COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

L’incontro tra Gesù e la Samaritana

Spiritualità comboniana (5)

Il venerdì – che ci ricorda il Cuore di Cristo – pubblichiamo un testo di spiritualità comboniana. Iniziamo con una serie di riflessioni offerte da P. Carmelo Casile durante un corso di esercizi spirituali alla comunità di Castel d’Azzano (Verona),  prendendo come punto di riferimento alcune Icone di Marko Rupnik della cappella di Capiago (Dehoniani)
Testo word 5. La Samaritana
Testo  PDF  5. La Samaritana

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L’INCONTRO TRA GESÙ E LA SAMARITANA
P. Carmelo Casile

Testo base: Gv 4, 1-42: L’incontro di Gesù con la samaritana;
Gv 2, 1-12: Le nozze di Cana.
Gv 20, 11-18: L’apparizione a Maria di Magdala

«Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più volte essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo». [Etty Hillesum]

Nel Vangelo di Giovanni ci sono tre personaggi femminili, ai quali Gesù si rivolge con l’appellativo “donna”, che significa “sposa, moglie” e rappresentano in qualche modo le spose di Dio. Il rapporto tra Dio e il suo popolo, attraverso i profeti, in particolare da Osea in poi, era raffigurato come quello di un matrimonio. Dio era lo sposo e il popolo la sua sposa.

Nel vangelo di Giovanni, Gesù si rivolge innanzitutto a sua madre chiamandola “donna”, cioè “sposa”, alle nozze di Cana, dove la madre rappresenta l’Israele fedele, quella parte buona del popolo che prende consapevolezza che non c’è vino, che non c’è amore, che questa relazione con il Signore non ha più sostanza, non ha più gusto; c’è bisogno di un intervento nuovo.

Poi Gesù, si rivolge con lo stesso appellativo “donna”, moglie, alla donna di Samaria. Questa donna, in quanto Samaritana, è l’immagine di quelli che sono religiosi ma in modo sbagliato perché i Samaritani erano un ibrido rispetto al mondo ebraico; avevano in parte le stesse tradizioni ma erano considerati eretici; in quanto donna adultera è anche figura dei pagani, dei lontani, degli stranieri fuori dell’alleanza. È questa donna che lo sposo va a riconquistare non attraverso delle minacce o dei castighi, ma con un’offerta ancora più grande di amore.

Infine, il terzo ed ultimo personaggio femminile al quale Gesù si rivolge chiamandola “donna”, è Maria di Magdala che rappresenta la nuova comunità, la sposa del Signore.

Nell’icona dell’incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, chiamato anche il pozzo di Sichem, ritorna ancora il tema dell’amore e dell’offerta, l’amore di Dio che rompe ogni frontiera e si riversa come acqua che disseta per la vita eterna. Tutto questo espresso nel tema dell’acqua viva. Essa sgorga dal costato trafitto di Gesù in croce e qui egli ne parla alla samaritana e gliela offre. Il pozzo è pieno di sabbia, è prosciugato, il vento ci ha portato dentro la sabbia.

Cristo, infatti, è il pozzo: il suo vestito è incorporato nel pozzo e il suo mantello prende forma e diventa il pozzo, per offrire da bere una bevanda nuova, già accennata sul costato dove Cristo tiene la brocca.

Il tema dell’acqua viva è accompagnato dal tema del fidanzamento e della sponsalità.

Gesù nella sua Pasqua da la vita per ricomporre quel rapporto tra Dio e il suo popolo, che è definito in termini di sponsalità, e il pozzo nella Bibbia è documentato più di una volta come il luogo del fidanzamento.

Nell’antichità, infatti, il pozzo era luogo naturale di incontro delle persone. Al pozzo si incontravano i pastori che venivano ad abbeverare le loro greggi, si fermavano i mercanti con le loro mercanzie in attesa dei clienti, venivano le donne ad attingere acqua con il fresco del mattino o della sera. Questo compito era riservato soprattutto alle ragazze e certamente i giovani andavano anche loro spesso al pozzo per cercarsi la loro donna. I Patriarchi hanno incontrato lì la loro sposa.

Il servo di Abramo, mandato a cercare una sposa per il figlio Isacco, si siede al pozzo, lì arriva anche Rebecca, iniziano a discorrere e Rebecca, dopo la tradizionale trattativa con i famigliari, viene portata come sposa ad Isacco: Gn 24, 10-25; 26,15-25.

Anche Giacobbe, quando fugge dal fratello, stanco per il viaggio si siede su un pozzo; lì arriva anche una pastorella di nome Rachele che non riesce a togliere la pietra che copre il pozzo. A questo punto lui, giovane forte e deciso, sposta la pietra, permette alla pastorella di abbeverare le pecore e alla fine finisce per sposarla: Gn 29, 1-14.

Anche Mosè, quando scappa dall’Egitto, da giovane, inseguito dalle guardie del faraone, stanco del viaggio si siede presso un pozzo; arrivano le figlie del sacerdote Ietro ed anche dei pastori che non le lasciano attingere. Mosè prende le difese delle ragazze e permette loro di tirare su l’acqua per il bestiame; alla fine il padre delle ragazze gli da in sposa Zippora: Es 2, 15-21.

Nell’icona della Samaritana che stiamo contemplando, il fidanzato che attende seduto presso il pozzo è Gesù, e la donna che viene rappresenta l’umanità bisognosa di salvezza, quindi rappresenta tutti noi.

Gesù torna dalla Giudea per recarsi in Galilea e passa attraverso la Samaria, perché “doveva attraversare la Samaria (4,4).

Questo “doveva attraversare la Samaria”, non si deve a un itinerario geografico. Normalmente dalla Giudea alla Galilea si percorreva la più comoda e tranquilla vallata del Giordano. Prima di tutto perché un giudeo osservante non si mescola con quella popolazione infedele. Attraversare quella regione vuol dire dormire, mangiare, condividere luoghi, utensili di persone impure; è un modo per contaminarsi. Il secondo motivo che sconsigliava l’attraversamento della Samaria era la pericolosità, perché spesso i samaritani aggredivano i pellegrini che andavano o che venivano da Gerusalemme, proprio per motivi di ostilità. Era quindi sconsigliato sia per motivi religiosi, sia per motivi di sicurezza.

Allora questo “doveva” da parte di Gesù “attraversare” la Samaria non si deve a motivi di itinerario, ma a motivi teologici: è un dovere “teologico”, fa parte cioè del progetto di Dio. Assomiglia all’espressione che Gesù adopera quando si rivolge a Zaccheo: «Oggi devo fermarmi a casa tua». Gesù “deve” fermarsi a casa di Zaccheo come “deve” attraversare la Samaria, perché è il progetto di Dio che chiede questa condivisione totale con i peccatori, perché “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tim 2,4).

Nel viaggio attraverso la Samaria Gesù è lo sposo che va a recuperare la sposa adultera. Gesù è lo sposo che è arrivato (Mc 2,19) per portare la vita nuova alla donna che lo ha cercato tutta la vita e che, fino ad allora, non lo aveva trovato.

Dopo un cammino di 7-8 ore sotto il sole cocente, circa l’ora sesta, Gesù, stanco e assetato, si siede accanto al pozzo. I suoi discepoli erano andati in città per comprare da mangiare; il pozzo si trova fuori dal paese, in un’oasi, e in quel momento non c’è nessuno.

L’ora sesta corrisponde al nostro mezzogiorno, ma è importante sottolineare il numero sei perché a Giovanni i numeri interessano particolarmente e, quando offre delle indicazioni del genere, intende comunicare anche un significato che va al di là della semplice cifra numerica. Questa indicazione richiama un’altra ora sesta, un’altra stanchezza di Gesù, quella per il viaggio sotto il peso della croce.

Questa connessione è espressa in una bella strofa del “Dies irae”, in cui il poeta teologo riassume questo episodio: Quaerens me, sedisti lassus, / Redemisti crucem passus: / Tantus labor non sit cassus.= Cercando me, ti sedesti stanco, mi hai redento, soffrendo la Croce: tanta fatica non sia vana!

L’autore di questo inno ha saputo cogliere nel racconto dell’incontro di Gesù con la donna di Samaria un elemento essenziale. “Cercando me ti sei seduto stanco”.

Il viaggio di Gesù è il viaggio alla ricerca dell’uomo, ma non in genere, sta invece cercando me, io sono parte di quella storia; il discorso mi riguarda in prima persona e io mi pongo di fronte a lui dialogando da amico ad amico, riconoscendo che era stanco perché cercava me, che sono difficile da trovare. “Ti sei seduto stanco”. È una delle poche volte in cui gli evangelisti sottolineano l’atteggiamento fisico di Gesù e questa stanchezza è un particolare che Giovanni non presenta come nota di cronaca, ma la evidenzia con una particolare sottolineatura teologica. La stanchezza di Gesù in quel viaggio è l’immagine della sofferenza della sua umanità, della sua partecipazione alla nostra condizione faticosa di vita. “Ti sei seduto stanco e mi hai redento soffrendo la croce”. Notiamo come il poeta abbia messo insieme questi due aspetti. Il riferimento al fatto che Gesù si sieda stanco chiaramente rimanda all’episodio del suo incontro con la donna di Samaritana e il collegamento con la croce non è così scontato; è invece importante riconoscerlo. L’evangelista sottolinea che Gesù è seduto sul pozzo all’ora sesta. Nel racconto della passione ci sarà di nuovo un’ora sesta (Gv 19,14) in cui Giovanni presenta Gesù seduto sul bema di Pilato, cioè sul seggio del giudice. Pilato lo fece sedere come se fosse in tribunale, lo prende in giro indicandolo come il re. Di fatto è vero: Gesù è il re e siede in giudizio, “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori” (Gv 12,31). Non sembra, il mondo lo deride, ma lui è veramente il giudice ed è seduto, stanco, all’ora sesta. C’è un collegamento importante tra i due momenti, Giovanni intende tenere insieme i due episodi, il poeta medioevale lo ha capito e lo ha trasfigurato nella sua forma poetica: “Cercando me ti sei seduto stanco, mi hai redento soffrendo la croce”. Ecco la stanchezza, è la sofferenza umana di Cristo. “Tantus labor non sit cassus”. Il labor, sappiamo, in latino non è il lavoro, ma la stanchezza, la fatica, il travaglio. Tanta fatica, tanto impegno, tutta la passione che ci hai messo non vada sprecata. Il rischio è che questa fatica di Cristo sia vana, “labor cassus”: “Per nulla ho lavorato, invano ho sprecato le mie forze” (Is 49,4). Si lamenta così il Servo del Signore nel Carme che leggiamo il Lunedì Santo ed è voce di Cristo che di fronte alla difficoltà di salvarci, di salvare me, ha l’impressione che sia stato tempo perso, fatica sprecata. Quante volte noi abbiamo questa impressione con la nostra azione missionaria; abbiamo l’impressione seria di perdere tempo, che quel che facciamo non serva a niente, che la fatica che ci costa la nostra azione missionaria sia inutile: tantus labor videtur cassus. Entriamo allora in comunione spirituale con il Signore Gesù e condividiamo questa sensazione. Noi abbiamo l’impressione di sprecare tempo con la nostra gente, ma dall’altra parte Gesù ci dice: ma guarda che anch’io ho l’impressione di sprecare tempo con te. Ho l’impressione che tutta la mia fatica non serva a niente, continuo a cercarti e non riesco a tirarti fuori, non riesco a rendere attiva quell’azione della grazia che ti ho portato per cambiare la tua vita (Don Claudio Doglio).

Gesù,dunque, si siede sul pozzo, stanco, non c’è nessuno. I suoi discepoli erano andati in città per comprare da mangiare; il pozzo si trova fuori dal paese, in un’oasi, e in quel momento non c’è nessuno. Viene una donna di Samaria, con la brocca in testa, a prendere acqua. È una straniera quindi, perché i samaritani erano considerati estranei, scismatici; ed è anche una donna emarginata nel suo villaggio, perché ha una condizione matrimoniale irregolare, e quindi è additata e disprezzata come peccatrice. Per questo lei non vuole incontrare nessuno e va al pozzo quando è sicura di non trovare nessuno; abitualmente faceva così. Quel giorno invece trovò qualcuno che era venuto a cercarla e la aspettava proprio sul pozzo.

Questa donna, essendo peccatrice “samaritana”, rappresenta la realtà dei Samaritani, che in passato hanno avuto cinque mariti, cioè idoli, legati ai cinque popoli che furono portati in Samaria dal re di Assiria. Il sesto marito, quello che aveva allora, cioè il culto del tempio di Garizim, non era quello vero.

La Samaria infatti, era stata popolata da coloni provenienti da altre cinque etnie che avevano portato le loro divinità, per cui su cinque monti c’erano cinque templi a cinque divinità. Poi, sul monte Garizim, il tempio a Jahvè. Quindi adoravano Jahvè, ma insieme agli altri dei (cfr. 2Re 17, 24-41).

I cinque mariti della donna vanno quindi ben al di là della situazione matrimoniale della donna e rappresentano gli idoli legati ai cinque popoli che abitano la Samaria, e che serpeggiano in mezzo a tutta l’umanità. Il sesto marito, quello che la donna samaritana aveva allora, non era quello vero, cioè non realizzava il desiderio più profondo del popolo: l’unione con Dio, come un marito che si unisce alla sua sposa (Is 62,5; 54,5). Il vero marito, il settimo, è Gesù, come fu promesso da Osea: «Ti farò mia sposa per sempre; ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza. E ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (Os 2,21-22)! Gesù è lo sposo che è arrivato (Mc 2,19) per portare la vita nuova alla donna che lo ha cercato tutta la vita e che, fino ad allora, non lo aveva trovato.

La Samaritana nelle raffigurazioni antiche porta usualmente un contenitore che qualcuno ha spiegato essere un’urna funeraria con la quale attingeva al pozzo. Siccome erano morti tutti i suoi mariti, la donna era familiare alla morte, viveva così vicina alla morte da bere al suo pozzo. La donna viene con questa sua vita e questa sua urna al pozzo.

È l’ora sesta. Ancora il sei. La donna ha sei mariti. Il sei è il numero della imperfezione, è il numero tipico della umanità: l’uomo è stato creato il sesto giorno, il sei è il numero della incompletezza che tende alla pienezza del sette. Anche le idrie di Cana erano sei e non è casuale che Giovanni sottolinei la quantità; serve per costruire un simbolo significativo.

Il Signore aspettava proprio lei; la vede venire e le rivolge la parola. Ha sete e le domanda da bere: “Dammi da bere”. Gesù dichiarò la sua sete alla Samaritana, ma lui non prese l’acqua. Segno che la sua sete era simbolica ed aveva a che fare con la sua missione; la sete di realizzare la volontà del Padre (Gv 4,34). Questa sete è sempre presente in lui e lo sarà per tutta la vita, fino alla morte. Anche sulla croce chiederà da bere: “Ho sete” (Gv 19,28), e anche questa volta non beve, però poi sarà lui a dare dal proprio costato l’acqua, simbolo dello Spirito: ecco il dono di Dio: «Se tu conoscessi il dono di Dio».

Gesù ha sete di acqua e di amore, sete del Padre e di tutti quelli che il Padre gli ha dato, quindi di lei, di noi. E difatti il dialogo che subito intrattiene con lei è per risvegliare in lei un’altra sete, molto più importante di cui non ha consapevolezza ancora e che tuttavia la lacerava nel profondo e che Gesù è in grado di saziare.

La donna, infatti, si meraviglia della richiesta di Gesù: “Tu sei giudeo, io sono samaritana; tu sai bene che tra samaritani e giudei non corre buon sangue». Gesù le risponde: “Tu non sai chi ti chiede da bere, perché se tu lo sapessi, tu stessa gli chiederesti un’acqua viva la cui sorgente sale verso la vita eterna».

A questo punto il tono della donna si fa canzonatorio e gli dice: “Il pozzo è fondo 34 metri e tu non hai un secchio per attingere. Sei più grande del nostro padre Giacobbe che ha scavato questo pozzo, e ha dissetato i suoi figli e i suoi armenti?». Gesù le risponde: “Chi beve dell’acqua di questo pozzo ha ancora sete, ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà sete in eterno». C’è quindi una sete biologica del corpo e c’è una sete psicologica del cuore. A questa sete il Signore può dare risposta. La donna gli dice: “Dammi di quest’acqua perché io non debba più fare tanta strada ad attingere acqua a questo pozzo».

La Samaritana fa una richiesta, senza saperlo, più grande di quanto pensa. Tutto parte da un fraintendimento: lei chiede semplice acqua, Cristo le dà l’acqua viva, cioè le dà se stesso (Gv 7,37: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me”).

È come se, al di là di quello che lei capisce con la sua razionalità, che la limita ad una lettura superficiale che le fa chiedere acqua da bere, la donna facesse una richiesta molto più profonda.

La Samaritana chiede a Cristo la verità più profonda, l’acqua che disseta per sempre, perché in qualche modo, nel suo profondo lo riconosce come Messia, pur partendo da fraintedimenti e pur non essendo in grado di dichiararlo e spiegarlo subito, dando come motivazioni quelle che cerca la logica razionale.

Il Signore vuol portarla verso le altezze dello spirito; ma questa si ferma a livello della materia, si limita alla logica razionale, è incapace di andare oltre ciò che lei intende con la sua razionalità.

Gesù allora fa una svolta brusca, provoca uno shock: “Va’ a chiamare tuo marito”. La donna gli risponde: “Non ho marito”. La risposta è equivoca, perché non dice la sua vera situazione di donna mal maritata. Gesù non la rimprovera, le dice semplicemente: “È vero quello che dici, perché hai avuto cinque mariti e quello, con il quale tu ora convivi, non è tuo marito”.

La donna si accorge che Gesù va a fondo nella sua vita, non esemplare e non felice; riconosce in colui che le parla un uomo diverso dagli altri, che dice parole attraverso le quali Dio si insinua dentro il mistero della sua coscienza e tocca il suo vero problema. Allora la donna, per difendersi, cerca di cambiare argomento e ricorre ad una polemica religiosa: “Sento che tu sei un profeta. I nostri padri hanno costruito un tempio su questo monte Garizim; voi onorate Dio invece nel Tempio di Gerusalemme. In quale Tempio dobbiamo adorare Dio?”. Gesù le risponde: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre …. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».

La donna chiede dove si adora Dio e Gesù le dice che si adora il Padre e il luogo di adorazione è «in spirito e verità». L’adorazione del Padre in spirito e verità non è un culto che rifiuta le manifestazioni pubbliche ed esteriori, bensì un culto che si svolge sotto l’impulso dello Spirito e nella verità di Gesù. Lo spirito, infatti, è lo Spirito Santo; la verità è Gesù. “Spirito e verità” significa: lo Spirito Santo donato da Gesù. Per adorare il Padre bisogna essere inseriti dentro lo spirito di Gesù; non serve perciò né il monte né il tempio. I veri adoratori adorano il Padre nello Spirito Santo, dato nella morte da Gesù che è la verità. È la grande rivelazione.

La donna gli dice: “Quando verrà il Messia, ci spiegherà tutte queste cose”. E Gesù le dice: “Il Messia sono io che parlo con te”.

Così, il Signore, che era tanto geloso della sua interiorità, fa a questa donna la rivelazione del suo mistero.

Di fronte a questa rivelazione, la donna che era di una vitalità straordinaria e che nello stesso tempo aveva una profonda sincerità di cuore nella sua esperienza di disordine morale, lascia cadere la maschera dietro la quale nascondeva il suo volto di delusioni date e ricevute, e riconosce in Gesù un profeta che ha le risposte che lei aveva sempre cercato senza trovarle.

Getta la sua maschera in pieno mezzogiorno con due azioni decisive.

In primo luogo dimentica la sua sete, lascia quindi cadere e abbandona la sua brocca, non porta a casa la brocca piena d’acqua. Era andata per quello, ma dimentica ciò che stava facendo e lascia lì il suo mondo vecchio; quella brocca dimenticata presso il pozzo è la fine di una vita.

In secondo luogo, lei che è una donna che non vuole vedere nessuno, ora si volge interamente verso Gesù, corre indietro al villaggio, gridando e attirando l’attenzione: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo che deve venire?”. Il paese era pieno di persone che avrebbero potuto dirle tutto quello che aveva fatto; era proprio quel che non voleva sentirsi dire. Ora, invece, messa di fronte alla propria realtà, reagisce gridando, parlando, annunciando, spiegando agli altri. La donna che prima era taciturna e solitaria ed evitava la gente, adesso, dopo aver incontrato Gesù, va a convocare la gente, si mette al centro, si compromette e insieme ai samaritani riconosce Gesù come “salvatore del mondo”.

Così, pur partendo da un fraintendimento, si fa missionaria al modo giusto, al punto che molti samaritani credettero in Cristo per le sue parole (cf Gv 4,39).

Nell’icona questa brocca è di colore oscuro, rappresenta ormai un’urna funeraria. Questa brocca rappresenta la sua vita di prima: le sue speranze e i progetti, tutto quello che ha portato nel cuore e che aveva appassionatamente cercato, la sua sete di amore (i suoi cinque mariti), di felicità, tutta la vitalità che portava dentro alla quale aveva cercato di darle sbocco senza riuscire.

La donna abbandona la sua vita di prima, perché ha finalmente trovato e chiede a Gesù, l’unico che la può dare, la risposta che disseta.

Questo è un tema di vitale importanza anche per noi, per la nostra vita spirituale. L’icona ci fa vedere la condizione necessaria, che ci permette di abbandonare la vita di prima: abbandoniamo, di fatto, ciò che ci lega, ciò che chi chiude, ciò che ci tiene stretti dentro le nostre illusioni, soltanto il giorno in cui abbiamo trovato. L’abbandonare ciò che è illusione, può essere solo conseguenza di averlo sostituito con qualcosa d’altro: si abbandona realmente ciò che si sostituisce. La donna samaritana nell’icona con la sua mano destra indica la sua vita di prima rappresentata dalla brocca abbandonata, con l’altra mano indica Gesù: lei ha lasciato la vita di prima perché ha trovato il Signore Gesù.

E che cosa fa, una volta che trovato ciò che cercava? Corre subito dai suoi concittadini per portar loro la bella notizia che ha trovato. È l’esperienza di tutti quelli che incontrano Gesù. La sua mano sinistra indica Lui che ormai è il Tutto della sua vita, e va a indicarlo ai suoi concittadini e lo indica anche a noi. E loro vengono e, aiutati dalla testimonianza della donna e molto da quello che ascoltano da Gesù, anche loro aprono gli occhi e credono: – Abbiamo capito non solo per le tue parole, ma per quello che lui stesso dice e manifesta di sé che è il Salvatore del mondo (4,42).

Gesù è colui che ha e offre l’acqua che disseta, l’acqua di cui veramente abbiamo bisogno, la vera acqua.

Nell’icona il tema dell’acqua è arricchito e integrato con un’esplicitazione molto geniale da parte dell’autore: il collegamento che lui ha messo tra questo incontro di Gesù con la samaritana e le nozze di Cana (Gv 2, 1-12), cioè il tema della sponsalità.

Gesù stringe sul petto una giara. È la sesta di altre cinque che stanno a terra, alla sua sinistra. Sono le giare piene d’acqua di Cana di Galilea, che egli ha cambiato in vino. Si era in un banchetto nuziale ed era presente anche Maria e i discepoli. Nell’Antico Testamento simbolicamente il rapporto di Dio con il suo popolo è sempre detto in termini sponsali, il matrimonio esprime la concezione della vera religiosità come è presentata dalla fede biblica. Dio cerca con la sua creatura un rapporto di tipo sponsale. Qui – a Cana e in Israele – c’è un matrimonio però “non hanno più vino”, cioè qui si muore, la comunione vera non c’è più, manca l’amore, la gioia, manca proprio ciò che esprime il significato di ciò che stiamo celebrando. La sponsalità che rappresenta il nostro rapporto con il nostro Signore Dio si è svuotata, la religiosità è inaridita, è ridotta a vuoto formalismo, è scivolata nell’esteriorità.

Gesù alla sollecitazione della madre risponde: – Perché mi dici questo, non è ancora venuta la mia ora (Gv 2,4), cioè Gesù sa di essere venuto per ridare contenuto alla vera religiosità, a ristabilire l’alleanza, la comunione sponsale, ma ancora non è venuta la sua ora, potrà farlo solo a prezzo del suo sangue, con la sua Pasqua.

Gesù ricorda a Maria la necessità per lui stesso di compiere la volontà del Padre rispettando l’ora stabilita per la sua manifestazione. Maria non nega la necessità del rispetto della volontà del Padre, anzi la riafferma affidandosi e affidando i servi alle parole di colui che è la voce del Padre, il Verbo fatto uomo. Le parole della Madre ai servi “fate quello che egli ridirà” (Gv 2,5), esprimono la piena fiducia nel Figlio; indicano l’atteggiamento di chi pur avendo un desiderio sa rimetterlo al parere di colui che tutto sa. Tracciano il cammino di chi vuole essere discepolo del Figlio: Maria e i discepoli cedettero in lui” (Gv 2,11).

Così Gesù in risposta a Maria che interviene con fiducia piena in Lui, anticipa nel segno ciò che realizzerà in pienezza nella Pasqua: Gesù cambia l’acqua in vino ed è di nuovo l’amore, lo sposalizio di Dio con il suo popolo.

Nell’icona ritorna il tema della sponsalità: Gesù stringe la giara sul petto, e sotto di essa c’è anche il segno del Costato trafitto. Il gesto – espresso così – rimanda a Cana, e vuole significare che quest’acqua viva di cui Gesù parla alla Samaritana e che dona a noi tutte le volte che ci rivolgiamo a Lui, è l’acqua che sgorga dal suo costato trafitto. È l’acqua dello Spirito. Meglio ancora, è Gesù stesso, il suo mistero e la sua parola che, accolti nella fede per opera dello Spirito Santo, rigenerano e trasformano interamente la vita. Gesù dona quest’acqua, anzi è lui quest’acqua. «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me. Fiumi d’acqua sgorgheranno dal suo seno. Questo disse dello Spirito Santo che avrebbero ricevuto i credenti in lui» (Gv 11,37-39). Qui il mistero è dunque Gesù, la Parola e lo Spirito: tutto in un vortice di amore e di comunione.

La vera sorgente dell’acqua viva è indicata ancora dal fatto che nell’icona il pozzo è pieno di sabbia. C’è ancora acqua nel pozzo, anche adesso, però l’acqua che veramente disseta non viene da lì; l’abito di Gesù è mischiato con il pozzo mentre quello della samaritana è nettamente distinto dal pozzo, per sottolineare che è Gesù la sorgente, la fonte dell’acqua. E con l’acqua c’è anche il tema dello Spirito Santo, l’adorazione in spirito e verità, perché nella sua Pasqua è lo Spirito che viene effuso e lo Spirito è la realizzazione nelle coscienze e nei cuori di tutta l’Opera della Salvezza, di tutta la Storia della Salvezza.

Nell’icona lo Spirito Santo è indicato nel vento che attraversa tutta la scena e muove il mantello di Gesù fino a portarlo ad avvolgere la samaritana. È l’immagine straordinaria di Dio che lega a sé in un rapporto sponsale l’umanità peccatrice.

Nel linguaggio biblico e nella cultura del tempo quando un uomo sceglieva una donna come sposa allungava su di lei il suo mantello (cfr. Rut 3; Ez 16,8). Qui è Gesù che fa questo, e nel suo gesto è indicato un altro fatto sconcertante, commovente, è indicato che Gesù il Signore, il figlio di Dio, Dio stesso in lui, stringe a sé in un rapporto sponsale l’umanità peccatrice e quella donna rappresenta tutti noi.

Allora questa donna nella sua bellezza, nella sua tensione così totale verso Cristo, ci fa vedere colei, colui, che ha creduto; nella sua bellezza ci fa vede la rigenerazione che avviene nella vita di coloro che hanno creduto.

A questo punto ci rendiamo consapevoli che abbiamo veramente bisogno di chiedere allo Spirito Santo che ci dia il dono e il coraggio, perché ci vuole coraggio a credere non soltanto con la testa ma nella profondità del nostro cuore che Dio il Signore stringe a sé in un rapporto sponsale la vicenda e la vita di ciascuno di noi e di tutti noi.

Il gesto della donna di lasciare la brocca, ci richiama all’impegno di diventare capaci di lasciar perdere tutto ciò che ci ha legati fino ad oggi, e poi ad entrare in questa inarrestabile tensione a gridare a tutti Colui che abbiamo incontrato.

E poi c’è lo sguardo di Gesù, che guarda con intensità a chi si accosta all’icona come a dirgli: – Se tu sapessi, se tu avessi creduto fino in fondo, domanderesti a me ciò che cerchi, ciò che ti strugge dentro nel cuore, ciò di cui hai bisogno e io avrei la risposta per te.

In effetti, noi siamo poi così, siamo tra quelli che hanno anche abbandonato le illusioni di una vita impostata a nostro piacimento e ci siamo rivolti verso Gesù, ma non abbiamo mai lasciato fino in fondo la vita di prima; non abbiamo ancora concluso, portato a compimento, a pienezza, la nostra scoperta, il nostro incontro, la nostra conoscenza di Lui, il Signore.

Il riferimento alle nozze di Cana, ci mette di fronte anche la presenza di Maria. È lei che ci viene in soccorso, va a dire a Gesù proprio riguardo a noi, alla nostra religiosità a volte troppo formalistica, non sufficientemente piena di vita, di amore, di gioia, è lei che dice: Non hanno più vino Gesù, perché non intervieni tu.

E tutto questo in riferimento alla Pasqua, nella quale tutto converge e si lega.

È importante ancora notare la rappresentazione di questo Gesù che ci guarda così direttamente, e nell’icona della Crocifissione che guarda Maria e Maria che guarda noi. È un modo di guardare molto significativo, perché indica la Chiesa che è il Corpo di Cristo, il Cristo totale, è Lui Capo e membra e noi dentro la Chiesa, dentro “il noi” della comunità. Solo a questa condizione, solo dentro questo “noi comunità”, possiamo incontrare il suo sguardo, la sua Parola, che è una voce continua nella nostra vita; una voce che sollecita la libertà di ognuno di noi, invitandoci a rispondere ogni giorno, per uscire dal nostro egocentrismo, per incontrare Dio e non smarrire noi stessi.

Nella donna di Samaria ci sono io, è la mia storia, è la mia vicenda, è la mia esperienza.

Credere cambia, credere in Gesù cambia la vita, cambia la persona. Nella icona della donna di Samaria troviamo lo stimolo a “lasciare la nostra anfora”, simbolo di ciò che “apparentemente è importante, ma che perde valore di fronte all’amore di Dio”: “Tutti ne abbiamo una o più di una! Io domando a voi, anche a me: ‘Qual è la tua anfora interiore, quella che ti pesa, quella che ti allontana da Dio?’ Lasciamola un po’ da parte e col cuore sentiamo la voce di Gesù che ci offre un’altra acqua, un’altra acqua che ci avvicina al Signore”(Papa Francesco, Angelus 23 marzo 2014).

Sei cambiato? Come ti ha cambiato? Come ti sta cambiando? Tu che lo conosci chiedi quel dono di Dio, chiedi quell’acqua che diventa sorgente di vita che zampilla? Avendo incontrato lui vai ad annunciare ad altri, perché altri credano? Sei tu a portare altri a Gesù, perché entusiasta di Gesù? Questo è il cambiamento che determina la salvezza.

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Questa voce è stata pubblicata il 23/02/2018 da in Carisma comboniano, ITALIANO.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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