COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sulla Lettera di Giacomo

VI settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

Lettera di Giacomo

LA LETTERA DI GIACOMO
UNA FEDE INCARNATA NELLA VITA

LETTURA BIBLICA E ATTUALIZZAZIONE A CURA DI DON SERGIO CARRARINI

Testo word  La Lettera di Giacomo
Testo PDF    La Lettera di Giacomo

INTRODUZIONE GENERALE

Il libro della Bibbia attribuito a Giacomo, più che una lettera vera e propria è un’epistola, cioè un’omelia, un’esortazione di un responsabile di comunità, inviata anche ad altre chiese legate alla sua o da essa dipendenti. Forse sarebbe meglio parlare di una serie di omelie, unite tra loro dal richiamo di alcune parole o idee guida che si rincorrono più volte nei vari capitoli.

Le Lettere “Cattoliche”

Dei 27 libri del Nuovo Testamento 21 sono chiamati Lettere, mentre nessun libro del Primo Testamento porta questa intestazione. L’uso della lettera (sia come scambio di messaggi che come forma letteraria per dei trattati filosofici o morali) era molto frequente nel mondo greco-romano ed è stato impiegato da Paolo (e da altri scrittori cristiani, imitando il suo esempio) nei rapporti tra le Chiese o negli scambi con dei singoli credenti.

Delle 21 lettere accolte nel canone ispirato, 13 sono attribuite a Paolo (1 Tessalonicesi, Galati, Filippesi, 1-2 Corinzi, Romani, Filemone, dettate direttamente da lui; 2 Tessalonicesi, Colossesi ed Efesini attribuite a un suo discepolo; 1-2 Timoteo e Tito – chiamate anche “lettere pastorali” perché parlano dell’organizzazione gerarchica e strutturale delle comunità cristiane – scritte da altri e attribuite a lui); 7 sono chiamate “cattoliche” (Giacomo, 1-2 Pietro, 1-3 Giovanni e Giuda) perché indirizzate a tutte le comunità cristiane e attribuite a vari apostoli più legati al cristianesimo di origine ebraica; la lettera agli Ebrei, attribuita sempre a Paolo, è invece un trattato teologico-morale di origine ebraica alessandrina, quasi certamente senza le caratteristiche di lettera.

La Lettera di Giacomo

Questa breve lettera attribuita a Giacomo è in realtà una raccolta di omelie esortative di contenuto morale, senza un tema specifico, ma con una serie di argomenti che sono prima accennati e poi ripresi in vario modo e varie volte nei capitoli successivi, senza un ordine logico, ma per richiamo di parole o detti sapienziali enunciati. In questo senso si rifà alle raccolte sapienziali già presenti in alcuni libri del Primo Testamento (Proverbi, Siracide, Sapienza, Tobia) ed è simile al “Discorso della Montagna” di Matteo e ad alcune parti parenetiche delle Lettere di Paolo (Gal, 1 Tes, Rom).

Lo scopo evidente della lettera non è quello di affrontare dei problemi specifici di una comunità o quello di approfondire delle tematiche teologiche, ma si propone di esortare i cristiani a vivere una fede pienamente incarnata nella vita. Nello stile e con la tipica mentalità ebraica, Giacomo è preoccupato dell’impatto della fede con la realtà, della coerenza tra la professione teorica del credo e la sua traduzione nelle scelte di ogni giorno. Non a caso nella lettera ci sono ben 43 imperativi! Proprio questa caratteristica di concretezza rende la lettera molto precisa e sferzante su alcune tematiche della vita cristiana, ancora molto provocanti per la nostra realtà attuale.

L’autore della lettera si presenta col titolo di Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo. Nel Nuovo Testamento sono ricordati tre credenti che portano il nome di Giacomo:

– Giacomo di Zebedeo, apostolo, martirizzato a Gerusalemme da Erode Agrippa nel 44 d.C.;

– Giacomo di Alfeo, apostolo, di cui però nulla sappiamo della vita successiva alla Pentecoste;

– Giacomo fratello del Signore, detto “il Giusto”, responsabile della Chiesa di Gerusalemme, morto lapidato sotto il Sommo Sacerdote Anano nell’anno 62 d.C. e citato molte volte nel Nuovo Testamento (Mt 13,55; Mc 6,3; At 12,17 e 15,13; 1 Cor 15,7; Gal 1,19 e 2,9-12).

La lettera è indirizzata alle comunità giudeo-cristiane della Palestina e l’autore si definisce col titolo di “servo” e non di “apostolo”; si ritiene perciò che sia stata scritta da un responsabile di comunità verso gli anni 90 d.C. e attribuita a Giacomo, fratello del Signore, leader del gruppo dei parenti di Gesù e dei giudeo-cristiani osservanti della prima comunità, colonna della Chiesa con Pietro e Giovanni e primo vescovo di Gerusalemme, referente per le comunità cristiane di origine ebraica.

I TEMI TRATTATI NELLA LETTERA

Dopo la presentazione del mittente (Giacomo, fratello del Signore), dei destinatari (le comunità giudeo-cristiane della diaspora) ed i saluti, il primo capitolo entra subito a presentare gli argomenti che saranno trattati nella lettera, ripresi poi nei capitoli seguenti con diverse sottolineature e accentuazioni. Giacomo già dall’inizio dà un taglio preciso e molto concreto ai temi che propone.

Adulti nella fede (1,2-8)

L’invito alla fortezza con cui si apre la lettera propone ai cristiani l’ideale del credente adulto nella fede, coraggioso di fronte alle difficoltà, resistente nelle persecuzioni, capace di gioire per la forza che gli viene da Dio e per il cammino di fedeltà al Maestro che questo stile di vita gli propone. Il richiamo alle Beatitudini (con le quali si apre il Discorso della Montagna) è chiaro, specialmente all’ultima sui perseguitati per causa della giustizia (Mt 5,10-12). La non facile vita dei cristiani nella diaspora, ed il loro essere una minoranza perseguitata da ebrei e pagani, non deve scoraggiarli, ma diventare per essi un motivo per irrobustirsi nella fede e perseverare nella fedeltà ai doni ricevuti.

L’ideale del cristiano, adulto nella fede e tenace nel suo impegno di coerenza, cozza contro la realtà della fragilità delle persone e dell’incostanza nelle prove. L’immagine delle onde mosse dal vento richiama le parole di Gesù riguardo al profeta Giovanni e alla sua testimonianza di vita (Mt 11,7). Ricorda anche i ripetuti inviti di Paolo a non comportarsi come bambini messi in agitazione da ogni nuova idea, portati qua e là come dal vento (Ef 4,14; 1Cor 3,1-3; 14,20; Eb 5,11-14; 2 Tm 4,3-4).

Il cristiano è chiamato a non adeguarsi alla mentalità e allo stile di vita del mondo, a non tenere il piede su due staffe, ma ad ispirarsi alla sapienza che viene dalla fede. Ecco allora il pressante invito a chiedere a Dio la sapienza per capire le scelte da fare e la forza per perseverare nelle scelte fatte. Questo tema della sapienza e della preghiera fiduciosa ritornerà molte volte nella lettera.

Il ricco e il povero (1,9-11)

Subito dopo Giacomo accenna ad un altro tema che gli sta molto a cuore e che riprenderà in seguito: il rapporto con la ricchezza. Chiarisce subito da quale parte sta e come la fede abbia una precisa ricaduta sulla vita di ogni giorno e sulla mentalità dominante nella società. Dio si è schierato decisamente dalla parte dei più poveri, dalla parte di chi soffre, e Gesù è venuto a confermare con la sua vita e con il suo Vangelo il rovesciamento della mentalità corrente. In queste parole si sente l’eco delle Beatitudini (in particolare quelle di Lc 6,20-26 che riportano anche il guai a voi ricchi).

Certamente le comunità cristiane alle quali si rivolge Giacomo erano composte soprattutto da persone povere, con la presenza anche di alcuni ricchi o benestanti. Il richiamo a non abbandonare l’ideale evangelico e la coerenza della fede è subito duro e molto concreto, senza sconti: chi è povero deve sentirsi amato e consolato da Dio; chi è ricco deve riconoscere la precarietà e rischiosità della sua condizione e mettere la sua sicurezza in Dio e non nei beni terreni.

Questo messaggio, così chiaro e preciso nel Vangelo, è esattamente l’opposto di ciò che crede e predica la nostra società, e, purtroppo, anche di ciò che a volte vive o giustifica la nostra Chiesa!

Resistere nelle prove (1,12-18)

Subito dopo Giacomo ritorna al tema dell’essere cristiani adulti nella fede e coerenti nelle scelte. Ripropone la beatitudine dei resistenti (Mt 10,22; 24,13), ricordando la promessa di Gesù a chi avrà saputo resistere fino alla fine: avrà in dono la vita eterna e la piena comunione con Dio nell’amore.

Certamente la durezza di vita delle prime comunità cristiane esigeva una grande forza morale e il costante richiamo alla speranza che fondava e sorreggeva le scelte. Qui, però, emerge anche un’obiezione che le persone nella prova spesso riprendono anche oggi: “Ma se Dio è Padre, perché permette che succeda questo? Perché non impedisce che avvengano certi mali? Perché ci mette alla prova in modo così duro? E’ un Dio buono o un Dio severo e intransigente?”. Chi è nella sofferenza spesso fa fatica a sentire la vicinanza di Dio e a capire il suo progetto di salvezza nelle vicende della vita. La tentazione di ribellarsi o di giustificare la propria fragilità è sempre in agguato per tutti.

Giacomo risponde a queste obiezioni dei cristiani di ogni tempo sottolineando alcune verità:

  • non è Dio che tenta l’uomo, ma è la vita stessa che ha il suo bene e il suo male; è l’uomo che porta dentro di sé il male, che è spesso schiavo delle sue passioni o prigioniero di false illusioni (vedi Ger2,17-19; 1Tim 6,10);

  • le prove possono diventare occasione di crescita umana e spirituale per le persone; la sofferenza fa crescere chi sa affrontarla e superarla, mentre chi cerca solo di sfuggirla (o di preservarne a tutti i costi gli altri) si condanna ad una immaturità e fragilità molto rischiosa (2Cor 12,9-10);

  • Dio ci dà il bene, la forza di lottare contro il male, la capacità di resistere e di vincere ogni prova della vita: tutto è dono di Dio. Il cristiano ha una visione positiva della vita fondata proprio sull’amore di Dio per l’umanità e sul suo impegno per portare la storia verso la salvezza (vedi 1Cor 10,13).

Il brano si conclude con la ripresa della beatitudine per chi accoglie e vive i tanti doni con i quali Dio arricchisce l’umanità, ma richiama anche l’insicurezza e l’illusione di chi si lascia travolgere dai miti della mondanità. L’immagine del credente come “primizia” sottolinea non tanto una condizione di privilegio o superiorità rispetto agli altri, ma una chiamata ad essere segno e anticipo di quel mondo futuro nel quale avrà stabile dimora la giustizia e la sapienza che viene dalla fede.

Ascoltare e mettere in pratica la Parola (1,19-27)

L’ultima parte del capitolo introduce un altro tema molto caro a Giacomo e che sarà poi sviluppato ampiamente: il rapporto con la parola. Partendo dalla constatazione sull’uso distorto della parola nei rapporti tra le persone e all’interno delle comunità (l’inflazione delle parole e l’ambiguità dei contenuti, la violenza delle espressioni e la durezza dei giudizi, la volgarità dei termini e la falsità dei fini) sottolinea l’atteggiamento fondamentale di un credente: l’ascolto attento della parola di Dio e delle parole delle persone; la coerenza tra parola e vita.

Lasciando ad un ulteriore sviluppo l’analisi sull’atteggiamento di ascolto delle persone, Giacomo si preoccupa innanzitutto di richiamare i cristiani sull’importanza di ascoltare la parola di Dio, che è il vero fondamento di ogni saggezza e la strada maestra per diventare adulti nella fede. L’immagine del seme che cresce nel cuore del credente, rimanda subito alla parabola del seminatore che sparge con abbondanza la semente della parola di Dio su ogni terreno (Mt 13,1-9). E’ un invito a ringraziare Dio per l’abbondanza del dono della Parola che anche noi abbiamo ricevuto (e stiamo ancora ricevendo) in questa stagione ricca – e insieme tormentata – della vita della Chiesa.

Qui il riferimento è ancora più evidente alla spiegazione della parabola (= l’allegoria dei terreni di Mt 13,18-23) elaborata dalle prime comunità cristiane per attualizzare il messaggio di Gesù nella loro vita di depositari e annunciatori del Vangelo. Questo accostamento sprona anche noi ad interrogarci su quale terreno siamo, quale frutto porta in noi la Parola. Giacomo, da uomo concreto e responsabile di una comunità, conosce bene il rischio di confinare l’ascolto della parola di Dio all’ambito solo del rito religioso o di una fugace preghiera, ma senza collegamento con la vita di ogni giorno, senza che essa incida sul nostro modo di pensare e di agire.

L’immagine dello specchio ci riporta a ciò che anche noi spesso diciamo: “Sarebbe bello quello che il Vangelo propone, ma la vita è diversa…, il mondo oggi va così…, non si può vivere fuori dalla realtà…, non si possono cambiare le cose…”. Il richiamo è perentorio e ricorda la conclusione del Discorso della Montagna: “Non chi dice: Signore, Signore… ma chi fa la volontà del Padre; Chi ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà simile a un uomo saggio…” (Mt 7,21-27).

Concludendo Giacomo richiama alcune caratteristiche di chi vive una vera coerenza tra fede e vita, tra ascolto della parola e prassi quotidiana:

  • sarà una persona libera, perché la vera libertà nasce dal seguire la via dei Comandamenti e l’esempio di Cristo; questa è l’unica strada che porta alla libertà (Gv 8,31-36; Gal 5,13-15);

  • sarà beato nelle scelte della sua vita, cioè si sentirà a posto con la sua coscienza; farà le scelte che portano al bene suo e delle persone con le quali vive; si sentirà realizzato (Rom 14,22);

  • vivrà la vera religiosità che non è fatta di riti esteriori, di preghiere e di offerte per il culto, di teologie e discussioni su Dio, di morale e precetti da osservare, di miracoli e apparizioni… La vera religione è fatta di amore verso Dio e verso il prossimo, secondo l’unico comandamento che Cristo ci ha dato è che è la sintesi di tutta la rivelazione (Mc 12,28-34);

  • la sua vita sarà “stabile”, cioè fedele alle scelte fatte, seria e costruttiva, da adulto nella fede e da persona di cui ci si può fidare; la sua casa sarà fondata sulla roccia della parola di Dio e sulla sapienza di una prassi d’amore costruttivo e gratuito (Mt 7,24-26).

POVERI E RICCHI NELLA COMUNITA’

Collegandosi con l’invito, presente nell’ultimo versetto del primo capitolo, a prendersi cura degli orfani e delle vedove e a non lasciarsi fuorviare dalla mentalità del mondo, Giacomo approfondisce nel secondo capitolo un tema a lui caro: la giustizia sociale. La sua riflessione non si sviluppa tanto su un piano sociologico, economico o politico, ma su un piano religioso: la fede in Cristo deve cambiare la mentalità e i comportamenti dei cristiani nei riguardi delle condizioni economiche e sociali delle persone. L’imitazione di Cristo deve tradursi in un atteggiamento di rispetto per ogni persona, al di là della sua condizione sociale e delle sue convinzioni personali.

La scelta dei poveri (2,1-13)

Partendo da un ipotetico caso di preferenza verso i ricchi e i potenti (o forse non tanto ipotetico – né allora né oggi – visti i banchi riservati nelle chiese, i nomi citati pubblicamente e i pubblici ossequi ai potenti) Giacomo richiama alcuni punti fondamentali del messaggio biblico su questo tema:

  • Dio sceglie i poveri, gli ultimi, gli emarginati come primi destinatari del Vangelo e primi portatori della buona notizia del suo amore misericordioso. Questo annuncio della scelta preferenziale di Dio per i poveri è presente in tutta la Bibbia ed in particolare nei profeti (Is 61,1), nei Vangeli (Mt 5,3; 11,5; Lc 6,20) e nelle Lettere (1 Cor 1,17-29). Cristo stesso si è fatto povero, servo, ultimo per salvare gli uomini (Fil 2,7) e ha chiesto ai suoi discepoli di seguire il suo esempio, di mettersi all’ultimo posto, di essere servi e non padroni, fratelli e non padri, discepoli e non maestri (Lc 22,24-30).

  • L’unico comandamento che riassume tutta la Legge è quello dell’amore a Dio e al prossimo. Gesù è venuto a confermarlo e a darci la misura concreta di come viverlo: come io vi ho amato (Gv 13,34), nella piena gratuità e senza distinzione di persone. Amare secondo la misura dell’amore di Dio verso gli uomini, con gioia e misericordia infinita.

  • La vera libertà delle persone e delle società si costruisce nell’osservanza dei Comandamenti, cioè nel primato di Dio e nell’uguaglianza di ogni individuo, nel rispetto della vita e delle diversità, nel servizio ai più deboli e agli indifesi, nella moderazione delle passioni e delle ambizioni. Sono queste le condizioni della libertà e della giustizia sociale. Fuori da questa via ci sono solo disprezzo dei poveri, oppressione dei deboli, interessi, poteri, violenze e tirannie.

L’attualità dei versetti 6-7 è sorprendente: le comunità cristiane per le quali scrive Giacomo erano formate in gran parte da persone povere, umili; eppure era presente anche tra loro l’ossequio deferente e untuoso verso i ricchi e il disprezzo per gli straccioni e gli schiavi, per chi era anche solo un po’ più povero o emarginato, per chi era più in basso nella scala sociale. E’ questo un fatto che si ripete spesso nella società (e a volte anche nelle comunità cristiane) tra chi ha migliorato la sua situazione, tra chi è “arrivato”, tra chi “si è fatto strada da solo” e tende a giudicare e disprezzare gli altri, i più deboli, chi non è riuscito a “sfondare” nella società o a “far carriera” nella comunità.

Facendo eco ai molti ammonimenti di Gesù sul pericolo delle ricchezze e sull’ingiustizia del loro accumulo, Giacomo ricorda come molte ingiustizie e tante violenze sono commesse proprio dai ricchi e da chi detiene il potere. Queste persone a volte usano la religione come trampolino di lancio per le loro scelte, ma non ne accolgono il messaggio di semplicità, disinteresse e servizio.

Giacomo rivolge un richiamo anche a noi perchè rispettiamo e difendiamo i diritti delle minoranze in ogni parte del mondo, incominciando da quelle presenti nella nostra società:

  • di fronte all’ondata montante di paure verso gli stranieri, allo smantellamento dello stato sociale, alla crescita delle disuguaglianze tra le persone, alla perdita dei diritti acquisiti da parte dei più indifesi (per tutelare il benessere dei garantiti), risuona terribile anche per noi cristiani di oggi l’accusa di Giacomo: Voi, invece, avete disprezzato i poveri!

  • di fronte alle crescenti lotte di religione, ai fanatismi ideologici e razziali, agli incitamenti all’odio e al disprezzo del diverso, risuonano come liberatorie e arricchenti le parole di Paolo ai Galati: Non ha più alcuna importanza l’essere ebreo o pagano, schiavo o libero, uomo o donna, perché uniti a Gesù Cristo siete diventati una sola persona (Gal 3,28).

Questa prima riflessione sulla giustizia sociale e sul rapporto tra ricchi e poveri si conclude con un richiamo al Discorso della Montagna, in particolare alle beatitudini dei poveri e dei misericordiosi. Chi ha accolto il messaggio evangelico dell’amore e lo vive secondo la nuova legge di libertà portata da Cristo, non deve avere paura di Dio e del suo giudizio: Dio avrà misericordia di lui come lui ha avuto misericordia delle persone che ha incontrato (Mt 5,7; 18,33; Lc 10,37). L’amore genera amore e libera dalle paure: paura delle persone, perché le rende tutte fratelli; paura di Dio, perché Dio è amore e misericordia infinita (1Gv 3,19-21).

La fede si manifesta nell’amore (2,14-26)

Proprio collegandosi con l’ultimo versetto sull’amore misericordioso di Dio verso di noi e nostro verso le persone, Giacomo affronta un altro tema che gli sta molto a cuore: il rapporto fede-opere. Questo approfondimento è alla base di tutte le sue raccomandazioni e di tutti gli imperativi concreti di vita presenti nella lettera.

Questo è il fondamento teologico della sua proposta di vita cristiana. L’annuncio è semplice e categorico: La fede, senza le opere, è morta! Questa affermazione ha suscitato molte discussioni nella storia della Chiesa, sia perché è stata messa in contrasto con l’affermazione di Paolo che la salvezza viene dalla fede e non dalle opere (Rom 3,27), sia perché è diventata il cavallo di battaglia della Controriforma tridentina e di tutti quelli che propugnano la centralità delle pratiche di pietà, delle mortificazioni, delle opere buone e dell’impegno caritativo-assistenziale nella vita cristiana.

Non era certo questa l’intenzione e la preoccupazione di Giacomo, anche se proveniva da una tradizione ebraica impregnata di legalismo e di osservanze religiose per conseguire la salvezza. Da uomo di fede e da buon conoscitore della tradizione cristiana sa che la salvezza è dono gratuito di Dio attraverso Gesù Cristo e che il credente è chiamato ad accogliere questa grazia con la fede. Non sono le pratiche religiose o le buone opere dell’uomo che danno la salvezza, ma è la fede in Cristo che ha riscattato gratuitamente l’umanità dal male e l’ha messa nel giusto rapporto con Dio.

Di questa fede parla Giacomo, come del resto Paolo e tutti i testimoni della Rivelazione cristiana, dopo la chiarificazione avvenuta al Concilio di Gerusalemme (At 15). Ma da uomo molto concreto, e come responsabile di una comunità cristiana, è preoccupato di ciò che avviene dopo che una persona ha accolto il dono di Dio con la fede e ha ricevuto il Battesimo. Come si manifesta questa fede? Come si incarna nella vita dei credenti? Giacomo infatti mette a confronto una “fede viva” con una “fede morta”, una fede che si incarna nella vita e la trasforma, con una fede che si ferma solo alle parole e ai riti, alle discussioni teologiche e agli incontri comunitari, ma è senza anima e impatto sulla realtà di ogni giorno. Non basta dire: “sono salvato”, “io credo”, “io prego”, e poi fare quello che si vuole, vivere secondo la mentalità del buon senso umano e dell’interesse.

Accogliere il dono di Dio vuol dire cambiare vita, convertirsi, modificare la propria mentalità e le proprie scelte. E la cartina di tornasole di questo cambiamento è sempre il rapporto con i poveri, con chi soffre, con chi è emarginato o in difficoltà. La fede si manifesta nell’amore, proprio come dice Paolo nella Lettera ai Galati: Conta solo la fede che agisce per mezzo dell’amore! (5,6). Senza l’amore la fede è morta e diventa un’ideologia religiosa! L’esempio di Abramo (usato anche da Paolo e da molti scritti del Primo e del Nuovo Testamento) sottolinea proprio questo messaggio che Giacomo vuole ribadire con forza per i suoi cristiani: la fede e le opere agivano insieme! Accogliere la salvezza che viene da Cristo vuol dire agire come lui ci ha insegnato, imitare il suo esempio, compiere le opere dell’amore che lui ha compiuto e compierne anche di più grandi (Gv 14,12), secondo i tempi, le possibilità e i carismi che Dio dona ai credenti per la crescita del suo Regno nella storia.

L’invito di Giacomo non è a contrapporre la fede alle opere o le opere alla fede, ma a farle agire insieme. Non è la vecchia e inutile diatriba tra vita contemplativa e vita attiva, tra preghiera e azione, tra spirituale e materiale, tra orizzontale e verticale, ma è l’impegno a credere che non c’è amore a Dio senza amore verso i fratelli e non c’è vero amore al prossimo senza rapporto con Dio. Chi ama le persone, specialmente i più poveri e i più emarginati, sente il bisogno di sperimentare un amore senza limiti e condizionamenti, come quello di Dio per l’umanità; chi ha scoperto l’amore misericordioso di Dio verso di lui non può non riversarlo verso le persone che incontra. Questa proposta di unità interiore (spirituale e concreta) nella vita del cristiano è un valore raro e inestimabile anche per la nostra realtà di credenti del terzo millennio, così tentati dall’attivismo, così frammentati in noi stessi e così nostalgici di interiorità e di assoluto. Cercare l’unità nella vita è un impegno che le persone più sensibili sentono per tutte le dimensioni dell’esistenza, non solo sul piano della fede. Questo è uno dei doni che la fede può portare all’uomo moderno.

Il richiamo di Giacomo pone anche un altro interrogativo alle nostre comunità cristiane: oggi quasi tutte le persone sono battezzate e si dicono credenti, praticano saltuariamente la Chiesa e vogliono l’insegnamento religioso per i loro figli; ma quanti credono veramente e vivono questa coerenza tra fede e vita? Quanti cercano di impostare la loro vita e le loro scelte sul messaggio del Vangelo? Quanti rispettano i Comandamenti e credono nell’amore verso Dio e verso il prossimo? Si può dire che per molti battezzati la fede è “morta”, come dice Giacomo? Sono interrogativi che ci coinvolgono come comunità cristiane e ci spingono (come finalmente stanno cercando di fare anche i Vescovi) ad una seria verifica sul nostro modo di vivere e di amministrare i Sacramenti oggi, in un mondo che ha conservato l’apparenza esterna della fede, ma ne ha rifiutato la sua forza interiore (2Tim 3,5). Quali scelte per richiamare ad una maggiore coerenza, senza spegnere il lucignolo fumigante o spezzare la canna incrinata (Mt 12,20)?

SCHIAVI DEL PETTEGOLEZZO E DEI GIUDIZI

Nel capitolo terzo Giacomo riprende due temi già accennati all’inizio della lettera: la moderazione della lingua e la vera sapienza. Certamente l’insistenza su questi punti mette in luce la realtà di comunità cristiane dove erano molto forti le divisioni, i giudizi tra persone, le lotte tra gruppi. Altrettanto presente la ricerca e la dipendenza da “maestri”, da “sapienti”, da “santoni” che guidavano le persone nella fede e le consigliavano sulle scelte concrete di vita, ma che a volte risultavano dei ciarlatani o delle persone che agivano per interessi personali. Come sempre Giacomo è molto puntuale nelle sue denunce e nei richiami alla coerenza.

L’uso perverso della parola (3,1-12)

Riprendendo i forti richiami di Gesù ai maestri della legge e ai responsabili della religione ebraica, riferiti da Matteo nel Discorso della Montagna (5,19-20) e nel Discorso contro gli ipocriti (23,7-8), Giacomo ammonisce se stesso, e tutti i cristiani ad essere ben coscienti sulla responsabilità nell’uso della parola.

Come richiamato nei libri sapienziali, la parola è un grande dono che permette di lodare Dio, di comunicare tra persone, di sostenere chi è in difficoltà, di cantare la bellezza e la gioia della vita, di dare espressione alla creatività umana e alla parola di Dio. Dio stesso si è fatto “Parola” per entrare in comunione più intima con l’umanità e manifestare la sua vita divina. Ma la parola è anche arma di offesa, strumento di menzogna, mezzo di sopraffazione verso i più deboli, causa di discordie, motivo di odi e violenze.

Partendo dalla sua realtà di persona fragile e soggetta a sbagliare nel suo ruolo di responsabile, Giacomo riconosce i suoi errori e ne trae motivo per invitare i cristiani ad essere molto vigilanti sull’uso della comunicazione nella comunità. Rifacendosi ad antiche e molto diffuse concezioni proverbiali, fa sua una visione molto negativa della parola, presentata come una cosa malvagia e incontenibile, causa di molti problemi nelle convivenze umane e religiose. Sembra di riascoltare vecchie prediche dei moralisti.

Queste affermazioni così categoriche e negative subito ci fanno reagire, ma diventano molto più vicine e condivisibili se le colleghiamo con l’uso della parola nella nostra società, cioè con i mezzi della comunicazione sociale nella società multimediale e globalizzata. Oggi sono questi i nuovi “maestri”, coloro che si propongono come “esperti” della vita e formatori delle coscienze e della cultura. Assistiamo ad una inflazione di parole interessate, guidate, studiate per imbonire le persone, per guidarle a fini prestabiliti; siamo sommersi da un mare di parole vuote, false, dettate dal bisogno di suscitare consensi e applausi, più che dalla ricerca della verità. La parola come mezzo potente a servizio del mercato e degli interessi, della propaganda e dell’ideologia, dei gruppi di potere e del bisogno di evasione. Una parola irrefrenabile e senza controllo per confondere, stordire e creare consenso. Veramente le parole di Giacomo illustrano una realtà ancora attuale!

Ma la realtà della comunicazione umana non è solo negativa: permette anche spazi di dialogo e di partecipazione, di creatività e di rapporto fra persone e culture, di riflessione e di approfondimento, di crescita culturale e di ricchezza delle diversità, di espressione della bellezza e della gioia di vivere.

Questa comunicazione, però, richiede regole di comportamento e lavoro di selezione, controllo nel modo di esprimersi e rispetto di ogni idea, gusto della ricerca e capacità di essere critici. La parola è dono che chiede silenzio d’ascolto e desiderio di ricevere, riflessione personale e scambio comunitario, ricerca del positivo e amore alla verità, coraggio di mettersi in discussione e rifiuto dell’interesse, purezza di cuore e rispetto di ogni persona. E’ la gioia e la fatica di comunicare in profondità!

Anche nella Chiesa oggi assistiamo ad una inflazione di parole, di documenti, di interventi su ogni argomento e in ogni circostanza. L’invito alla moderazione e al controllo della comunicazione diventa importante anche per la comunità cristiana, tentata a volte di seguire e imitare i mezzi della comunicazione sociale nel loro modo di rapportarsi con la parola e la notizia. Siamo chiamati ad essere un segno con alcune scelte di comportamenti e di stile che privilegino i contenuti sulla forma, i valori sugli indici di ascolto, la riflessione pacata sulle emozioni violente, le esperienze positive sulle vicende di cronaca nera, i messaggi di vita sui resoconti di morte.

Il dono della sapienza (3,13-18)

Il discorso sulla comunicazione si conclude con un richiamo a quel valore fondamentale che deve guidare ogni persona nelle sue scelte di vita: la saggezza. C’è una saggezza che viene dall’intelligenza umana, cioè dalla capacità di riflettere e di imparare dalla vita e dall’esperienza degli altri, e c’è una saggezza che viene dall’alto, cioè dall’ascolto della parola di Dio e dalla disponibilità a fare la sua volontà. La loro unione diventa la “sapienza” che guida le persone e i popoli sulla via del bene, del vero progresso dell’umanità.

C’è una saggezza umana (esaltata dai mezzi della comunicazione) che è, invece, la scaltrezza politica e la furbizia economica, la volontà di conseguire e di mantenere il potere, la capacità di compromessi e di cavalcare il successo, l’insensibilità verso le divisioni e le sofferenze che si causano agli altri. Questa sapienza, in realtà, è stoltezza, menzogna e spirito del male.

Giacomo raccomanda di acquisire la vera saggezza e di tradurla in comportamenti conseguenti. Non bastano i bei proclami o le enunciazioni di principio: sono i fatti a determinare la verità della persona e della vita. Possiamo trasformare oggi queste raccomandazioni in alcuni atteggiamenti da assumere come Chiesa:

  • Riconoscere i nostri errori (passati e presenti) sul piano della comunicazione e del rispetto delle diversità; sulla proibizione ai laici di leggere la parola di Dio; sulla giustificazione di scandali e violenze perpetrate dai cristiani in nome della fede; sulle persecuzioni nella Chiesa in nome dell’obbedienza e dell’uniformità. Purificare la memoria!
  • Frenare l’arroganza della parola e l’inflazione delle parole nella comunicazione ecclesiale; contrastare la fretta e la verbosità nella preghiera; ridare dignità al silenzio, all’ascolto, alla riflessione, alla contemplazione, alla celebrazione gioiosa delle meraviglie operate da Dio nella storia dell’umanità e nella vita delle persone.
  • Contrastare la cultura della violenza, del sensazionalismo, dell’emotività effimera, del tutto e subito, dell’odio e dell’invidia, dell’emarginazione del diverso, del successo ad ogni costo.
  • Promuovere la cultura della tolleranza, della mitezza, della nonviolenza, della fratellanza, della dignità della donna e delle minoranze, della solidarietà fra le persone e fra i popoli.

Questi atteggiamenti non sono scontati neppure nella comunità cristiana, anzi spesso si assiste a comportamenti diametralmente opposti. E non solo a livello di vertici o di grandi decisioni, ma anche a livello di famiglie e di piccole comunità o gruppi. E’ un cammino che impegna tutti ad una coerenza sempre maggiore, a non dare mai per scontata la capacità di dominare se stessi e di essere persone sagge. Ma è un cammino che apre anche alla gioia di scelte che creano serenità e fanno sperimentare la beatitudine promessa da Cristo ai miti e ai costruttori di pace (Mt 5,5).

Il capitolo si conclude proprio con questo richiamo alle Beatitudini e all’esempio di Cristo, mite e umile di cuore (Mt 11,29), dove la ricompensa data da Dio non è solo la comunione con lui dopo la morte, ma anche una vita giusta e realizzata in questo mondo.

INSAZIABILI E SEMPRE IN LOTTA

Ricollegandosi con l’ultima frase del capitolo terzo sull’esperienza della pace per chi fa il bene, Giacomo passa ora a riflettere sulle cause che generano le liti e le violenze che ci sono nella società. Come sempre la sua analisi è semplice e concreta, senza troppi giri di parole o scusanti: sono le passioni che si agitano nel cuore delle persone che le spingono a litigare, invidiare, prevaricare gli uni sugli altri; sono i vizi capitali che spesso rendono l’uomo schiavo dei suoi peggiori istinti. E’ quel peccato originale per il quale l’uomo è più incline ad assecondare lo spirito della violenza, dell’interesse, del potere, del piacere personale, dell’invidia… che lo spirito dell’amore, del rispetto, della compassione, della fratellanza, della gratuità, della misericordia, dell’altruismo.

La bramosia delle cose e l’orgoglio del potere (4,1-10)

In questo brano Giacomo sottolinea due atteggiamenti che da sempre sono la causa scatenante di molti conflitti interpersonali e di tante guerre fra popoli e gruppi sociali: la bramosia delle ricchezze e l’orgoglio del potere. Gli esempi purtroppo sono quasi quotidiani e sotto gli occhi di tutti. A volte toccano anche la comunità cristiana, sia nei rapporti tra le persone che la frequentano, sia nei confronti della società e di chi la governa.

La coerenza tra fede e vita richiede delle scelte precise che contrastino questo modo di pensare e di agire. Giacomo lo richiama con una presa di posizione decisa: Ma non sapete che essere amici di questo mondo significa essere nemici di Dio? L’affermazione è categorica e forse troppo riduttiva, ma la provocazione è precisa e mira ad innescare un radicale cambiamento di mentalità e di scelte.

Sul tema dell’avidità delle ricchezze, sull’ingiustizia del loro accumulo e sulle liti che la loro spartizione provoca, ci sono moltissimi richiami espliciti di Gesù ai discepoli e molti ammonimenti in tutti gli scritti del Nuovo Testamento (Lc 12,13; 14,33; 16,9; 18,24; At 5,1; 8,20).

Questa bramosia delle cose, dei beni, delle comodità, del consumismo, dell’accumulo, è come un “demone” che spesso prende anche i cristiani e li rende schiavi dell’interesse, fino a odiare e litigare con tutti, anche con i fratelli e gli amici; fino a diventare ossessionati e insaziabili, dominati dalla paura di perdere ciò che si ha e sospettosi di tutto e di tutti. La ricchezza ha una fame insaziabile.

Questa schiavitù delle cose porta anche a travisare il rapporto con Dio, specialmente nel modo di pregare e di chiedere aiuto al Signore. Da uomo concreto Giacomo sa che molti cristiani pregano Dio per avere grazie e miracoli a buon mercato, perché faccia andar bene gli affari (magari a volte non del tutto puliti) e risolva i loro problemi. Una preghiera interessata e deresponsabilizzante, con una mentalità da commercianti o da mendicanti. Giacomo ricorda ai suoi cristiani le molte raccomandazioni di Gesù sulla preghiera: come figli verso il Padre; con fiducia e disinteresse; senza tante parole e piagnistei; col cuore libero dalle passioni; per lodare e ringraziare il Signore; per chiedere il dono dello Spirito (Mt 6,9-15; 7,7-11; Lc 11,1-13).

Lo stesso richiamo alle parole di Gesù e allo stile della sua vita ritornano anche per l’altro istinto dell’uomo che causa tante lotte e violenze: l’arroganza del potere, il senso di superiorità nei confronti di chi è più debole o svantaggiato. La citazione di Pr 33,4 fa tornare alla mente le parole del Cantico di Maria, riportato da Lc 1,46-55: Ha distrutto i superbi e i loro progetti. Ha rovesciato dal trono i potenti, ha rialzato da terra gli oppressi.

Spesso il potere genera nelle persone un mito di onnipotenza che le porta a disprezzare chi non ha avuto lo stesso successo o ha privilegiato nella sua vita altri valori. Il successo e il potere rendono insensibili e arroganti! L’invito di Giacomo è categorico: bisogna operare un rovesciamento della mentalità corrente; bisogna resistere alle tentazioni dello spirito del potere che si annida in ogni realtà familiare e sociale; bisogna piangere per le troppe sopraffazioni che avvengono nella quotidianità dei rapporti; bisogna riconoscere i propri errori, i propri limiti e le proprie resistenze al cambiamento.

Ma bisogna anche riscoprire e coltivare la beatitudine biblica dei “poveri di Dio”, degli umili, dei piccoli, dei semplici, di chi riconosce la grandezza di Dio e la propria piccolezza, ringraziandolo per i doni ricevuti e riconoscendosi fratelli di ogni persona (Mt 11,25; 18,4; 23,12). Questa beatitudine deve trasformarsi in stile di vita, atteggiamenti da assumere, scelte da fare ogni giorno.

L’arroganza del giudizio (4,11-12)

Sempre per collegamento con la frase precedente, Giacomo torna a sottolineare un aspetto già trattato nel discorso sulla comunicazione: l’arroganza di chi giudica le persone e sparla di loro. L’orgoglio che si annida nel cuore dell’uomo, se non è frenato e dominato, può portarlo a sentirsi superiore agli altri, a ritenersi possessore della verità e giudice del bene e del male nella vita delle persone. Anche questa è una causa di molti contrasti e litigi nelle famiglie e nei gruppi.

Molte volte ritorna nel Nuovo Testamento l’invito a non giudicare mai nessuno, specialmente i più deboli e indifesi; a rispettare le scelte degli altri; a guardare i propri limiti più che quelli degli altri; ad essere duri verso se stessi e misericordiosi verso gli altri (Mt 7,1-5; Rom 14,1-12).

L’arroganza della verità, e l’ergersi a giudici del bene e del male, porta fatalmente anche ad un altro fatto, ancora più grave e purtroppo molto diffuso: si arriva a giudicare Dio e il suo modo di agire, a voler insegnare a Dio come dovrebbe comportarsi con le persone, come dovrebbe intervenire nella storia. La troppa sicurezza di essere nel giusto e il ragionare secondo la logica umana (cioè con il metro della giustizia distributiva e del merito-castigo) porta spesso a dimenticare il messaggio che Gesù ha ripetuto tante volte e che Giacomo riprende qui: C’è uno solo che può giudicare: Dio. Gesù stesso non è venuto a giudicare le persone (anche se avrebbe potuto farlo a pieno diritto), ma a salvarle e ha affidato al giudizio del Padre la sua stessa vita e la storia dell’umanità.

Di fronte all’esempio di Cristo, di fronte ai nostri limiti di persone e di Chiesa, come si può ergersi a giudici di tutto e di tutti? Come coltivare ancora quell’orgoglio della verità che ci fa unici detentori della salvezza e del bene? Come non superare atteggiamenti di durezza, di condanna, di esclusione, di intolleranza umana e religiosa? Con la stessa misura con cui voi trattate gli altri, Dio tratterà voi (Lc 6,38): la misura sarà la misericordia per chi avrà usato misericordia, il perdono per chi avrà perdonato, l’amore per chi avrà amato.

La superbia della vita (4,13-17)

Con il termine “superbia della vita” Giacomo intende quell’atteggiamento di orgogliosa sicurezza e tronfia “sufficienza” di chi si crede padrone della propria vita e sempre a posto nei confronti di Dio. E’ l’atteggiamento che fa dimenticare il senso del proprio limite; che assolutizza le cose terrene; che fa perdere il riferimento alla Provvidenza di Dio e fa trascurare l’amore verso il prossimo.

Come esempio di questa mentalità, Giacomo cita quei commercianti che fanno grandi progetti di viaggi e di affari senza tener conto dei rischi di quella vita e della precarietà delle sicurezze umane. Riprende così gli ammonimenti degli antichi proverbi popolari, dei salmi e di tutti gli uomini di fede di ogni tradizione: la vita dell’uomo è fragile e breve; il tempo scorre veloce e senza ritorno; la storia è nelle mani di Dio e della sua misericordia. Non è l’uomo il padrone della vita e delle cose!

A sostegno di questa dimensione umile e fiduciosa del vivere Giacomo cita un modo di dire popolare molto diffuso nell’antichità e presente ancora oggi in vari popoli: Se il Signore vuole. Questa espressione è abituale tra i mussulmani nella classica formula “inshallah”. Lo era anche tra i cristiani di un tempo con l’ormai dimenticato “a Dio piacendo” dei nostri nonni. E’ solo un intercalare, ma può esprimere, per chi ha fede, un richiamo convinto al senso della Provvidenza e all’umile fiducia nel Dio della vita.

L’ultimo versetto sottolinea un’altra conseguenza di questa superbia della vita: giustificare la scelta di pensare solo a se stessi, o alla propria famiglia, con il fatto del tanto lavoro, delle mille cose da fare, di non aver mai un minuto libero… Giacomo richiama alla coscienza dei doni che Dio ha affidato ad ogni persona, alla responsabilità di fare il bene che è nelle possibilità di ciascuno senza nascondersi dietro scuse di comodo o motivazioni familiari. Ad ognuno sarà chiesto conto di come ha usato i doni che ha ricevuto da Dio. Il tema delle “omissioni” ricorda gli ammonimenti di Gesù nei confronti dei responsabili ebrei (Gv 9,41) e le parabole dei servi (Lc 12,35-47; 17,7-10).

L’ingiusto accumulo delle ricchezze (5,1-6)

Se il monito ai commercianti che pensavano solo a lavorare e a far soldi era rivolto ad alcuni cristiani delle comunità, questa invettiva contro i ricchi sembra rivolta invece ai grandi latifondisti e ai membri delle classi dominanti, che vivevano nel lusso fruttando il lavoro dei poveri. Lo scopo è quello di rivolgere un appello a queste persone a cambiare vita (come il vibrante appello del papa ai mafiosi siciliani di alcuni anni fa), ma è anche un invito alla comunità a non lasciarsi incantare dalle sirene del lusso e della bella vita, dal fascino della ricchezza accumulata e ostentata. Il giudizio di Dio su queste persone e sul loro modo di vivere è ben diverso da quello della mentalità comune!

Il tono e le accuse di Giacomo ricordano le dure requisitorie dei profeti (Am 8,4-8), i guai a voi di Gesù e i suoi molti moniti sull’ingiustizia dell’accumulo di ricchezze e sull’impossibilità di servire Dio e il denaro (Mt 6,24). Il riferimento alle tarme e alla ruggine richiama le stesse parole di Gesù nel Discorso della Montagna (Mt 6,19-21). Così le dure denuncie dell’ingiustizia sociale ricordano le parabole di Luca del ricco stolto, dell’amministratore disonesto, del ricco gaudente, di Zaccheo, del giovane ricco, dei contadini omicidi, e le figure di Erode e dei grandi sacerdoti vestiti con vesti lussuose, capaci di banchettare allegramente dopo aver ucciso una persona, sempre pronti a deridere i poveri e chi li difende (Lc 12,13-21; 16,9-15; 16,19-31; 18,18-30; 19,1-10; 20,9-19, 23,6-12). Anche il richiamo al fuoco del giudizio e al capovolgimento della situazione di chi patisce ingiustizia è presente nelle parole di Gesù e negli annunci dei profeti. Dio ascolta il grido dei poveri e le loro lacrime non resteranno impunite.

Anche se l’appello di Giacomo non ha la pretesa di convertire i ricchi (vista la quasi impossibilità di questa conversione constatata da Gesù stesso, dopo l’incontro con il giovane ricco, e confermata anche oggi dall’insensibilità dei governi, dei grandi speculatori finanziari, dei dirigenti delle banche e dei mafiosi di ogni risma e nazionalità, nei confronti degli appelli dell’Anno Santo alla giustizia sociale e al condono dei debiti dei paesi poveri), non sono richiami inutili, specialmente nella nostra società del benessere diffuso e della corsa ad avere sempre di più, perchè mettono in guardia i cristiani dal cedere alle tentazioni della ricchezza e al fascino della “bella vita” che i soldi sembrano assicurare. Poca o tanta che sia, la ricchezza è sempre una sirena dalla voce ammaliante e, insieme, un tiranno dalla fame insaziabile.

Ma questa invettiva ha anche il compito di sostenere e incoraggiare le persone oppresse dalle ingiustizie e che devono lottare ogni giorno per sbarcare il lunario. Non devono mai perdere la fiducia in Dio e il coraggio di rivendicare i loro diritti. Il valore di una vita non si misura dai soldi o dagli agi materiali, ma dalla fede che una persona vive e dall’amore che sa esercitare verso i fratelli. Dio è dalla parte degli ultimi e fortunato chi si mette dalla sua parte!

NELL’ATTESA DEL RITORNO DEL SIGNORE

La lettera di Giacomo si conclude con un richiamo alla resistenza, cioè alla perseveranza attiva e responsabile nell’attesa del ritorno del Signore. L’attesa del Signore non deve essere una fuga dalla vita, una rassegnata accettazione di ogni realtà nella speranza di una ricompensa futura. Deve trasformarsi in forza propositiva di rinnovamento della società, deve incarnarsi in una serie di atteggiamenti che contraddistinguono l’impegno del credente nella quotidianità del vivere e del morire. Questo stile di resistenza ha caratterizzato tutte le minoranze profetiche dell’umanità, da sempre perseguitate, ma da sempre promotrici dei veri cambiamenti dell’umanità.

L’attesa paziente e vigilante (5,7-12)

Il primo atteggiamento di un “resistente” alla forza del male (cioè alla cultura dominante nelle società del benessere e del potere) è quello della pazienza, della fedeltà, del coraggio, della coerenza, della fiducia. Sono atteggiamenti che si concretizzano con la tenacia nel perseguire il bene e la risolutezza nel contrastare il male; con la perseveranza di fronte agli insuccessi e la fiducia nelle promesse di Dio; con l’inventiva nel perseguire la pace e l’umiltà nel servizio ai fratelli. Bisogna seminare con abbondanza (anche se a volte nel pianto) parole e segni di speranza e gioire per i frutti che altri raccoglieranno; bisogna superare la paura del piccolo gregge inascoltato e disperso e confidare nella voce del pastore che guida verso pascoli abbondanti e inaspettati.

Questi atteggiamenti di fiducia responsabile e operosa mettono in comunione con tutte quelle persone che, nella storia passata e in quella presente, lottano per la giustizia, per la pace, per il bene dell’umanità. Si entra così a far parte di quel “popolo della pace” tanto invocato da Gesù di Nazaret; di quelle “minoranze abramitiche” tanto sospirate dai profeti; di quei promotori di giustizia che in ogni parte della terra, in ogni razza, in ogni cultura e religione portano avanti l’impegno per realizzare nel mondo i segni del regno di Dio.

Molti resistenti arrivano fino al dono della vita e c’è una ricompensa per loro: la salvezza che viene dalla misericordia di Dio, manifestata e realizzata dal più grande profeta e martire della storia, Gesù di Nazaret. E’ la beatitudine di chi ha saputo resistere fino alla fine, al di là di ogni umana saggezza o prudenza, al di là di ogni disastro e di ogni cattiveria (Mt 10,22; 24,13). A loro dobbiamo guardare, con loro dobbiamo incamminarci sulla via stretta della fedeltà nell’amore.

Tra gli atteggiamenti fondamentali del “resistente” ancora una volta Giacomo inserisce il tema della comunicazione: bisogna avere amore alla verità, rispetto degli altri e impegnarsi a non giurare mai. Questi inviti richiamano molti ammonimenti simili presenti nel Nuovo Testamento (Mt 5,34-37; 2Cor 1,17-20), ma richiamano soprattutto a non usare la parola e la comunicazione per ingannare le persone; a non stravolgere la verità per servire gli interessi particolari e il potere costituito; a non approfittare di chi è più debole e indifeso. Meglio tacere che dire male delle persone e mentire, magari aggravando la menzogna con un giuramento.

Nella società della comunicazione globalizzata la difesa della pace e della giustizia passa anche attraverso una corretta informazione e attraverso l’impegno di smascherare i mentitori prezzolati e i “grandi comunicatori” che incantano le persone con la loro capacità di sedurre con le parole. Non solo non mormorare e non giurare, ma anche essere critici verso chi usa la parole e le immagini per ingannare e rendere schiave le persone. Togliersi (e aiutare a togliere) le maschere dell’ipocrisia dalla comunicazione interpersonale, familiare, sociale, ed anche dalla comunicazione ecclesiale.

La preghiera e il perdono dei peccati (5,13-20)

L’ultimo atteggiamento che deve caratterizzare un credente che attende il ritorno del Signore è quello della preghiera, del rapporto personale e comunitario con il Padre. Come è nel suo stile, stringato e concreto, Giacomo condensa in pochi versetti molti aspetti della preghiera cristiana e del suo modo di esprimersi nella vita della comunità. Cogliamo i principali:

  • La preghiera nella prova: è una preghiera insistente e fiduciosa per invocare l’aiuto di Dio; per avere forza di lottare e di resistere; per superare la tentazione di disperarsi e bestemmiare Dio. Molte volte si parla di questa preghiera nella Bibbia: da Abramo, Isacco e Giacobbe, agli Ebrei schiavi in Egitto, ai Giudici, ai Profeti, ai Salmi, a Giobbe, a Tobia, ai Maccabei, a Gesù nell’orto, a Pietro, a Paolo, alle comunità perseguitate degli Atti, fino a quelle dell’Apocalisse. Rileggiamo solo alcune risposte di Dio a queste preghiere (Es 3,7-10; Ger 15,10-21; Gb 38,2; Lc 22,39-46; At 4,23-31; 18,9-10; 2 Cor 12,9-10; Ap 8,2-5).
  • La preghiera nella gioia: è una preghiera di ringraziamento per i tanti doni di Dio e per i segni del suo amore verso gli ultimi (Mt 11,25; Lc 1,46; 17,11-19; Gv 11,41; Ap 4,9-11).
  • La preghiera nella malattia: è la preghiera personale del malato (come persona nella prova) che diventa anche preghiera comunitaria, accompagnata dall’unzione con l’olio, segno di forza. Questa preghiera comunitaria per i malati è diventata in seguito il Sacramento dell’unzione degli infermi, così poco capito e ancor meno vissuto nelle nostre comunità. E’ il segno ecclesiale della forza che viene da Dio e della vicinanza della comunità per lottare contro il male (non solo fisico, ma anche morale e spirituale), per superare la paura della morte e la paura di Dio. E’ infatti un Sacramento che perdona i peccati e apre al senso dell’infinita misericordia di Dio. E’ il Sacramento della speranza cristiana, non della paura!
  • La preghiera di confessione dei peccati: è l’esperienza comunitaria della riconciliazione vissuta nell’ascolto della parola di Dio, nello scambio fraterno, nella confessione delle proprie infedeltà al progetto di Dio, nel sostegno reciproco e nella riconferma della volontà di seguire il Signore. Questo tipo di preghiera di confessione dei peccati è completamente sparita dalla nostra esperienza di Chiesa, soppiantata dalla “confessione” individuale, come si è venuta configurando lungo i secoli. Ora si cerca di riprenderla, sia rendendo più vera e partecipata la preghiera di confessione all’inizio della celebrazione eucaristica, sia con forme comunitarie di celebrazione del Sacramento della Riconciliazione.

Un grande richiamo che ci viene da queste esortazioni di Giacomo (come da Mt 5,7; 1 Pt 4,8) è che il perdono dei peccati non è uno sforzo di cambiamento dell’uomo, ma è un dono gratuito di Dio che si accoglie nella preghiera e nell’impegno di amore verso i fratelli. Sono la fede e l’amore che riconciliano con il Padre, non i sensi di colpa, gli elenchi di peccati o le penitenze (piccole o grandi) imposte dal confessore. Come l’amore di Cristo ci ha riconciliati gratuitamente con Dio, così l’amore verso il prossimo copre una moltitudine di peccati, nostri e degli altri.

La lettera di Giacomo non riporta dei saluti finali o una preghiera conclusiva per le comunità alle quali è indirizzata. Termina con questo messaggio sulla misericordia di Dio che è l’annuncio centrale del Vangelo di Gesù e che continuamente viene riproposto al mondo dalle comunità dei credenti in lui. E’ il messaggio che anche le nostre comunità sono chiamate a testimoniare nel terzo millennio con la coerenza della vita e con gesti di misericordia verso chi si è allontanato dalla fede.

http://www.laparolanellavita.com/files/Lettera-di-Giacomo.pdf

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Questa voce è stata pubblicata il 12/02/2018 da in ITALIANO, Lectio della Settimana, Settimanale con tag .

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