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Più grandi della colpa /6. L’unzione delle periferie


Samuele e Saul.jpg


Luigino Bruni
Avvenire sabato 24 febbraio 2018

I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni, i vostri anziani faranno sogni
Libro del profeta Gioele

La consacrazione di Saul, il primo re di Israele, si compie, ancora una volta, all’interno degli affari ordinari della vita. Saul si è allontanato da casa in cerca delle asine smarrite, animali preziosi per l’economia del tempo. Durante questa normale missione di lavoro, lo straordinario fa irruzione nella sua vita. Saul era uscito di casa per andare a lavorare, tornò a casa “unto del Signore”. Era partito cercando asine che non trovò; trovò, invece, una vocazione, un compito, un destino, che non cercava. È questo uno degli episodi più grandi di serendipità, che non spiega soltanto perché senza andare in carne e ossa in libreria non scopriremo mai i libri più importanti che non cercavamo che ci attendevano lì accanto a quelli meno importanti che cercavamo, ma che ci fa intuire qualcosa della logica profonda della vita spirituale. I beni più grandi della vita sono quelli che non compriamo perché non sono in vendita, quelli che non cerchiamo perché non sappiamo ancora che esistono, quelli che riceviamo perché siamo, semplicemente, amati.

«C’era un uomo della tribù di Beniamino, chiamato Kis, figlio di Abièl, figlio di Seror, figlio di Becoràt, figlio di Afìach, un Beniaminita, uomo di valore. Costui aveva un figlio chiamato Saul, prestante e bello: non c’era nessuno più bello di lui tra gli Israeliti, superava dalla spalla in su chiunque altro del popolo. Ora le asine di Kis, padre di Saul, si smarrirono, e Kis disse al figlio Saul: “Su, prendi con te uno dei domestici e parti subito in cerca delle asine”. Attraversarono le montagne … e non le trovarono. Saul disse al domestico che era con lui: “Su, torniamo indietro…”. Gli rispose: “Ecco, in questa città c’è un uomo di Dio … Andiamoci! Forse ci indicherà la via che dobbiamo battere”» (1 Samuele 9, 1-6). Saul è l’eletto anche nel suo aspetto fisico: forte, il più bello, il più alto. Ma appartiene alla tribù di Beniamino, la più piccola, quella che a Gàbaa si era macchiata di uno dei crimini più efferati dell’intera Bibbia (Giudici 19) – una ambivalenza che segnerà fino alla fine il destino di Saul.

Saul ascolta il consiglio del suo assistente. Ma gli chiede: «”Ma che porteremo a quell’uomo? Il pane nelle nostre sporte è finito e non abbiamo alcun dono da portare all’uomo di Dio: che abbiamo”? E il domestico rispose: “Guarda: mi ritrovo in mano un quarto di siclo d’argento. Lo darò all’uomo di Dio ed egli ci indicherà la nostra via”» (9,7-8). Ritorna qui il grande tema del dono, che sta segnando questi primi capitoli di Samuele. Dal contesto si capisce che il dono che preoccupa Saul ha ben poco di gratuità e assomiglia molto a un prezzo da pagare in cambio di un servizio. La regione del dono e quella dello scambio si sono sempre intersecate, fino, qualche volta, a sovrapporsi. Il dono gratuito e totalmente disinteressato è una invenzione recente, che, quasi sempre, esiste nei libri degli studiosi o in qualche angolo della nostra anima, dove sono custoditi i ricordi preziosi ed eterni della prima infanzia. Nella realtà, il dono è il primo linguaggio della reciprocità, è un segno di interesse per qualcuno o per qualcosa. Il disinteresse (l’assenza di interesse) non appartiene alla semantica del dono.

La continuazione del racconto ci svela poi la natura specifica di quel dono: «Una volta, in Israele, quando uno andava a consultare Dio, diceva: “Su, andiamo dal veggente”, perché, quello che oggi si chiama profeta, allora si chiamava veggente”» (9,9). La nascita della profezia in Israele è stato un processo lungo, e quindi complesso e ambivalente. Veggenti, sciamani, indovini erano comuni in tutto il mondo antico, e svolgevano funzioni diverse e importanti (cura di malattie, interpretazione dei sogni, lettura di segni, liberazione dagli spiriti cattivi, previsioni di eventi, consigli ai re …). Il loro era un mestiere (quasi) come altri, e quindi per usufruire delle loro prestazioni c’era bisogno di pagare un prezzo; ma essendo abitanti del territorio del sacro, per interagire con i veggenti si ricorreva al registro dell’offerta o del dono. Un linguaggio più idoneo di quello commerciale, perché quando l’uomo antico entrava in relazione con il sacro pensava che quello speciale do ut des non fosse uno scambio di valori equivalenti, perché ciò che si riceveva (o si era ricevuto) in cambio valeva molto di più di quanto si era “pagato” (come nessuno hai mai creduto che il “valore” di una Messa per un defunto fossero i dieci euro “pagati” al sacerdote). L’eccedenza del dono è ancora molto presente nel nostro tempo. Tutti sappiamo (se ci pensiamo bene) che il valore di quanto doniamo in un mese alla nostra azienda è molto di più dello stipendio che riceviamo. La profezia in Israele è partita dalle antiche figure di veggenti e di indovini e progressivamente si è stagliata come fenomeno unico e straordinario. Samuele conserva ancora tratti dell’antica figura del veggente, ma in lui c’è anche il seme di quella nuova profezia che genererà secoli dopo Isaia e Geremia. È infatti significativo che quando Saul giunge da Samuele, dal racconto scompare qualsiasi riferimento al prezzo da pagare al “veggente”, a dirci che nel rapporto con questo veggente-profeta c’è qualcosa di diverso e di nuovo rispetto al dono-scambio con gli indovini.

Giunge finalmente l’ora dell’incontro: «Mentre essi stavano per entrare in città, ecco che Samuele stava uscendo in direzione opposta per salire all’altura. YHWH aveva rivelato all’orecchio di Samuele, un giorno prima che giungesse Saul: “Domani a quest’ora ti manderò un uomo della terra di Beniamino e tu lo ungerai come capo del mio popolo Israele”» (9,14-16). C’è qui un particolare che ci dice una differenza essenziale tra Samuele e i veggenti: YHWH aveva rivelato “all’orecchio” di Samuele. L’era nuova della profezia è segnata da un cambiamento di senso: dalla vista si passa all’udito. Il veggente “vede”, il profeta “ascolta” un Dio diverso che non si vede. Con la profezia, il Dio dei patriarchi e di Mosè diventa una voce. Le antiche teofanie (la nube, il fuoco …), ancora molto simili a quelle degli altri popoli, lasciano progressivamente spazio a una voce. Qualcosa di meraviglioso, che noi oggi non riusciamo più a capire sommersi come siamo da troppe voci e da troppe visioni, ma che continua ad affascinarci e commuoverci, e, qualche volta, si trasforma in preghiera: quando reimpareremo ad ascoltare quella voce diversa? E chi ci insegnerà a riconoscerla?

Samuele ha una seconda “audizione profetica” («Quando Samuele vide Saul, il Signore gli confermò: “Ecco l’uomo di cui ti ho parlato”»: 9,17), e poi invita Saul alla sua tavola, dove gli riserva un trattamento speciale offrendogli in pasto la parte più grassa e grossa dell’animale che era stato sacrificato (9,24). Quindi entriamo nel cuore del racconto: «Di buon mattino, al sorgere dell’aurora … Saul si alzò e ambedue, lui e Samuele, uscirono. Quando furono scesi alla periferia della città, Samuele disse a Saul: “Ordina al domestico che vada avanti”. E il domestico passò oltre. “Tu férmati un momento, perché ti possa comunicare la parola di Dio”» (9,26-27). E nella periferia della città, «Samuele prese allora l’ampolla dell’olio e gliela versò sulla testa, poi lo baciò dicendo: “Non ti ha forse unto il Signore come capo sulla sua eredità?”» (10,1). Nei quartieri periferici avvengono eventi straordinari. È bellissima questa ordinarietà che circonda l’elezione di Saul, come se la Bibbia avesse voluto rispondere alla richiesta di un re consacrato, desacralizzando e normalizzando l’ambiente nel quale si svolge la scena: delle asine, un domestico, un pranzo, una strada di periferia. Come Mosè, Gedeone, Amos, i pescatori di Galilea, come Maria di Nazareth, che viene raggiunta dall’angelo Gabriele a casa sua, mentre, forse, stava sbrigando le quotidiane faccende domestiche. Per le teofanie non ci sono luoghi più adatti di una barca, di una cucina, di un roveto, di un viaggio per riportare a casa le asine. Di un guado notturno di un fiume, del deserto, della strada per Damasco, di una chiesetta diroccata nei pressi di Assisi.

Saul riprende la strada di casa, ma a Gàbaa «ecco una schiera di profeti di fronte a loro. Lo spirito di Dio irruppe su di lui e si mise a profetizzare in mezzo a loro. Quanti lo avevano conosciuto prima, vedendolo d’un tratto che era stato afferrato dall’esaltazione insieme agli altri profeti, si dissero l’un l’altro: “Che è accaduto al figlio di Kis? È dunque anche Saul tra i profeti?”» (10,10-12). Saul vive una esperienza di esaltazione profetica, simile a quella di cui ci parlano gli Atti nel giorno di Pentecoste (2,13); e anche a Gàbaa, come accadrà mille anni dopo a Gerusalemme («Si sono ubriacati di vino dolce»), la gente che osservava la scena pensava che Saul fosse fuori di sé. Il testo ci aveva appena detto qualcosa di importante: «Appena egli ebbe voltato le spalle per partire da Samuele, Dio gli mutò il cuore in un cuore diverso» (10,9). L’incontro con Samuele e la sua unzione avevano cambiato qualcosa nell’intimo di Saul, gli avevano cambiato il cuore. Era avvenuto cioè qualcosa che ne aveva trasformato la persona, non solo le sue emozioni e i suoi sentimenti. E quando la Bibbia ci vuole esprimere gli effetti di un cambiamento del cuore, fa “profetizzare” i suoi personaggi, li mette dentro un entusiasmo profetico. Li associa, temporaneamente, alla vocazione profetica, che, in quell’umanesimo, è la condizione umana più vicina a Dio – il che dice la stima che la Bibbia ha per i profeti.

Non siamo tutti profeti, non tutti abbiamo la vocazione di ricevere audizioni divine nell’orecchio dell’anima. Ma tanti, forse tutti, se siamo aperti alla voce dei profeti e della vita possiamo fare almeno una esperienza di entusiasmo profetico. Forse nel giorno delle nozze, o in quello quando, finalmente, capiamo chi siamo veramente, o quando lei è partita, abbiamo capito che era tutto e solo amore, e abbiamo intoniamo il canto più bello in un entusiasmo dello spirito. Pochi momenti, ma infiniti. Anche quell’esperienza di Saul durò poco tempo: «Quando ebbe terminato l’esaltazione profetica Saul salì sull’altura» (10,13). Ma la Bibbia ha custodito quel breve momento straordinario, anche per ricordarci che quella profezia che sperimentò pure Saul può essere per tutti. Anche noi possiamo sperare di fare qualche brano di strada in compagnia della meravigliosa “schiera dei profeti”. Anche noi possiamo uscire di casa per andare semplicemente a lavoro, e nelle periferie della città trovare una vocazione, un compito, un destino.

l.bruni@lumsa.it

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Questa voce è stata pubblicata il 25/02/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Più grandi della colpa con tag .

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