COMBONIANUM – Formazione Permanente

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I Domenica di Quaresima (B)

I Domenica di Quaresima (Anno B)
 Marco 1,12-15 

1 Quaresima - Rouault, Miserere II

Dai sassi emerge la vita, crediamo nell’amore
Commento di Ermes Ronchi.

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”.

Nel giardino di pietre che è il deserto, nuovo spettrale giardino dell’Eden, Gesù vince il vecchio, spento sguardo sulle cose (le tentazioni) e ci aiuta a seminare occhi nuovi sulla vita. Que sueno el de la vita: sobre aquel abiso petreo! Che sogno quello della vita e sopra quale abisso di pietre (Miguel de Unamuno).

Il deserto e il regno, la sterilità e la fioritura, la morte e la vita: i versetti di Marco dipingono nella prima pagina del suo vangelo i paesaggi del cuore dell’uomo. Gesù inizia dal deserto: dalla sete, dalla solitudine, dall’angoscia delle interminabili notti. Sceglie di entrare da subito nel paesaggio della nostra fatica di vivere. Ci sta quaranta giorni, un tempo lungo e simbolico. Si fa umanità lungo le piste aride delle mie faticose traversate.

In questo luogo di morte Gesù gioca la partita decisiva, questione di vita o di morte. Il Messia è tentato di tradire la sua missione per l’uomo: preferire il suo successo personale alla mia guarigione. Resiste, e in quei quaranta giorni la pietraia intorno a lui si popola. Dai sassi emerge la vita. Una fioritura di creature selvatiche, sbucate da chissà dove, e presenze lucenti di angeli a rischiarare le notti. Da quando Gesù lo ha abitato, non c’è più deserto che non sia benedetto da Dio, dove non lampeggino frammenti scintillanti di regno.

Il regno di Dio è simile a un deserto che germoglia la vita, un rimettere al mondo persone disgregate e ferite. Un’energia trasformativa risanante cova tra le pietre di ogni nostra tristezza, come una buona notizia: Dio è vicino convertitevi e credete nel Vangelo. Credete nell’amore.

All’inizio di Quaresima, come ai tornanti della vita, queste parole non sono una ingiunzione, ma una promessa. Perché ciò che converte il cuore dell’uomo è sempre una promessa di più gioia, un sogno di più vita. Che Gesù racchiude dentro la primavera di una parola nuova, la parola generatrice di tutto il suo messaggio: il regno di Dio è vicino. Il Regno di Dio è il mondo nuovo come Dio lo sogna, e si è fatto vicino da quando Dio è venuto ad abitare, con amore, il nostro deserto.

Gesù non viene per denunciare, ma per annunciare, viene come il messaggero di una novità straordinariamente promettente. Il suo annuncio è un ‘sì’, e non un ‘no’: è possibile per tutti vivere meglio, vivere una vita buona bella beata come la sua. Per raggiungerla non basta lo sforzo, devi prima conoscere la bellezza di ciò che sta succedendo, la grandezza di un dono che viene da fuori di noi. E questo dono è Dio stesso, che è vicino, che è dentro di te, mite e possente energia, dentro il mondo come seme in grembo di donna. E il suo scopo è farti diventare il meglio di ciò che puoi diventare. (Letture: Genesi 9,8-15; Salmo 24; 1 Pietro 3,18-22; Marco 1,12-15).

Gesù nel deserto, costantemente tentato
Commento al Vangelo di Enzo Bianchi

Il vangelo di questa I domenica di Quaresima è breve: quattro versetti, anche se in realtà mi concentrerò quasi esclusivamente sui primi due, avendo commentato i vv. 14-15 poche domeniche fa (III domenica del tempo Ordinario). I vv. 12-13 sono molto intensi, capaci di comunicarci l’essenziale sulle tentazioni di Gesù, anche se nel nostro immaginario è impressa, dunque da noi memorizzata, la narrazione più drammatica e più precisa dei vangeli secondo Matteo e Luca (cf. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13).

Concentriamoci dunque sul racconto di Marco. Gesù è stato battezzato nel fiume Giordano da Giovanni, il suo maestro, e nell’uscire dall’acqua ha visto i cieli aprirsi, lo Spirito di Dio scendere su di lui con la dolcezza di una colomba (cf. Mc 1,9-10) e, soprattutto, ha sentito una dichiarazione rivolta a lui solo. Dal cielo, infatti, dal luogo dimora di Dio, lo raggiunge una voce che proclama: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho messo tutta la mia gioia” (Mc 1,11; cf. Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1). È la voce del Padre, che gli conferma il proprio amore e la sua identità di Figlio amato; è la voce che lo abilita, con la forza dello Spirito, “compagno inseparabile di Cristo” (Basilio di Cesarea), alla missione pubblica tra i figli di Israele.

Ma appena questo è avvenuto, “subito” (euthýs) lo Spirito disceso su di lui lo spinge dove i cieli non sono aperti, bensì chiusi; lo spinge nel deserto, dove è presente più che mai il diavolo, Satana, il tentatore, la cui missione è dividere e separare, soprattutto da Dio. Gesù entra così in una zona d’ombra, entra nella prova, perché il deserto è terra di prova, di tentazione. Lo era stato per Israele, “battezzato” e uscito dalle acque del mar Rosso; lo era stato per Mosè e per Elia; lo era stato per quanti erano andati nel deserto per preparare una strada al Signore (cf. Is 40,3), combattendo da “figli della luce” contro il demonio e la sua tenebra; lo era stato per Giovanni il Battista. Gesù dunque sta camminando sulle tracce lasciate dagli inviati di Dio, e in tal modo sa che deve prepararsi a quella che sarà la prova, la lotta quotidiana, fino alla morte.

In quel deserto di Giuda, accanto al mar Morto, tra quelle rocce aride, Gesù “dimora quaranta giorni, continuamente tentato da Satana”. La sua è una lotta corpo a corpo, della quale nessuno è spettatore; è una lotta interiore attraverso la quale deve imparare l’obbedienza del Figlio – “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8), legge con intelligenza l’autore della Lettera agli Ebrei – e vincere il tentatore che si oppone alla venuta del Regno nel modo in cui Dio lo vuole e che Gesù deve assumere e fare suo, fino a rivestirsene. Marco non ci dice nulla di preciso su queste tentazioni che gli altri evangelisti, in una sorta di midrash, racconteranno come lotta contro le tre libidines dell’eros, della ricchezza e del potere, insomma lotta contro una manifestazione mondana, prepotente e arrogante del Regno.

L’evangelista più antico mette invece l’accento sul fatto che Gesù è costantemente tentato, per quaranta giorni, senza mai cedere a una visione trionfalistica della venuta del Regno. Pienamente sottomesso al Padre, creatura tra le creature non umane del deserto (rocce, pietre, arbusti, rettili, volatili, bestie selvagge), Gesù è in profonda comunione con tutta la creazione. È come collocato al centro di essa, è il vero Adamo come Dio l’ha voluto, capace di vivere riconciliato e in pace con tutte le creature e con tutta la terra. Gesù appare come l’uomo mite, armonioso, rappacificato con il cielo e la terra, così da inaugurare l’era messianica profetizzata da Isaia: “Il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme … Il leone si ciberà di paglia come il bue, il lattante si trastullerà sulla buca della vipera, il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso” (Is 11,6-8). Sì, è il Regno messianico promesso da Dio a tutta la terra, che certamente è veniente. Gesù lo inaugura nel deserto, per questo subito dopo può proclamare: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio si è fatto vicino”.

Ma occorre ricordare che questa “armonia” e questa “pace” sono a caro prezzo: il prezzo della kénosis, dello svuotamento e dell’abbassamento di colui che “era in condizione di Dio e svuotò se stesso (heautòn ekénosen)”, diventando uomo e spogliandosi delle sue prerogative divine, invece di tenerle gelosamente per se stesso e di considerarle un privilegio (cf. Fil 2,6-7). Proprio in questa profonda umiliazione, che è testimonianza della sua tentazione vera, reale (non un teatrino esemplare per noi!), Gesù fa pace tra cielo e terra, sicché le creature del cielo, gli angeli, nel deserto gli si accostano e lo servono. Lo riconoscono quale Dio nella carne di un uomo: Gesù da Nazaret, il figlio di Maria.

Gesù, amato in pienezza dell’amore del Padre dichiaratogli nell’ora del battesimo e accompagnato dallo Spirito santo, è ormai operante quale vincitore su Satana, sul male, sulla malattia, sulla morte. È il Messia veniente che porta la vita; basta dunque seguirlo, accogliendo il suo invito pressante che riassume in sé tutto il vangelo appena iniziato: “Convertitevi e credete nel Vangelo!”.

 Stare
Commento di Don Antonio Savone

Sosta nel deserto quella odierna, tanto per il Figlio di Dio quanto per la comunità dei suoi discepoli. Si direbbe, addirittura, tappa obbligata se a condurre Gesù nel deserto è lo stesso Spirito. Ne viene dal battesimo Gesù, con ancora nelle orecchie la voce rassicurante del Padre: Tu sei mio figlio! Sulle rive del Giordano la voce del Padre ha convalidato la sua scelta di Messia in fila con l’ultimo dei peccatori. Quale migliore garanzia per camminare spediti sul sentiero intrapreso?! E invece no.

Anche il Figlio condotto nel luogo della prova, in una esperienza di radicale solitudine. Anch’egli nel luogo e nell’esperienza del fraintendimento e di possibili sbagli. Come era accaduto al suo popolo, come era accaduto ai padri nella fede, ai profeti stessi. Non esente il Figlio di Dio. Senza sconti il suo percorso, uomo fino in fondo: per questo la sua parola non è come quella degli scribi. Parola autorevole la sua proprio per aver subito la prova egli stesso, proprio per aver conosciuto sulla sua pelle che esiste un’alternativa. Non è scontato servire Dio. E non è l’unica possibilità. E non è scritto una volta per tutte cosa significhi servirlo.

Se persino il Figlio di Dio ne sente il fascino, se anche lui deve scegliere, crediamo proprio che qualche uomo, una comunità cristiana, passi su questa terra senza tentazioni? Anche il Figlio ha avuto bisogno di un apprendistato di umanizzazione. Quasi un paradigma la vicenda della tentazione nel deserto: non è dato annunciare la prossimità di Dio (il regno di Dio è vicino) se non dopo l’esperienza tutta umana dell’aver attraversato il deserto della prova.

Anche il Figlio chiamato a verificare ciò che c’era nel suo cuore (secondo la splendida immagine di Dt 8,2). Il deserto era il luogo in cui Israele era stato costituito popolo di Dio. Era, inoltre, il luogo in cui aveva fatto esperienza di libertà ma anche il luogo in cui aveva imparato a riconoscere che la libertà ha un prezzo.

Anche il Figlio sedotto da chi contrasta lo stile di Dio.

Anche il Figlio tentato di prescindere da Dio, fare come se non. Il deserto e quei quaranta giorni dicono sì un tempo circoscritto, ma il vangelo non ricusa di annoverare una dopo l’altra pagine in cui il Figlio sarà di nuovo tentato:

  • tentato dal potere, egli che era venuto per servire,
  • tentato dal successo che fa seguito ai primi segni compiuti,
  • tentato di abbassare il tiro della sua proposta quando gli verrà rimproverato che il suo è un linguaggio duro che non ottiene facili consensi,
  • tentato, inoltre, di costringere gli uomini a credergli,
  • tentato persino dalla fuga quando l’abbandono, il tradimento e il fallimento faranno capolino nella sua esistenza.

Continuamente sollecitato a ridire in che modo vorrà vivere da Figlio affidato alle mani del Padre. Come il Figlio, così i figli, i suoi discepoli: chiamati, come lui, ad esprimere in che modo dare credito al Vangelo, in che modo esprimere un itinerario di conversione.

Nel deserto, accettando di entrarci, il Figlio impara a stare a contatto con le bestie selvatiche. Le fiere ci sono, non vengono annientate, ma il Figlio impara a starci accanto. Senza fuggire da nulla. Immagine di un male riconosciuto e dominato. Un’armonia riscoperta grazie alla quale persino il deserto può diventare giardino. Come quello degli inizi, dove a regnare non era certo la paura. “’Le fiere’ non ci sono nemiche perché ‘angeli’ ci indicano sentieri che travalicano la terra e fanno assaporare lo stesso Dio… fanno diventare brillante persino il buio” (F. Scalia)

Forte dell’esperienza del deserto, il Figlio accetta di misurarsi con la storia, quella che è, non ricercando tempi e luoghi protetti ma i luoghi e i tempi della storia. Ha scelto di abitare un tempo laico, percorrendo le strade di una regione spuria. E proprio quando tutto sembra smentire un regno di Dio che si fa vicino all’uomo – quando più forte sarebbe la tentazione di battere in ritirata e aderire alla realtà – proprio allora il Figlio osa annunciare che il tempo è compiuto e Dio si è avvicinato a te. La presenza e la vicinanza di Dio viene annunciata da chi, avendo imparato a stare a contatto con le bestie selvatiche, sceglie di stare nelle contraddizioni della storia, rinunciando a tane e a nidi di sicurezza. Troppa la storia criticata dalla comunità cristiana ma – ahimè – troppa storia non assunta dalla stessa comunità cristiana.

Mc riporta un verbo che è tutto un programma per il Figlio di Dio come per i suoi discepoli: stare. La tentazione è legata proprio a questo verbo, verbo che viene prima di ogni fare e di ogni dire. È difficile stare, semplicemente stare, senza pretendere di essere qualcuno, solo accettando di entrare in una ben precisa situazione storica.

Quale il nostro stare come singoli e come comunità? In che modo declinarlo?

https://acasadicornelio.wordpress.com

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 15/02/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Quaresima (B) con tag .

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