COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Parlano le vittime della tratta

tratta

VENERDÌ 9 FEBBRAIO 2018
L’Osservatore Romano

Pubblichiamo uno stralcio del dossier “Dietro le sbarre” curato dall’associazione Slaves no more, uscito qualche tempo fa ma ancora drammaticamente attuale. In esergo alle testimonianze raccolte nella pubblicazione, le parole di Papa Francesco sulla schiavitù più estesa del XXI secolo: «La tratta di persone è un’attività ignobile e una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate. La Chiesa rinnova oggi il suo forte appello affinché siano sempre tutelate la dignità e la centralità di ogni persona».

«Ogni volta che devo scrivere mi vien da piangere. Vedo le mie unghie. Sono verdi. Anche la dermatologa non è riuscita a fare niente. È stato lui a ridurmele così. Mi aveva portata in Grecia. Ma io non volevo prostituirmi. Lui mi picchiava e mi strappava le unghie. Ma io non ho ceduto. Finché siamo ripartiti. Pensavo che mi avrebbe riportata a casa e siamo venuti in Italia. Lui era sempre più violento. Mi ha fatta stuprare dai suoi amici. Non ce la facevo più. E sono finita in strada».

Eriona, albanese, è una delle tante ragazze gettate sulle strade italiane, vittime di trafficanti senza scrupoli che le comprano e le vendono come una merce qualsiasi, e che le costringono a vendere se stesse, usate e abusate da clienti, gettate vie come spazzatura, sfruttate in condizioni di schiavitù o semischiavitù. Un traffico vergognoso e lucroso, fatto letteralmente sulla pelle di ragazze spesso giovanissime. Insieme a quello di armi e di stupefacenti, il traffico di esseri umani appare una delle fonti più lucrative in assoluto e coinvolge diversi Paesi e aree del mondo.

Ridotte a corpi-merce “usa e getta”, queste ragazze e queste donne hanno delle storie. Spesso dolorose: di povertà e miseria, di violenza e maltrattamenti, già nei luoghi e nelle famiglie d’origine. Molte hanno fatto viaggi d’inferno, specialmente le africane, altre sono cadute nei ricatti affettivi di sedicenti fidanzati rivelatisi poi degli aguzzini. Altre ancora lo hanno subito perché non avevano scelta. Schiave di una catena che toglie libertà e dignità.

Una catena formata da molti anelli, così quelli che formano la catena delle nuove schiave del ventunesimo secolo. Gli anelli hanno dei nomi e sono quelli delle vittime e della loro povertà, degli sfruttatori con i loro ingenti guadagni, dei clienti con le loro frustrazioni, della società con la sua carenza di valori, dei governi con i loro sistemi di corruzione e di connivenze, della Chiesa e di ogni cristiano, con il silenzio e l’indifferenza.

Ma questa catena si può e si deve spezzare. Occorre, però, che ciascuno faccia la sua parte e si assuma le proprie responsabilità, dalla politica alle istituzioni, dalle forze dell’ordine alla società civile. Solo un lavoro competente, coordinato e in rete, rispettoso delle vittime di questo traffico — che invece spesso vengono equiparate tout court a immigrati irregolari — potrà dare dei risultati efficaci. Ma è necessario lavorare molto di più sia sul contrasto che sulla prevenzione, oltre che sulla protezione delle vittime e sui percorsi di recupero e reintegrazione.

Qualcuna ne è uscita: grazie a molte associazioni, congregazione religiose, Caritas e parrocchie e a molti ex-clienti. In Italia, in particolare, l’Ufficio Tratta donne e minori dell’Unione Superiore Maggiori d’Italia (Usmi), guidato dal 2000 da suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, che coordina il prezioso e difficile servizio di molte religiose appartenenti a ottanta diverse congregazioni che operano a diversi livelli: dalle unità di strada alle case di accoglienza, dai centri di ascolto alle cooperative di lavoro.

Dal 2003, inoltre, un gruppo di religiose si reca settimanalmente nella sezione femminile del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria, a Roma, per portare assistenza e conforto alle donne che vi sono detenute per molti mesi. Sonia, 18 anni appena compiuti, è stata arrestata durante un controllo della polizia. Era priva di documenti, perciò è stata portata al Cie di Ponte Galeria. È stato lì che l’abbiamo incontrata e che ci ha raccontato la sua storia: in quindici mesi aveva già fruttato alle tre sorellastre che l’avevano portata in Italia 55.000 euro. Era molto ricercata dai clienti proprio per la sua giovane età. L’abbiamo aiutata a uscire dal Cie e subito dopo è stata accolta in una comunità con un programma di reintegrazione sociale per donne vittime di tratta.

Glory, 22 anni, sulla strada ha conosciuto uno dei suoi clienti, un divorziato trentottenne. Il giovane, come talvolta accade, si è innamorato di lei e voleva portarla a casa sua. Gloria però si è rifiutata e lui per vendetta l’ha gettata da un ponte. Il suo corpo senza vita è stato ritrovato alcuni giorni dopo.

Mercy è un’altra ragazza nigeriana. Venduta da uno zio ai trafficanti di esseri umani, è stata portata in Italia quando aveva 14 anni. Messa sulla strada, è stata fermata dalla polizia e successivamente accolta in una comunità per minori. Aveva perso tutti i contatti con la famiglia, ed è stato solo dopo sei anni, grazie al lavoro di rete tra le congregazioni religiose, che ha ritrovato sua madre. Per lei c’è stato un lieto fine: dopo sette anni di assenza, è potuta infine tornare nel suo Paese, per celebrare il Natale in famiglia, finalmente a casa.

Pamela, una giovane rumena, è stata meno fortunata. Già madre di un bambino ancora piccolo, desiderava venire in Italia per trovarsi un lavoro e da qui aiutare la famiglia ad avere una vita più agiata. Ha così deciso di fidarsi di alcuni giovani connazionali che le hanno promesso di darle una mano. Giunta a Roma, è però stata rinchiusa in un appartamento e violentata a turno da tre uomini per costringerla a scendere sulle strade a prostituirsi. Esausta, dopo una lunga lotta con i suoi aguzzini, ha chiesto di andare in bagno, ha aperto la finestra e si è buttata nel vuoto. Si è salvata per miracolo, ma riportando parecchie fratture. Accolta in una comunità di religiose, si è ripresa lentamente, ma il trauma di quei primi giorni di violenza e segregazione l’ha segnata per sempre.

Anche Low Lai Tin, una giovane cinese, ha un figlio: un bellissimo maschietto il cui padre è però proprio l’aguzzino che la costringeva a lavorare sulla strada in una località turistica italiana. Vinta dalla stanchezza e dall’umiliazione ha chiesto aiuto a un’unità di strada. Pochi giorni dopo è stata tempestivamente portata con il suo bambino in una delle nostre case protette, dove ha potuto denunciare la sua situazione di sfruttamento. Si è mostrata subito molto cooperativa e desiderosa di intraprendere una vita nuova. È riuscita a ottenere i documenti e ha ricominciato a vivere felice: aveva il suo bambino e un futuro carico di buone prospettive. Un giorno però Low Lai Tin è sparita all’improvviso dalla comunità, portando con sé anche il piccolo. Poco tempo dopo l’abbiamo ritrovata di nuovo sulla strada, in attesa di clienti. La mafia cinese l’aveva scoperta e l’aveva costretta a prostituirsi nuovamente, minacciandola di far sparire il figlio.

I racconti potrebbero proseguire all’infinito, perché le vittime del traffico di esseri umani per lo sfruttamento sessuale sono migliaia nel nostro Paese. Storie di abusi, violenze, sofferenze e disperazione. Storie di schiavitù di tante donne portate in Italia con il miraggio di una vita confortevole per trovarsi poi nelle maglie della criminalità. Vendute e comperate come schiave, nonostante da oltre duecento anni sia stata abolita la schiavitù.

Durante i lunghi anni di impegno e servizio alla donna, la rete di religiose che operano in questo campo si è allargata e consolidata non solo in Italia ma anche nei Paesi di origine, transito e destinazione. Sono state create le basi per un vero lavoro educativo di informazione, prevenzione e reintegrazione, come pure di condanna per quanti, in modi diversi, usano e abusano del corpo della donna la cui dignità non si può mercanteggiare o pagare perché è un dono sacro da rispettare e custodire.

Attualmente l’ufficio Tratta donne e minori, creato nel 2000 nella sede dell’Usmi, coordina il prezioso e difficile servizio di suore appartenenti a ottanta congregazioni diverse, che lavorano in un centinaio di progetti in Italia, spesso in collaborazione con le Caritas, con altri enti pubblici o privati, con volontari e associazioni. Attraverso questi organismi, migliaia di persone sono state accolte e vivono tuttora nelle nostre strutture o case-famiglia. Questo servizio è il risultato di una nuova “fantasia della carità”, che è pure intuizione profetica, che si realizza su molti fronti. Ci sono le unità di strada, costituite insieme ai gruppi parrocchiali, che servono come primo contatto con le vittime. Poi vengono i centri di ascolto, predisposti ad accogliere i problemi delle donne in cerca di aiuto, e le comunità di accoglienza o case-famiglia, per progetti di reintegrazione sociale.

Sono inoltre offerti aiuto spirituale e supporto psicologico, oltre a una preparazione professionale con corsi di lingua e formazione lavorativa. Non può mancare l’assistenza legale per permettere di reperire tutta la documentazione necessaria a uscire dalla clandestinità e conseguire un regolare permesso di soggiorno; perciò è necessaria la collaborazione con le ambasciate, per ottenere documenti di identificazione. Non meno fondamentale è la partecipazione a incontri nazionali e internazionali per prestare voce a chi non ha diritto di parola e per creare reti sovranazionali. Per ultime, ma non meno importanti, ci sono le nostre preziose “alleate”: le sorelle che vivono nei monasteri di clausura; il loro compito è fornire il sostegno della preghiera alle “sorelle della notte e della strada”. Nel 2003, inoltre, è stato creato un gruppo di religiose di varie nazionalità e congregazioni che entra tutti i sabati pomeriggio nel Cie di Ponte Galeria.

Sebbene tanto sia stato compiuto in questi anni, molto rimane ancora da fare per venire incontro alle nuove emergenze e spezzare le catene che imprigionano ancora molte donne in una nazione come la nostra che si dichiara cristiana. Le congregazioni religiose che operano nel nostro Paese devono raddoppiare i loro sforzi, ma anche i missionari e le missionarie che vivono e lavorano negli Stati di provenienza possono fare tanto, diffondendo sul posto il messaggio di liberazione, offrendo opportunità alternative e promuovendo la dignità di ogni persona, particolarmente della donna emarginata e sottomessa.

Riteniamo, infatti, che siamo tutti responsabili del disagio umano e sociale ancora troppo drammaticamente presente in molte aree del mondo e anche in Italia. È venuto il momento in cui ciascuno deve fare la sua parte e assumersi le proprie responsabilità. Per questo come religiose abbiamo rivolto in più occasioni un forte appello alle autorità civili e religiose, al mondo maschile e maschilista che non si mette in discussione, alle agenzie di informazione e formazione, alla scuola, alle parrocchie, ai gruppi giovanili, alle famiglie e in modo particolare, alle donne affinché insieme possiamo riappropriarci di quei valori e significati sui quali si basa il bene comune per una convivenza degna di persone umane, per una società più giusta e più libera, con la speranza di un futuro di pace e armonia, dove la dignità di ognuno è considerata il primo bene da riconoscere, sviluppare, tutelare e custodire, così come ogni persona è stata creata ad immagine di Dio e nessuna, maschio o femmina che sia, possa essere trattata da schiava.

Dal mese di marzo del 2003 — dopo aver atteso per quasi un anno di ottenere i dovuti permessi dalla Prefettura di Roma — ogni sabato pomeriggio, dalle 15 alle 17, una quindicina di religiose di diversi paesi e congregazioni visitano la sezione femminile del Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria.

È il giorno più difficile di tutta la settimana. Infatti, siamo ben coscienti che, dopo la visita siamo costrette a lasciare le ragazze lì dentro, in un ambiente triste e squallido, di uno squallore unico e indescrivibile: cemento, grate, un cortile vuoto e freddo, camerate anonime, dove a ciascuna donna viene assegnato un letto per dormire. Niente altro. Eppure non desideriamo essere in nessun altro posto, perché tra quelle sbarre incontriamo la sofferenza, la solitudine, la rabbia e la speranza di tante giovani donne provenienti da vari paesi. Purtroppo questa è una delle periferie esistenziali della nostra società moderna dove ancora una volta vengono colpite e punite le categorie di persone più vulnerabili e senza possibilità di scelta.

Una delle suore del gruppo, un giorno rispose alla sua superiora generale che le chiedeva il senso di quelle visite. «Madre, facciamo ciò che ha fatto la Madonna sotto la croce: lei non poteva cambiare nulla di ciò che stava succedendo, ma era lì, con quel suo Figlio, a condividerne almeno il dolore». Per tutte noi è lo stesso: il più delle volte possiamo fare ben poco per cambiare la situazione di queste donne, ma se non altro siamo lì, come amiche, sorelle e madri, a condividere la loro sofferenza e a cercare di dare un po’ di conforto, fiducia e speranza in un futuro diverso.

Tutti i sabati, per entrare dobbiamo affrontare gli stessi controlli, le stesse domande, a volte le stesse difficoltà burocratiche, specie quando si incontrano nuovi funzionari, che non ci conoscono e sono diffidenti e inquisitori. Ma noi non ci arrendiamo. Con pazienza e tenacia entriamo, passando tra cancelli e sbarre, sino ad arrivare alle camerate delle donne.

Per certi versi questo posto è peggio di un carcere, perché non è previsto alcun genere di attività o di impiego, non c’è neppure un luogo di ritrovo o di aggregazione.

L’Osservatore Romano, 9-10 febbraio 2018 

POSTED BY IL SISMOGRAFO
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Questa voce è stata pubblicata il 09/02/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , .

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