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II Domenica di Quaresima (B) Commento

II Domenica di Quaresima (B)
Marco 9,2-10

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Così il Signore ha sognato il volto dell’uomo,
Commento di Ermes Ronchi

Dall’abisso di pietre al monte della luce, dalle tentazioni nel deserto alla trasfigurazione. Le prime due domeniche di Quaresima offrono la sintesi del percorso che la vita spirituale di ciascuno deve affrontare: evangelizzare le nostre zone d’ombra e di durezza, liberare tutta la luce sepolta in noi. In noi che siamo, assicura Gesù, luce del mondo. Guardate a lui e sarete raggianti e non avrete più volti oscuri, cantava il salmista.

Aveva iniziato in Galilea la sua predicazione con la bella notizia che il regno di Dio si è fatto vicino; convertitevi, diceva, e credete che Lui è qui e guarisce la vita. Oggi il Vangelo mostra gli effetti della vicinanza di Dio: vedere il mondo in altra luce e reincantare la bellezza della vita.

Gesù porta i tre discepoli sopra un monte alto. La montagna è la terra che penetra nel cielo, il luogo dove si posa il primo raggio di sole e indugia l’ultimo; i monti sono, nella Bibbia, le fondamenta della terra e la vicinanza del cielo, il luogo che Dio sceglie per parlare e rivelarsi. E si trasfigurò davanti a loro. E le sue vesti divennero splendenti, bianchissime. Anche la materia è travolta dalla luce. Pietro ne è sedotto, e prende la parola: che bello essere qui, Rabbì! Facciamo tre capanne. L’entusiasmo di Pietro, la sua esclamazione stupita: che bello! ci fanno capire che la fede per essere pane nutriente, per essere vigorosa, deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un “che bello!” gridato a pieno cuore. Avere fede è scoprire, insieme a Pietro, la bellezza del vivere, ridare gusto a ogni cosa che faccio, al mio svegliarmi al mattino, ai miei abbracci, al mio lavoro. Tutta la vita prende senso, ogni cosa è illuminata: il male e il buio non vinceranno, il fine della storia sarà positivo. Dio vi ha messo mano e non si tirerà indietro.

Ciò che seduce Pietro non è lo splendore del miracolo o il fascino dell’onnipotenza, ma la bellezza del volto di Gesù, immagine alta e pura del volto dell’uomo, così come lo ha sognato il cuore di Dio. Intuisce che la trasfigurazione non è un evento che riguarda Gesù solo, ma che si tratta di un paradigma che ci riguarda tutti e che anticipa il volto ultimo dell’uomo, è «il presente del nostro futuro» (come Tommaso d’Aquino chiama la speranza).

Infine il Padre prende la parola ma per scomparire dietro la parola del Figlio: «Ascoltate Lui». Sali sul monte per vedere e sei rimandato all’ascolto. Scendi dal monte e ti rimane nella memoria l’eco dell’ultima parola: Ascoltate Lui. Nostra vocazione è liberare, con gioiosa fatica, tutta la bellezza di Dio sepolta in noi. E il primo strumento per la liberazione della luce è l’ascolto della Parola.

Ascoltate lui, il Figlio amato!
Commento al Vangelo di Enzo Bianchi

La seconda domenica di Quaresima è tradizionalmente la domenica della trasfigurazione di Gesù, ovvero il polo opposto alla prima, dedicata alle tentazioni di Gesù. Quest’anno leggiamo il racconto presente nel vangelo secondo Marco, e siccome abbiamo commentato ormai tantissime volte l’inesauribile mistero della trasfigurazione del Signore, ci prenderemo anche un po’ di libertà, per dire qualcosa su alcuni interventi critici riguardo al linguaggio e allo stile di papa Francesco.

Ma iniziamo con il contestualizzare l’evento: un evento storico, non un mito! Al centro del vangelo Gesù ha fatto per la prima volta alla sua comunità l’annuncio della sua passione, morte e resurrezione ormai prossime, suscitando l’incomprensione da parte di Pietro (cf. Mc 8,31-33), e ha anche detto con forza alla folla che la sequela deve passare attraverso la croce (cf. Mc 8,31-37). Il discepolo di Gesù non può pensare di essere esente dalla croce, non può rifiutarla come scandalo e vergogna, perché, se si vergognerà di Gesù crocifisso, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui alla sua venuta gloriosa (cf. Mc 8,38). Venuta gloriosa che chiuderà la storia, ma della quale – annuncia Gesù stesso – alcuni potranno vedere un’anticipazione (cf. Mc 9,1).

“Sei giorni dopo” queste parole, dunque nel settimo giorno, “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni”, i discepoli a lui più vicini e intimi (testimoni della resurrezione della figlia di Giairo: cf. Mc 5,37; testimoni dell’agonia di Gesù, della sua de-figurazione nell’orto del Getsemani: cf. Mc 14,33), “e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli”. Ed ecco il grande mistero: Matteo scrive che “il suo volto brillò come il sole” (Mt 17,2), Luca che “l’aspetto del suo volto divenne altro” (Lc 9,29). Marco invece è molto discreto, ci dice solo che Gesù “fu trasfigurato (metemorphóte) davanti a loro”, per un’azione divina (espressa al passivo), e così “le sue vesti divennero splendenti, bianchissime, tanto che nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche”.

Ciò che è avvenuto è indicibile, chi può descriverlo adeguatamente? Qui Marco, affinché il lettore comprenda la straordinarietà dell’evento, si serve di un’immagine efficace, espressa in modo semplice, in vernacolo, facendo uso di uno stile che ci può anche sorprendere. L’evangelista più antico parla un greco semplice, non padroneggia questa lingua in modo tale da renderla elegante, come invece fa Luca, e per questo si serve del paragone, appena citato, con il lavoro del lavandaio. Certamente i tre evangelisti sinottici, pur con le loro differenze di stile, non sapevano narrare la trasfigurazione di Gesù con la profondità teologica dei padri della chiesa greca, quando leggeranno questo bianco splendente come “energie increate” presenti nel corpo di Gesù, il Figlio di Dio. Tuttavia il messaggio di Marco ha la stessa qualità teologica degli altri due, e la teofania da lui presentata non risulta più povera o mancante.

Evidenzio questo, pensando al modo di esprimersi di papa Francesco, criticato e spesso anche disprezzato perché a volte si esprime effettivamente in vernacolo, in modo da essere capito da tutti, servendosi di un linguaggio semplice, lontano dal dettato di una lezione teologica. Attenzione, dunque, e “chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!” (Mc 4,9), come Gesù ha più volte ripetuto…

Il bianco è la luce, è il colore del mondo celeste (cf. Dn 7,9), del cielo aperto, e niente sulla terra gli si avvicina. Anche gli angeli della resurrezione (cf. Mc 16,5 e par.; Gv 20,12) e quelli dell’ascensione al cielo, secondo l’iconografia tradizionale, sono vestiti di bianco. Insomma, luminosità straordinaria! Gesù appare dunque trasfigurato, e dal suo corpo emana luce, come la emanava il volto di Mosè (cf. Es 34,29-35), come la emana il Figlio dell’uomo nelle visioni apocalittiche di Giovanni (cf. Ap 1,12-16). Accanto a Gesù “apparve Elia con Mosè, e conversavano con Gesù”: la Profezia e la Legge, delle quali Gesù è interprete e compimento.

Di fronte a tale “visione”, Pietro parla in modo inappropriato, balbetta, non sa cosa dire, se non che occorrerebbe fermare, arrestare quell’evento, renderlo definitivo. Così tutto sarebbe compiuto senza la passione e la croce… Ma questo “congelamento” dell’esperienza non è possibile, e infatti una nube luminosa copre tutti i presenti, mentre una voce proveniente da essa proclama: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (cf. Sal 2,7; Gen 22,2; Dt 18,15). Se al battesimo la voce del Padre era risuonata solo per Gesù (cf. Mc 1,11), qui invece la rivelazione è anche per i tre discepoli. E l’invito è quello decisivo per ogni discepolo di Gesù, di ogni tempo: occorre ascoltare lui, il Figlio, che è il Kýrios, il Signore! Ascoltare lui, non le proprie paure, non i propri desideri, non le proprie immagini e proiezioni su Dio. Sì, anche per vedere e ascoltare Dio (“Shema‘…”: Dt 6,4) ormai occorre vedere e ascoltare Gesù.

E subito dopo nessuna luce, nessuna voce, nessuna presenza: solo Gesù con i tre discepoli, Gesù con loro come lo era stato sempre. Un uomo, un compagno che scende dal monte per compiere il suo cammino verso Gerusalemme, verso la morte che attende ogni giusto, ogni vero figlio di Dio.

Senza tende,
Commento di Don Antonio Savone

Cospargendo il nostro capo di cenere per ricordare che solo Dio può trarre vita dalla nostra pochezza. Lo abbiamo seguito nel deserto della tentazione, dove abbiamo imparato a riconoscere i falsi miraggi del potere, dell’amore di sé e della scorciatoia del magico. Oggi ci lasciamo condurre sul monte e lì gustare qualcosa della bellezza di Dio, della bellezza del vivere per il vangelo e secondo il vangelo. Viene per tutti, infatti, come per Abramo, il momento in cui ci chiederemo: Dio è per noi o contro di noi? Non univoca è la risposta.

Accadrà così anche per la vicenda di Gesù: alcuni contempleranno in lui e nella sua passione e morte la rivelazione stessa di Dio, altri resteranno scandalizzati. E io da che parte starò? Forse, come i discepoli sul monte vorremmo guardarci attorno per vedere se ci saranno altri, se ci sarà qualcos’altro a sostenere la nostra fede. Ma ancora una volta non resterà che Gesù, solo, un Gesù dell’ordinarietà, quello della discesa dal monte. Quello sarà il momento in cui imparare a guardare a lui che ci educa nel cammino di discesa. Guardare a lui significa non anteporre le nostre attese personali al progetto di Dio.

Quanto ci impersona quel Pietro sul Tabor che interviene sempre per avanzare proposte e comunque mettersi avanti! La tentazione di Pietro è anche la nostra. Ci è difficile uscire dal tempo e dalle categorie del fare, dalla logica delle prestazioni e dell’utilità. Pietro non regge alla rivelazione sul monte e vorrebbe trovare una via d’uscita, incurante di quanto sta accadendo lì davanti ai suoi occhi mentre Gesù è a colloquio con Mosè ed Elia. Pietro sfugge a quel Gesù che, secondo altri evangelisti, sta parlando del suo esodo, di quello che di lì a poco gli accadrà. La conosciamo sulla nostra pelle la tentazione di sfuggire a quei momenti che ci chiedono di stare a contatto con la verità di noi stessi, con la verità di Dio. Pietro pensa alla tenda! Non sapeva, infatti, quel che diceva!

La voce dal cielo chiede ai tre sul monte e a tutti noi di ascoltare Gesù e di smetterla di fare cose che non hanno senso. Pietro che fatica a prestare ascolto, farà ancor più fatica nei giorni della passione quando per andar dietro ai suoi progetti, non tarderà a rinnegare e tradire il Maestro perché non condividerà le sue scelte. Pietro vorrebbe circoscrivere Dio alla misura della sua tenda ma non ha capito che non si muove un passo nel cammino della fede finché non si acconsente di entrare nella tenda di Dio così come egli ha scelto di manifestarsi.

È difficile fidarsi del progetto di Dio. Arriva un momento in cui gli stessi discepoli scoprono che non basta aver lasciato le barche e il padre un bel giorno. Non basta entrare una volta nel progetto di Dio: è necessario restarvi, soprattutto quando si ha l’illusione o la pretesa di sapere già cosa egli desideri, quale strada percorrere o il modo in cui si manifesterà. È vero: corriamo il rischio di parlare a vanvera, proprio come Pietro che fatica ad aderire al reale, afferrato com’era dallo spavento. Mettersi nelle mani di Dio, tenere occhi e cuore sempre desti, accettare di lasciarsi sorprendere continuamente da lui non è affatto scontato e soprattutto non è affatto facile. Ma è proprio ciò che continuamente egli ci chiede: lasciarci guidare ancora da lui, anche quando tutto sembra contraddittorio.

Siamo chiamati a confessare tutta la nostra distanza da Dio e dal suo modo di vedere le cose. Per Abramo la nascita di quel figlio insperato sembrava essere un punto di arrivo. E, ad un tratto, tutto è di nuovo messo in discussione. Può Dio far fallire il progetto di dare una discendenza ad Abramo? Abramo si fida e cosa scopre? Che il monte della prova, là dove tutto sembra finire tragicamente, diventa il luogo della benedizione.

Per Pietro, Giacomo e Giovanni il Tabor doveva diventare residenza definitiva, permanente. Cosa desiderare di più? E invece c’è un altro monte dove tutto sembrerà finire tragicamente. Eppure proprio lì, in quella esperienza drammatica, Dio rivela tutta la grandezza del suo amore.

Perché allora è necessario che anche noi accompagniamo i discepoli sul monte della trasfigurazione? Per imparare che solitudine, abbandono, fallimento non sono obbligatoriamente il segno di una vita sbagliata.

Sul monte apprendiamo quanto sia necessario non distogliere gli occhi da Gesù solo, da quello che propone, da quello che fa, da come si muove nelle varie situazioni. Di certo, a guidarlo non sono logiche di efficienza.

Sul monte si apprende inoltre a riconoscere la presenza di Dio là dove non ce lo saremmo mai immaginato. Si impara a riconoscere le sue strade soprattutto quando ci sembrano tanto distanti dalle nostre.

Sul monte si apprende infine che la fedeltà a Dio passa attraverso il mettere in discussione la fedeltà ai nostri progetti. Si impara la fedeltà a quello che ci chiede, non già a quello che avevamo immaginato, anche se sembra mettere in discussione tutto.

Sul monte Abramo ha compreso che il voler bene a quel figlio passava attraverso il non venir meno alla fiducia in Dio. Su un altro monte Gesù sceglierà la fedeltà al Padre e a noi invece che a prospettive di successo.

Sul monte si apprende che la fedeltà passa attraverso il silenzio e l’ascolto: il silenzio di fronte a realtà che sembra ci superino e non poche volte ci fanno soffrire. A parlare, infatti, si rischia di dire cose insensate come Pietro. Ecco, perciò, la necessità dell’ascolto come capacità di accogliere l’Altro che è Dio e lasciarsi ammaestrare da lui.

https://acasadicornelio.wordpress.com

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 22/02/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Quaresima (B) con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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