COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

La Samaritana e il “cammino dello spirito” proposto da san Daniele Comboni

Spiritualità comboniana (6)

Il venerdì – che ci ricorda il Cuore di Cristo – pubblichiamo un testo di spiritualità comboniana. Iniziamo con una serie di riflessioni offerte da P. Carmelo Casile durante un corso di esercizi spirituali alla comunità di Castel d’Azzano (Verona),  prendendo come punto di riferimento alcune Icone di Marko Rupnik della cappella di Capiago (Dehoniani)
Testo word 6. La Samaritana e la proposta di Comboni
Testo PDF   6. La Samaritana e la proposta di Comboni

samaritana (2)

LA SAMARITANA
e il “cammino dello spirito” proposto da
san Daniele Comboni

P. Carmelo Casile

In Comboni non troviamo un aggancio esplicito con l’icona dell’incontro di Gesù con la Samaritana nel pozzo di Sichem. Tuttavia il contenuto fondamentale di questo incontro lo possiamo individuare nel “cammino dello spirito” (S 2712), che egli vive e propone ai suoi missionari, in maniera molto precisa nelle Regole del 1871.

Comboni, missionario consacrato all’Africa, cerca e accoglie compagni con cui condividere questa sua consacrazione, riassunta ed espressa nel famoso motto «O Nigrizia o Morte!»: «I miei missionari ed io saremo perseveranti nel nostro grido di guerra: O Nigrizia o Morte!» (S 5849).

Questo motto esprime l’audacia dello spirito missionario e il proposito di perseveranza nella consacrazione missionaria vissuti da Comboni e da lui inculcati ai suoi missionari. Infatti nel Regolamento del 1869 ad appena due anni dalla fondazione dell’Istituto, Comboni dichiara i suoi missionari “consacrati” all’opera della rigenerazione dell’Africa. Più esplicitamente nelle Regole del 1871 prescrive: «Non verrà ammesso all’Istituto nessuno […] il quale non si giudichi disposto a consacrare tutto se stesso fino alla morte per l’Opera della rigenerazione della Nigrizia» (S 2654). Nelle Regole del 1872 — che furono quelle presentate alla Santa Sede per l’approvazione — si legge che il candidato «deve avere una volontà ferma di consacrarsi a Dio per la rigenerazione della Nigrizia fino alla morte» (S 2804).

Perché la consacrazione sia vissuta nell’audacia e nella perseveranza, deve essere animata da una intensa vita spirituale: cioè il missionario deve avere «un forte sentimento di Dio» e un interesse vivo «al bene delle anime»; deve coltivare «una vita di spirito e di fede» e “operare in ispirito e verità”; la pratica costante della preghiera personale (“l’orazione mentale di un’ora la mattina”: S 2707) deve aprirsi alla contemplazione di Cristo morto in croce per la salvezza di tutti (S 2721-2722).

Questo itinerario spirituale viene incrementato in occasione del rinnovo della consacrazione: «[I Missionari della Nigrizia] in certe circostanze di maggior fervore fanno tutti insieme in comune una formale ed esplicita consacrazione a Dio di se stessi, esibendosi ciascuno con umiltà e confidenza nella sua grazia anche al martirio» (S 2892).

Il contenuto di questo atto di consacrazione lo possiamo cogliere nella formula del “giuramento” preparata per i fratelli missionari, della quale — a differenza di quella per i chierici — esiste il testo autografo di Comboni. Ecco i punti salienti:

«Io di mia propria e libera volontà mi obbligo con giuramento dinanzi a Dio di servire in perpetuo la Missione dell’Africa Centrale […] e prometto con giuramento di servirla in quei luoghi ed in quegli uffici che dall’obbedienza mi verranno destinati, senza giammai retrocedere da questo mio fermo proposito neanche in faccia alla morte…» (S 5824).

Il termine “giuramento” che appare in questa formula, è l’equivalente di “consacrazione” e ne esprime il senso, con tutta la forza espressiva che si trova nei passi precedenti, in cui appare il termine “consacrazione”.

Il Comboni era consapevole di chiedere molto ai suoi missionari nel consacrarsi a una vita di grandi sacrifici. Ma era anche consapevole che la missione africana era estremamente dura e difficile. Per cui era indispensabile una dedizione a tutta prova, animata da una generosa tensione alla santità, dalla croce e dalla disponibilità al martirio.

In questa proposta Comboni proietta sulla nascente famiglia missionaria l’esperienza della donazione o consacrazione di se stessi, che egli aveva compiuto nella sua gioventù e viveva con generosità crescente.

In particolare nel Cap. X delle Regole del 1871, che ha il carattere di una condivisione di vita, Comboni propone ai suoi missionari un “cammino dello spirito”, fondato su elementi raccolti da varie fonti, ma vissuti in prima persona da lui stesso e arricchiti dall’apporto della propria esperienza spirituale incarnata nella situazione concreta della missione dell’Africa Centrale.

Possiamo tracciare il profilo spirituale del missionario comboniano rileggendo il Capitolo X delle Regole del 1871, e alla fine non ci sarà difficile riconoscere nella proposta di Comboni ai suoi missionari i tratti fondamentali del cammino spirituale della Samaritana delineato nell’icona: la donna, abbandonata la vita di prima (= la brocca per terra in forma di bara), ormai è tutta protesa verso Gesù, sazia la sua sete di Dio bevendo l’acqua che sgorga dal Cuore trafitto di Cristo, e corre a dirlo ai suoi concittadini in città…

=> Per Comboni, il missionario è un uomo assetato di Dio che sotterra la vita di prima e la centra in Lui solo, animato da un vivo interesse alla sua gloria e al bene delle anime; sazia la sua sete e centra la sua vita in Dio “col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime”:

«La vita di un uomo, che in modo assoluto e perentorio viene a rompere tutte le relazioni col mondo e colle cose più care secondo natura, deve essere una vita di spirito e di fede. Il Missionario, che non avesse un forte sentimento di Dio ed un interesse vivo alla sua gloria ed al bene delle anime, mancherebbe di attitudine ai suoi ministeri, e finirebbe per trovarsi in una specie di vuoto e d’intollerabile isolamento». (S 2698)

«In una parola il Missionario della Nigrizia dee sovente riflettere e meditare, che egli lavora in un’opera di altissimo merito sí, ma sommamente ardua e laboriosa, per essere una pietra nascosta sotterra, che forse non verrà mai alla luce, e che entra a far parte del fondamento di un nuovo e colossale edificio, che solo i posteri vedranno spuntare dal suolo ed elevarsi a poco a poco sulle rovine del feticismo, e giganteggiare, per accogliere poi nel suo seno i cento e più milioni della sventurata stirpe dei Camiti, che da oltre quaranta secoli gemono incurvati sotto l’impero di Satanasso.

Il Missionario della Nigrizia spoglio affatto di tutto se stesso, e privo di ogni umano conforto, lavora unicamente pel suo Dio, per le anime le più abbandonate della terra, per l’eternità. Mosso egli dalla pura vista del suo Dio ha in tutte queste circostanze di che sostenersi e nutrire abbondantemente il proprio cuore, abbia egli in un tempo o vicino, o lontano, per mano altrui e colla propria a raccogliere il frutto dei suoi sudori e del suo Apostolato. Anzi il suo spirito non cerca a Dio le ragioni della Missione da lui ricevuta, ma opera sulla sua parola, e su quella de’ suoi Rappresentanti, come docile strumento della sua adorabile volontà, ed in ogni evento ripete con profonda convinzione e con viva esultanza: servi inutiles sumus; quod debuimus facere fecimus. Luc. XVII». (S 2701-2702)

«Quando il Missionario della Nigrizia ha caldo il cuore di puro amore di Dio, e collo sguardo della fede contempla il sommo vantaggio e la grandezza e sublimità dell’Opera, per cui s’affatica, tutte le privazioni, gli stenti continui, i più duri travagli diventano al suo cuore un paradiso in terra, e la morte stessa, ed il più crudo martirio è il più caro e desiato guiderdone ai suoi sacrifici» (S 2705).

«3º Spirito di Sacrifizio. Il pensiero perpetuamente rivolto al gran fine della loro vocazione apostolica deve ingenerare negli alunni dell’Istituto lo spirito di Sacrifizio.

Si formeranno questa disposizione essenzialissima col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime.

Se con viva fede contempleranno e gusteranno un mistero di tanto amore, saran beati di offrirsi a perder tutto, e morire per Lui, e con Lui. Il distacco, che ha già fatto dalla famiglia e dal mondo, non è che il primo passo: essi cercheranno di andar sempre più consumando il loro olocausto, rinunciando ad ogni affetto terreno, abituandosi a non far caso delle loro comodità, dei loro piccoli interessi, della loro opinione, e d’ogni cosa che li riguardi; perocché anche un tenue filo, che rimanga, può impedire un’anima generosa di elevarsi a Dio. Sarà perciò continua la pratica dell’abnegazione di se stessi, anche nelle piccole cose, e rinnoveranno spesso l’offerta intera di se medesimi a Dio, della sanità, ed anche della vita. Per eccitare lo spirito a queste sante disposizioni, in certe circostanze di maggior fervore faranno tutti insieme una formale ed esplicita dedica a Dio di se stessi, esibendosi ciascuno con umiltà e confidenza nella sua grazia anche al martirio» (2720-2722).

Ora possiamo aggiungere alcune considerazioni per approfondire il rapporto tra l’icona della Samaritana e il profilo spirituale del missionario comboniano:

=> Comboni presenta il missionario come una persona assettata di Dio e animato da un vivo slancio missionario, per cui lavora unicamente per il suo Dio, per le anime le più abbandonate della terra, per l’eternità.

=> L’espressione “per l’eternità” va riferita al lavoro fatto unicamente sia per Dio sia per le anime più abbandonate.

L’orizzonte, infatti, in cui Comboni scopre e vive la consacrazione missionaria è l’eternità, intesa come esperienza profonda, dinamica e perseverante del Mistero di Dio.

Perdendo di vista l’eternità, la vita del missionario è ridotta a semplice attività filantropica e perde lo slancio divino della sua origine ed il suo significato ultimo, per cui il missionario è il primo a rimanere esposto ad una specie di vuoto e isolamento intollerabile.

Nel cammino dello spirito di Comboni, la missione non è una filosofia della vita o un’avventura filantropica causata dai problemi umani degli Africani, ma un’offerta di salvezza, presenza dell’Amore Assoluto, che produce la gioia propria del Regno di Dio, nel costatare che è presenza rigeneratrice dell’uomo oppresso. Il missionario è partecipe di questa gioia, sentendosi amato e inviato da Dio per essere suo strumento in quest’opera di ri-generazione. Far presente l’amore rigeneratore di Dio in mezzo agli ultimi della terra e sperimentare questo stesso amore nella propria vita è lavorare per l’eternità.

Per tanto, per Comboni lavorare per l’eternità non significa che si dedica alla missione per fare meriti e comprare la felicità eterna per se stesso e per gli africani oppressi, ma che si dedica alla missione aperto alle necessità del mondo nell’ottica di Dio, mirando ad un futuro con speranza di resurrezione, perché sa che le uniche buone sono le mani di Dio, Amore “fontale” e finale di ogni vita umana: abbia successo o insuccesso nella missione, Dio Padre è sempre con lui ed è l’unico garante del suo Regno. Perciò egli può morire, ma l’opera che il Padre gli ha affidato non morirà.

=> Il missionario sotterra la vita di prima e mette la sua vita a servizio del bene dei fratelli sfavoriti, spoglio affatto di tutto se stesso, non per un atto volontaristico ed eroico di ordine morale, ma perché, tenendo lo sguardo fisso in Gesù crocifisso, comprende sotto l’influsso dello Spirito Santo cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza dell’umanità.

=> L’attività costante che sostiene il missionario in questo cammino è la pratica di un’orazione per il discernimento così che viva una “vita di spirito e di fede” ed impari a “operare in spirito e verità”:

«Quel che più importa si è che tutte queste pratiche di pietà e di mortificazione non devono diventare con l’abitudine una formalità materiale. E perciò si torna spesso e nei propri esercizi privati di ciascuno, ed anche insieme da tutti, massime nelle conferenze spirituali, sulla necessità di fare orazione succosa e concludente, e di operare in ispirito e verità. A discernere poi se sia verace, o superficiale, si misura la pietà col profitto nella mortificazione interna, e specialmente nelle due virtù fondamentali della vita interiore ed esteriore, l’umiltà e l’obbedienza» (2709).

=> Il cammino dello spirito è l’impegno a coltivare la vita interiore; esso suppone l’ascesi, chiamata anche sforzo ascetico, o lotta spirituale, perché indica esercizio, pratica, e designa l’attitudine, l’impegno, lo sforzo, con cui il cristiano cammina verso Dio, usando i mezzi necessari per lasciarsi plasmare da Dio stesso con l’azione del suo Spirito. Per tanto, nel cammino dello spirito, l’ascesi e l’azione dello Spirito Santo si chiamano in causa reciprocamente e quindi l’una opera in sinergia con l’altra, così che il cammino spirituale, senza l’ascesi, è alienazione, cioè, velleità, desiderio vano.

Comboni è consapevole della necessità di questo sforzo ascetico, lo chiama spirito di sacrificio e lo propone al missionario come una necessità per vivere una vita missionaria “di spirito e di fede” e quindi “operare in spirito e verità”.

Questa necessità nasce nel missionario dalla tensione del suo cuore animato da “un forte sentimento di Dio” e proteso verso la realizzazione della vocazione missionaria, vissuta come olocausto della propria vita, offerta intera di se medesimi a Dio.

Tuttavia il missionario dell’Africa centrale “lavora in un’opera di altissimo merito sì, ma sommamente ardua e laboriosa” (S 2701), perché si realizza tra “le anime più abbandonate della terra “, sfigurate “dagli orrori della schiavitù più inumana” (cf S 2700); per questo, egli nel suo spirito di sacrificio ha bisogno di un supplemento di generosità per mantenersi fedele al dono della vocazione e quindi rimanere fedele ai popoli oppressi dell’Africa Centrale a cui è inviato.

In questo contesto, per il missionario lo spirito di sacrificio è la prima forma di carità. Egli, infatti, impegnato a tenere sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo crocifisso, riconosce che il suo Cuore palpita di amore per ogni essere umano; nel Cuore trafitto di Gesù vede presente Dio-Padre che soffre la sua passione d’amore per il mondo, ed esplode in lacrime negli occhi di Gesù.

Quando il missionario vive tenendo lo sguardo fisso su Gesù crocifisso, il volto del Crocifisso-Risorto si imprime nel suo essere interiore, riceve quindi il riflesso degli atteggiamenti del Cuore di Gesù verso l’umanità, e si apre alla solidarietà benevolente, cioè a quella disponibilità interiore che lo spinge ad amare gli altri con gli stessi atteggiamenti del Cuore di Gesù verso l’umanità, che si esprimono nell’universalità del suo amore per il mondo e nel suo coinvolgimento nel dolore e nella povertà degli uomini, cominciando dagli ultimi (cf Gv 3, 16; 2Cor 5, 14-15; Fil 2, 5ss).

Così il missionario vivendo in solidarietà benevolente, fa “causa comune” e diventa sentinella (cfr. Ez 3, 16) per la vita di quelle persone che la Provvidenza gli mette sul cammino, facendosi collaboratore dello Spirito Santo, affinché ricevano il dono del ripristino della propria condizione di figli e figlie che gridano “Abbà, Padre”.

Lo spirito di sacrificio, per tanto, quando è autentico, non ci allontana dagli altri, anzi ne abbiamo bisogno, perché è spirito di carità che ci spinge sempre più verso di essi, con particolare attenzione per gli ultimi.

Lo spirito di sacrificio così vissuto aggancia saldamente la vita del missionario alla risposta che egli dà alla chiamata di Dio nelle scelte concrete della vita e lo restituisce continuamente rinnovato all’amore e servizio dei fratelli.

Per Comboni, vivere una “vita di spirito e di fede”, “operare in ispirito e verità”, suppone una continua pratica dell’abnegazione di se stessi, per continuare ad elevarsi a Dio e farsi sempre più capace di portare nel cuore gli uomini ricevuti in dono da Dio stesso come fratelli e compagni di viaggio nel pellegrinaggio terreno verso l’eternità, e portare Dio a questi stessi fratelli. Per questo, il missionario che “non cerca a Dio le ragioni della Missione da lui ricevuta, ma opera sulla sua parola, e su quella de’ suoi Rappresentanti, come docile strumento della sua adorabile volontà, ed in ogni evento ripete con profonda convinzione e con viva esultanza: servi inutiles sumus; quod debuimus facere fecimus”.

=> Per mezzo della solidarietà benevolente, il missionario si fa rigeneratore o riparatore con Cristo.

Riparare è un’azione positiva di ricostruzione di ciò che rimase danneggiato o distrutto. È effettuare un restauro. È rifare qualcosa che è stato disfatto. È proprio ciò che Gesù ha operato nella Samaritana, stimolando la sua stessa collaborazione e facendola sua collaboratrice riguardo ai suoi concittadini.

Lo spirito di sacrificio nella sua dimensione di riparazione è ottimista, costruttivo, suscitatore di speranza. Coltivare lo spirito di sacrificio come spirito riparatore e praticare la riparazione é assumere la missione d’infermiere o medico per curare le infermità del peccato. Riparare è amare. «È l’amore “sino alla fine” (Gv 13,1) che conferisce al sacrificio di Cristo valore di redenzione… Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell’offerta della sua vita» (CCC. 616). Riparare è collaborare con Gesù perché dove c’è il male regni il bene (Rm 12, 21), dove abbonda il peccato sovrabbondi la grazia (Rm 5, 20).

Riparare é unirci a Gesù Cristo, all’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. È dire con Paolo: Completo ciò che manca alla riparazione di Cristo nel suo corpo, che è la Chiesa (cfr. Col 1, 24).

Riparare è unirci al Cuore di Gesù mediante la nostra consacrazione, cioè mediante “l’offerta intera di se medesimi a Dio”, mediante l’olocausto della propria vita, che mentre si va consumando è una terapia per il mondo intero, partendo da quei luoghi o da quelle situazioni a cui la sua Provvidenza ci invia…

In fondo, la riparazione è una risposta all’«ho sete » del Cuore Trafitto di Gesù Buon Pastore che è venuto perché tutti abbiamo vita e l’abbiano in abbondanza. Per san Daniele Comboni, l’essere riparatore con Cristo significò vivere per realizzare un piano missionario, che si concretizzò nel «Piano per la rigenerazione dell’Africa». Per Comboni, il Cuore di Gesù palpitò di amore anche per i Neri dell’Africa Centrale. Per questo, al sintonizzarsi con quel palpito del Cuore di Gesù si mette a sua totale disposizione per la rigenerazione di quel popolo.

Lo spirito di sacrificio nell’età anziana

=> Lo spirito di sacrificio nella sua dimensione di riparazione-rigenerazione è vissuto anche e soprattutto nell’età anziana.

Lo spirito di sacrificio, infatti, nella sua dimensione di riparazione-rigenerazione, non è questione di età, e può essere la missione speciale del missionario anziano per mezzo della preghiera. Egli infatti si trova nella situazione di chi non è incalzato dal tempo e di chi è consapevole della fragilità e solitudine a cui sta andando incontro il suo uomo esteriore, ma anche della possibilità di rinnovare per mezzo della preghiera il suo uomo interiore di giorno in giorno (cf 2Cor 4,16) e di continuare a vivere il suo servizio al Vangelo santificandosi.

In questa situazione, l’attività che il missionario ha più a portata di mano è la preghiera. Essa diviene la missione speciale dell’anziano, che lo mantiene nel “sì” della sua consacrazione missionaria e gli dà vigore sempre nuovo. Senza la preghiera la sua età avanzata si apre sul vuoto, perde il suo significato e può ripiegarsi su se stessa, appesantita da una vita di routine che genera insofferenza.

Ma perché la preghiera diventi la missione speciale dell’anziano, bisogna distinguere tra preghiera e preghiere o forme di preghiera. La preghiera nella sua essenza non è una delle tante tra le possibili forme di preghiera, ma è un modo di essere, uno stato interiore di adesione con tutto se stessi a Dio; è uno stato interiore creato e sostenuto dallo Spirito Santo che abita l’interiorità dell’orante e si riflette in tutte le espressioni della sua persona: valori vissuti, comportamenti, situazioni della vita quotidiana; è una energia che viene dallo Spirito Santo, per mezzo della quale il missionario si unisce a Dio e unendosi a Lui si unisce agli altri; sostenuto da questa energia, corrobora la fragilità ed esce dalla solitudine, che sono la più grande minaccia della età avanzata.

Le preghiere invece fanno parte di una molteplicità di forme di preghiera o modi di pregare, che la tradizione della Chiesa ci offre, per alimentare la preghiera, cioè questo stato interiore di adesione con tutto se stessi a Dio.

Tutte le forme di preghiera hanno come scopo di alimentare la preghiera. Tuttavia il missionario alimenta in modo particolare la preghiera, cioè quello stato interiore di consegna totale di sé alla gloria di Dio e al bene dell’anime, quando egli immerge la propria vita marcata dalla fatica, dalla fragilità e dalla solitudine, in quella forma di preghiera che consiste in un’incessante epiclesi, cioè, nell’invocazione costante del dono dello Spirito Santo (cf. Lc 11,13). Il missionario che invoca lo Spirito Santo sulla sua fatica, fragilità e solitudine, riceve il dono di partecipare alla Passione di Cristo per sollevare la vita del mondo intero e orientarla al regno di Dio.

Questa forma di preghiera, che è alla base della vita di ogni missionario, assume un significato particolare nella vita del missionario anziano o infermo, che trova in essa un modo particolarmente efficace di rimanere attivo nella missione.

Sostenuto, infatti, da questa incessante invocazione, rimane radicato nella solidarietà benevolente, e nello stesso tempo corrobora la sua fragilità ed esce dalla solitudine, che sono la più grande minaccia della età avanzata. Cresce così nel senso dell’esperienza ecclesiale, tipica della solitudine del monaco, ma che è figura di ogni cristiano, secondo quanto afferma Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Orientale lumen al numero 14:

«Nella sua orazione il monaco pronuncia una epiclesi dello Spirito sul mondo ed è certo che sarà esaudito, perché essa partecipa della stessa preghiera di Cristo. E così egli sente nascere in sé un amore profondo per l’umanità, quell’amore che la preghiera in Oriente così spesso celebra come attributo di Dio, l’amico degli uomini che non ha esitato ad offrire suo Figlio perché il mondo fosse salvo. In questo atteggiamento è dato talora al monaco di contemplare quel mondo già trasfigurato dall’azione deificante del Cristo morto e risorto».

Il monaco che pronuncia una epiclesi dello Spirito sul mondo è nella Chiesa figura d’ogni cristiano, che esprime per mezzo della preghiera la tensione missionaria della sua vita battesimale.

Per questo, il primo passo del missionario nel suo cammino di evangelizzatore è invocare lo Spirito Santo sul mondo e più concretamente sul popolo a cui è inviato.

Pronunciare una epiclesi missionaria, significa che prendo coscienza della presenza dello Spirito Santo che ricevo dal Cuore di Cristo soprattutto nell’Eucaristia, lo accolgo, lascio che mi coinvolga nel suo amore redentore e ne faccio dono agli altri mediante l’invocazione.

Il missionario anziano che riempie il suo tempo pronunciando una epiclesi missionaria sul mondo, può davvero sperimentare la grazia di una misteriosa e mirabile comunione con tutta la famiglia umana, anzi, con tutto il creato; può scoprire il senso di un detto di un Padre del deserto, Evagrio Pontico, secondo il quale l’eremita è «separato da tutto e unito a tutti».

Immergendo la fragilità e la solitudine dell’età anziana nella logica della gratuità-dono del Cuore di Gesù che raggiunge la sua massima espressione nel Mistero del suo Cuore trafitto sulla Croce, e nel dono dello Spirito che da questo Cuore trafitto il Padre ci invia per una piena conformazione al Figlio (cfr. Gal 4, 12; Gal 2, 20), il missionario può trasformare la sua anzianità come un fruttuoso e fecondo laboratorio, in cui caricandosi di compassione per l’umanità, nel silenzio risanante del deserto della sua anzianità, invoca lo Spirito Santo per sanare in se stesso le ferite del mondo intero, divenendo così “padre dell’umanità”.

Sì, anche se frammentaria, discontinua, minata dalla distrazione e dalla stanchezza, nella solitudine, nella «quotidianità senza avvenimenti” dell’età anziana, la preghiera sarà tanto più cosmica quanto più inabitata dallo Spirito Santo e sostenuta da una carità senza confini: «Ogni volta che tendo le braccia verso Dio per pregare, ho l’impressione di abbracciare nello stesso tempo il mondo intero”, ha risposto un eremita cui è stato chiesto come vivesse la comunione col mondo intero nella sua assoluta solitudine sperimentata sulle immani vette delle Ande cilene. (Parole riportate in A. Louf, Lo Spirito prega in noi, Magnano 1995, p. 142).

Mentre ringraziamo il Signore per averci concesso di accompagnarlo sui sentieri certamente faticosi ma gratificanti della donazione e del servizio missionario, prendiamo coscienza che nell’età anziana è venuto il momento di seguirLo anche su quelli più austeri della fragilità e della solitudine, che lo Spirito Santo, invocato incessantemente, colma di forza e di senso salvifico per noi e per il mondo intero.

Preghiera

Ti ringraziamo, Padre,

per i grandi segni di amore

che ci offri nella vita del tuo Figlio Gesù.

Egli è venuto tra noi per amore,

ha predicato il vangelo ai poveri,

ha guarito le infermità del corpo e dello spirito,

si è fatto commensale con i peccatori.

Rendici sensibili al dolore degli uomini

e disponibili alle loro necessità.

La contemplazione del Costato trafitto

diventi in noi sorgente di solidarietà.

Ti offriamo la nostra riparazione,

che si fa operosa nella carità fraterna

e nell’annuncio del vangelo;

accogli il nostro sacrificio spirituale

e uniscilo all’oblazione eucaristica di Cristo.

Amen.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 23/02/2018 da in Carisma comboniano, ITALIANO.

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 613 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com
febbraio: 2018
L M M G V S D
« Gen   Mar »
 1234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728  

  • 238.862 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: