COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Il Rabbi che sconfinava

SCONFINAMENTI DELLA MISSIONE
Riflessioni e testimonianze di una Chiesa “in uscita”
verso le nuove periferie umane

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Il Rabbi che sconfinava
Don Angelo Casati 

Il mio sarà un racimolare qualche pensiero, non avete davanti a voi, lo sapete, un teologo di professione, ma uno che viene dalla cura pastorale e non dalle cattedre universitarie. E questo è il pericolo che correte, quello di vedervi proporre pensieri che vanno più per trasalimenti che non per concatenazioni logiche, forse più per passioni che non per rigorose elaborazioni. Davanti a voi semplicemente un prete, che di anni ne ha una gragnola sulle spalle, ma che è, come voi, innamorato di Gesù. Devo subito aggiungere del Gesù dei vangeli. Ecco vi dirò qualcosa su Gesù e, se vedo bene, su uno dei suoi modi di stare al mondo che vorrei racchiudere in un verbo: “sconfinava”.

Dicevo, il Gesù dei vangeli. Il Gesù di una certa predicazione che lo rende asettico, confinato in regioni eteree che lui non ha mai frequentato, non mi affascina, non dice niente alla mia vita, non mi interroga. mi lascia indifferente. Quando invece mi fermo a osservarlo da vicino dalle pagine dei vangeli, a ottant’anni e più anni, mi batte il cuore.

Perdonate questa premessa che vi sto facendo, forse eccessivamente lunga, ma io continuo a pensare che lui e il suo vangelo siano la grande occasione della chiesa.

Ricordo che alcuni anni fa fui invitato una sera a Lecco per un incontro dove mi fu chiesto di raccontare perché avevo scritto il libro “Incontri con Gesù” edito da Bose. Mi venne spontaneo confessare che fu per un debito di fascino. Affascinamento da Gesù. Se vado a scavare da dove e da quando il fascino di Gesù, nella memoria mi si accende una età della vita e un giorno.

Ricordo, ero in terza liceo, da anni in Seminario. Quel giorno venne a parlarci un professore di teologia, insegnava teologia fondamentale, Don Corti Gaetano “il bello” lo chiamavamo, per distinguerlo da un nostro professore di greco, anche lui Corti, ma Antonio, che chiamavamo “il brutto”. Ci parlò di Gesù, della sua calda umanità. Rimasi affascinato. Segnato per sempre.

Quell’episodio divenne per me come una parabola. Perché? Perché mi racconta della possibilità di una chiesa dove si parla di tutto fuorché di ciò per cui esiste. Cioè di Gesù. Immaginate quanti discorsi ascetici mi ero sorbito dai miei padri spirituali negli anni di seminario: ogni giorno, uno al mattino e uno alla sera; quanti insegnamenti dai miei superiori, e mai, quasi mai, dal vangelo. Quell’episodio mi racconta anche della possibilità purtroppo di una chiesa che dica Gesù, ma un Gesù privato della sua calda umanità, come fosse un mezzo uomo, o anche meno, asfittico. Con la conseguenza straziante di ambienti asfittici.

Ebbene gli uomini e le donne del nostro tempo attendono una parola che faccia ardere il loro cuore, che parli dalla pienezza del cuore. Il resto crea disagio. Ricordo il disagio di Rainer Maria Rilke in una sua poesia in cui metteva in guardia da quelli che sono abili a imbalsamare tutto. Io vorrei dire, anche il vangelo:

non c’è montagna che li meravigli, le loro terre e i giardini confinano con Dio.

Vorrei ammonirli, fermarli: state lontani, a me piace sentire le cose cantare. Voi le toccate: diventano rigide e mute. Voi mi uccidete le cose.

Ma ora qualcosa di nuovo si coglie nell’aria. Dove la novità? Un biblista spagnolo la sottolineava di ritorno da Roma al suo paese. Così si esprimeva in una sua lettera a Francesco:

“Caro fratello Francesco, da quando sei stato eletto per essere l’umile “Roccia” sulla quale Gesù vuole continuare a costruire oggi la sua Chiesa, ho seguito con attenzione le tue parole. Ora, sono appena rientrato da Roma, dove ti ho potuto vedere mentre abbracciavi i bambini, benedicevi gli infermi e gli invalidi e salutavi la folla.

Dicono che sei vicino, semplice, umile, simpatico, e non so quante altre cose. Penso che c’è in te qualcosa di più, molto di più. Ho potuto vedere la Piazza San Pietro e la Via della Conciliazione piena di gente entusiasta. Non credo che questa folla si senta attratta soltanto dalla tua semplicità e simpatia. In pochi mesi sei diventato una “buona notizia” per la Chiesa e, anche, molto al di là della Chiesa. Perché?

Quasi senza che ce ne rendiamo conto, stai introducendo nel mondo la Buona Notizia di Gesù. Stai creando nella Chiesa un clima nuovo, più evangelico e più umano. Ci stai portando lo Spirito di Cristo. Persone lontane dalla fede cristiana mi dicono che li aiuti ad avere più fiducia nella vita e nella bontà dell’essere umano.

Alcuni che vivono senza un orientamento verso Dio mi confessano che si è risvegliata dentro di loro una piccola luce che li invita a rivedere il loro atteggiamento di fronte al Mistero ultimo dell’esistenza.

Io so che nella Chiesa abbiamo bisogno di riforme molto profonde per correggere deviazioni favorite durante molti secoli, ma in questi ultimi anni è andata crescendo in me una convinzione. Perché queste riforme si possano realizzare, abbiamo bisogno prima di una conversione a un livello più profondo e radicale. Abbiamo bisogno, semplicemente, di tornare a Gesù, radicare il nostro cristianesimo con più verità e più fedeltà nella sua persona, nel suo messaggio e nel suo disegno del Regno di Dio” (José Antonio Pagola).

Perdonate la lunga premessa, ora vorrei sfiorare il tema: Gesù, il Rabbi che sconfinava. Penso che la pretesa di riportare Gesù nei confini non abbia altro effetto se non quello di impallidire o forse meglio cancellare la buona notizia. Che ce ne faremmo di un Gesù ricondotto alle nostre pallide ovvietà? Perché lo sconfinare ha un nome: “grazia”. Grazia dice sconfinare, fuori dal dovuto. Grazia – chissà quante volte ci avete pensato! – è una parola che non sta nei confini.

Dagli inizi fino al termine della sua vita Gesù a sconfinare. Scompigliando. Comincia già quando ancora non lo si vede, ed è nascosto nel grembo tenero di una donna. Va in un paese ai confini a scompigliare la vita di una ragazza con quel gonfiore del corpo che le incollerà addosso gli occhi curiosi e sospettosi dei suoi concittadini e gli occhi inquieti e sofferenti turbati di Giuseppe. Sconfina.

Nasce ed è fuori i confini: prima fotografia, ora che è fuori dal grembo è adorato da pastori razza sospetta. Muore fuori i confini, ultima fotografia, fuori la città, morto di croce, tra due malfattori. Fuori la città, in posto laico, perché nessuno vantasse proprietà su di lui.

In mezzo, tra nascita e croce una vita, perdonate, a sconfinare. Poco si sa di lui di quando era ragazzo, un fotogramma, uno solo nei vangeli, e per dire che era fuori. Lo trovano fuori, fuori dalla carovana, fuori perché lo vuole lui, non perché si è smarrito come si usa ancora dire quando si recita il rosario. Sconfina dalla famiglia. E’ vero, ritorna a casa, ma dite che c’era con la testa? Con la testa era nelle cose del Padre suo. Allora sconfini non da vagabondo, ma da nomade perché hai un centro verso cui aneli. Non ti lasci catturare.

Pensate, più tardi da grande quelli di casa, sua madre, i suoi, preoccupati che lui e i suoi discepoli neanche trovassero il tempo per mangiare, “uscirono” – è scritto – “per andare a prenderlo”, verbo duro, quasi da cattura. A prenderlo, perché dicevano: “È fuori di sé”, fuori di testa. Sconfinava. Secondo loro ci voleva una misura, era fuori misura. Fuori di testa. Chissà, mi chiedo, se qualche volta lo siamo anche noi o se abbiamo anestetizzato il vangelo, fuori da ogni follia. Una chiesa nei confini.

“E stando fuori” è scritto mandano a chiamarlo. “Gli dissero: Ecco tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli e le mie sorelle?” Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli!”. Sconfina in un’altra casa, che non è di cattura.

Il Dio di Gesù Cristo, il Dio che vediamo e tocchiamo in lui, è il Dio dello sconfinamento. Era ciò che faceva sussultare di rabbia, inviperire il gruppo intransigente dei gran capi dei sacerdoti e dei farisei. Era un pericolo pubblico e andava fermato, lo hanno fermato, fermato sulla croce. Pensavano di averlo fermato. Ha sconfinato. Nella risurrezione. Aveva messo sotto accusa, dicevo, una religione ridotta a ideologia, dove non sentivi più pulsare il cuore di Dio, un Dio che ha cuore di padre e di madre. Lui per dirlo sconfinava. Mangiava con pubblicani e peccatori facendo invelenire gli uomini di una legalità spenta e senza cuore, mangiava non con i perfetti, ma con peccatori.

Lui a tavola con i peccatori, ancora non convertiti: mangia con loro, che sono impuri. Non solo, ma si lascia ungere e profumare dalla donna, una poco di buono. La difende. E dice una cosa strabiliante, la dice con forza. Dice: “In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto” (Mt 26,13). Noi non sappiamo il nome della donna, ma noi oggi parliamo di lei, dopo duemila anni. Parliamo di una cosiddetta impura, “peccatrice di quella città” (Lc 7,37). Di lei Gesù dirà: “Ha amato molto” (Lc 7,47). Ma pensate alle obiezioni dei nostri moralisti, se non sapessero che a dire queste parole è stato Gesù. “Ma come?” direbbero “ha molto amato? Ha amato male”. Gesù sconfina da questa purezza legale, intesa come separatezza, quella degli inquisitori. E la rimprovera a Simone nella sua casa, lui così osservante. E così freddo, così gelido! “Vedi questa donna ? Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi, lei invece mi ha bagnato i piedi con le sue lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di profumo, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi” (Lc 7,44-46). Pensate alla rivoluzione operata da Gesù. Pensate, la purezza, non come distacco, non come separatezza, ma come passione!

Ma perché tutto questo? Perché mangiare con peccatori che non hanno ancora fatto un atto che è uno di pentimento? Perché lasciarsi ungere da donne di dubbia, anzi meno che dubbia fama, senza esigere che facciano almeno preventivamente una dichiarazione pubblica di conversione? Perché così, solo così, poteva raccontare la dismisura, l’eccesso, lo sconfinamento dell’amore di Dio che non sta nelle nostre condizioni: ti amo se tu mi ami, tanto quanto tu mi ami. Il cui Spirito è come vento, sconfina, non sai di dove viene e dove va, e non è certo nei tuoi recinti.

Enzo parlando di Francesco, il papa del cambiamento, ricordava queste sue parole: “Uscire da se stessi è uscire dal recinto dell’orto dei convincimenti considerati inamovibili, quando questi rischiano di diventare un ostacolo, quando chiudono l’orizzonte che è di Dio”.

Sconfina lo Spirito, dice, Gesù, ma sconfinano anche i credenti in lui. Anzi questo paradossalmente sembra essere il loro segno: “Così è” dice “di chi è nato dallo Spirito”. Sembra il loro segno. Non l’inquadramento – forse che lo inquadri o lo catturi il vento? – ma lo sconfinamento. Gesù dice a Nicodemo che i nati dallo Spirito sono come il vento, che non sai di dove viene e dove va. Mi è capitato di pensare che se siamo troppo prevedibili, se tutti intorno a noi indovinano da dove veniamo e dove andiamo con i nostri pensieri, con le nostre scelte, con i nostri progetti, se tutti sanno, c’è da mettere più di un dubbio sulla nostra testimonianza cristiana. Il vento non sai di dove viene e dove va, così è di chi è condotto dallo Spirito.

Mi rimane a volte nel cuore un’immagine, quella delle imbarcazioni in rada. Niente regata, non soffia il vento, vele afflosciate. Se siamo fermi, sempre allo stesso punto, sempre attorcigliati alla stessa riva, non sarà perché non fiutiamo il vento, da dove spira e dove va, e non gli facciamo spazio nelle vele, perché si gonfino e possiamo uscire finalmente al largo?

Vorrei ricordare un passo di una lettera pastorale del Card. Carlo Maria Martini, “I tre racconti dello Spirito”, lettera per gli anni 1997-1998, dove l’arcivescovo parla di questo sconfinare dello Spirito. Una convinzione profonda, la sua, maturata, dice, in lui presto, ma verificata attraverso l’intero percorso della sua vita, questa: “la convinzione che lo Spirito c’è” scrive “anche oggi, come al tempo di Gesù e degli apostoli; c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro. C’è e non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo, al contrario sorride, danza, penetra, investe, accoglie, arriva anche là dove mai avremmo immaginato”. Così lo Spirito: sconfina. Così di conseguenza coloro che sono condotti dallo Spirito: sconfinano.

Ai tempi di Gesù purtroppo, ma forse anche oggi, e tanto nei circoli alti, c’è dominante una mentalità da confine. Starei per dire che per qualche aspetto non fu facile staccarsene nemmeno per Gesù. Permettete, anzi perdonatemi, che io legga con questa mia discutibile, discutibilissima interpretazione, un episodio del vangelo, con la conseguenza, immagino, di qualche rimprovero più che giustificato da parte che so io di Enzo e della stragrande moltitudine degli esegeti sani. Mi riferisco all’episodio della donna dei cagnolini.

Da dove veniva Gesù quel giorno in cui incontrò la donna cananea? Lui usciva dalla casa di un fariseo, usciva da una discussione durissima su puro e impuro, una discussione provocata dai suoi discepoli che mangiavano pane con mani impure. Esce e si dirige verso la terra degli impuri, Tiro e Sidone. Quasi volesse respirare aria nuova, fuori da quell’aria pesante. Dunque passi di sconfinamento. Secondo Matteo, prima che Gesù varchi il confine degli impuri si vede avvicinare da una donna cananea. Lei il confine lo ha già oltrepassato, la donna gli chiede un segno di compassione per la sua figlia tormentata da un demonio. Gesù dapprima resiste, fa come non la sentisse, poi reagisce dicendo che non si getta il pane ai cagnolini. E la donna a dirgli: “D’accordo, ma anche i cagnolini si sfamano delle briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni”. Gesù ascolta la sapienza teologica di quella donna e sconfina. Per opera di donna. Passa, passa una volta per tutte il confine. Le dice: “Donna, la tua fede è grande”.

Sembra di capire che anche per Gesù non era stato facile. Per scoprire la grande fede, egli dovette – e dovremmo farlo anche noi, condizione preliminare! – dovette buttare alle spalle ogni pregiudizio, ogni incasellamento degli umani, ogni principio astratto e avvicinarsi. Togliere la distanza, guardarla e ascoltarla. Stare in ascolto della sapienza dei cagnolini.

A farlo sconfinare da un lato era la passione per Dio: voleva raccontare con la sua vita l’immagine di un padre, il suo, legato a un eccesso: fa piovere sul campo dei giusti e su quello degli ingiusti, sconfina. Ma a farlo sconfinare era anche la passione dell’altro, il desiderio di incontrarlo. E l’altro, se non esci, se non sconfini non lo incontri, dunque un bisogno di cuore. Che mi viene quasi sempre di ricordare quando leggo nel vangelo di Giovanni l’incipit del racconto dell’incontro di Gesù al pozzo di Sicar. Per arrivarci, per arrivare alla donna del pozzo, anche quel giorno sconfinò.

Anche quel giorno veniva da un’aria soffocante, irrespirabile. Da dove veniva? Dalle solite beghe clericali. Leggete i primi versetti del capitolo. Viene dalla Giudea. E di cosa si discuteva in Giudea? Del fatto che lui battezzava più di Giovanni. Meschinità, piccinerie, i soliti sondaggi. Il racconto dice: “Lasciò la Giudea e andò di nuovo nella Galilea. Doveva perciò attraversare la Samaria”. Stranezza del verbo: “doveva”. Non era una necessità di strada, era normale anzi che dalla Giudea alla Galilea si andasse non passando dalla Samaria, ma lungo il Giordano: viaggio più sicuro, tanto più per un giudeo che era guardato dai samaritani come un nemico e la cosa era reciproca. Eppure è scritto: “Perciò egli doveva attraversare la Samaria”. Era dunque un’altra necessità che lo spingeva, una necessità dettata dal di dentro e questo è bellissimo. Era una necessità dettata, potrei dire, dal cuore. Una necessità non geografica, ma di cuore.

Allungò a rischio, a rischio di insicurezza e di fatica, il viaggio per quella sua volontà di sconfinare. Sconfinare per ricerca, per ricerca di noi umani, la ricerca insonne di Dio che ha attraversato tutta la storia, finché ci ha trovati sulla croce. La fatica della croce. Ritornano alla memoria le parole del “Dies irae”, spesso evocate con paura e sgomento. Forse qualcuno di noi ricorderà, tra quelle parole, questa struggente preghiera, che potrebbe essere di ciascuno di noi, preghiera ispirata, penso, al brano che stiamo commentando:

Recordare, Jesu pie, quod sum causa tuae viae, ne me perdas illa die. Quaerens me sedisti lassus, redemisti crucem passus tantus labor non sit cassus. “Gesù, tu che sei compassionevole, ricordati che io sono causa del tuo viaggio: non mandarmi perduto in quel giorno. Nel tuo continuo cercarmi ti sei seduto stanco. Pur di redimermi hai patito la croce. Così grande fatica non sia inutile, Signore”. Lo sconfinamento se è vero ha dentro a volte anche una fatica, una passione d’amore, a rischio non solo di stanchezza, ma di ferita.

Questo dirottamento di strade ci rimane come un pungolo nel cuore, perché viene a chiederci se anche noi come Gesù siamo, quasi per una necessità interiore, spinti, irresistibilmente spinti, ad andare fuori dai percorsi abituali, ad attraversare territori dello spirito giudicati spuri, presso pozzi in territori samaritani. “Per incontrare chi?” ti dicono i sedentari. “ Una donna dei cinque mariti”? Sì, la donna dei cinque marito.

Quando leggo il Vangelo provo questa impressione che dal Dio dello sconfinamento che era all’origine del messaggio cristiano siamo in qualche misura ritornati nella mentalità di quel gruppo, di quel gruppo intransigente che lo contrastava. Diciamo di difendere Gesù, il cristianesimo, ma mettiamo confini, sospettiamo su quelli che passano i confini.

Non è forse vero che dallo sbilanciamento di Gesù verso i cosiddetti lontani, siamo giunti allo sbilanciamento verso i vicini, non è forse vero che al comandando ampio, pensate quanto ampio del Signore, mandato sul monte a discepoli dubitanti “andate” siamo passati a una pastorale del “venite”, venite da noi? Una pastorale dei gruppi connotati dall’ansia dell’appartenenza al gruppo. Andate!

E’ rimasto qualcosa di questo sbilanciamento, vissuto da Gesù, nella chiesa? Non è forse vero che sino a qualche tempo fa eravamo sotto accusa per questo, perché frequentavamo quelli che erano fuori? A voi sembra che la chiesa sino a poco tempo fa fosse criticata come Gesù per il suo essere fuori dei confini? E’ un mio parere, discutibilissimo, ma leggendo in questi giorni un articolo dal titolo significativo. “Questo papa non ci piace”, mi sono sentito attraversare da un dubbio, questo: che l’astio avesse come origine ben meschina il fatto che il Papa avesse concesso l’intervista non a loro, i professionisti di Dio , ma, sconfinando, a un giornalista ateo. Non si può.

Di confini e di cristiani sui confini parlava già anni fa il card. Martini in un piccolo gioiello, una lettera sul tema della città, un libricino prezioso dal titolo significativo. “Alzati e va’ a Ninive, la grande città”, là dove scrive: “Sono molti oggi a Milano coloro che ogni giorno silenziosamente passano l’arduo confine tra l’oscurità e la luce, tra la penombra e il calore del sole, come tanti sono quelli che nello stesso tempo passano silenziosamente la frontiera tra la verità e il buio, tra la certezza e l’incertezza, il dubbio, la sfiducia. La presenza di molte e volonterose guide, preti e laici, attenti alle frontiere della fede, scoprirà questi sconfinamenti, consiglierà gli smarriti, conforterà gli sfiduciati. Sui confini tra fede e incredulità si può attuare uno straordinario apostolato del dialogo, del confronto, dell’esempio”.

L’urgenza di uomini e donne del confine, come voi, radicati ma liberi, gente di frontiera, quasi una necessità del nostro tempo.

Per fedeltà a Gesù e al suo vangelo dobbiamo come singoli e come comunità riappropriarci dell’arte di Gesù: la cura dell’uomo e della donna che stanno sul confine o sulla soglia, o, se volete, nelle periferie che non è solo un termine geografico, ma esistenziale. Dove essere sui confini prima ancora che esserlo geograficamente, significa un esserci con la mente e con il cuore. Sto per dire che forse tutto dipende da uno sguardo, da come tu guardi l’altro, o l’altra: dal vuoto o dallo Spirito che li abita?

E allora vorrei chiudere queste mie riflessioni con una storia che forse dice meglio delle troppe parole fin qui usate, la storia di Alessia. Perché? Perché il suo viso mi si è affacciato mentre racimolavo pensieri. Che cosa l’aveva potata in parrocchia quel giorno, proprio lei che ai nostri ambienti ecclesiastici proprio non ci era abituata. Lei che non aveva nessuna frequentazione di preti. Non era battezzata e nemmeno lo è oggi. Mi chiese di parlarmi. E già è dono – penso che tutti voi conveniate – già è dono che qualcuno ti chieda di parlarti. Ancor più che un uomo, una donna, ti sveli il suo cuore. Sentiva dentro di se, mi disse, come un’attesa, un bisogno. E si eri chiesta se quello fosse un luogo in cui esplorare il bisogno, se la fede potesse avere a che fare con l’attesa da cui era abitata. Che la abitava e la metteva in cammino. Vi devo confessare che sono queste – e sono quasi quotidiane, non sono l’eccezione – le storie che mi emozionano. Arrivava da lontano. O da vicino? Come un giorno era successo ai Magi, scrutatori di stelle. Da lontano o da vicino? Loro venivano dall’Oriente. E dov’è l’oriente di un uomo o di una donna? E che cosa trovano nei nostri ambienti i cercatori di stelle, loro in cerca di qualcosa che abbia a che fare con un senso? Trovano brividi o pesantezze? Chissà perché, quando vedo arrivare i cercatori di stelle, anche uno solo, uno solo come lei, Alessia, mi prende dentro come un desiderio di protezione, di protezione dei semi che portano nel cuore, semi troppo spesso in pericolo di asfissia nei nostri ambienti.

Tra parentesi vi dirò che quando mi capitò per caso strano di parlare dei cosiddetti lontani, dei ricercatori di stelle, in un’aula di una facoltà teologica, mi parve di sentire nell’aria una sorta di compassione: il parroco non era attrezzato teologicamente, raccontava storie, storie di vita, si perdeva, come succede agli innamorati, dietro volti. Riposi quel giorno gli appunti in una busta trasparente, scesi le scale, portavo il peso delle mie ingenuità. Ma poi, fuori, all’aria aperta, testa dura, dice qualcuno, non mi riuscì di disamorarmi delle storie, che vengono guardate con distanza e sufficienza dentro le aule asettiche del sapere, aule che meritano ben altro. Le storie hanno il difetto di non essere nella forma delle sistemazioni didattiche, sono nella forma della vita, sono cammini al sole. Sconfinano. Ebbene quel giorno fuori, all’aria aperta, per reazione forse, sentii farsi ancora più prepotente in me un desiderio di protezione nei confronti dei cercatori di stelle. Che siano protetti da asfissia, da pesantezze, da corte visioni.

Come al contadino a volte succede anche a noi di scrutare atterriti le nubi alte nel cielo. Ci succede di guardare in alto e di augurarci che non sia scroscio a devastazione di steli e germogli, non sia aria amara di crociate e dogmatismi, di esclusioni e condanne, vento di tempesta dai cieli. Abbiamo visto come anche Gesù si trovò spesso a difendere dal gelo della rozzezza e della miopia gli inizi dei cammini dello spirito. Ci sono passati nella memoria volti e volti del vangelo.

Ritorno a Alessia. Che cosa avrei potuto proporre a una ragazza come lei, abitata da un’attesa se non la Bibbia, il Vangelo, che, come dice la parola, è buona notizia e colui che è un vangelo, una buona notizia, Gesù di Nazaret? Rimasi sorpreso – erano passati solo alcuni giorni – sorpreso e commosso, dalle sue parole. “Finalmente” diceva “Milano si è tinta di sole. Continuo a leggere la Bibbia, con a volte la sensazione di comprendere, di sentire e che non ci sia quasi bisogno di pensare troppo, di capire. Succede semplicemente che delle cose risuonano, mi commuovono, mi fanno venire una gran voglia di vivere, un gran desiderio di avventure umane, della propria avventura umana”. E io con l’attesa in cuore di capire che cosa avesse incantato una come lei dietro le pagine che raccontano di Gesù. “Sono rimasta affascinata” mi disse “dalla libertà di Gesù, dalla libertà che dà Gesù. Non ho mai trovato qualcosa di simile. Respiro la libertà”. Sì, la respiri ad ogni pagina. Ed è sconcertante che chi tocca le pagine per la prima volta ne rimanga segnato, sedotto, mentre noi, che le abbiamo ricevute da tempo, in tante nostre espressioni siamo per lo più confinati nella figura di chi vive l’assuefazione e non nella figura della libertà di Gesù, una libertà che gli veniva dalla sua passione per Dio e per l’uomo. La passione per Dio e per l’uomo lo rendeva luminosamente libero. Libero di sconfinare.

Mi chiederete di Alessia, non è ancora battezzata, ma da qualche anno si è aggiunta a un gruppo di giovani coppie che si raduna una domenica al mese, sarà la prossima, a leggere pagine della Bibbia. Se le poppate del suo ultimo bambino glielo consentiranno – sì, perché da qualche anno si è sposata – sì, se le poppate glielo consentiranno, se il suo impegno di lavoro non la frenerà lontano, lei ci sarà.

E dov’è il confine? Dove passa il confine?

Angelo Casati
Bose, 27 ottobre 2013

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Un commento su “Il Rabbi che sconfinava

  1. Es siempre Dios quien nos abre caminos,…., hace falta sólo saberlo escuchar y estar atentos para dejarse enamorar,…

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Questa voce è stata pubblicata il 05/02/2018 da in Gesù, ITALIANO, Sconfinamenti della Missione, Vocazione e Missione con tag , .

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