COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

La Crocifissione e il Costato Trafitto nel cammino spirituale di san Daniele Comboni

Spiritualità comboniana (2)

Ogni venerdì – che ci ricorda il Cuore di Cristo – pubblichiamo un testo di spiritualità comboniana. Iniziamo con una serie di riflessioni offerte da P. Carmelo Casile durante un corso di esercizi spirituali alla comunità di Castel d’Azzano (Verona),  prendendo come punto di riferimento alcune Icone di Marko Rupnik della cappella di Capiago (Dehoniani)

2. LA CROCIFISSIONE in Comboni

 

LA CROCIFISSIONE / IL COSTATO TRAFITTO
nel cammino spirituale di san Daniele Comboni
P. Carmelo Casile

DCIl Mistero del Cuore trafitto di Gesù sulla Croce riassume i contenuti fondamentali della spiritualità del Cuore di Gesù, vissuta da san Daniele Comboni fin dalla giovinezza, e può essere preso come l’Icona del suo camminare missionario.

In effetti, già nella sua fanciullezza egli poteva contemplare nella chiesa di Limone un grande Crocifisso, in legno di bosso, finemente intagliato, racchiuso in una nicchia che sovrasta l’altere del Crocifisso. La nicchia, durante l’anno, rimaneva chiusa da un quadro che raffigura ancora il Crocifisso circondato da alcuni santi e dalla Vergine. Questo sipario veniva rimosso durante la settimana santa, perché rimanesse esposto sull’altare il grande e suggestivo Crocifisso. Così Comboni ha potuto contemplare più volte il volto di questo Gesù in croce e ascoltare le ispirazioni che questa contemplazione gli suggeriva. Sta certamente qui l’inizio del suo particolare coinvolgimento nel Mistero del Cuore di Gesù, che manifesta il suo grande amore per gli uomini nel momento in cui è trafitto sulla Croce. Inizia qui la progressiva conformazione dello sguardo di Comboni a quello del Cuore trafitto di Gesù, così che comincia a vedere con gli occhi del Dio Crocifisso se stesso e chi gli vive accanto, a cominciare dai più deboli.

Giovane missionario, all’inizio del suo primo viaggio verso la Missione, arrivato ad Alessandria, gli viene offerta l’opportunità di un pellegrinaggio a Gerusalemme.

Questo pellegrinaggio, avvenuto nell’ottobre del 1857, costituisce nella vita e nella missione di Daniele Comboni un episodio “provvidenziale”, che si rivela denso di significato anche per noi oggi.

Comboni, infatti, che “visita” la Terra Santa, rimane chiaramente “visitato” dai misteri della vita di Cristo avvenuti in quei luoghi”. Dai sui Scritti sappiamo che egli vive con intensa commozione questo pellegrinaggio in Terra Santa, dove tutto gli richiama alla mente la Parola di Dio, il Verbo e la sua carne. Egli vuole contemplare ogni angolo, toccare ogni pietra, ascoltare e meditare la Parola in essa racchiusa. Così egli descrive l’apparire di Gerusalemme ai suoi occhi: “Oh! La grande impressione, che mi fece Gerusalemme! Il pensiero che ogni palmo di quel sacro terreno segnava un mistero mi facea tremare il piede”, e d’intensa commozione è la descrizione che fa del Santo Sepolcro, che «è il primo Santuario del mondo», della grotta di Betlemme, del monte Sion, dove «gli Apostoli si divisero fra loro il mondo che doveano evangelizzare».

Sono questi i luoghi che si sono impressi più profondamente nel cuore di Comboni come punti di riferimento costanti della vita apostolica sua e dei suoi missionari.

Egli, infatti, dopo aver toccato con mano la terra del Verbo-fatto-uomo, non vuole che questa esperienza rimanga un episodio singolo e d’eccezione; così, qualche anno dopo, invia in pellegrinaggio in Terra Santa due missionari, affidandoli alla guida del suo amico Ratisbonne:

«Si ricorderà, mio venerato e caro Padre, le felici circostanze del mese di ottobre 1857, quando … io ebbi la fortuna di fare il viaggio a Gerusalemme con Lei. … Ora … la Provvidenza ha destinato che due dei miei missionari venissero in Terra Santa per attingervi sulla tomba del Salvatore e alla greppia di Gesù Bambino la forza necessaria per sacrificare tutta la loro vita per la salvezza e la conversione degli sfortunati figli di Cam dell’Africa interna…». (S 2002).

Nelle sue parole Comboni sottolinea chiaramente il nesso profondo da lui colto tra il pellegrinaggio e la missione a cui era diretto, che si esprime nel coinvolgimento del missionario nei misteri della vita del Signore dalla tomba alla greppia. Tale coinvolgimento che arriva fino al sacrificio della propria vita, è frutto della partecipazione nel Mistero Pasquale, tramite il quale il Signore Gesù ha salvato il mondo e da cui prende avvio il dinamismo che spinge lui e i suoi fratelli missionari ad annunciare ai popoli dell’Africa Centrale la Buona Notizia della liberazione e della salvezza, di cui erano estremamente bisognosi.

Il primo santuario che Comboni visita è il Santo Sepolcro. Qui vive il primo momento intenso e significativo del suo pellegrinaggio, facendo l’esperienza del legame tra la tomba vuota del Salvatore e il monte Calvario dove fu crocifisso. In questa esperienza l’Icona del Crocifisso-Risorto affonda profondamente le radici nel suo cuore, come testimonia egli stesso nella lettera ai genitori da Gerusalemme:

«Questo magnifico tempio (del santo Sepolcro) abbraccia tutto il monte Calvario…. Io non posso a parole esprimere la grande impressione, i sentimenti che mi destarono tutti questi preziosi santuari che ricordano la Passione e la morte di G. C. Il Santo sepolcro, mi fece rimanere estatico, e diceva fra me stesso: qui dunque stette 40 ore Gesù Cristo? questa dunque è la sacra tomba che ebbe la sorte di chiudere in se stessa il creatore del cielo e della terra, il redentore del mondo? questa è quella tomba, che baciarono tanti santi, innanzi alla quale si prostrarono tanti Monarchi, tanti Principi e vescovi in tutti i secoli dopo la morte di G. C.?

Io baciai e ribaciai più volte quella sacra tomba, mi prostrai più volte ad adorarla, e su quella tomba pregai, indegnamente sì, per voi, e pei nostri amati parenti, ed amici, ed ebbi la consolazione di celebrarvi due messe, l’una per me, per voi, e per la mia missione; l’altra per voi due, carissimi genitori.

Dopo questa visita […], ascesi sul monte Calvario 30 passi più sopra dal S. Sepolcro: baciai quella terra sulla quale si posò la croce, sopra cui venne disteso ed inchiodato G. C.: mi richiamai alla mente il momento doloroso, in cui in questo luogo, segnato da una lastra di marmo a mosaico, a G.C. vennero tirate le braccia e slogate perché le mani giungessero al foro dei chiodi, in cui qui fu crocifisso, e rimasi tocco nel cuore da molti sentimenti di compassione e di affetto etc.

Ad un passo e mezzo dal luogo della crocifissione a sinistra, v’è il luogo ove stette M. Vergine, quando Gesù Cristo gemeva in Croce: anche questo mi fece grande impressione: quando poi a due passi di distanza da questo luogo fui sopra il luogo ove fu inalberata la croce, e che dal Superiore dei Francescani del S. Sepolcro mi fu detto questa è la buca in cui fu piantata la croce, mi gettai in un dirotto pianto, e per un poco m’allontanai: poscia, dopo che baciarono gli altri, m’accostai io pure, e la baciai più volte quella buca benedetta; e mi si risvegliarono questi pensieri:

Questo è dunque il Calvario? Ah ecco il monte della mirra, ecco l’altare della Croce ove si consumò il gran sacrificio. Io mi trovo sulla cima del Golgota nel luogo stesso dove fu crocifisso l’Unigenito Figliuolo di Dio: qui fu compito l’umano riscatto; qui fu soggiogata la morte, qui fu vinto l’inferno, qui io sono stato redento. Questo monte, questo luogo rosseggiò del sangue di G. C.: queste rupi udirono le sue estreme parole: quest’aura accolse il suo ultimo fiato: alla sua morte si dischiusero i sepolcri, si spezzarono i monti: e distante pochi passi dal luogo ove fu inalberata la Croce si mostra un’enorme spaccatura d’una profondità incalcolabile, la quale è costante tradizione che sia avvenuta alla morte di G. C.» (S 39-43).

Ancora oggi, è possibile vivere questa esperienza del legame tra il Sepolcro vuoto e la Croce del Calvario, soprattutto quando si ha la grazia di poter partecipare nella processione con la reliquia della Santa Croce nel giorno della sua Invenzione. Questa processione inizia nella Cappella di Sant’Elena, percorre le varie cappelle intorno al Calvario e culmina sul Calvario, da qui si prosegue verso il Sepolcro e si compiono parecchi giri intorno ad esso mentre si continua a cantare l’Inno alla Croce, intercalando le strofe con il suono festoso dell’organo. Hai l’impressione che i due luoghi sono uniti l’uno all’atro e di esserci dentro, abbracciato dal Crocifisso-Risorto, da Lui fatto creatura nuova e inviato a portare questa Buona Notizia al mondo…..

Alla fine del pellegrinaggio, Comboni proseguì il suo viaggio verso la Missione, navigando sul Nilo. Durante questo suo primo viaggio con le bellezze di una natura vergine, che gli “destano nell’anima l’idea più sublime di Dio”, poté osservare le rovine di antiche civiltà e dei primordi del cristianesimo in quelle terre, “vagheggiando alla sfuggita le famose piramidi, e i gloriosi avanzi di Denderah, Kneh, Tebe, Karnak, Luxor…” (S 200).

Giunse alla stazione di S. Croce, seguendo l’itinerario dei missionari verso la Nigrizia segnalato dalle 44 croci delle loro tombe. Quelle croci gli ricordavano una storia, che cominciò a premere sul suo cuore e divenne pesante come un macigno quando vide soccombere i suoi primi compagni e lui stesso arrivò ad una passo dalla morte. In questa situazione di sofferenza per la morte dei confratelli e di trepidazione per le sorti della Missione, il 13 novembre 1858 gli giunse la notizia della morte della mamma, che colmò la misura delle sue sofferenze.

Così, mentre gode dell’ambiente fascinante delle foreste e del Nilo, Comboni scopre che questo stesso ambiente rendeva impossibile la realizzazione della missione a causa del clima che portava inesorabilmente i missionari alla morte.

Nello stesso tempo è colpito dal fatto che questo stesso ambiente è ricoperto da un “buio misterioso” (S 800). È un buio che nasce da un intreccio di fenomeni sconcertanti, e che attanaglia gli Africani in una vicenda di “povertà” radicale di oltre quaranta secoli, tenendoli lontani dai benefici del progresso umano e dai benefici della fede.

Il più sconcertante di questi fenomeni, quello che rende più drammatica la desolante situazione della “Nigrizia”, è la storia secondo cui “i Neri non fanno parte della famiglia umana, né sono dotati d’anima umana…”, ma è una razza subordinata e sottomessa ai “bianchi” per cui sorgono sordide connivenze che lasciano sfrenarsi nel continente africano la tratta degli schiavi1.

La “povertà” della Nigrizia, per tanto, è una povertà in tutte le dimensioni: essa tocca l’ambiente naturale, le anime, i corpi, e il tessuto sociale, causando l’indole avvilita dei neri, “su cui pare che ancora pesi tremendo l’anatema di Cam”. È una povertà che, considerata alla luce di una descrizione del deserto lasciata da don Squaranti, scava un vuoto orribile tutto all’intorno ed in mezzo alla Nigrizia e la rende una viva immagine di un anima abbandonata da Dio!2.

In Daniele Comboni il vissuto dell’icona del Cuore trafitto di Gesù sulla Croce raggiunge una intensità e luminosità particolari nell’evento carismatico del settembre del 1864 nella basilica di S. Pietro nel contesto di una esperienza forte di preghiera, in cui il Mistero di Cristo trafitto in Croce è vissuto in esplicita chiave trinitaria.

Comboni arrivò per la prima volta a Roma nel settembre 1859 proveniente dall’Africa, di ritorno, malato, dal suo primo viaggio missionario. In quest’occasione, varca per la prima volta la soglia della basilica del Vaticano.

Il giovane missionario, sotto il peso delle prove della prima esperienza apostolica, porta nel suo cuore orante quell’Africa a cui “già aveva sospirato da gran tempo, con maggior calore di quello con cui due amanti sospirano il momento delle nozze” (S 3) e che ora, dopo averla incontrata, non può abbandonare alla sua sorte.

Le sofferenze che affliggono l’Africa descritte nell’Introduzione del Piano, pesano come macigni sul suo cuore di sopravvissuto della prima luttuosa esperienza sotto il “torchio della desolata vigna africana” (S 2744) e sfidano la sua fedeltà: “Un buio misterioso ricopre anche oggidì quelle remote contrade che l’Africa nella sua vasta estensione racchiude… i rischi d’ogni maniera e gli scogli insormontabili…. sgominarono le forze e gettarono lo scoraggiamento…” (S 2741).

Il 15 settembre 1864 Comboni si trova di nuovo sulla tomba di S. Pietro “in attesa orante”. È un ritorno effettuato nel momento dei suoi “più caldi sospiri verso quelle regioni infelici” (S 2754), che certamente costituisce un momento determinante della sua vita e che può essere definito come “battesimo di fuoco” o “Pentecoste personale” dell’Apostolo della Nigrizia.

Infatti, presso la tomba di San Pietro è avvenuto il primo incontro dell’Africa nuova con la Chiesa di Cristo proprio nel cuore e nella mente di Comboni, mentre il tormentato cammino della Nigrizia alimentava la sua meditazione e la sua preghiera. Dal Piano, infatti, scaturito da questa preghiera, è nata tutta l’opera comboniana e ne derivò la rinascita della missione dell’Africa Centrale. Egli stesso dirà più tardi che, mentre si trovava in quel giorno nella basilica di S. Pietro, “come un lampo mi balenò il pensiero di proporre un nuovo Piano per la cristiana rigenerazione dei poveri popoli neri, i cui singoli punti mi vennero dall’alto come un’ispirazione” (S 4799).

Spinto dal fervore per tale illuminazione, Comboni si recò subito alla sede del suo alloggio, si rinchiuse in stanza e vi lavorò per “60 ore continue”. Il contenuto di quest’illuminazione lo formulò nell’introduzione alla I edizione del Piano (Torino, dicembre 1864, p. 3-4):

Il cattolico, avvezzo a giudicare le cose col lume che gli piove dall’alto, guardò l’Africa non attraverso il miserabile prisma degli umani interessi, ma al puro raggio della Fede; e scorse colà una miriade infinita di fratelli appartenenti alla sua stessa famiglia, aventi un comune Padre su in cielo, incurvati e gementi sotto il giogo di Satana.

Allora trasportato egli dall’impeto di quella carità accesa con divina vampa sulla pendice del Golgota, ed uscita dal costato di un Crocifisso, per abbracciare tutta l’umana famiglia, sentì battere più frequenti i palpiti del suo cuore; e una virtù divina parve che lo spingesse a quelle barbare terre, per stringere tra le braccia e dare il bacio di pace e di amore a quegl’infelici suoi fratelli” (S 2742-2743).

L’intuizione di Comboni è chiara: nel regno della morte Dio entra per mezzo di Gesù Crocifisso. Sul Calvario, la Croce diventa strumento e segno perenne dell’amore salvifico che eternamente sgorga dal cuore del Padre; Gesù, Agnello immacolato sulla Croce, proprio mentre è oggetto della nostra violenza, assume su di sé il male del mondo, ed è la vera rivelazione del volto di Dio, a cui l’umanità ferita può tornare per vivere. Comboni è il primo a sentirsi avvolto da questo amore smisurato di Dio incarnato nel mistero di Cristo Crocifisso e che entra nella regione della morte. Così per Comboni la Croce diviene nella sua vita segno dell’amore personale del Padre per lui ed espressione chiara dell’offerta di salvezza in Cristo che Dio vuol portare per mezzo di lui ai popoli dell’Africa.

Dal Cuore Trafitto di Gesù si sprigiona una potenza generatrice di vita, una “divina Vampa di carità”, che come una punta laser avrà ragione del “buio misterioso”, che avvolge la Nigrizia e di tutti gli ostacoli che si frappongono nel cammino dell’Apostolo dell’Africa Centrale. Gesù crocifisso entra nelle vicende dolorose della Nigrizia, è l’espressione della sua estrema e totale vicinanza ad essa, diventa uno di essa; con la “divina Vampa di carità” che promana dal suo Cuore, assorbe i veleni che la paralizzano, la solleva e la conduce a sé. Gesù che muore nella “carne” presa dalla Nigrizia, è anche il Figlio di Dio; perciò il suo ingresso nel buio che l’avvolge, è esplosivo e spezza la prigionia della sua natura avvilita e le catene della sua schiavitù, recuperandola totalmente all’abbraccio dell’amore del Padre. Nel morire di Gesù, la sua divinità è effusa su coloro che sono giudicati gli ultimi della terra e diviene in essi forza salvifica e presenza rigeneratrice dell’uomo oppresso. Si schiude così per la Nigrizia l’orizzonte del destino ultimo della sua storia, che è l’eternità e l’infinito di luce della divinità e della risurrezione riversato nella sua storia di oppressione: credere e sperare con amore è già andare là dove Gesù si trova per sempre, presso il Padre.

Frutto di questa intuizione che ha come epicentro il vissuto del Mistero del Cuore trafitto di Gesù sulla Croce, è il Piano per la rigenerazione dell’Africa; un piano grandioso, in cui Comboni insiste sulla necessità pratica di una collaborazione di tutte le forze cristiane disponibili e soprattutto quelle indigene per la salvezza dell’Africa.

Comboni fa i primi tentativi e raccoglie i primi frutti nonostante le difficoltà che nascono dalle circostanze di tempo e di luogo. Ma è cosciente che in questa realizzazione l’esito dipende dal vincolo che unisce l’opera con la fonte da cui è nata, che è la Carità del Cuore di Cristo.

Così il coinvolgimento personale nel Mistero del Cuore trafitto di Cristo, costantemente alimentato dalla contemplazione dei misteri della vita del Signore, porta Comboni a immettere il dinamismo di questo Mistero nella sua azione evangelizzatrice per mezzo della consacrazione al S. Cuore del Vicariato dell’Africa Centrale.

Nella “Lettera Pastorale” (1873), in cui propone questa iniziativa, presenta una sintesi della spiritualità del Cuore di Gesù da lui stesso vissuta, in cui Gesù è contemplato nel suo cammino di amore per l’umanità dalla “sacra culla di Betlemme” al sepolcro del Crocifisso-Risorto in Gerusalemme:

«Questo Cuore adorabile divinizzato per l’ipostatica unione del Verbo con l’umana natura in Gesù Cristo Salvatore nostro, scevro mai sempre di colpa e ricco d’ogni grazia, non vi fu istante dalla sua formazione, in cui non palpitasse del più puro e misericordioso amore per gli uomini. Dalla sacra culla di Betlemme s’affretta ad annunziare per la prima volta al mondo la pace: fanciulletto in Egitto, solitario in Nazaret evangelizzatore in Palestina divide coi poveri la sua sorte, invita a sé i pargoli e gl’infelici conforta, risana gl’infermi e rende agli estinti la vita; richiama i traviati e ai pentiti perdona; morente sulla croce mansuetissimo prega pei suoi stessi crocifissori; risorto glorioso manda gli Apostoli a predicare la salute al mondo intero”

Questo Cuore divino che tollerò d’essere squarciato da una lancia nemica per poter effondere da quella sacra apertura i Sacramenti, onde s’è formata la Chiesa, non ha altrimenti finito di amare gli uomini, ma vive tuttodì sui nostri altari prigioniero di amore e vittima di propiziazione per tutto il mondo. Né contento di questo, egli stesso in una celebre Apparizione alla B. M. Margherita Alacoque si offrì spasimante di affetto a rimedio dei mali che sarebbersi rovesciati sul mondo colpevole e perituro con promesse di special protezione per coloro, che al suo culto ed amore fossersi consacrati» (S 3323; 3324).

Ma la conformazione dello sguardo di Comboni a quello del Cuore trafitto di Gesù non si ferma qui. Nella sua attività missionaria ha incontrato tribolazioni di ogni genere anche all’interno della stessa comunità ecclesiale: incomprensioni, calunnie, il disinteresse dei più per la missione, l’abbandono di tanti che avevano molto promesso e poco mantenuto, la mancanza di mezzi e la morte prematura dei collaboratori più cari.

Tuttavia, né il buio che avvolge “la Nigrizia” né le altre difficoltà riescono a spegnere in lui il senso della gioia e della lode a Dio. La meravigliosa aurora del deserto che imporpora come un incendio d’oro il cielo, i monti e il piano; il sole che puntualmente si alza maestoso, continuano a essere nell’animo di Comboni simbolo della presenza provvidente di Dio in tutti i luoghi, anche nel regno della morte3.

Da questo sguardo contemplativo su Gesù Crocifisso, nasce nel cuore di Comboni l’Inno alla Croce (1877), che suggella la sua nomina (1872) come Pro-vicario della difficile e scabrosa Missione dell’Africa Centrale, da lui assunta e vissuta come mistico sposalizio con quella “Croce che ha la forza di trasformare l’Africa Centrale in terra di benedizione e di salute”, e che è l’esplicitazione di una riflessione e di un’esperienza vissuta da lui lungo l’arco della vita.

Quest’Inno che risuonava continuamente nel suo spirito, Comboni lo mise per iscritto nella relazione della Missione alla Società di Colonia del 1877.

1 Cf Carte per l’evangelizzazione dell’Africa, p. 157

2 Cf Carte per l’evangelizzazione dell’Africa, p. 156

3 Cf Il Messaggio di Daniele Comboni, p. 103

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 02/02/2018 da in ITALIANO, Spiritualità comboniana con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 1.468 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione Permanente on WordPress.com
febbraio: 2018
L M M G V S D
« Gen    
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728  

  • 165,443 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Tag

Advent Advento Africa Amore Amoris laetitia Anthony Bloom Arabia Saudita Arte Arte cristiana Arte sacra Ateismo Avent Avvento Bellezza Bibbia Bible Biblia Boko Haram Book of Genesis Cardinal Newman Carême Chiamate in attesa Chiesa China Chrétiens persécutés Church Cibo Cina Contemplazione Cristiani perseguitati Cristianos perseguidos Cuaresma Cuba Curia romana Daesh Dialogo Dialogo Interreligioso Dio Domenica del Tempo Ordinario (C) Domenica Tempo ordinario (C) Donna Ecologia Economia Ecumenismo Enzo Bianchi Estados Unidos Eucaristia Europa Evangelizzazione Famiglia Family Família Fede France Gabrielle Bossis Genesi Gianfranco Ravasi Giovani Giubileo Gregory of Narek Guerra Guglielmo di Saint-Thierry Gênesis Henri Nouwen Iglesia India Iraq ISIS Islam Jacob José Tolentino Mendonça Kenya La bisaccia del mendicante La Cuaresma con Maurice Zundel La Madonna nell’arte La preghiera giorno dopo giorno Laudato si' Le Carême avec Maurice Zundel Lectio Lectio Divina Lent LENT with Gregory of Narek Le prediche di Spoleto Libro del Génesis Libro dell'esodo Libro della Genesi Madonna Magnificat Maria Martin Lutero martiri Matrimonio Maurice Zundel Medio Oriente Migranti Misericordia Missione Natal Natale Nigeria Noël Pace Padre nostro Padri del Deserto Pakistan Paolo VI Papa Francesco Papa Francisco Pape François Paz Pedofilia Perdono Persecuted Christians Persecution of Christians Persecuzione dei cristiani Pittura Pobreza Pope Francis Poveri Povertà Prayers Preghiera Profughi Quaresima Quaresima con i Padri del Deserto Quaresma Quaresma com Henri Nouwen Raniero Cantalamessa Rifugiati Rosary Scienza Sconfinamenti della Missione Settimana del Tempo Ordinario Silvano Fausti Simone Weil Sinodo Siria Spiritualità Sud Sudan Terrorismo Terrorismo islamico Testimonianza Thomas Merton Tolentino Mendonça Turchia Uganda Vatican Vaticano Venerdì Santo Violenza

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: