COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

V Domenica del Tempo Ordinario (B) Lectio

V Domenica Tempo ordinario (B)
Marco 1,29-39
Silvano Fausti

Marco-1-29-39

File Word Lectio della Domenica (V T.O.)
File PDF   Lectio della Domenica (V T.O.)

1) Marco 1,29-31 – E SERVIVA LORO

1. Messaggio nel contesto

“E serviva loro”, dice Marco della suocera di Pietro guarita. È il primo miracolo, indubbiamente il più insignificante. Ci si aspetterebbe che all’inizio si racconti qualcosa di più sensazionale. Ma la cosa è istruttiva. I miracoli di Gesù non sono spettacoli di potenza. Sono invece dei segni, che rivelano da una parte la sua misericordia – una debolezza che lo porterà fino alla croce – e dall’altra ciò che vuol compiere in noi per farei uomini nuovi, a sua immagine. I primi due – la suocera e il lebbroso – sono guarigioni globali, che indicano lo spirito nuovo e la vita nuova che lui ci dona. Gli altri che seguono illustrano le varie guarigioni specifiche delle nostre membra e facoltà: i piedi per camminare dietro a lui, le mani per ricevere e donare come lui, l’orecchio per ascoltare la verità, la lingua per comunicare noi stessi e l’occhio per vedere la realtà davanti alla quale siamo ciò che siamo. Al centro c’è il miracolo della fede, un toccare che sana la vita e libera dalla morte (emorroissa e figlia di Giaìro, 5,21-45). I miracoli sono tutti nella prima parte del vangelo, e culminano nel cieco di Betsaida, che sarà illuminato due volte, come dovrà esserlo anche Pietro per vedere in Gesù oltre il Cristo anche il Figlio di Dio. Nella seconda parte c’è solo la guarigione dei cieco di Gerico, prima dell’ingresso in Gerusalemme. È il dono dell’illuminazione battesimale, che mi fa “vedere” chi è lui per me e chi sono lo per lui, nel suo mistero di morte per me. L’uomo ha bisogno di questi miracoli perché è diventato come i suoi idoli, al quali serve e che lo schiavizzano: ha piedi e non cammina. mani e non palpa, orecchi e non ode, lingua e non parla, occhi e non vede (Sal 115,4-8).

Nel presente racconto la piccolezza del segno è tutta a vantaggio della grandezza del significato. Un miracolo più straordinario avrebbe attirato la nostra attenzione, a scapito di ciò di cui è segno. Se allo stolto indichi la luna, lui ti guarda la punta del dito! Con questo piccolissimo segno l’evangelista ci dà il significato di “tutti” i miracoli: sono delle guarigioni che Gesù opera per restituire a ciascuno di noi la capacità di servire, che è la nostra somiglianza con Dio. Lui stesso è Figlio in quanto servo (vv. 9-11). Il vero miracolo, che è venuto a compiere sulla terra, non è nulla di strabiliante: è darci la capacità di amare, ossia servire.

La suocera di Pietro, primo frutto maturo del vangelo, è il prototipo di tutti i credenti. Nella “casa di Simone” essa è il vero maestro nella fede, perché modello di vita. Attraverso di lei Gesù ci insegna non a parole, ma coi fatti e nella verità (1Gv 3,18) chi è lui e qual è il suo Spirito, che essa silenziosamente incarna.
Le donne contavano assai poco nella cultura ebraica di allora. Non era neanche valida la loro testimonianza. Questa anziana, malata e… suocera è la prima che testimonia la vita nuova.
Questo miracolo sintetizza quanto finora è stato narrato, sviluppandone un gradino ulteriore. Credere al vangelo (v. 15) significa seguire Gesù (vv. 16-20), nell’ascolto della sua parola (vv. 21 s); questa ci dà la liberazione dal male (vv. 23-28) e la libertà per il bene, che è il servizio.

Questa donna è il primo “scriba”, simile a lui, che Gesù discretamente ci dona. L’ultimo sarà la povera vedova inosservata, che espressamente ci addita (12,41-44). Marco, per circa un centinaio dei suoi seicento versetti, parla di donne (e bambini, che ne sono un’appendice). Le figure femminili occupano i punti chiave del vangelo (vedi appunto qui e 12,41-44, come inclusione di tutta la sua attività; 14,1-9 e 15,40-16,8, come inclusione del racconto della sua morte e risurrezione; vedi inoltre 5,21-43 e 7,24-30, dove si illustra cos’è la fede e qual è la sua potenza). Dio ha scelto i poveri di questo mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del suo regno (Gc 2,5): con ciò che è stolto e debole confonde i sapienti e i forti, con ciò che è ignobile e disprezzato e nullo, riduce a nulla le cose che sono (1Cor 1,26 ss). Questo brano ci dia occhi nuovi ed evangelici per vedere ciò che conta davanti a Dio, che non guarda secondo le apparenze (1Sam 16,7).

Gesù è il medico. Con la sua parola libera dallo spirito del male, e con il suo contatto dà la capacità del bene. È venuto per ridarci la pienezza di vita e restituirci il nostro volto di figli.

Il discepolo è raffigurato dalla suocera: a letto con la febbre, incapace di servire e costretta a farsi servire o servirsi degli altri. Il contatto con Gesù la renderà come lui, che è venuto per servire (10,45). Ovviamente questo, che è il primo miracolo del vangelo, sarà l’ultimo a realizzarsi. È buona regola dire fin dal principio il fine verso cui si sta andando!

2. Lettura del testo

v. 29 dalla sinagoga vennero nella casa. C’è un passaggio dalla sinagoga, luogo del culto di Israele, alla casa, che diventerà il luogo della catechesi e del culto cristiano. In ambedue c’è il male: come spirito immondo o come “febbre”, che lo rivela.

Simone e Andrea con Giacomo e Giovanni. I primi quattro iniziano il loro cammino seguendo Gesù e imparando. Diventeranno discepoli quando avranno capito di essere l’indemoniato che lui libera, la suocera che lui guarisce. I liberati e miracolati della prima parte del vangelo fanno da specchio a noi, chiamati a identificarci con loro, per chiedere e ottenere lo stesso dono.

v.30 la suocera di Pietro era a letto con febbre. Questa febbre, che tiene a letto costringendo a servirsi degli altri e impedendo di servire, è figura di quel male che immobilizza ogni uomo e gli blocca la capacità di amare, sviluppandogli ampiamente quella di schiavizzare. Nella stessa casa Gesù diagnosticherà e curerà un’altra febbre che i discepoli nascondono in sé, che li fa bollire l’un contro l’altro e li rende sordi alla “parola”: il desiderio di essere il più grande (9,32-35). È la stessa febbre che i capi delle nazioni hanno in comune con Giacomo, Giovanni e tutti gli altri, mentre litigano sui primi posti (10,35-45).

gli parlano di lei. Esclusi i primi discepoli, chiamati direttamente da lui, c’è sempre un tramite che porta noi a lui e lui a noi. È la mediazione della Chiesa, che prolunga nello spazio e nel tempo la sua presenza. Ma il contatto con lui e la sua parola sono sempre “immediati” e diretti, da persona a persona. La necessità della mediazione, che consiste nel parlare al Signore degli uomini o agli uomini del Signore, è correlativa alla responsabilità che ognuno ha del proprio fratello davanti al Padre. Chi non si cura dell’altro, non ha conosciuto il Signore.

v. 31 fattosi avanti. Gesù non si tira indietro davanti al nostro male. Non la nostra bontà, ma la nostra miseria attira la sua misericordia (cf 2,17).

la risvegliò. La parola egheíro è usata per proclamare la risurrezione di Gesù. Al v. 35 l’altra parola usata con tale senso: si levò (anéste).

prendendola per mano (cf 5,41!). La sua mano prende la nostra, e ci comunica la sua stessa vita. La guarigione avviene in silenzio, attraverso il contatto. Non è magia, ma una verità profonda: la nostra comunione con lui ci conferisce la sua forza.

e serviva loro, ossia Gesù e gli altri. La nostra mano, “presa” da lui, è finalmente capace di agire come la sua. “Servire” nel NT significa amare in concreto. Gesù è il Figlio perché ha scelto di servire Dio e i fratelli (vv. 9-11). La più bella definizione che Gesù dà di sé è quella del Figlio dell’uomo venuto per servire (10,45). Il servizio è la guarigione dalla febbre mortale dell’uomo: l’egoismo, che lo uccide come immagine di Dio.
La libertà che Gesù porta consiste nell’essere, mediante l’amore, a servizio gli uni degli altri (Gal 5,13). Amare veramente significa farsi carico dell’altro nei suo bisogni e nei suoi limiti. Farsi carico dei beni altrui, più che amore, suona egoismo! “Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo”, che “trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 6,3; 5,14). L’egoismo si esprime nel servirsi, che porta all’asservimento reciproco; l’amore si realizza nel servire, che porta alla libertà dell’altro, perché lui stesso possa servire. Solo così, nel servizio reciproco, siamo finalmente tutti liberi. Dopo aver estromesso da noi lo spirito del male, Gesù vuol riempirci del suo Spirito. Ogni miracolo restaura un tratto del nostro volto divino di figli.
Il servizio può sembrare piccola cosa. Invece è l’unica in grado di cambiare tutto. Il mondo infatti è un grande banchetto di cibi prelibati. Ma c’è una regola precisa: bisogna mangiare con forchette lunghe un metro e mezzo. L’inferno è dove ognuno, cercando di mangiare da sé, muore di fame e inforca il prossimo. Il paradiso è dove ognuno dà tutti, e ognuno gode di dare e ricevere benevolenza e amore.

3. Esercizio

  1. Entro in preghiera, come al solito.
  2. Mi raccolgo, osservando il luogo: la casa di Simone e Andrea, a Cafarnao.
  3. Chiedo ciò che voglio: identificandomi con la suocera, chiedo di guarire dalla febbre che mi immobilizza e mi impedisce di servire.
  4. Traendone frutto, vedo, ascolto e guardo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Considero ogni parola del testo.
  5. Passi utili: Mc 9,33-35; 10,35-45; Gv 13,1-17; 1Cor 1,26-29; Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11;

2) Marco 1,32-34 – FATTASI SERA

1. Messaggio nel contesto

“Fattasi sera”. Si chiude la prima giornata di Gesù, con la sua fatica messianica. Si ritira il sole e viene il buio: anche per lui finisce la luce e inizia la tenebra. Il giorno è il tempo a disposizione dell’uomo per valutare, decidere e fare. La notte è il tempo sottratto, indisponibile, morto. L’ombra avvolge tutto e tutti: la creazione perde i suoi contorni e svapora nel nulla, mangiata dall’oscurità da cui è uscita. Unica prospettiva sicura di ogni giorno, la sera è immagine “della fatale quiete”. Lì approda ogni uomo; si infrange ogni sua pretesa e cessa ogni sua attesa. È l’ora in cui ognuno dice: “Ora basta”. E, come Elia, mette la testa sotto il ginepro per dormire (1Re 19,4 s).
Dio qui ci attende, perché questa è l’ora della verità, in cui sperimentiamo che noi siamo uomini mortali, e lui è Dio. Raggiunto il nostro limite, invece di cadere nel vuoto, sconfiniamo in lui. A questo punto smettiamo ogni nostra attività, e lasciamo finalmente a lui lo spazio per intervenire. Veramente Dio dà i suoi doni all’uomo quando “dorme” (Sal 127,2).

Per questo la sera di Gesù è il momento culminante dell’azione divina, anticipo di ciò che sarà alla sua morte. Durante il giorno fece un solo esorcismo e un solo miracolo; la sera invece è illuminata da un fuoco d’artificio di prodigi. La sua azione infatti fu limitata, parziale, e solo con valore di segno; la sua passione invece sarà illimitata, universale e salverà tutti realmente. La sua notte guarisce tutte le nostre notti.
Inoltre è la nostra notte il luogo dove sperimentiamo la luce della sua notte. Nel passo parallelo, posto a conclusione della prima giornata di miracoli, Matteo così dichiara l’origine di tutta l’opera di Gesù: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17). Con questa citazione di Is 53,4, Matteo dice chiaramente che non è la sua potenza sovrumana a guarirci, ma la sua impotenza di servo, che lo porterà sulla croce, carico dei nostri mali.

Questo brano non è propriamente un racconto. È un riassunto di più fatti. In questi “sommari redazionali” l’autore ispirato, meno vincolato dalle cose da raccontare, offre ampie panoramiche teologiche, dando la cornice interpretativa al fatti stessi. Per questo sono da leggere con cura. In concreto qui Marco vuol anticipare il senso della morte di Gesù, che sarà per tutti salvezza dai mali e dal male. Ma prima di allora la sua identità non può essere proclamata. Sarebbe malintesa!

Gesù è la luce del mondo. Con la sua morte è entrato nelle nostre tenere, illuminandole della sua solidarietà divina. Con lui non c’è più notte.

Il discepolo incomincia a intuire con stupore come Dio capovolge la prospettiva dell’uomo: a una vita per la morte, contrappone una morte per la vita.

2. Lettura del testo

v.32 fattasi sera. Oltre questa, che conclude il primo giorno, Marco ci presenta altre sere, che vengono rispettivamente dopo le parabole (4,35), dopo il fatto dei pani (6,47), dopo l’ingresso nel tempio (11,11), dopo la purificazione del tempio (11,19), all’inizio della Cena (14,17) e dopo la sua morte, quando Giuseppe riceve in dono il suo corpo (15,42). Tutte le sere portano a questa ultima e settima, in cui finisce il mondo vecchio, e Gesù consegna se stesso alla madre terra, seme del Regno che germoglierà nel sole nuovo del mattino di Pasqua.

portavano a lui. Tranne il lebbroso, l’emorroissa e la sirofenicia (1,40 ss; 5,25 ss; 7,24 ss) prototipi di tutti gli emarginati ed esclusi, che hanno accesso libero e immediato a lui, nessuno va a Cristo per conto suo. Dio ha bisogno degli uomini. Tutti i miracolati sono portati da lui o lui stesso è portato presso di loro. Anche il cieco, che lo chiamerà, prima di andare da lui, sarà chiamato attraverso altri (10,49).

tutti gli ammalati. Di giorno ne guarì solo uno. Di sera “tutti” sono da lui.

indemoniati. Gesù guarisce non solo dalle malattie esterne, ma soprattutto dal male interno. La guarigione dei malati è un segno provvisorio del futuro, e indica simbolicamente ciò che sarà l’uomo nuovo – anche se ancora deve morire. La liberazione degli ossessi invece vuol essere un intervento definitivo, e indica la fine del regno di satana e la venuta del regno di Dio (3,26; Lc 11,20). Ambedue sono manifestazioni della “simpatia” di Dio per gli uomini: è quella sym-pátheia compassione = patire insieme) che dal battesimo lo porta alla croce.

33 tutta la città era riunita presso la porta. Di mattina, alla porta della città, si teneva il giudizio di condanna contro i malfattori. Di sera, alla porta della casa di Simone, il Signore stesso compie il suo giudizio di salvezza per tutti i perduti.

34 curò molti ammalati. Quei “tutti” non erano pochi, ma molti. La parola “curare” in greco significa rispettare, venerare, onorare. Questa è la vera “terapia” (= cura) per i mali profondi dell’uomo.

scacciò molti demoni. Si cura il malato, non il male. Noi spesso curiamo il male, a scapito del malato – come odiamo il peccatore e amiamo il peccato.

e non lasciava parlare i demoni. Marco sottolinea sempre il “segreto messianico”. Oltre che un aspetto importante della vita di Gesù – che non cercava la pubblicità, anzi la considerava tentazione – è anche un motivo teologico dell’evangelista. Egli si rivolge al catecumeno, e vuol fargli capire che una conoscenza di Dio prima della croce è diabolica: non rende conto né del male nostro né dell’amore suo.

perché lo conoscevano. Gli spiriti sono gli unici a sapere chi è Gesù. Hanno infatti una conoscenza superiore, che trascende la nostra. Inoltre si vede come la fede non è “conoscerlo” – anche i demoni lo conoscono! – bensì sperimentare la sua forza.

3. Esercizio

  1. Entro in preghiera, come al solito.
  2. Mi raccolgo, osservando il luogo: davanti alla porta della casa di Pietro, di sera.
  3. Chiedo ciò che voglio: chiedo al Signore di conoscere le sue prospettive circa la sera – e lo ringrazio dei suoi doni.
  4. Traendone frutto, vedo, ascolto e guardo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Considero ogni parola del testo.
  5. Passi utili: Sal 127; 1Re 19,1-5; 2Cor 4,7-12; 12,9 s; Mt 8,16 ss.

3) Marco 1,35-39 – ANDIAMO ALTROVE

1. Messaggio nel contesto

“Andiamo altrove”, dice Gesù ai discepoli che lo cercano per mietere il successo di ciò che ha seminato il giorno prima.
Per la seconda volta si ritira in preghiera nel deserto. Sulla bocca di Pietro, portavoce degli altri, vediamo anche la prima tentazione: “Tutti ti cercano”. Essa si cela nel pronome personale “ti”, e consiste nel cercare il proprio io invece di Dio, mettendolo al centro di tutto. È l’egoismo, principio di tutti i mali. Ma Gesù non vuole il successo personale, neanche “a fin di bene”.
Si nota qui la prima incomprensione tra lui e i suoi, i primo scontro vellutato tra il pensiero dell’uomo e quello di Dio. I discepoli sono certo in buona fede: lo cercano e lo consigliano per amor suo. Vedremo d’altronde che Gesù, quand’è da solo con loro, li disorienterà sempre, soprattutto di notte (cf 4,35 ss; 6,47 ss; 14,17 ss) – ma anche di giorno, quando parlerà della “sua notte” (8,31-33; 9,31-34; 10,32-45). Per loro, chiusi nella prospettiva mondana e ciechi davanti a quella di Dio, questi disorientamenti diventeranno semi di conversione.

La giornata tipo di Gesù si conclude con la preghiera notturna, che dà inizio alla nuova attività. Per lui la contemplazione è insieme termine e sorgente dell’azione, fine di ciò che ha fatto e principio di ciò che sta per fare. La preghiera è stare davanti a Dio. Fatto a sua immagine e somiglianza, davanti a lui l’uomo è se stesso; lontano da lui, è lontano da sé e dalla propria realtà, fino a diventare nulla di sé.
Per questo il fine di ogni ministero è insegnare chi e come pregare, per entrare in comunione con Dio, e trovare così il rapporto vero con sé e con gli altri. La preghiera innanzitutto non è un parlare “di” Dio, ma un parlare con” Dio, stando attenti a non scambiarlo con le proprie immagini di lui (idoli). Non è trascurabile il fatto che Gesù preghi durante la notte, figura della morte. Questa non è la fine di tutto, ma il luogo del rapporto pieno con Dio, forza per un giorno nuovo.

Tutte le culture hanno un senso religioso che intuisce la preghiera come relazione vitale e necessaria col trascendente. Questo è positivo in sé, anche se poi, a causa del peccato, devia naturalmente in una direzione moralistica e/o magica: si prega per tenersi buono Dio e/o piegarlo al proprio volere e ai propri bisogni.
La nostra società occidentale, che vive come se Dio non ci fosse (tamquam Deus non daretur), ha messo tra parentesi l’apertura all’infinito, col bel risultato di togliere all’uomo quell’elemento che lo fa tale, dandogli senso e libertà. Anche il credente respira un’aria in cui l’unico orizzonte è quello asfissiante del manufatto umano, incapace di soddisfare la sete di senso sita nel cuore di ciascuno.

Per il giudeo-cristiano la preghiera è assai diversa da quella che scaturisce dal vago senso religioso comune a tutti: è un rapporto fiducioso, filiale, rispettoso, creaturale, da persona a persona, con Dio, unico interlocutore degno dell’uomo. Si va a lui non tanto per chiedergli qualcosa, perché ci dà tutto – noi stessi. il mondo e se stesso! – quanto per ringraziarlo e amarlo, conoscerlo e vivere cosi nella verità. Il dialogo con Dio è l’arte suprema che fa essere l’uomo quello che è, nella sua dignità di partner di Dio.

Gesù ha la sua vita in comunione col Padre. Per questo la preghiera è il punto d’arrivo della sua giornata, la forza per non cadere in tentazione e la molla inesauribile della sua missione al fratelli.

Il discepolo impara cos’è la preghiera vedendo lui che prega. La descrizione essenziale che Marco ne fa, ce ne fa comprendere gli elementi fondamentali.

2. Lettura dei testo

35 E di buonora, in notte fionda, levatosi. Di notte l’uomo dorme. Se veglia, nel silenzio di ogni creatura, si trova in solitudine col suo creatore, davanti al quale è ciò che è. Scopre così la propria verità di confine tra il nulla e il tutto. Imparentato con ambedue, se fissa il primo, è angosciato, se si volge al secondo, è raggiante (Sal 34,6). Le parole “di buonora, in notte fonda, levatosi” richiamano il mattino di Pasqua (16,2), quando Gesù si levò dalla notte definitiva. Ciò significa che la preghiera è la forza che vince le tenebre. Infatti è comunione con Dio, sorgente di vita.

uscì in luogo deserto. Le parole “uscire” e “deserto” richiamano l’esodo. La preghiera impedisce all’uomo di sedersi – sarebbe una trappola mortale – e lo fa uscire dalla schiavitù e dal rumori di ciò che fa e di ciò che gli fanno, per trovarsi nel deserto, dove può ascoltare l’essenziale.

e là pregava. La preghiera di Gesù è il suo rapporto di Figlio con il Padre, che è venuto ad aprire a tutti i fratelli. Marco presenta Gesù in preghiera tre volte, in tre momenti chiave di tentazione e sempre di notte: qui, dopo il primo giorno, prototipo di ogni giorno, dopo il fatto dei pani (6,46) e nell’agonia nell’orto (14,32 ss).
Come sarà stata la sua preghiera? Nella tradizione biblica essa è caratterizzata da un dialogo fiducioso, familiare, da amico a amico, Insistente, che si interessa degli altri e intercede per loro (cf Gn 18,22-32); è la forza per vincere il nemico (cf Es 17,8-13); è la semplicità di srotolare davanti al Signore le proprie angustie, oscurità e minacce (cf 2Re 19,10-19); ha l’aspetto di una lotta con Dio, che percepiamo come nemico, perché ci toglie le maschere e ci svela il nostro vero nome (cf Gn 32,23-33). Nel NT anche lui leva la maschera che gli abbiamo appiccicato e rivela il suo vero nome di Padre (cf 14,32-42); e noi ci scopriamo figli. Nella preghiera otteniamo infallibilmente lo Spirito Santo (cf Lc 11,9-13), la vita di Dio, l’amore reciproco tra Padre e Figlio. il cui frutto è il cambiamento radicale della nostra esistenza in una vita filiale e fraterna (cf Gal 5,22).

36 lo inseguì Simone. Pietro non segue ancora solo Gesù, ma anche i suoi desideri, che vede realizzarsi in lui. Crede ormai di averli perseguiti, lui si presta a cogliere l’occasione opportuna. Per questo lo insegue, quasi lo perseguita.

37 Tutti ti cercano. Per noi cercare Gesù, il volto di Dio, è Il fine ella vita. “Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto” (Sal 27,8). Ma per Gesù è la prima tentazione, che ha in comune con ogni uomo: quella di cercare il proprio io. L’io, quando cerca se stesso, è il nemico mortale dell’uomo, perché chiude all’altro.

v.38 Andiamo altrove. Gesù conosce e respinge questa tentazione di tana, che già ha affrontato nel deserto. La forza per vincere gli viene dalla preghiera. Questa, in quanto dialogo con l’Altro, è già sconfitta all’egoismo, passaggio dall’io a Dio.

nei borghi vicini. Ciò che ha fatto a Cafarnao, deve essere fatto altrove, cominciando dai villaggi più vicini, andando sempre più lontano, fino li estremi confini della terra.

perché anche là proclami. La comunione con il Padre che ama tutti i figli, è la spinta verso tutti i fratelli. Anche i discepoli saranno inviati ad annunciare e a vincere il male nella misura in cui staranno “con lui” J3-15), che sta sempre presso il Padre. Contemplazione e azione non oppongono: la prima è sorgente della seconda, e questa deve portare a quella. Se uno non è unito a Dio, la sua azione è un aiutarsi più dannoso e inutile. “Chi non è con me, dice Gesù, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde” (Lc 11,23).

Per questo sono uscito. È uscito non solo da Cafarnao. Lui è il Figlio cito dal Padre, per portare la buona notizia a tutti i fratelli. Il suo ritorno pieno avverrà quando il vangelo sarà stato predicato a tutte le genti (3,10).

39 E venne. La sua uscita dal Padre è una venuta presso tutti noi.

annunciando e scacciando i demoni. È la sintesi del suo ministero: l’annuncio della parola di verità che libera l’uomo dalla schiavitù della menzogna.

3. Esercizio

  1. Entro in preghiera, come al solito.
  2. Mi raccolgo, osservando il luogo: il deserto dove Gesù, di notte, si ritira in preghiera.
  3. 3. Chiedo ciò che voglio: di lasciarmi istruire dalla sua preghiera.
  4. Traendone frutto, vedo, ascolto e guardo le persone: chi sono, che dicono, che fanno. Da notare: notte – preghiera; uscire – ti cercano; deserto – andiamo altrove.
  5. Passi utili: Gn 18,22-32: Es 17,8-13; 2Re 19,10-19; Gn 32,23-33; Lc 11,9-13.

Silvano Fausti

 

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Questa voce è stata pubblicata il 01/02/2018 da in anno B, ITALIANO, Lectio della Domenica, Liturgia, Tempo ordinario con tag , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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