Debora Donnini per Vatican News 
Nella settima meditazione degli Esercizi spirituali ad Ariccia, don José Tolentino Mendonça ricorda che proprio la nostra povertà è il luogo dove Gesù interviene e che il più grande ostacolo alla vita di Dio dentro di noi non è la fragilità, ma la rigidità e l’autosufficienza. Bisogna quindi imparare a bere dalla propria sete. Il sacerdote portoghese prosegue dunque la sua riflessione sulla sete associandola, mercoledì pomeriggio, alla Passione di Gesù.

La strada ci insegna più della locanda

La Chiesa non deve isolarsi in una torre d’avorio, non deve riprodurre pratiche e comportamenti, diventando custode del sacro ma essere anche discepola, in qualche modo è un’esperienza di nomadismo. Quindi,  anche i non credenti possono guardare con una freschezza sorprendente alla vita di fede. C’è poi il rischio di far fare agli altri, cammini anche esigenti mentre noi rimaniamo seduti. Bisogna stare attenti che la sedentarietà non diventi anche spirituale, un’atrofia interiore.

Vedere nella sete una forma di cammino

Bisogna, poi, vivere la spiritualità come un’avventura comunitaria, metteva in evidenza Gustavo Gutiérrez nel libro “Bere dal proprio pozzo. L’itinerario spirituale di un popolo”. Il pozzo da cui bere è quindi la vita spirituale concreta, ferita da contingenze e ristrettezze:

L’umanità che noi fatichiamo ad abbracciare, la nostra stessa e quella degli altri, è l’umanità che Gesù abbraccia veramente, poiché egli si china con amore sulla nostra realtà, non sulla idealizzazione di noi stessi che ci andiamo costruendo. Il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, insomma, comporta per noi una visione non ideologica della vita.

Perdere la mania di una vita perfetta

La sete, in certo senso, ci umanizza e costituisce una via di “maturazione spirituale”. Quindi facendo un’analisi esistenziale, don José ricorda che serve tanto tempo per perdere la mania delle cose perfette, per vincere il vizio di sovrapporre alla realtà le false immagini. Come scrive Thomas Merton, Cristo ha voluto identificarsi con ciò che non amiamo di noi stessi poiché prese su di sé la nostra miseria e la nostra sofferenza. San Paolo stesso testimonia la fede come un’ipotesi paradossale: “quando sono debole, allora sono forte”.

Il grande ostacolo alla vita di Dio dentro di noi non è la fragilità o la debolezza, ma la durezza e la rigidità. Non è la vulnerabilità e l’umiliazione, ma il suo contrario: l’orgoglio, l’autosufficienza, l’autogiustificazione, l’isolamento, la violenza, il delirio di potere. La forza di cui abbiamo davvero bisogno, la grazia di cui necessitiamo, non è nostra, ma di Cristo.

Le tre tentazioni nel deserto

“Se ci disponiamo all’ascolto, la sete può essere un maestro prezioso della vita interiore”, afferma il predicatore portoghese, soffermandosi, poi, sull’episodio delle tre tentazioni di Gesù nel deserto. La prima quella sul pane. Gesù conosce le necessità materiali umane, ma ricorda che non di solo pane vive l’uomo. La sua risposta non è per farci evadere dalla realtà, ma per farcela considerare come un luogo che deve essere investito dallo Spirito. Per far comprendere la seconda tentazione, il sacerdote si rifà  invece a quando il popolo di Israele nel deserto esige da Mosè che gli dia da bere: per credere, noi vogliamo vedere la nostra sete soddisfatta, ma Gesù “ci insegna a consegnare il silenzio, l’abbandono e la sete come preghiera”. Infine l’ultima tentazione sugli idoli alla quale Gesù risponde: “Il Signore Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. Un brano da accostare al Vangelo di Matteo quando Gesù risorto ricorda che a lui è stato dato ogni potere in cielo e in terra.

Il “potere” di Gesù è l’offerta estrema di sé

Il diavolo vuole essere adorato, afferma ancora don José, ma il suo potere è apparenza, mentre quello del Risorto fa parte del mistero della Croce, dell’offerta estrema di sé. E’ un rischio enorme – prosegue – quando la tentazione del potere, su scala più o meno grande, ci allontana dal mistero della Croce, quando ci allontana dal servizio dei fratelli. Gesù insegna, invece, a non lasciarsi schiavizzare da nessuno e a non fare nessuno schiavo ma a rendere culto solo a Dio e a servire: “noi – conclude – non siamo padroni , siamo pastori”.

Ottava meditazione:
nella parabola del figliol prodigo famiglie come la nostra


Amedeo Lomonaco per Vatican News giovedì 22 febbraio 2018

Uno dei grandi pericoli nel cammino interiore è lo sguardo autocentrato, “nel quale l’io è principio e fine di tutte le cose”. Lo ha detto don José Tolentino Mendonça, incentrando l’ottava meditazione degli esercizi spirituali per il Papa e i collaboratori della Curia Romana, in corso ad Ariccia, sulla parabola del figliol prodigo.

In questa parabola – ha affermato – “vediamo portata in scena una famiglia umana come quella da cui proviene ciascuno di noi”. E’ uno specchio in cui c’è tutto. E’ “una storia che ci afferra dentro” in cui vediamo problematizzata – ha spiegato il predicatore – la relazione tra fratelli”. E ci rendiamo conto “del delicato significato del vincolo filiale”, della trama “sottile e fragile di affetti che intessiamo gli uni con gli altri”.

Desiderio alla deriva

La parabola – ha spiegato don José Tolentino Mendonça – ci mette in discussione:
“Dentro di noi, in verità, non ci sono solamente cose belle, armoniose, risolte. Dentro di noi ci sono sentimenti soffocati, tante cose da chiarire, patologie, fili da connettere. Ci sono zone di sofferenza, ambiti da riconciliare, memorie e cesure da lasciare a Dio perché le guarisca”.

E il nostro tempo è dominato da “un desiderio alla deriva” che promuove “in noi, figlioli prodighi”, il facile arbitrio, il capriccio, l’edonismo. E tutto questo si sviluppa in “un vortice ingannevole” dettato dalla “società dei consumi” che promette di soddisfare tutto e tutti identificando “la felicità con la sazietà”. Siamo così “satolli, pieni, soddisfatti, addomesticati”. Ma questa sazietà che si ottiene con i consumi – ha detto padre José Tolentino Mendonça – è “la prigione del desiderio”.

Aspettative malate

Al bisogno di libertà del figlio più giovane, sospinto da “passi falsi” e da “fantasie di onnipotenza”, si aggiungono in parallelo le “aspettative malate” del figlio maggiore:

“Le stesse che con grande facilità si infiltrano in noi: la difficoltà di vivere la fraternità, la pretesa di condizionare le decisioni del padre, il rifiuto di gioire del bene dell’altro. Tutto ciò crea in lui un risentimento latente e l’incapacità di cogliere la logica della misericordia”.

Il pericolo dell’invidia

E ai passi falsi del figlio minore, animato in gioventù da un desiderio alla deriva, si sovrappone poi un altro pericolo che logora il figlio maggiore. E’ l’invidia. Anche questa – ha detto il predicatore – è una patologia del desiderio. E’ una mancanza d’amore, una “rivendicazione sterile e infelice”. Il figlio maggiore, che non è riuscito a risolvere la relazione con il fratello, è ancora lacerato da “aggressività, barriere e violenza”. Il contrario dell’invidia, invece, è la gratitudine che “costruisce e riscostruisce il mondo”.

La misericordia è un Vangelo da scoprire

Accanto a queste figure di figli che, a loro modo, ci rispecchiano, emerge quella del padre:
“E l’icona della misericordia è questo padre. Ha due figli e capisce che deve rapportarsi a loro in maniere differenti, riservare a ciascuno uno sguardo unico”.

La misericordia – ha detto infine don José Tolentino Mendonça – “non è dare all’altro quello che si merita”. La misericordia è compassione, bontà, perdono. E’ “dare di più, dare al di là, andare oltre”. E’ un “eccesso di amore” che cura le ferite. La misericordia è uno degli attributi di Dio. Credere in Dio è, dunque, credere nella misericordia. La misericordia – ha concluso il predicatore – è un Vangelo da scoprire.

Nona meditazione:
ascoltare la sete delle periferie


Michele Raviart per Vatican News
La periferia è nel Dna cristiano ed è un orizzonte nel quale la Chiesa deve riscoprirsi. Così don Josè Tolentino Mendonça nella meditazione di giovedì pomeriggio con il Papa e la Curia Romana, in corso ad Ariccia.

  

“Dov’è nostro fratello?”. A partire dalla domanda di Dio nella Genesi scaturisce la nona meditazione degli esercizi spirituali per il Papa e i collaboratori della Curia Romana, in corso ad Ariccia, dedicata ad “ascoltare la sete delle periferie”. L’invito di don Josè Tolentino Mendonça, vicerettore dell’Università Cattolica di Lisbona, è quello di “guardare ad occhi ben aperti la realtà del mondo che ci sta intorno” e di cercare nostro fratello tra i poveri e gli ultimi del mondo, non separando la “sete spirituale” dalla “sete letterale”. Uno dei criteri per capire cos’è “centro” e cosa è “periferia” nel mondo, è infatti proprio l’accesso all’acqua, diritto inalienabile della persona. Come già affermato nella Laudato Si’ e ribadito dai dati delle organizzazioni internazionali, oltre 2 miliardi di esseri umani non hanno la possibilità di fruire di acqua potabile. Una moltitudine letteralmente assetata, davanti alla quale si “rende urgente adottare un’autentica conversione degli stili di vita e di cuore”, “che vada in direzione contraria alla cultura dello spreco e della diseguaglianza sociale”. Dove i Paesi ricchi sperperano le loro risorse, infatti “gli altri vivono nel supplizio”.

Gesù è “un uomo periferico”

In questo contesto “la Chiesa non deve aver paura di essere profetica e di mettere il dito nella piaga” e non può che confrontarsi con le periferie del mondo. “Un discepolo di Gesù deve saperlo convintamente”, innanzitutto perché “Gesù stesso è un uomo periferico”. Non era cittadino romano, né faceva parte della élite giudaica, è nato nella periferia della Giudea, a sua volta periferia di Israele e dell’impero. E alle periferie si rivolge, dando dignità ad ammalati, ossessi, poveri, stranieri e peccatori.

La periferia è nel Dna cristiano, lo avvicina al suo contesto originario, ma anche al suo programma. E’ una chiave indispensabile per la sua ermeneutica spirituale ed esistenziale. In tutte le epoche rimarrà, per l’esperienza cristiana, il luogo privilegiato dove incontrare e reincontrare Gesù.

Nelle periferie la vitalità del progetto cristiano

Il cristianesimo stesso è poi per sua natura una “realtà periferica”. Lo si può vedere in concreto, dove i centri delle città sono divenuti “un polo di attività burocratiche e commerciali” e “una vetrina del passato” per i turisti, mentre “la vitalità del progetto cristiano si gioca nelle periferie”, “dove spesso non c’è neppure la presenza di una chiesa in muratura e dove tutto è più precario, rarefatto o appena abbozzato”. Per la Chiesa la periferia è quindi un orizzonte e non un problema ed è dove può uscire da se stessa e riscoprirsi.

La scelta dell’incontro con le periferie non è unicamente un imperativo della carità, è una mobilitazione storica e geografica che consente l’incontro con ciò che il cristianesimo è stato e con ciò che esso è. Anche le periferie della Chiesa hanno sete: di essere ascoltate.

Come avvertiva San Giovanni Crisostomo, la Chiesa deve evitare il “terribile scisma” tra “quello che separa il sacramento dell’altare, dal sacramento del fratello, quello che pericolosamente allontana il sacramento dell’eucarestia dal sacramento del povero.

Periferie come luoghi dell’anima

Le periferie esistenziali tuttavia non sono solo economiche, conclude don Mendonça, e sappiamo tutti come tra noi e chi sta al nostro fianco ci siano spesso distanze infinite da abbracciare e sconfiggere”. Per questo l’umanità va abbracciata e anche se non riusciamo a impedire le lacrime sul volto del prossimo, possiamo porgergli un fazzoletto e dirgli “sono qui”, “non sei solo”. Le periferie, infatti, “non sono solo luoghi fisici, sono anche punti interni della nostra esistenza, sono luoghi dell’anima che hanno bisogno di essere pascolati”.

Decima meditazione:
un credente non sia mai sazio di Dio


Gabriella Ceraso per Vatican News

L’ultima meditazione che don José Tolentino Mendonça, ha proposto oggi al Papa e alla Curia, segue il filo conduttore del Discorso della montagna, le Beatitudini,  “volto” e “vita” stessa di Gesù a cui invita a conformarsi, per concludere poi con l’auspicio che la Chiesa impari da Maria la compassione, la tenerezza e la cura che la “sete di ogni essere umano domanda senza parole”.

Le Beatitudini, una chiamata esistenziale

Le Beatitudini, quelle che leggiamo nelle pagine del Vangelo di Matteo, spiega don José, “sono più di una legge”: rappresentano di per sé una “configurazione della vita”, una “vera chiamata esistenziale”. Esse disegnano “l’arte di essere qui e ora”, ma indicano anche l’”orizzonte di pienezza escatologica” verso cui convergiamo. A ben guardare  però,  aggiunge don José, le Beatitudini sono anche l’ “autoritratto di Gesù più esatto e affascinante”, la chiave della sua vita, “povero in spirito, mite e misericordioso, assetato e uomo di pace, affamato di giustizia e con la capacità di accogliere tutti”:

Le beatitudini sono il suo autoritratto, l’immagine di sé stesso che egli incessantemente ci rivela e imprime nei nostri cuori. Ma sono anche il suo ritratto che ci deve servire da modello nel processo di trasformazione del nostro stesso volto, nel quale approfondire l’ «immagine e somiglianza» spirituale che lega ogni giorno il nostro destino al destino di Gesù.

E più siamo il Suo “ritratto” e la Sua ” memoria”, rimarca don José,  più lo vediamo per quello che Egli è.

No ad un Cristianesimo di sopravvivenza

La sete di Dio è fare che “la vita delle sue creature sia una vita di beatitudine” . Come? Riscattando le nostre vite con un “amore” e una “fiducia” incondizionati . E’ questo il  Suo “metodo”, spiega, è questa la “beatitudine che ci salva”. E’ questo “stupore di amore a farci ripartire”, questa “sete” che riesce a strapparci dall’ ”esilio in cui noi avevamo fatto approdare la nostra vita”:

Per quello non ci basta un cristianesimo di sopravvivenza, né un cattolicesimo di manutenzione. Un vero credente, una comunità credente, non può vivere di sola manutenzione: le serve un’anima giovane e innamorata, si nutre della gioia della ricerca e della scoperta, rischia l’ospitalità della Parola di Dio nella vita concreta,  parte all’incontro con i fratelli nel presente e nel futuro, vive nel dialogo fiducioso e nascosto della preghiera.

E’ urgente, prosegue il predicatore, “riscoprire la beatitudine della sete”: la cosa peggiore per un credente è “essere sazio di Dio”. Beati invece quelli che “hanno fame e sete di Dio”: l’esperienza della fede infatti, ribadisce, “non serve a risolvere la sete” bensì a “dilatare il nostro desiderio di Dio, a intensificare la nostra ricerca. Abbiamo forse bisogno di riconciliarci più volte con la nostra sete ripetendoci: ‘La mia sete è la mia beatitudine'”.

La Chiesa come Maria: in ascolto, onesta e al servizio

E ancora alla Chiesa don José si rivolge nell’ultima parte della sua meditazione dedicata alla “beatitudine” di Maria, maestra e modello della Chiesa in cammino. E’importante non guardare alla beatitudine di Maria, afferma,  in “chiave astratta”, bensì “reale e concreta”. Il suo dialogo con Dio, al momento dell’Annunciazione infatti, è ” franco”, non lascia fuori emozioni, sorprese e dubbi fino alla fiducia incondizionata e al suo sì. Dio, vuole dire don José, ci salva non  “malgrado noi, ma con tutto quello che noi siamo” e  questo ci fa “affrontare la vita con rinnovata fiducia”.

La conclusione è mostrare alla Chiesa lo stile mariano come modello ispiratore del vivere: Maria “ospitale”, in ascolto e “aperta alla vita”; Maria “onesta” nei confronti di Dio; Maria “al servizio” di un progetto più grande. Senza Maria, conclude, la Chiesa rischia di “disumanizzarsi”, di diventare “funzionalistica”, “una febbrile fabbrica incapace di sosta”.