COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

La Crocifissione e il Costato Trafitto

Spiritualità comboniana (1)

Ogni venerdì pubblicheremo un testo di spiritualità comboniana. Iniziamo con una serie di riflessioni offerte da P. Carmelo Casile durante un corso di esercizi spirituali alla comunità di Castel d’Azzano (Verona), questa settimana, prendendo come punto di riferimento alcune Icone di Marko Rupnik della cappella di Capiago (Dehoniani)

LA CROCIFISSIONE / IL COSTATO TRAFITTO
P. Carmelo Casile

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Il Fondatore ha trovato nel mistero del Cuore di Gesù lo slancio per il suo impegno missionario. L’amore incondizionato del Comboni per i popoli dell’Africa aveva la sua origine e il suo modello nell’amore salvifico del Buon Pastore, che offrì la sua vita sulla croce per l’umanità: «E fidandomi in quel Cuore Sacratissimo… mi sento vieppiù disposto a patire… e a morire per Gesù Cristo e per la salute dei popoli infelici dell’Africa Centrale” (Regola di Vita, 3)

Testo
Word Casile1 – La Crocifissione, Il Costato Trafitto
PDF   Casile1 – La Crocifissione, Il Costato Trafitto

Testo base: Gv 19, 31-37; Lc 2,34-35 => Lc 1,30-33
Passi paralleli: Gen 3, 1-21; Gn 3, 22-24.

L’icona (di Marko Rupnik) che contempliamo, fa riferimento all’icona centrale della cappella di Capiago; è l’icona della crocifissione, con il Cristo dal cuore squarciato tra Maria e Giovanni. Essa cerca di illustrare in modo pittorico, forte, la spiritualità del Cuore di Gesù, su cui vogliamo riflettere e pregare.

In effetti essa riassume e rivela il vero significato della spiritualità del Cuore di Gesù. In essa l’autore dà un’interpretazione biblica e molto forte di questa spiritualità, coglie così il centro della rivelazione cristiana: il cuore di Dio, la sua passione d’amore per l’uomo resasi visibile in Cristo.

Il cuore nella Bibbia

Nella Bibbia, infatti, il cuore è considerato anzitutto come la sede dell’intelligenza, si dice che si pensa e di decide… con il cuore: “Dio ha dato agli uomini un cuore per pensare” – afferma il Siracide (Sir 17,6).

Anche Gesù impiega lo stesso linguaggio che è quello del popolo al quale appartiene: “Perché pensate così nei vostri cuori?” – chiede agli scribi scandalizzati perché ha perdonato i peccati del paralitico (Mc 2,8).

Anche le scelte sono fatte con il cuore. Salomone ricorda che suo padre Davide “con il cuore aveva deciso di costruire un tempio al Signore” (1Re 8,17).

L’israelita vede e ascolta… con il cuore e al cuore riferisce persino alcune percezioni dei sensi: il Qohelet, al termine di una lunga vita durante la quale ha accumulato le esperienze più disparate e ha acquisito molta saggezza, afferma letteralmente: Il mio cuore ha visto molto (Sir 1,16); Salomone scelto, ancora giovanissimo, per governare un popolo numeroso, si sente inadeguato al compito e supplica il Signore: “Concedi al tuo servo un cuore che ascolti, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1Re 3,9).

Il cuore può tremare, affliggersi e rallegrarsi.

Gesù – come tutta la gente del suo popolo e come facciamo anche noi – attribuisce al cuore sentimenti ed emozioni: “Non sia turbato il vostro cuore” – raccomanda ai discepoli (Gv 14,1) – poi osserva: “Siccome vi ho detto questo, l’afflizione ha riempito il vostro cuore” (Gv 16,6) e infine li rassicura: “Io vi vedrò di nuovo e allora il vostro cuore gioirà” – (Gv 16,22).

Il cuore può anche spezzarsi, sciogliersi come cera (Sl 22,15-16) o indurirsi come pietra. Per questo, per bocca del profeta Ezechiele, Dio promette agli israeliti: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36,26).

Anche Dio ha un cuore

In questo contesto culturale, l’immagine del cuore è stata applicata anche a Dio. La Bibbia dice che Dio ha un cuore che pensa, decide, ama e può anche essere colmo di amarezza.

È proprio l’immagine del cuore addolorato di Dio quella che compare per prima nella Bibbia. All’inizio del libro della Genesi si registra che “la malvagità degli uomini era grande sulla terra e ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male” e subito viene rilevato il dolore che il Signore prova di fronte a tanta depravazione morale: “Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gn 6,5-6).

Egli non è impassibile – come pensavano i filosofi dell’antichità – non è indifferente a ciò che accade ai suoi figli. Ha un cuore che gioisce quando li vede felici e soffre quando essi si allontanano da lui, perché li ama perdutamente.

Tuttavia, anche se viene provocato dalle loro infedeltà, egli non reagisce mai con aggressività e violenza.

Il suo cuore è ferito dal rifiuto e dal tradimento e – come noi stessi ben sappiamo – l’amore non corrisposto può portare alla follia e a compiere gesti inconsulti.

Questo accade fra gli uomini, non con Dio.

Dio segue un’altra logica, quella dell’eccesso dell’amore: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira… perchè io sono Dio e non un uomo” (Os 11,8-9). Dio non punisce mai chi lo rifiuta: egli ha un cuore di padre e un padre non può non amare.

I disegni del Signore, i pensieri del suo cuore sono sempre e solo progetti di salvezza, per questo – commenta il salmista – è “beata la nazione il cui Dio è il Signore” (Sl 33,11-12).

Possiamo contemplare il cuore di Dio

Fino alla venuta di Cristo conoscevamo il cuore di Dio “solo per sentito dire” (Gb 42,5). In Gesù, i nostri occhi lo hanno contemplato.

Chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12,45), ha assicurato Gesù che, durante l’ultima cena, nel discorso di addio, ha richiamato ai discepoli la stessa verità: “Se conoscete me, conoscerete anche il Padre… Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,7-9).

È dunque contemplando il suo cuore che noi possiamo giungere a conoscere il cuore del Padre.

Nei vangeli ricorre 56 volte la parola cuore, ma una volta soltanto è riferita a Gesù (due volte a Maria). È egli stesso che parla del suo cuore: “Venite a me – dice – voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30).

Mite, nella Bibbia, è l’uomo retto che, pur subendo estorsioni e soprusi, non si accalora, non si arrabbia, non aggredisce. Mite è l’uomo pio che confida nel Signore perché è sicuro che non sarà mai abbandonato nelle mani del malvagio.

Gesù ha vissuto conflitti drammatici, ma li ha affrontati con le disposizioni di cuore che caratterizzano i “miti”. Non ha rinunciato a confrontarsi con le forze del male, non è fuggito lontano dal mondo e dai problemi degli uomini. Egli ha un cuore mite perché si è fatto piccolo, ha scelto l’ultimo posto, si è messo a servizio dell’uomo e ha assunto l’atteggiamento dello schiavo. Questo è il “giogo” che egli propone anche ai suoi discepoli. È il “suo” giogo perché egli se lo è caricato per primo.

Quando parliamo del cuore di Gesù, facciamo riferimento a tutta la sua persona, ma anche alle sue emozioni più intime e il vangelo riferisce spesso ciò che egli prova di fronte ai bisogni dell’uomo.

Il suo cuore è sensibile al grido dell’emarginato, sente il grido del lebbroso che, contravvenendo alle prescrizioni della legge, gli si avvicina e, in ginocchio, lo supplica: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Gesù – nota l’evangelista – si emoziona fin nel più profondo delle sue viscere. Ascolta il suo cuore, non le disposizioni dei rabbini che prescrivono l’emarginazione. Stende la mano, lo tocca e lo guarisce (Mc 1,40-42).

Il cuore di Gesù si commuove quando incontra il dolore. Condivide il turbamento che ogni uomo prova di fronte alla morte, sente compassione della vedova che ha perso il suo unico figlio ed è rimasta sola. A Nain, quando vede avanzare il corteo funebre si fa avanti, si avvicina alla madre, le dice: “Smetti di piangere!” e le ridona il figlio (Lc 17, 11-17).

Nessuno gli ha chiesto di intervenire, nessuno lo ha pregato di compiere il miracolo. È il suo cuore che lo ha spinto ad avvicinarsi a chi era nel dolore.

Il vangelo ci riferisce anche una preghiera al cuore di Gesù. Un padre ha un figlio con gravi problemi fisici e psichici: si irrigidisce, schiuma, si butta nel fuoco e nell’acqua. Con l’ultimo barlume di speranza che gli è rimasta va da Gesù, e, facendo appello ai sentimenti del suo cuore, gli rivolge una preghiera, semplice, ma stupenda: “Se tu puoi fare qualcosa, lasciati commuovere e aiutaci” (Mc 9,14-27).

Lasciati commuovere!”. Non è l’espressione di un dubbio sui suoi sentimenti, ma è un richiamo a una consolante verità: egli è sempre in ascolto di chi soffre.

In Gesù abbiamo visto Dio piangere per la morte dell’amico e per il popolo incapace di riconoscere colui che gli offriva la salvezza, abbiamo visto Dio emozionarsi per le lacrime di una madre, commuoversi di fronte al malato, all’emarginato, a chi ha fame1.

Il card. Albert Vanhoye nota che «ci sono rapporti stretti e profondi tra l’unico testo evangelico che parla del “cuore” di Gesù e l’unico scritto del Nuovo Testamento che presenta Cristo come “sommo sacerdote”, cioè la Lettera agli Ebrei. Nel vangelo secondo Matteo, Gesù chiama a sé coloro che sono “affaticati e oppressi” e presenta se stesso quale “mite e umile di cuore” (Mt 11,28-29). Nella Lettera agli Ebrei, la descrizione del sommo sacerdote corrisponde esattamente a questa presentazione; secondo l’autore, il sommo sacerdote deve essere mite nei suoi rapporti con gli uomini (Eb 5,2) e umile davanti a Dio (Eb 5,4). Mite nei confronti degli uomini, cioè “capace di comprensione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza” (Eb 5,2), umile davanti a Dio, perché “uno non attribuisce a se stesso l’onore, ma viene nominato da Dio” (5,4). Secondo l’autore, questa descrizione del sommo sacerdote ha trovato in Cristo la sua perfetta realizzazione, perché Cristo è “sommo sacerdote misericordioso” (2,17), “capace di compatire le nostre debolezze” (4,15) e d’altra parte, egli “non glorificò se stesso” (5,5), ma prese un cammino di estrema umiltà (5,7-8), all’esito del quale egli è stato “proclamato da Dio sommo sacerdote” (5,10).

Possiamo quindi affermare che la Lettera agli Ebrei ci aiuta a percepire che le due qualità del Cuore di Gesù, “mite e umile” (Mt 11,29), corrispondono alle due dimensioni della mediazione sacerdotale tra Dio e noi. Il cuore “mite e umile” di Gesù è un cuore sacerdotale, il cuore del nostro sommo sacerdote, “mediatore di una nuova alleanza” (Eb 9,15), stabilita nei cuori (Eb 8,10; Ger 31,33). Le due qualità che lo caratterizzano corrispondono alle due relazioni, con gli uomini e con Dio, necessarie per la mediazione sacerdotale»2.

Carattere unificante della contemplazione del Trafitto.

L’efficacia della contemplazione dell’Icona della Crocifissione che qui viene proposto per approfondire la spiritualità del Cuore di Gesù, dipende anche dal carattere unificante della contemplazione del Trafitto.

La caratteristica unificante della contemplazione del Trafitto sta nel fatto che ogni mistero della vita di Gesù, il suo essere e operare, trova il suo culmine e il suo compimento nel Mistero Pasquale. Lì tutte le sue parole ed atteggiamenti e tutti i suoi gesti sono raccolti in unità, ricapitolati, pienamente espressi e spiegati.

Nell’Icona è, appunto, rappresentata la sintesi del Mistero della Pasqua, cioè il dono di grazia e di salvezza che dal Cuore di Cristo si riversa sull’umanità. È il tema del Cuore spezzato, del Cuore trafitto di Cristo dalla lancia del soldato, dal quale sgorga l’essenziale dell’essenziale dalla vita stessa di Dio, che è il suo amore e il suo sangue, la sua stessa vita per la vita del mondo.

Cristo è crocifisso e risorto, le due cose insieme.

È crocifisso nell’atteggiamento che riassume tutta la Pasqua:

  • ha il petto squarciato dalla lancia, ma è vivo e ha gli occhi aperti, a indicare che tutto nella sua vita – anche la trafittura del costato quando era già morto – è stato assunto e vissuto da lui in piena consapevolezza;

  • il suo volto dolcissimo dice che Gesù in croce si è offerto, ha vissuto soltanto l’amore, l’amore che accoglie, l’amore che salva, l’amore che ci ripete di non aver più paura, ora le porte del paradiso sono riaperte;

  • le braccia spalancate indicano un atteggiamento di accoglienza: Gesù in croce abbraccia tutti e per tutti si offre, egli aspetta tutti…

È il trionfo dell’amore. Quando dice “ho sete”, proprio di questo ha sete, che finalmente ci sia l’incontro fra l’umanità ed il Padre.

È crocifisso sull’albero della vita, come dice la grande tradizione spirituale, teologica, della Chiesa. Questo fatto fa riferimento al giardino di Eden (Gn 3, 1-21), dove l’uomo allungò la mano dubitando, sospettando di Dio, per prendere il frutto che non doveva prendere, perché non produceva la vita.

Quest’atteggiamento del prendere arbitrario produce poi uno smarrimento radicale, perché l’uomo perde il contatto con le sue radici, con Dio il Signore, e lascia nel cuore umano l’illusione che il possesso, il prendere, possa essere ciò che placa l’angoscia, che ti da sicurezza; al posto di Dio ci sono le cose, le molte cose, l’idolatria.

E Gesù, il Figlio di Dio dal quale tutto è stato creato, si fa crocifiggere e si fa trovare sull’albero della vita: «Oggi è appeso all’albero della croce Colui che ha disteso la terra sopra le acque», dice la liturgia bizantina. Egli l’unico senza peccato, ha subito insulti, percosse, derisione e infine il supplizio della croce per condividere totalmente la condizione umana. Per tutti Egli chiede perdono. Sulla croce Gesù ha preso su di sé la nostra maledizione e ha lasciato la sua vita nell’infamia e nel dolore. È stato castigato al nostro posto. Ha sofferto per poterci guarire.

Inteso in questi termini, l’albero della croce è anche l’albero eretto dal nostro peccato, l’albero quindi della nostra morte, perché lì di sicuro noi ci andiamo.

È sceso fino agli “inferi” della nostra umanità, fin dentro la nostra morte. Ci eravamo rifugiati nella morte, spinti dalla paura e dall’angoscia.

Abbiamo qui una forte sottolineatura del mistero dell’amore del Cuore di Cristo. Il Signore Dio, Gesù il nostro Salvatore, non si fa trovare là dove finalmente siamo diventati bravi, buoni, santi. Si fa trovare proprio nel più oscuro della nostra vicenda, nel nostro peccato, lì ci raggiunge. È quando ci scopriamo peccatori e lo sappiamo riconoscere e finalmente apriamo questa realtà a Colui che salva, che noi lo incontriamo, perché proprio lì egli ci raggiunge.

Ed ha il petto squarciato dalla lancia del soldato, e dal suo petto squarciato esce sangue ed acqua dice l’apostolo ed evangelista.

Il sangue e l’acqua che sgorgano dal suo costato sono il simbolo del battesimo e dell’eucaristia, ed è da lì, dal suo petto squarciato, che nasce la Chiesa, la comunità dei redenti che siamo noi. Giovanni l’ha visto il colpo di lancia; è un avvenimento biblico, a cui egli da molta importanza: “questo avvenne perché si adempisse la parola del Profeta, e chi ha visto vi da testimonianza, perché anche voi crediate” (Gv 19,35).

Testimonianza di che cosa? In che cosa dobbiamo credere, qual è l’oggetto di questa fede?

Possiamo ricevere una risposta ricorrendo al parallelo veterotestamentario di questo brano, che è ancora Gen 3, 22-24: dopo il peccato, l’uomo non può più entrare nel giardino della vita del paradiso. E c’è anche quel grande simbolo dei serafini con la spada fiammeggiante che impediscono alla porta del paradiso di potervi entrare; non era più possibile avere accesso all’albero della vita. E qui ugualmente c’è una spada che riapre, la spada del soldato che apre il costato di Cristo; riapre la porta del paradiso, che è il Cuore di Gesù Salvatore. Adesso la porta è aperta, e noi possiamo entrare proprio lì nel Cuore di Cristo. Questa è la testimonianza di Giovanni, questo possiamo credere.

La croce è piantata in una terra arida e deserta.

Sotto la Croce c’è Giovanni e Maria.

Giovanni è un po’ discosto e indica il costato aperto di Gesù. Giovanni, che è il teologo del Logos – e il Logos è eterno, non invecchia e non conosce tempo – è rappresentato giovane. Egli, “il discepolo che Gesù amava” (Gv 13,23), ci indica Cristo, e può farlo perché, accogliendo l’amore di Cristo, lo conosce veramente, perché solamente chi ama conosce, e mare vuol dire anteporre l’altro a se stesso.

Maria fa tutt’uno con Gesù e rappresenta la Chiesa; il suo sguardo molto intenso si fissa su chi guarda l’Icona.

Cristo guarda Maria, che rappresenta la Chiesa dalla quale siamo generarti: Maria è la Chiesa sposa che nasce dal Cuore ferito di Cristo e che diviene la sposa che si avvicina in adorazione alla ferita del costato per appagare la sua sete nella fonte dell’Amore.

Maria è umana, per questo è vestita con un vestito blu- il colore che indica l’umano – e sopra porta una cappa rossa, per indicare la divinità da lei assunta attraverso la maternità divina, che la divinizza. Solamente in virtù di questa progressiva divinizzazione, avvenuta lungo l’arco di tutta la sua vita, può stare sotto la croce e portare a compimento ciò che nell’Annunciazione forse aveva solo intuito. Qui sotto la Croce si compie la pienezza della sua maternità, in un crescendo che va dalla Annunciazione, passando per la Natività, alla “sapienza della croce”.

Il verde che si vede sotto i piedi di Maria, sta a significare che la vita che porta Gesù nella terra arida e desertica del mondo, comincia a germinare sotto i piedi di Maria, cioè là dove arriva la Chiesa. L’albero della vita sul quale è crocifisso il Signore, produce la vita per quelli che lo accolgono e credono come Maria; lì dove arriva l’annuncio del Vangelo, lì dove arriva la Chiesa, dove arriva la comunità di Gesù, rinasce la vita.

Maria è lì nel suo silenzio, totalmente avvolta nel suo manto, per dire che sta vivendo qualche cosa di troppo più grande di lei, con una misura enorme di dolore ma anche di mistero. E può soltanto rimanere lì, cioè nel suo “sì”, quello che ha pronunciato nel momento dell’annuncio dell’angelo a Nazaret. Il suo silenzio è anche la misura della totalità del suo dono.

E Giovanni è il testimone che ci rimanda proprio alla nostra missione; la sua mano indica Gesù, come a ripeterci di tenere gli occhi e il cuore rivolti a Colui che hanno trafitto e poi dirlo agli altri: “Chi ha visto gli rende testimonianza, e perché anche voi crediate e perché credendo abbiate la vita”.

Al centro della scena, quindi, non c’è Gesù da solo, ma c’è Gesù e Maria. C’è Gesù crocifisso per la nostra salvezza e la sua Chiesa, il Cristo totale, Capo e membra. Maria è la Madre alla quale ci ha affidati, ed è anche la madre Chiesa. Maria, la prima dei redenti, rappresenta la Chiesa. E Gesù non guarda noi, diversamente dalle scene degli altri mosaici, guarda Maria. E Maria guarda noi a sottolineare proprio il mistero della Chiesa come sacramento di salvezza. Gesù ci vede, ci raggiunge e si prende cura di noi dentro la sua Chiesa e attraverso la sua Chiesa, e chiede a ciascuno di fare altrettanto con gli altri. Lo sguardo di Maria rimanda chi guarda a riconoscere in Gesù la salvezza: – Adesso tocca a te accogliere il dono e lasciarti coinvolgere in questo mistero di amore…

Il tema dell’amore è il filo conduttore di tutta la scena.

La croce dice l’amore che viene da Dio e su noi si effonde nel sacrificio di Gesù; la presenza di Maria e di Giovanni sotto la croce dicono l’accoglienza del dono che si fa offerta a tutti gli altri bisognosi di salvezza.

L’amore donato e l’amore accolto, e tutto questo in un contesto pasquale, la pasqua come salvezza e come nostra partecipazione all’offerta di Gesù perché tutti, anche gli altri, siano salvati.

È a tutto questo che rimanda la spiritualità del Cuore di Gesù.

Trasportati dall’impeto della Carità di Cristo

Possiamo prolungare la nostra contemplazione facendo nostra la preghiera “Cuore di Cristo”, che ci propone il sussidio “La Famiglia Comboniana in preghiera” (pp. 368-369), e che è una parafrasi dell’Introduzione al Piano (S 2741; 2742):

«Padre, tu sei la fonte dell’amore. / Con il Cuore Trafitto del tuo Figlio,
Buon Pastore dell’umanità, / riveli il tuo amore, / infinitamente misericordioso,
e attiri le pecorelle piagate e smarrite / per ricondurle / all’unico ovile della salvezza.
In mezzo alle difficoltà della vita / noi viviamo felici nel Cuore di Cristo,
che palpita del più puro amore per gli uomini. / In questo Cuore siamo fortificati nella prova.
Trasportati dall’impeto di tale carità / sentiamo battere più frequenti / i palpiti del nostro cuore in sintonia con quelli di Cristo.
Un’energia divina / ci spinge a terre lontane / per stringere tra le braccia
e dare il bacio di pace e di amore / a quei fratelli e sorelle
che attendono ancora / la liberazione del Vangelo.
Da questo Cuore divino, / squarciato per amore, / escono sangue e acqua,
i sacramenti della Chiesa, / mediante i quali essa è plasmata / per perpetuare in Cristo, nel tempo e nello spazio, / l’efficacia salvifica del tuo amore / per l’umanità.
Ravviva in noi / l’energia del tuo Spirito, / che viene dal Cuore di Cristo,
affinché possiamo offrirci, / ogni giorno, / assieme ai popoli fratelli,
quale oblazione a te gradita per un mondo / più giusto e solidale.
Per Cristo nostro Signore».

1 Note prese da un’omelia di P. Fernando Armellini, biblista Cf. Rodolfo Coaquira, Cristología de san Daniel Comboni, Lima 2010, 27ss

2 Conferenza tenuta al 10 Convegno Teologico Pastorale dal tema “Dal cuore di Dio all’uomo di cuore”, organizzato dall’Istituto Salesiano “Sacro Cuore” dall’11 al 13 Giugno 2007, presso il “Tempio Universale Sacro Cuore di Gesù”, in via Marsala 42, Roma.

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Questa voce è stata pubblicata il 27/01/2018 da in Carisma comboniano, Cuore di Gesù, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag .

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