COMBONIANUM – Formazione e Missione

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L’unzione di Betania nella vita spirituale del Comboni

Spiritualità comboniana (4)

Il venerdì – che ci ricorda il Cuore di Cristo – pubblichiamo un testo di spiritualità comboniana. Iniziamo con una serie di riflessioni offerte da P. Carmelo Casile durante un corso di esercizi spirituali alla comunità di Castel d’Azzano (Verona),  prendendo come punto di riferimento alcune Icone di Marko Rupnik della cappella di Capiago (Dehoniani)

Doc word 4. L’UNZIONE DI BETANIA IN COMBONI
Doc  PDF  4. L’UNZIONE DI BETANIA IN COMBONI

L_unzione di Betania

L’UNZIONE DI BETANIA
nella vita spirituale del Comboni
P. Carmelo Casile

1. L’influsso dell’unzione di Betania nell’esperienza spirituale di san Daniele Comboni

Ci domandiamo se l’icona dell’unzione di Betania abbia avuto qualche particolare influsso nella vita spirituale di san Daniele Comboni.

Sappiamo che Comboni nel suo pellegrinaggio in Terra Santa visitò anche Betania. Ma non ci ha lasciato notizia che la visita di questo luogo santo abbia suscitato in lui dei sentimenti particolari; si sofferma invece sulla visita al sepolcro di Lazzaro; per questo luogo mostra interesse e devozione ma senza registrare pensieri o sentimenti particolari:

«Una gita feci in Betania, per andare alla quale andammo fuori da porta S. Stefano… Ma eccoci finalmente in Betania. Della casa di Marta, di Maria Maddalena e di Simone il lebbroso non esistono nemmen le rovine… Il sepolcro di Lazzaro risuscitato consiste in una profonda caverna, nella quale discendemmo per mezzo di 28 gradini: è divisa in due cellette nella prima delle quali si fermò G. C. quando disse: Lazare veni foras; l’altra poi è il sepolcro propriamente detto. Noi vi entrammo tutti al lume della candela; leggemmo il Vangelo di S. Giovanni, che parla della risurrezione di Lazzaro, e lo trovammo tanto identico, che se non fossimo stati sicuri dalla tradizione di tutti i secoli e dagli scrittori, e dalla Chiesa che largisce indulgenza plenaria a chi lo visita, noi avremmo scorto la verità del fatto dall’averlo veduto. Di questo sepolcro riceverete un sasso, come pure un pezzo di quella pietra, discosta dal sepolcro di Lazzaro circa 200 passi, ove si fermò G. C. prima di entrare in Betania, e dove furono ad incontrarlo Marta e S. Maria Maddalena, quando andava a risuscitare Lazzaro… Da Betania scendemmo a vedere il Giordano ed il Mar Morto…» (S 102-105).

Tuttavia credo che possiamo affermare che del contenuto dell’icona dell’unzione di Betania possiamo sentire l’eco in due testi del Comboni.

Il primo lo troviamo in una lettera inviata da Khartum il 5 maggio 1878 alla Sup. Gen. delle Suore dell’Apparizione, Madre Eufrazia Maraval, dove afferma che l’opera della suora è un sacerdozio”: «Il Vicariato dell’Africa centrale è il più vasto e laborioso della terra; qui l’opera della Suora è un sacerdozio» (S 5107).

Le Suore Comboniane nel n° 51 della loro Regola di Vita, appoggiandosi su questo testo, affermano: «Il Comboni vide la nostra missione come un vero sacerdozio, che assieme a quello ministeriale, partecipa del Mistero di Cristo che offre a tutti la salvezza».

Siamo di fronte al Sacerdozio comune che sta alla base della comune consacrazione per la missione dei discepoli e discepole di san Daniele Comboni (Suore, Fratelli, Sacerdoti, Laici): cfr. RV Comb.ni 20; 20.1; Comb.ne 19-20.

Un secondo testo lo troviamo nelle Regole del 1871. In esso Daniele Comboni propone ai suoi missionari/e una vita centrata sullo spirito di sacrificio, come conseguenza del dono totale di sé a Cristo Crocifisso per la salvezza delle anime:

«Il pensiero perpetuamente rivolto al gran fine della loro vocazione apostolica deve ingenerare negli alunni dell’Istituto lo spirito di Sacrifizio.

Si formeranno questa disposizione essenzialissima col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime.

Se con viva fede contempleranno e gusteranno un mistero di tanto amore, saran beati di offrirsi a perder tutto, e morire per Lui, e con Lui. Il distacco, che ha già fatto dalla famiglia e dal mondo, non è che il primo passo: essi cercheranno di andar sempre più consumando il loro olocausto, rinunciando ad ogni affetto terreno, abituandosi a non far caso delle loro comodità, dei loro piccoli interessi, della loro opinione, e d’ogni cosa che li riguardi; perocché anche un tenue filo, che rimanga, può impedire un’anima generosa di elevarsi a Dio. Sarà perciò continua la pratica dell’abnegazione di se stessi, anche nelle piccole cose, e rinnoveranno spesso l’offerta intera di se medesimi a Dio, della sanità, ed anche della vita. Per eccitare lo spirito a queste sante disposizioni, in certe circostanze di maggior fervore faranno tutti insieme una formale ed esplicita dedica a Dio di se stessi, esibendosi ciascuno con umiltà e confidenza nella sua grazia anche al martirio» (S 2720-2722).

Il gesto di Maria che con una mano versa l’unguento del vaso spezzato sul capo di Gesù mentre tiene l’altra mano appoggiata sul suo cuore per esprimere il dono di tutta se stessa a Lui, lo possiamo vedere riflesso e riproposto da Daniele Comboni nel testo citato, in cui egli invita i missionari/e a fissare lo sguardo su Gesù Crocifisso per capire il suo amore e amarlo teneramente e quindi sentirsi beati “di offrirsi a perder tutto, e morire per Lui, e con Lui”.

Il vasetto spezzato e versato sul capo di Gesù è simbolo della consacrazione del missionario, cioè dell’offerta totale di se stesso al Cuore di Gesù per la rigenerazione dell’Africa come risposta all’amore che Gesù ha riversato su di lui dal suo Cuore spezzato sulla Croce.

Contemplando Gesù Crocifisso, il missionario penetra nella profondità della “carità” del Cuore di Gesù e ne diviene prolungamento soprattutto in favore dei più abbandonati. Infatti il Gesù che si raggiunge nella contemplazione del Trafitto è “il Dio-Amore che si è reso solidale con l’uomo fin nelle conseguenze più umilianti della stoltezza originale, cioè le conseguenze del peccato, per aprire la strada di risalita alla sapienza primigenia”; è il Dio-Amore che geme e vive negli uomini e donne feriti dalla povertà, dalla persecuzione… (Cfr. At 9,5; Mt 25; RV 3-5).

Nel mistero della morte in Croce viene rivelata la pienezza dell’amore del Cuore di Gesù. Morendo in Croce, Gesù è il “Sì” totale al Padre e agli uomini, che sigilla la sua forma di vita di Apostolo del Padre. Lì il suo amore per il Padre e per gli uomini raggiunge la massima intensità ed espressione; lì l’immensa carità che Gesù vive perché gli uomini abbiano la vita in abbondanza (Gv 10, 10), raggiunge l’estremo delle sue possibilità (Gv 13, 1).

Gesù ha compreso e vissuto la sua vita come un essere per gli altri, un lasciarsi costruire e realizzare dalle necessità di noi uomini peccatori. La morte di Gesù è l’ “ora” a cui tende il suo amore salvifico di Buon Pastore (Gv 10, 11; 13, 1). È l’ “ora” del compimento supremo: “Tutto è compiuto” (Gv 19, 30). Gesù morente sulla Croce è il chicco di grano che cade a terra e muore (Gv 12, 24); nel solco profondo della morte il suo amore al Padre e agli uomini raggiunge la sua piena realizzazione, perché “non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Gesù sulla Croce è l’esperto dei costi dell’amore. Come Maestro delle moltitudini aveva detto per gli altri: “A chi vuol litigare con te e toglierti la tunica, lascia pure il mantello” (Mt 5, 40). Qui sulla Croce, per se stesso, va più avanti. Si fa togliere tutto. Si fa nudità crocifissa: è simbolo di un amore che tutto ha donato. Dona tutto con la sua obbedienza al Padre; dona tutto con la sua oblazione ai fratelli: “Vero agnello condotto al macello” (Is 53, 7). Egli, infatti, innalzato sulla Croce, stende definitivamente le braccia per attrarre tutti a sé e stringerli nel suo abbraccio d’amore e di pace. Le sue braccia stese sulla Croce ed il suo Cuore Trafitto sono l’espressione massima del suo amore verso il Padre e verso tutti gli uomini.

Con l’espressione “contemplando e gustando un mistero di tanto amore”, la morte di Gesù viene presentata da Comboni come compimento di una vita donata per amore fino all’estremo e come invito a rispondere a questo dono, entrando nella logica di questo modo di donarsi di Gesù.

La contemplazione del Crocifisso svela al missionario/a che Gesù vive la sua solitudine radicale del morire come traguardo finale, in cui il dono di sé si apre ad una dimensione universale, divenendo l’offerta agli uomini perché entrino nella Famiglia di Dio. In Gesù che muore in questo modo, c’è la manifestazione visibile della donazione incondizionata di tutto se stesso all’amore del Padre e degli uomini fino al martirio.

Daniele Comboni, proponendoci la contemplazione di Gesù in croce come mistero d’amore, d’immolazione e dono assoluto di sé, ci mette sulla strada della consacrazione missionaria come risposta radicale a questo amore. Il missionario contemplando Gesù crocifisso viene raggiunto dalla forza di un Dio dal Cuore aperto sul mondo; da questo coinvolgimento impara ad amarlo teneramente, e sarà felice di offrirsi a perdere tutto, a morire con Lui e per Lui in totale generosità fino al martirio per la salvezza delle anime.

Per Daniele Comboni, la vita missionaria è consacrata, perché è vocazione alla partecipazione a quest’ora suprema di Gesù. Ascoltando il suo invito:“Vá, vendi, seguimi” (Mc 10, 17-21), il missionario si incammina verso quest’ora consegnando a Gesù tutto se stesso: il suo corpo, il suo cuore, la sua libertà, la sua creatività…

Daniele Comboni è convinto che l’apostolato missionario nasce dalla beatitudine, dalla gioia del dono di sé, cioè dalla consacrazione, che è frutto della contemplazione di Gesù in croce. Contemplando il Cuore di Dio aperto sul mondo, non ci può essere che il conseguente atteggiamento umano della totale donazione di sé sotto forma di testimonianza assoluta (martyria) e di consacrazione, da cui nasce sempre anche una testimonianza comunitaria, un esporsi assieme senza risparmiarsi1. Per questo aggiunge “ e rinnovando spesso l’offerta intera di se medesimi a Dio, della sanità e della vita, in certe circostanze di maggior fervore fanno tutti insieme in comune una formale ed esplicita consacrazione a Dio di se stessi, esibendosi ciascuno con umiltà e confidenza nella sua grazia anche al martirio”.

2. «Unzione» e professione dei consigli evangelici2.

Nella vita da san Daniele Comboni c’è un intimo rapporto tra «unzione» e professione dei consigli evangelici3: la sua vita di totale dedizione alla missione è in effetti una vita secondo i consigli evangelici.

Infatti, la vita Daniele Comboni è segnata da un itinerario spirituale che, cominciato nel Fonte battesimale di Limone, si sviluppa nella sua famiglia e nell’istituto Mazza e culmina nella consacrazione missionaria, cioè nel dono totale della propria vita a Dio per la Nigrizia. Questa dedizione totale alla causa missionaria nasce in lui come risposta alla certezza di essere stato chiamato da Dio (S 6885-86). Mosso da questa certezza, Comboni fa l’esperienza dell’amore di Dio Padre fino sentirsi spinto a donare la propria vita come Cristo, Buon Pastore, trafitto sulla croce (cf RV 2-3; 46).

In questo itinerario è possibile distinguere alcune fasi fondamentali dell’esperienza spirituale del Comboni4 e cogliere in esse il nesso profondo tra vocazione, consacrazione e missione e come la consacrazione missionaria è da lui vissuta in quanto partecipazione nell’amore casto, povero ed obbediente del Cuore di Gesù.

Prima fase: nell’Istituto Mazza: 1843-1857.

La permanenza nell’Istituto Mazza porta Comboni alla consacrazione per la missione.

“…Fu nel gennaio 1849 che studente di filosofia, all’età di 17 anni io giurai ai piedi del mio venerato Superiore D. Mazza di consacrare tutta la mia vita all’apostolato dell’Africa Centrale; né mai venni meno colla grazia di Dio per variar di circostanze al mio voto; e dal quel punto non altro intesi che apparecchiarmi a così santa impresa…” (S 4083).

Questo giuramento matura in Comboni come frutto del suo incontro con il Cuore di Cristo, nel quale trova il modello compiuto di amore e donazione totale ai poveri. Perciò può dire al cugino Eustachio di aver volto le spalle al mondo per assicurare la salvezza della sua anima consacrandosi ad uno stato di vita simile a quello di Cristo e degli Apostoli per servire più liberamente il Signore (S 442).

Seconda fase: è legata alla prima esperienza africana (1857-1859) e va fino al 1864.

In questa seconda fase, Comboni scopre la realtà della Nigrizia e l’estrema sua povertà, a tutti i livelli, e prende coscienza che non può esserle d’aiuto senza rischiare la vita. Missione, morte e martirio cominciano a collegarsi e non potranno più dissociarsi nella sua vita di consacrato.

Terza fase: è quella carismatica ed ha il suo momento centrale nell’esperienza del 15 settembre 1864.

Sulla tomba dell’Apostolo Pietro, Comboni è afferrato totalmente dall’amore e dal dinamismo del Cuore di Cristo crocifisso in favore dei “più necessitosi e derelitti” della “Nigrizia”: questo dono di Dio è l’avvenimento carismatico fondamentale della sua vita che lo costituisce anche Fondatore.

Da questo momento egli non vive se non per la “Nigrizia”. Quella grazia gli dona il senso della propria vocazione, l’audacia e la parresia apostolica. Lo rende missionariamente forte per superare ogni difficoltà e disponibile ad accettare anche il martirio (AC ‘97, 12.1-2).

Quarta fase: inizia nel 1873, quando Comboni arriva in Africa come pro-vicario apostolico e fa la sua Omelia dell’11 maggio del 1873.

In questa fase Comboni identifica la sua vita con quella del popolo che gli è affidato; comprende la necessità di condividere in tutto la situazione degli Africani; è il momento della valorizzazione dei popoli da evangelizzare, dell’inculturazione e dell’incarnazione. Vengo a “far causa comune con voi e il più felice dei miei giorni sarà quello in cui potrò dare la vita per voi” (S 3159).

Nel percorso della sua vita di consacrazione, Comboni cerca ispirazione e sostegno. È indicativo il fatto che nel febbraio del 1873 emette la Professione nel Terz’Ordine Francescano, mentre si trovava a Negadeh, nell’Alto Egitto, in viaggio verso Khartum, dove si dichiarerà “tutto” dell’Africa (cf. S 6804; cf. anche S 1120, dove dà le motivazioni).

L’ultima fase: inizia nel 1878 ed è quella dell’identificazione piena con la Nigrizia assumendone l’ “anatema”.

Le fatiche, le privazioni, le malattie, le lotte e le contraddizioni sostenute per molti anni, la morte di tanti suoi missionari, l’abbandono da parte di alcuni intimi collaboratori, la calunnia e l’apparente fallimento della sua missione portano Comboni a sperimentare cosa vuol dire incarnare la figura del Buon Pastore che dà la vita per il suo gregge.

Comboni termina la sua vita missionaria “crocifisso con Cristo sulla croce” (1881). Questa frase di S. Paolo s’addice perfettamente all’ultimo periodo della sua vita, consumata sulla breccia in lento e sempre più martoriato olocausto, che lo rende tanto simile al Crocifisso del Golgota. In questa ultima tappa della sua vita si esprime con accenti che testimoniano l’autenticità del suo apostolico eroismo, fondato su una fede pura e su un amore ardente per l’Africa da salvare. E il tutto si apre verso una speranza che si fa quasi certezza: egli soffre e muore, ma l’Africa si salverà5. Le sue ultime parole sono già l’esperienza viva del mistero pasquale: “Io sono felice nella Croce, che portata volentieri per amore di Dio genera il trionfo e la vita eterna” (S 2746).

2.1. Consacrazione – Missione: Comboni è tutto di Dio e tutto dell’Africa

Il 6 gennaio 1849, all’età di 17 anni, Comboni “si consacrò all’Africa” con un voto personale che doveva innervare e sostenere tutta la sua vita (Rapporto al Card. Franchi, 15 aprile 1876, S 4083).

Quest’atto di donazione a Dio per la causa missionaria dell’Africa è così decisivo che Comboni si definisce “votato all’Africa” e comincia a contare la sua vita da questo momento. Scriverà infatti nel 1867: “Votato all’Africa da 17 anni, io non vivo che per l’Africa e non respiro che per il suo bene” (S 1424). Dieci anni dopo insisterà: “Sono 27 anni e 62 giorni che ho giurato di morire per l’Africa centrale: ho attraversato grandi difficoltà, ho sopportato le fatiche più enormi, ho più volte visto la morte vicino a me e, malgrado tante privazioni e difficoltà, il Cuore di Gesù ha conservato nel mio spirito (…) la perseveranza, in modo che il nostro grido di guerra sarà fino alla fine: o Nigrizia o morte!” (A Giradin, 8 marzo 1876, S 4049).

Negli anni 1875-1876 in cui Comboni si sentiva oggetto di una campagna per cacciarlo dal Vicariato dell’Africa Centrale, fu proprio il ricordo di aver consacrato la vita all’Africa Centrale sin dall’adolescenza a convincerlo a perseverare fino alla morte nella sua donazione.

Alcuni anni dopo, nel 1879, di fronte alle gravi difficoltà provocate dalla carestia, ribadisce ancora una volta: “Benché affranto nel corpo, per la grazia del Cuor di Gesù, il mio spirito è saldo e vigoroso; e son risoluto, come lo fui da 30 anni in poi (1849), di tutto soffrire e dar mille volte la vita per la redenzione dell’Africa Centrale, e Nigrizia” (A Stanislao Laverriere, 2 gennaio 1879, S 5523).

Le espressioni usate da Comboni per ricordare e spiegare questo avvenimento della sua vita, indicano chiaramente che si tratta di una consacrazione della propria persona e della propria vita a Dio per compiere il servizio che egli vuole da lui, cioè la rigenerazione della Nigrizia. Si tratta di una consacrazione che prende la forma di voto di missione, cioè della donazione totale di sé a Dio, orientata verso l’Africa.

Questo voto Comboni lo professa in modo solenne nell’Omelia di Khartum del 1873 (S 3156-59), in cui dichiara con decisione che egli vive la sua fedeltà alla vocazione ricevuta come totale appartenenza o consacrazione alla Nigrizia: “Sono ben felice di trovarmi finalmente reduce a voi dopo tanti affannosi sospiri. Fu l’ obbedienza ad allontanarmi da voi. Ma tra voi lasciai il mio cuore… i miei pensieri furono sempre per voi… Io ritorno fra voi per non più cessare di essere vostro”.

Così questo servizio del Signore lega Comboni all’Africa in un gesto religioso di donazione di tipo nuziale. “Anche prima che la Santa Sede lo sposasse, come vescovo e vicario apostolico, alla sua Chiesa africana, egli era già legato all’Africa nera. È stato proprio il Comboni a paragonare il suo rapporto con quel continente al vincolo matrimoniale, come dimostra nella sua prima lettera (4 luglio 1857) a don Pietro Grana quando gli comunica che è giunto il tempo di partire: “Come qualche volta parmi avergli detto, io inclino a percorrere la carriera quantunque ardua delle Missioni, e precisamente da ben otto anni quelle dell’Africa Centrale, al quale scopo diressi parte dei miei studi. Il Superiore, conscio delle mie intenzioni, ha sempre fatto calcolo di me, per adoperarmi nella fondazione della sua Missione in quelle deserte e infuocate solitudini, ed a tale scopo fin dallo scorso anno egli ha deciso di spedirmi colà nella prossima spedizione… Questo momento era già sospirato da gran tempo da me, con maggior calore di quello che due fervidi amanti sospirano il momento delle nozze… Io né della vita, né delle difficoltà delle Missioni, né di nessuna cosa ho timore” (S 1-3). Pochi mesi prima di morire, egli torna all’immagine dell’Africa come donna amata: “Vorrei che tutti facessero molto bene all’Africa mia amante più di me” (S 6752). E quando, sul finire della vita, qualcuno insinuò che la sua difesa di suor Virginia Mansur fosse dovuta a un attaccamento affettivo, egli si ribella così: “No, non si allignò mai nel mio cuore nessuna passione fuorché quella dell’Africa” (S 6983). Al sospetto della debolezza per una donna, egli opponeva il fatto concreto della sua passione per l’Africa, come a dire che l’Africa era stata la sua unica donna, quella a cui era rimasto fedele per tutta la vita e che sempre amò con passione giovanile”6.

La sua totale appartenenza a Dio, per tanto, si manifesta nella sua totale dedizione all’Africa; la sua consacrazione a Dio lo lega all’Africa nera e l’Africa nera lo spinge sempre più verso un totale abbandono di sé in Dio, sommamente amato, e dal quale ha ricevuto in dono l’Africa da rigenerare. Questa reciprocità tra consacrazione e missione caratterizza la sua esperienza vocazionale dall’inizio alla fine, così che quando parla dell’Africa sta parlando anche di sé come consacrato a Dio e di Dio stesso, da cui ha ricevuto l’Africa in dono.

  • Io sono sempre allegro, e già consacrato a Dio, disposto a tutto quello che Dio vorrà da me. Certo che l’opera dell’Africa incontrerà ostacoli d’ogni genere. Io aiutato dalla grazia, cercherò sempre di operare dietro l’inspirazione di Dio, per seguire in tutto la sua divina volontà, e cooperare, se Dio lo vuole ai disegni della sua misericordia per i poveri Neri” (S 1034).

  • Oppresso da queste acerbissime angustie e colpito da così grandi calamità, non mi sono mai scoraggiato, anzi sono lieto che per la redenzione degli infedeli sia stato fatto partecipe della passione di Gesù Cristo, che è vita e risurrezione. Ripongo tutta la mia speranza nel Signore e nella santità della causa nobilissima, alla quale assieme ai miei zelanti collaboratori mi sono interamente consacrato fino alla morte, e che riguarda la gloria di Dio e la salvezza di tutta l’Africa centrale. Perciò ho deciso di rifugiarmi presso il Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, e di affidarmi alla cristiana carità” (MDC, 19, p. 203).

  • Si meraviglierà ch’io sia sempre in viaggio e che ora mi trovi a Bressanone. Ma deve sapere che l’Africa e i poveri neri si sono impadroniti del mio cuore, che vive soltanto per loro, particolarmente da quando il Rappresentante di Gesù Cristo, il S. Padre, mi ha incoraggiato a lavorare per l’Africa” (S 941).

  • Non trovo parole per descrivere il dolore che provo, e la mia profonda afflizione di cuore e con quale gravità e intensità pesi su di me il pensiero della desolazione e del letargo in cui sono immersi questi infelici! Io fui testimone oculare di queste catene spi­rituali e della profonda miseria di questi infelici. Il pensiero di una miseria umana così immane che pesa sulla mia cara Nigrizia, mi toglie in molte notti il sonno ed al mattino mi sveglio più stanco che non fossi stato alla sera. E in queste notti lunghe e piene d’affanno, prima che me n’avveda, la mia fantasia corre alle riarse terre dell’Africa Centrale, ancora inesplorate e teatro delle condizioni più sconcertanti. Poi nell’imma­ginazione ripercorro tutta l’Europa civile e mi guardo attorno per vedere se mai appaia un raggio di speranza, che possa essere di beneficio ai miei poveri neri!” (S 2543).

Comboni, “servus Afrum” per vocazione (S 6809), che aveva fatto dell’Africa la sua “amante” (S 3369) e “l’unica passione” della sua vita (S 6983), non poteva fermarsi alle sue necessità di ordine religioso a causa del paganesimo. C’erano ancora altri mali da denunciare e combattere. La schiavitù specialmente. “Per salvare gli Africani dalla schiavitù ho deciso con i miei valorosi compagni di fatiche, di affrontare la fame, la sete, il caldo e i pericoli della vita” (S 2303). Di qualche schiavitù si tratta? Di quella simboleggiata dalle “piramidi” di Egitto (cf S 2545): spirituale ma anche fisica, quella tratta degli schiavi “che dalle regioni centro-africane convogliava masse di persone strappate violentemente dalle loro terre, verso i mercati di Zanzibar, di Khartum e del Cairo” (Positio, p. LXIV).

La tratta degli schiavi per eliminare la quale i suoi missionari erano “decisi a sacrificare la loro vita” (S 3369), è nelle parole di Comboni un autentico inferno: “la piaga più grande di tutte”, “la violazione dei diritti umani più santi”, un “mercato dell’umanità” eretto “sull’interesse più basso e degradante” e sulla “cupidigia più vergognosa” da malvagi “rapitori di uomini” che rimangono impuniti, mentre migliaia di “poveri camiti” segnano “il sentiero con il sangue che esce dai loro piedi gonfi”, vengono venduti, sfruttati e poi abbandonati a se stessi, cosicché muoiono soli, senza che nessuno versi “lagrime di compassione” sulle loro salme che diventano “ben presto preda dei cani e delle bestie feroci” (cf S 4953-4957).

2. 2. Comboni consacra la sua vita vivendo i consigli evangelici

Nell’Omelia di Khartum del 1873, Comboni proclama la radicalità della sua consacrazione alla causa della Nigrizia come totale dono di sé vissuto nella castità, nella povertà e nell’obbedienza.

L’Omelia di Khartum mette in luce come la professione dei consigli evangelici è vissuta da Comboni in chiave missionaria, cioè qualificata dai suoi ideali missionari, incentrati sul Cuore di Gesù e la Nigrizia. La sollecitudine di Comboni per le sorti dell’Africa rivela la profondità del dono di sé a Dio, vissuto come partecipazione nell’amore casto, povero ed obbediente del Cuore di Gesù, “che ha palpitato anche per i poveri neri dell’Africa centrale” (S 5647). Non è difficile, per tanto, individuare nell’Omelia di Khartum gli elementi di una formula di consacrazione missionaria, in cui Comboni fa suoi questi palpiti che si esprimono nella professione dei consigli evangelici. Essa può essere considerata come l’inno dell’amore casto di Comboni per la Nigrizia; un amore casto, vissuto in povertà ed obbedienza, così come l’ha imparato dal Cuore di Cristo, che gli permette di dichiararsi “vostro per sempre”: S 3156 3159.

2.2. 1. Castità: “Il primo amore della mia giovinezza fu per voi”

La castità è vissuta da Comboni come totale donazione di sé alla Missione nell’Amore che abita il suo cuore, come un lasciarsi abitare dall’Amore irradiandolo sulle persone che Dio gli affida:

  • Il primo amore della mia giovinezza fu per voi… Lasciando quanto più caro avevo al mondo venni tra voi… Voi siete figli miei, vi abbraccio e vi stringo al cuore: io sono vostro Padre… Assicuratevi che l’anima mia vi corrisponde un amore illimitato per tutti i tempi e per tutte le persone… Io ritorno fra voi per non più cessare di essere vostro”.

Da questa testimonianza si possono capire tante altre espressioni del suo zelo apostolico:

  • Vorrei avere cento lingue e cento cuori per raccomandare la povera Africa, che è la parte del mondo meno nota, e più abbandonata” (S 1215).

  • Io non ho che la vita per consacrare alla salute di quelle anime: ne vorrei avere mille per consumarle a tale scopo” (S 2271).

  • Noi lavoriamo e soffriamo per amore di Dio e delle anime” (S 6855).

  • La missione è l’unico desiderio della mia vita” (S 5061).

  • La vita del missionario è carità, ma una carità anche paterna” (S 5859).

  • Il Signore l’ho sempre servito e lo servo adesso, e lo servirò sempre fino alla morte in mezzo alle più gran croci e patimenti, e col sacrificio della mia vita” (S 6900).

2.2. 2. Povertà: “Voi siete la mia eredità… Il vostro bene sarà il mio e le vostre pene le mie”

Comboni nella Omelia di Khartum rivela una povertà vissuta anzitutto come solidarietà nella reciprocità con il suo popolo; unica ricchezza infatti di Comboni è il suo popolo; ciò che egli è e ciò che ha, appartiene al popolo ed il popolo appartiene a lui: “Io ritorno fra voi per non più cessare d’essere vostro… Voi siete la mia parte e la eredità…Il vostro bene sarà il mio, e le vostre pene saranno pure le mie”.

Allo stesso modo che la castità, anche la povertà è vissuta da Comboni come irradiazione dell’amore di Dio che arde dentro il suo gran cuore verso “i poveri neri” e diviene sua compagna inseparabile nel servizio missionario:

  • Egli fin dall’inizio della sua esperienza missionaria costata che i mazziani sono più poveri dei tedeschi e perciò hanno più speranza di riuscire nella missione: S 227 e 208.

  • Si dichiara povero anzi poverissimo per vocazione e necessità, perché sacrifica tutta la sua esistenza per soccorrere i suoi fratelli in Cristo: S 1769; 2320.

  • Per questo i mezzi di cui dispone sono a servizio della missione: “Non mi è permesso, in coscienza di spendere un soldo per il mio piacere”: S 1772.

  • In lui la povertà è anzitutto umiltà e spirito di sacrificio. Ricordando la sua preghiera in Terra Santa si definisce: Povero, poverissimo al cospetto del Signore: S 87. In seguito si dichiara: Servo dei neri: S 437; Povero crocifisso, ma sempre allegro e contento: S 2026.

  • Povero per vocazione, Comboni possiede come unica ricchezza un gran cuore. Massaia ha colto come caratteristica peculiare della vita del Comboni il suo gran cuore, totalmente libero, in cui arde l’amore di Dio che si riversa sui “poveri negri”: “Ho sempre ammirato come ammiro attualmente, la vostra costanza nell’amore verso i poveri negri… Quanto bramerei abbracciarvi ancora una volta… Voi mi conoscete e perciò non vi aspettate da me cerimonie inutili. Sapete che non vi amo per la vostra bella figura, ma per il vostro gran cuore e per l’amore di Dio che vi arde dentro; e ciò vi basti”: Positio I, pp. CI-CII.

  • Abitato dall’amore di Dio e perciò libero da ogni ricchezza, da ogni paura e da ogni affetto, Comboni non può vivere che per l’Africa: “Fissate nella mente che Comboni non può vivere che per l’Africa: mi raccomando alla vostra protezione, fratellanza e amicizia. Bisogna che le opere di Dio incontrino difficoltà. Così portano i disegni adorabili della Provvidenza”: S 1185.

  • La povertà di Comboni è partecipazione e fiducia nel sacrificio glorioso di Gesù sul Golgota: “Solamente Colui, che col suo sacrificio glorioso sul Golgota volle che fosse estirpata per sempre dalla terra la schiavitù, egli che annunciò agli uomini la vera libertà, chiamando tutte le nazioni e ogni singolo essere umano alla figliolanza di Dio, al quale l’uomo rigenerato con la vera fede può dire Abba Pater, solamente Lui potrà liberare l’Africa dalla macchia della schiavitù”: S 1820.

2.2. 3. Obbedienza: “Io prendo a far causa comune con voi”

L’obbedienza è vissuta da Comboni fondamentalmente come obbedienza alla vocazione, cioè come fedeltà a Dio nel servire il popolo che Egli gli affida attraverso la Chiesa; un’obbedienza quindi che si traduce in attenzione, ascolto e obbedienza al popolo di Dio nelle sue necessità. Questa obbedienza al popolo di Dio lo fa essere risposta di Dio al Suo popolo: “Io prendo a far causa comune con ognuno di voi… non ignoro punto la gravezza del peso che mi indosso….difendere gli oppressi… mi aiuterete a portare questo peso con gioia”.

Questo stile di obbedienza nasce da alcune convinzioni e atteggiamenti che segnano la vita del Comboni:

  • L’obbedienza che Comboni impara dal Cuore di Gesù, è obbedienza anzitutto alla Chiesa. Egli è convinto che riceve e vive la sua vocazione nella Chiesa e per mezzo della Chiesa, perciò si abbandona ai superiori, alla Santa Sede, a Propaganda Fide: “Io ho venduto la mia volontà, la mia vita, e tutto me stesso alla S. Sede, cioè, al Vicario di Cristo, all’E.mo Card. Prefetto di Propaganda ed ai loro venerati Rappresentanti, ed intendo lavorare unicamente, e direi ciecamente, sotto la loro sacra guida ed autorità, e mi rifiuterei anche a convertire, se lo potessi con la grazia di Dio, tutto il mondo, ove non lo fosse per comando ed autorità della S. Sede e dei suoi Rappresentanti, fonte unica di benedizione e di vita. Per me la divina Provvidenza è unicamente l’autorità della S. Sede, a cui fu detto: qui vos audit, me audit”: S 2635.

  • Questa obbedienza “cieca” in Comboni è fedeltà a se stesso, a ciò che egli è in virtù del suo “sì” alla vocazione ricevuta, è autenticità di vita a cui non può rinunciare, perciò: “Se il Papa, la Propaganda e tutti i Vescovi del mondo mi fossero contrari, abbasserei la testa per un anno, e poi presenterei un nuovo piano: ma desistere dal pensare all’Africa, mai, mai”: S 1071.

  • L’obbedienza che nasce in Comboni come fedeltà alla vocazione ricevuta e vissuta in comunione con l’autorità della Chiesa, è praticata all’insegna del sacrificio, dell’intelligenza e della creatività, che esigono un esercizio maturo della libertà personale: “La lacrimevole miseria dei poveri Negri pesa immensamente sul mio cuore, e non v’è sacrifizio ch’io non mi senta disposto ad abbracciare, per il loro bene. Se l’Em. V. non approverà un Piano, io ne farò un altro: se non accoglierà questo, ne apparecchierò un terzo, e così di seguito fino alla morte” (a Barnabò, S 1011).

Conclusione

Nelle Regole del 1871 Comboni propone ai suoi missionari uno stile di vita di consacrazione totale ed esclusiva all’evangelizzazione degli abbandonati dell’Africa (Cap. II, S 2654-55).

In questa proposta inculca alla nascente famiglia missionaria l’esperienza della donazione o consacrazione di se stessi, che egli aveva compiuto nella sua gioventù e viveva con generosità crescente.

In particolare il Cap. X ha il carattere di una condivisione di vita. In esso, infatti, Comboni delinea i tratti spirituali dell’Istituto e li propone ai suoi nella forma in cui li viveva personalmente: vita di consacrazione, seguendo Gesù secondo i consigli evangelici nella missione presso gli abbandonati africani. È la proposta di uno stile di vita, fondata su elementi raccolti da varie fonti, ma vissuti in prima persona e arricchiti dall’apporto della propria esperienza spirituale incarnata nella situazione concreta della missione dell’Africa Centrale.

Per Daniele Comboni la vita del missionario è vita di consacrazione a Dio per “la sua gloria e il bene delle anime”, vissuta tenendo lo sguardo fisso in Gesù Cristo Crocifisso. Illuminato dalla Carità del Cuore Trafitto di Cristo, il missionario fa l’offerta di se stesso a Dio per la salvezza delle anime. La spinta di questa Carità, ricevuta mediante lo Spirito Santo, lo porta a fare l’offerta di tutto il suo essere (corpo-mente-cuore), vivendo fino al martirio gli atteggiamenti del Cuore di Gesù: la sua donazione incondizionata al Padre, l’universalità del suo amore per il mondo e il suo coinvolgimento nel dolore e nella povertà degli uomini (cf. Col 3, 9-11; RV 3-5).

Il coinvolgimento nella Carità del Cuore di Gesù sospinge il missionario a vivere i tre consigli evangelici. A questo si riferiva Comboni quando diceva che i suoi missionari “vivono come religiosi” (S 2631). La Vita Religiosa, per tanto, in senso teologico e spirituale rientra nell’ispirazione originaria del Fondatore e fa parte della sua esperienza personale.

La Regola di Vita ci ripropone questa visione del Comboni, collegandola con la dottrina del Concilio Vat. II, dove afferma che Cristo “vergine e povero, con la sua obbedienza fino alla morte di croce, redense e santificò il mondo” (cf PC 1a; 14; RV 22).

Il coinvolgimento nella carità del Cuore di Gesù mediante la professione dei consigli evangelici, produce nel missionario un’irruzione di vita nuova nel Signore Gesù, che diviene in lui forza che attrae e trascina l’umanità verso Dio e zelo che dà alla carità del missionario le dimensioni del mondo.

Preghiera

Volgiamo lo sguardo a te, / Gesù dal costato trafitto,
che nello Spirito ti sei offerto al Padre.
Dal tuo fianco sgorga l’acqua viva / e il sangue della nostra redenzione.
La tua gloriosa ferita ci ha guariti, / la tua volontà d’amore ci ha santificati.
Donaci di partecipare alla tua redenzione / con l’offerta della nostra vita.
Insieme con noi accogli / le sofferenze e le attese del mondo.
Seguendo te, Buon Pastore, / che hai dato la vita per noi,
partecipiamo al tuo amore solidale
perché la salvezza raggiunga ogni essere umano.
Amen.

1 Cf Arnaldo Baritussio, Cuore e Missione, p. 109s.

2 Per questo tema mi hanno dato lo spunto e mi sono servito degli appunti offerti da P. Teresino Serra MCCJ al Corso Comboniano di Rinnovamento durante gli Esercizi Spirituali del 2001 e del 2002.

3 Per questo tema mi hanno dato lo spunto e mi sono servito degli appunti offerti da P. Teresino Serra MCCJ al Corso Comboniano di Rinnovamento durante gli Esercizi Spirituali del 2001 e del 2002.

4 Cf Ratio Fundamentali, Nº 38

5 Cf Aldo Gilli, Il messaggio di Daniele Comboni, p. 380.

6 J. M. Lozano, Vostro per sempre, p. 75.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/02/2018 da in Carisma comboniano, ITALIANO.

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