti per farci morire in questo lago!” Non potevi farci attraversare il mattino tranquilli?!

È veramente un’obiezione su questo maestro nelle cose che Gesù ha di più caro che sono i suoi. Capite che non è una quisquiglia perché ogni sera, ogni difficoltà, ogni rifiuto, ogni congedo dalla folla richiama la sera, la difficoltà, la notte decisiva, cioè dove periamo tutti. Allora perché stiamo in vita se siamo destinati alla morte? È la fede: o ti abbandoni anche alla morte con la fiducia, e allora hai vinto la morte, altrimenti è inutile vivere, vivi nell’angoscia della morte tutta la vita e non risorgi mai alla vita libera. Sei schiavo della paura della morte, vivi nelle tue paure! E ogni sintomo di rifiuto di vita diventa una tragedia di morte effettiva. Il problema è come aver fiducia in quella situazione.

39E, risvegliatosi, sgridò il vento e disse al mare: Taci e chiudi la bocca! E cadde il vento e fu grande bonaccia.

Una banalità! Perché Gesù si risveglia? Perché dormiva, perché è morto! Può risuscitare perché è morto, questo vuol dire. Si sveglia perché ha dormito! Se uno non accetta il limite e anche il rifiuto con fiducia e abbandono, non si risveglia mai, vive sempre nell’incubo di ciò che accadrà. Appunto, risorto, risvegliatosi si rivolge al vento e lo sgrida e dice al mare di tacere. Questo è il comando che Gesù dà anche agli spiriti impuri quello di tacere, come se qui il mare diventasse il simbolo del male, di ciò a cui Gesù impedisce. Significa che da lì sta venendo un’altra parola che sta facendo presa sui cuori. Interessante è che sgrida il vento. È l’altra parola per l’esorcismo, perché la causa del mare agitato non è il mare, l’acqua è positiva, ci stanno i pesci, si vive nel mare, si nuota ci si diverte. È il vento che lo sconvolge. Il vento è lo spirito, è lo spirito cattivo, cioè la paura che agita il mare, sono le nostre paure che agitano la vita, non è che la vita è agitata. È anche ciò che agita lo spirito della morte sono le nostre paure della morte, non la morte che è per il risveglio, come vedremo nel capitolo successivo sull’altra sponda.

Quello che avviene è che questa parola dice e fa. Gli elementi della natura obbediscono. Il vento che cade, c’è grande bonaccia. Sembra di assistere ad una nuova opera di creazione, dalla confusione, dal caos della tempesta ritorna l’ordine, ritorna anche una natura pacificata, grazie alla Parola di Gesù, così come la parola di Dio aveva creato all’inizio, attraverso questa Parola viene ricreato il cosmo, si ritorna ad una nuova possibilità di vita.

Tra l’altro è bellissima ritmicamente in greco. Innanzitutto questo taci, poi chiudi la bocca, mettiti la museruola. Il mare che è la morte non ti morde più se tace il vento, se tace lo spirito cattivo di paura che hai, allora non ti morde più e poi siccome cade il vento, questo spirito cattivo, il mare si adagia in queste “a” lunghe. La calma nella vita perché abbiamo cambiato spirito, non lo spirito della paura ma quello della fiducia, come nel salmo. È spettacolare anche come racconta.

40E disse loro: Perché siete paurosi così? Come non avete fede?

Dopo aver parlato al vento che gli obbedisce, si rivolge ai discepoli e chiede perché sono abitati dalla paura. Questa è una domanda da lasciar risuonare. Sembra che risulti più facile per Gesù placare gli elementi della natura che la paura dei suoi. E chiede perché, una reazione come quella dei discepoli è segno, è una verifica delle parabole ascoltate. Qui Gesù sta restituendo loro quello che è avvenuto: di chi si fidano? Di quale parola si fidano? Sembra che questi discepoli siano dominati dalle loro paure, sembra che la tempesta vera ce l’abbiano dentro. Perché il vento e il mare si placano subito e questi non ancora. Perché siete paurosi così? Un po’ sì, ma non proprio così! E la paura e la fede sono le due antagoniste. La paura è il contrario della fede. La fede è la fiducia e la misura in cui hai fiducia non hai paura.

Io mi ricordo del racconto di una traversata sull’oceano in tempesta in cui gli adulti avevano paura e finalmente raggiungono un’isola in cui hanno passato la notte e c’era un bambino piccolo in braccio al papà al quale hanno chiesto “non avevi paura?” e il bambino “Io no, ero con mio papa!” La fiducia cambia la qualità di vita. E la traversata la facciamo tutti ed è uguale per tutti, anche per le altre barche. Da una parte la paura, dall’altra la fede, dove si coglie ancora meglio il senso del sonno di Gesù sul cuscino. Come si affronta questa situazione? Il segno di un abbandono fiducioso nelle diverse situazioni altrimenti nasce la paura. È tipico quello che dicono quando lo vogliono svegliare: Non ti curi che periamo? vuol dire che ciò che muove i discepoli, il principio della loro azione è quello di salvarsi. Anche Gesù allora può servire a questo in un certo senso, ma per salvare se stessi. E come se non vedessero altro, ma in genere la paura fa questo, ci blocca, ci paralizza, e ci fa vedere solo le paure ed è sempre così.

La vera tempesta sono le paure, cioè il vento, lo spirito, la proiezione dei nostri fallimenti come qualcosa di definitivo e direi il concentrarsi sul negativo e ti identifichi con quello e il male lo fai tu: il nemico non può farci nessun male al mondo, anche se tutti i diavoli del mondo fossero qui, non possono nuocerci, possono farci paura con la menzogna, ecc. poi con la paura il male lo facciamo noi: se sono al terzo piano e uno arriva con la pistola ad acqua dicendo ti sparo, io mi butto per salvarmi e magari mi ammazzo! Al massimo le nostre fantasie sono pistole ad acqua o ad aria, ma senza pallottole, ma sono così tragiche, come quando uno in montagna ha paura si mette in posizione per cadere, se ne ha tanta si butta per vertigini: quindi il male lo facciamo noi per paura, chi aggredisce è per paura, chi si fa male è per paura di farsi male. E la fiducia è il contrario: sta in noi credere ai desideri positivi, alla fiducia o piegare le ginocchia davanti alla paura e tutti abbiamo un po’ l’uno e un po’ l’altra.

Il passare dalla paura e dalla fiducia cambia la qualità di vita: son figlio di Dio! Si può morire in un bicchiere d’acqua, facendola andare di traverso. La traversata della nostra vita è uguale per tutti, però l’angoscia è tremenda, è superiore ad ogni prova reale quella immaginata. A proposito di questa paura, mi viene in mente l’episodio che narra la battaglia tra Davide e Golia (1Sam. 17) dove il gigante Golia è gigante perché gli altri hanno paura. Più abbiamo paura più l’avversario diventa un gigante, più mi immagino qualcosa che mi incute paura, quella cosa diventerà sempre più grande e perdiamo il senso della realtà perché viene sostituita dalle nostre paure. Golia esce in battaglia, ripetendo sempre le stesse parole e gli israeliti ne hanno paura. Fino a quando arriva Davide, che è il più piccolo, che non è nemmeno lì per la battaglia, che lo ascolta e lo sconfigge con una pietra e la fionda. Proprio come il seme: è questa la logica con cui si vince questo gigante: si vincono queste paure rimanendo se stessi. Davide va con la sua bisaccia di pastore, con la pietra e la fionda che usava da pastore. Non deve fare una caricatura di sé, non deve essere diverso da quello che è. Ha tentato di mettersi l’armatura bella del re. Non riusciva a camminare! Con tutti che gli dicono non puoi: il fratello maggiore dice non puoi, il re dice non puoi, ma lui va e vince e libera anche gli altri.

È un atteggiamento nei confronti della vita. Capita questo anche per cose quotidiane: vi capita di stare svegli per un gravissimo problema dalle 3 alle 6, per poi riaddormentarsi e risvegliarsi alle 6,30 e non ricordate qual era il problema? Sembrava così tremendo che era la fine del mondo e non ricordi più cos’era. Davvero abbiamo una capacità tremenda di fantasia, di creare le difficoltà. Ed è la paura che la crea, la mancanza di fiducia. Non sapere chi siamo: siamo figli di Dio, la nostra dignità assoluta. Da dove veniamo e dove andiamo e non avere deliri: sono fatto così, ho i miei limiti, i miei limiti sono luogo di comunione, la vita eterna è già ora anche in questi limiti, anche nella morte che tutti passiamo, però con fiducia.

Questa traversata è uguale per tutti, volenti o nolenti si arriva all’altra sponda, anche tutte le altre barche e Gesù è con noi e anche gli altri sono tutti anche con Lui. Siamo tutti solidali, siamo tutti comuni mortali, con limiti, rifiuti, difficoltà. Gesù ne ha avute un po’ di più: pazzo, indemoniato, bestemmiatore, da uccidere, a nessuno di noi tutto sommato non è capitato. Vivere la vita con fiducia. Un’altra cosa sulla fede. Gesù dice Come, non avete fede? e si meraviglia che non ce l’abbiano. Gesù nei Vangeli si meraviglia di due atteggiamenti che riguardano la fede, come qui quando non c’è, ma anche quando c’è. Perché si meraviglia sempre della fede? Si meraviglia perché è qualcosa che non dipende da Lui e allora vede qualcosa che appartiene alla persona, alle persone che ha di fronte a sé. Questo è ciò che suscita questa meraviglia: quando c’è e anche quando non c’è. E quando c’è cosa dice? “È grande la tua fede”, in genere “ti sia fatto come desideri”, e in genere anche questo la troverà non dove uno se lo aspetta. Anche questo è interessante: la fede ce l’hanno i non credenti! Con buona pace di chi crede di credere! È bella questa meraviglia perché la nostra fiducia è qualcosa di inedito. Tra l’altro la fiducia è l’atto fondamentale dell’amore. Se non c’è fiducia non c’è amore, c’è disperazione: è l’atto fondamentale, ti affidi! Se c’è fede si meraviglia e quando non c’è dice “Con tutto quello che ho fatto, ho addirittura dormito, sono morto per te! Non c’è ancora fiducia”. Si meraviglia anche quando non c’è. È sempre qualcosa di inedito la nostra fiducia, non è mai scontata! E deve esserci proprio lì, in questa situazione.

41E temettero di grande timore, e dicevano l’un l’altro: Chi è mai costui, che e il vento e il mare lo ascolta?

Questa è la domanda che si fanno l’un l’altro. Anche qui non parlano direttamente a Gesù, parlano tra loro. È interessante: l’hanno svegliato perché li salvasse e adesso si domandano “Chi è mai costui, che gli obbediscono davvero”. Chissà che fiducia avevano quando gli hanno detto “Non t’importa che moriamo?”, si stupiscono che li abbia ascoltati. Ma si pongono questa domanda: “Chi è mai costui”, come dire lo si può prendere nella barca ma non è un diventare padroni di Gesù. Questa domanda che è la domanda fondamentale del Vangelo ma anche della nostra vita perché dietro a questa domanda c’è anche quella “chi siamo noi?”. Chi è questo Gesù. E temettero di grande timore, e dicevano l’un l’altro: Chi è mai costui, che e il vento e il mare lo ascolta? “Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti”. Tutto, fuorché i discepoli! Il vento e il mare hanno orecchi per ascoltare. Quelle forze che sembrano così nemiche, lo ascoltano; quelle persone che dovrebbero essere suoi discepoli, ancora non lo ascoltano. E siamo sempre in tempesta Come se davvero continuasse, una volta placati il vento e il mare, ad essere abitati da questa tempesta, da questa paura. È la parabola della fede nella vita, quella del salmo. Spunti per la riflessione Cosa vuol dire essere sulla stessa barca di Gesù? Perché la barca, come la casa, è simbolo della chiesa? Qual è la traversata della nostra vita? Quali le difficoltà?  Nella stessa barca, cosa fa uno che sa e ha fiducia? Che fa uno che non sa e ha paura? Chi ha Testi utili per l’approfondimento  Es 14,15 s;  Sal 4; 107; 131;  Is 30,15.

Trascrizione non rivista dagli autori
http://www.gesuiti-villapizzone.it

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Questa voce è stata pubblicata il 21/01/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina, Liturgia, Settimana - lectio con tag , .

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