COMBONIANUM – Formazione Permanente

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Guida alla lettura della Bibbia (5)

Per la quinta tappa del nostro percorso biblico vi proponiamo l’articolo “La storia del popolo eletto: Da Ur dei Caldei alla dominazione romana”, di Alberto Soggin (1926-2010), un biblista italiano, pastore valdese, noto in ambito internazionale come esegeta dell’Antico Testamento.
Testo:
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B15

DIMENSIONE INCARNATA DELLA PRIMA ALLEANZA

LA STORIA DEL POPOLO ELETTO:
DA UR DEI CALDEI ALLA DOMINAZIONE ROMANA
di ALBERTO SOGGIN

Sulla preistoria di Israele e di Giuda abbiamo tradizioni che in pratica non si possono verificare storicamente. Ed è quel che accade per quasi tutti i popoli: i racconti sui primi tempi, trasmessi a lungo oralmente da una generazione all’altra, sono stati poi consegnati alla scrittura dopo molti secoli e risultano quindi il prodotto di riflessioni e considerazioni posteriori. Il più delle volte è impossibile capire se e fino a che punto abbiamo a che fare con tradizioni veramente antiche, cioè risalenti davvero ai tempi di cui parlano, o se invece si tratti (ed eventualmente fino a che punto) di racconti romanzati.

La Bibbia ebraica presenta inoltre una complicazione specifica: parla di un popolo tutto speciale, il «popolo di Dio»; e per di più intende rievocare l’«opera di Dio» nella sua storia. Su questo punto è chiaro che l’indagine storiografica ha ben poco da dire, anche se essa per gli agiografi è quello che veramente importa.

Per lunga consuetudine si suole dividere la storia di Israele e di Giuda in tre periodi principali. Il primo è quello delle tradizioni intorno alle origini; il secondo è quello che contiene le tradizioni dell’epoca monarchica e termina verso il 722-720 a.C. per il regno d’Israele (il Nord) e nel 587 o 586 per il regno di Giuda (il Sud). Per il Nord la data è quella della caduta di Samaria, la capitale, con l’annessione del regno all’impero assiro e la deportazione di una parte degli abitanti, rimpiazzati con coloni tratti da altre province. Per il Sud la data si riferisce alla seconda caduta di Gerusalemme dopo il lungo assedio babilonese, seguita essa pure dalla deportazione di nuclei qualificati di suoi abitanti; ma questi, a differenza di quanto era accaduto nel Nord, non furono sostituiti con altre popolazioni. Il terzo periodo, infine, vede il popolo di Dio, ormai limitato alla sola Giudea, assoggettato ai grandi imperi d’Oriente e d’Occidente: la Persia, i Macedoni, i Diadochi successori di Alessandro Magno e in ultimo Roma. Con le due rivolte antiromane (67-74 e 132-134 d.C.) finisce l’esistenza autonoma del popolo nella sua terra.

Le tradizioni dei patriarchi

Iniziamo dunque con le tradizioni relative alla preistoria di questo popolo. O, meglio, di questi due popoli (Israele al Nord e Giuda al Sud) poiché vi sono importanti elementi per affermare che si tratta di due entità etniche e politiche sempre distinte, quantunque simili per molti aspetti, e per un breve tempo unite. Sembra che ambedue i popoli si siano richiamati agli stessi antenati: i patriarchi, la generazione dell’esodo e quella dell’insediamento in Canaan. Inoltre celebravano gli stessi avvenimenti, nei quali Dio si era loro rivelato. E da tutto ciò prendeva corpo un concetto: il popolo in quanto tale e i suoi diritti sulla Terra Santa erano il prodotto di vaticmi divini fatti nella preistoria ai patriarchi (come la promessa della numerosa discendenza e quella della terra) e normativi per tutte le età future. Sui patriarchi non ci sono che i testi trasmessi dalla Bibbia ebraica (alcuni testi extrabiblici, tardivi e molto incompleti, sono ancora più leggendari). Nella Bibbia, dunque, i patriarchi vengono descritti come migranti, più che come (semi)nomadi, anche se spesso si legge che erano nomadi. Non vi è dubbio che essi appartengano alla categoria dei migranti, i quali partono da un luogo per andare a stabilirsi in un altro. La famiglia di Abramo parte da Ur dei Caldei, situata quasi certamente nel sud-est della Mesopotamia, raggiungendo Harran, nell’odierna Siria settentrionale (allora Mesopotamia nord-ovest). Poi si dirige verso una terra indicata dal Signore e che si rivela essere Canaan; e qui si ferma, tranne una breve escursione in Egitto. Giacobbe ritorna nella patria di Abramo, per rientrare più tardi in Canaan.

C’è poi il caso di Giuseppe figlio di Giacobbe, che può considerarsi straordinario: rapito e condotto in Egitto, vi farà una notevole carriera e vi morirà, senza aver rivisto Canaan.

È ormai ben noto che queste narrazioni non si possono verificare in sede storica. In esse non si citano mai avvenimenti o personaggi contemporanei; anonimo è il faraone di Genesi 12,10-20 (viaggio e permanenza di Abramo in Egitto). L’unico testo che presenti Abramo coinvolto negli avvenimenti dell’antico vicino Oriente, con le guerre tra i vari re (Gn 14), presenta più problemi di quanti ne risolva; inoltre va facendosi strada la tesi che si tratti di un testo tardivo, composto in epoca al più presto persiana, per scopi che ancora ci sfuggono. È stata a volte proposta la collocazione di Abramo, Isacco e Giacobbe alla fine della prima metà del Il millennio a.C.; ma nessun elemento permette di considerarla più che ipotetica. E parimenti sfugge all’analisi storica la vicenda di Giuseppe: manca il nome del faraone di cui fu ministro; ed è impossibile identificare un ministro egiziano di origine straniera riferibile a Giuseppe. Tutto il racconto è stato indicato – e crediamo con ragione – come una leggenda ellenistica e così il mistero dell’interpretazione dei sogni. Pensare all’inizio del Il millennio è dunque problematico. Anche nel racconto dell’Esodo manca il nome del faraone, sicché qualsiasi congettura sulle date è impossibile. Nessun testo egiziano riferisce qualcosa dell’avvenimento, anche se non mancano racconti su pochi schiavi fuggitivi inseguiti oltre frontiera. L’identificazione del faraone dell’Esodo in Ramses Il è dunque estremamente dubbia. Il testo biblico parla poi di quarant’anni di marcia attraverso il deserto, ma si sa bene che quel numero è convenzionale, per indicare genericamente un lungo periodo. Circa l’itinerario dell’esodo, è identificabile la sua prima parte che conduce al «Mar Rosso» (ma l’espressione andrebbe in realtà tradotta con «Canneto» o «Giuncala»). Quella successiva, invece, resta del tutto oscura, mentre appare fuori di ogni ragionevole considerazione il numero di coloro che lasciarono l’Egitto: 600 mila uomini, più le donne e i bambini.

L’insediamento in Canaan e la monarchia davidico-salomonica

L’insediamento in Canaan è presentato come una conquista, ma l’indagine storica rileva qualcosa di assai diverso. Anzitutto, non vi fu mai un’unione di dodici tribù, poiché queste, in forma praticamente certa, si costituirono nella regione, e non fuori di essa. Inoltre, sul piano archeologico non c e traccia di insediamento; anzi, non vi è neppure traccia di un insediamento di gruppi allogeni. Ciò ha condotto gli studiosi a vedere nelle tradizioni sull’insediamento non già una ricostruzione storica, bensì il tentativo dei reduci dalla deportazione babilonese di legittimare le loro pretese sulla terra dei padri. Il fenomeno dell’insediamento dev’essere ricondotto dunque a fatti avvenuti all’interno di Canaan, probabilmente in seguito alla fuga di elementi contadini dall’oppressione delle città-stato, tale essendo la forma politica predominante all’epoca. Come data s’indica generalmente l’ultimo quarto del Il millennio a.C.

Non molto diversa è la situazione nell’epoca dei Giudici. Nel testo biblico appaiono parti sicuramente antiche come il canto di Debora (Gdc 5). Forse è antica anche la notizia sulle incursioni dei Madianiti (Gdc 6, lss). Per il resto non vi è traccia storica né archeologica degli avvenimenti descritti.

Con l’istituzione della monarchia compaiono i primi documenti storicamente valutabili: liste di province e dei loro governatori, resoconti di operazioni militari, notizie su trattati. Secondo il testo biblico, la monarchia sorse dopo decenni, forse secoli, di governo decentrato e democratico, con ampie autonomie per i singoli gruppi. Oggi, agli storici, il racconto di un periodo senza re appare come un aspetto della ricostruzione idealizzata del passato, in cui il Signore avrebbe esercitato la propria sovranità sul popolo in forma diretta; e sarebbe stato il peccato del popolo (così leggiamo nel primo libro di Samuele) a provocare l’istituzione di una monarchia, come presso gli altri popoli. Secondo molti autori di oggi, la monarchia esisteva dal momento dell’insediamento in Canaan, anche se probabilmente con forme diverse in Giuda (Sud) e in Israele (Nord). La vera novità fu invece che un certo Davide, descritto dai testi come eroico condottiero sotto re Saul, riuscì a unificare i due gruppi, dando origine all’impero; un impero che durò per alcuni decenni, fino alla morte di suo figlio Salomone.

Anche sull’impero davidico-salomonico possediamo solo i dati della Bibbia ebraica: nessun testo orientale antico ne parla. Secondo la Bibbia, l’impero era molto esteso: dal «Gran Fiume» (l’Eufrate) fino al «Fiume d’Egitto», che non è però il Nilo, bensì l’odierno wadi el-Aris. Avrebbe perciò incluso, oltre a Israele e Giuda, anche i territori dei Filistei e Moab in Transgiordania, avendo poi come vassalli i regni di Ammon e di Edom, e come alleata la città-stato di Tiro. Con la documentazione odierna una verifica di questi dati è impossibile; autori passati e presenti pensano a esagerazioni tendenti a idealizzare un passato glorioso, in un presente grigio e senza speranza. I confini descritti coincidono infatti con quelli della satrapia (o governatorato) «Transeufrate» all’epoca persiana, quando la Giudea era occupata.

Anche sulla forma statuale del nuovo impero si è discusso e la tesi più ragionevole è quella che parla di unione personale: Israele e Giuda, cioè, si amministravano in forma indipendente, avendo in comune solo il sovrano. In ogni caso, però, si trattava di un’ amministrazione complessa, per la pluralità delle genti sottomesse o vassalle. Secondo notevoli indizi, poi, le imposte avrebbero gravato essenzialmente sul regno d’Israele, specie al tempo di Salomone. Nel capitolo 4 del primo libro dei Re c’è un elenco di distretti (con i loro governatori), ciascuno dei quali doveva approvvigionare la reggia e il culto di stato per un mese all’anno. E l’elenco concerne soltanto il territorio d’Israele, il Nord. Senza dubbio l’impero aveva gran bisogno di denaro, tra le imprese militari di Davide e le costruzioni di Salomone, a cominciare dal tempio e dalla reggia, innalzati rispettivamente in sette e in tredici anni, come leggiamo nel primo libro dei Re (6,37- 38; 7,1).

Di Salomone si narra poi una serie di imprese commerciali (1Re 9-10) in società con i Fenici di Tiro. Imprese apparentemente proficue, ma in realtà passive, tant’è che Hiram, re di Tiro, suo socio in quelle spedizioni, si fece cedere da Salomone una parte del suo territorio («venti città nella regione di Galilea», 1Re 9,11). Insomma, la politica economica dell’impero con Davide e Salomone era tutt’altro che accorta. Per rimediare non restava che l’aggravio fiscale, più la precettazione di una parte degli abitanti per il lavoro forzato. Ma un testo (iRe 5) dice che quelle misure gravavano unicamente su Israele; lo storico ebreo Giuseppe Flavio sembra confermarlo nelle sue Antichità giudaiche (8,58). Altri testi dicono che solo i Cananei vinti dovettero lavorare: così è scritto in 2Cronache 2,16-17, in 1Re 9,15-22 e ancora in 2Cronache 8,7-10. Ma questi brani non sono da intendere come notizie storicamente attendibili, bensì come un’altra glorificazione del passato.

Il regno di Giuda e il regno di Israele

Tasse schiaccianti e lavoro forzato: ecco le cause delle rivolte nel Nord, in Transgiordania e in Siria negli ultimi anni di Salomone (1Re 11), cause, poi, del crollo dopo la morte del re. Allora alcune popolazioni sottomesse riacquistarono l’indipendenza. Il regno di Israele, da parte sua, prima di accettare il re designato Roboamo, figlio di Salomone, volle trattare con lui, esigendo un impegno a ridurre la tassazione. Al rifiuto di Roboamo, si proclamò indipendente, scegliendo come proprio re Geroboamo, già capo di una rivolta contro Salomone.

Anche su questo evento ci sono informazioni discordi. Geroboamo sarebbe già stato presente alle trattative con Roboamo, secondo 1Re 12, lss e secondo le Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio (8,212). Ma la cosa appare inverosimile. Invece il codice «A» (Alessandrino) della traduzione greca dei Settanta dice che Geroboamo fu chiamato solo a trattative fallite (1Re 12,20). Il che appare almeno ragionevole.

Dunque, l’impero si è dissolto, dando luogo a due stati di mediocre importanza. Primeggiava Israele, con le pianure del Nord e le floride città-stato. Il regno di Giuda, al Sud, era fatto di altipiani e di steppe. Gli restava però la capitale Gerusalemme e quello che doveva poi diventare il culto tradizionale d’Israele nel tempio, dopo l’esilio. Circa il Nord, si dice che Geroboamo vi introdusse un culto simboleggiato da due tori (chiamati spregiativamente «vitelli») ricoperti d’oro. Probabilmente piedestalli dello stesso invisibile Dio d’Israele adorato anche a Gerusalemme.

Nei primi anni dopo la divisione è collocata dalle fonti bibliche l’invasione dei due regni da parte del faraone Sisak, per gli egiziani Sosenk I. È la prima volta che la Bibbia fa il nome di un sovrano d’Egitto (iRe 14,25-28 e 2Cr 12,2-4.9). L’andamento dei fatti non è molto chiaro: le fonti dicono soltanto che Roboamo salvò il Sud pagando un forte tributo, mentre il Nord sopportò tutto il peso dell’invasione. Da allora la storia dei due regni si svolse in forma parallela. Abbiamo per la prima volta una cronologia con le date del regno di un sovrano d’Israele calcolate in funzione di quelle del contemporaneo re di Giuda, e viceversa, ad esempio, da 2Cronache 13,1: «Nell’anno diciottesimo del re Geroboamo, Abia divenne re di Giuda…». Non sempre però conosciamo la cronologia assoluta e per di più i testi appaiono qua e là guasti. In ogni caso è merito degli studiosi essere riusciti a ricostruire questa cronologia con approssimazioni di pochi anni; solo nell’epoca che precede immediatamente l’esilio cominciano ad apparire date più o meno certe.

Nei primi anni si combatté fra i due regni per questioni di frontiere, ma sembra che la pace abbia poi regnato, anche se il Sud rimase sempre più sotto il dominio del più potente Nord (1Re 15 e 16).

Mentre nel regno di Giuda permaneva sul trono la dinastia di Davide, nel Nord i re si susseguirono al di fuori di una linea dinastica fino al secondo quarto del IX secolo a.C. e all’avvento al trono del re Omri. Questi governò per sette anni, fondando la capitale del regno, Samaria; e sviluppò ancora i rapporti con i Fenici facendo anche sposare suo figlio Acab con Gezabele, figlia di Et-Bàal, re di Tiro (come dice giustamente Giuseppe Flavio 8,324, mentre 1Re 16,31 lo presenta come «re dei Sidonii»). Il nome Gezabele in ebraico significa «senza gloria» ed è probabilmente fittizio. Acab, successore di suo padre Omri, nella Bibbia è ricordato solo in negativo, come antagonista dei profeti Elia ed Eliseo per motivi che ignoriamo, ma che sembrano connessi a un fatto preciso: Elia proclamava il monoteismo assoluto, escludendo ogni altra divinità e mettendosi contro la maggioranza del popolo: in Israele, infatti, solo settemila persone avevano rifiutato di adorare Baal (1Re 19,18). Anche Acab si mise contro Elia, ma ne usci sconfitto. E la Bibbia lo giudica severamente insieme a suo padre Omri. Ma gli Assiri, al contrario, li stimavano entrambi. E anzi continuarono a chiamare la casa regnante d’Israele «casa di Omri», per molto tempo dopo la sua caduta.

Così, ecco in campo gli Assiri, col loro potente esercito, protesi a sottomettere il mondo. I popoli circostanti venivano soggiogati accortamente in fasi successive. Dapprima si imponevano loro pesanti tributi. Poi, alla prima ribellione, si sostituiva il loro sovrano con un elemento filo-assiro. Infine si passava all’annessione, deportando la classe dirigente, sostituita con stranieri. Re Acab si sforzò con energia di resistere a questa strapotenza, sicché un giudizio puramente teologico su di lui non gli rende piena giustizia.

La casa di Omri venne eliminata con la rivolta del generale Ieu, che secondo i testi era d’accordo con Elia ed Eliseo. Fu una strage: i congiurati uccisero il re Ioram (secondo successore di Acab) e con lui anche il re di Giuda, Acazia, che per caso era suo ospite: morirono inoltre Gezabele e molti membri della casa reale. Sotto i successori di Ieu, Israele ebbe momenti di prosperità, specie con Geroboamo Il, che conquistò nuovi territori insieme a Uzzia/Azaria re di Giuda, e durante il suo regno operarono i profeti Amos e Osea. Nell’anno in cui morì il re Azaria di Giuda (742 o 736 a.C.) il profeta Isaia ebbe la sua visione: «…vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato e i suoi lembi riempivano il tempio» (Is 6,1).

Si è visto che il re Acazia di Giuda fu assassinato in Israele durante la rivolta di Ieu. A Gerusalemme divenne allora reggente sua moglie Atalia, che per regnare da sola sterminò tutti gli eredi al trono.

Ma uno le sfuggi, Ioas figlio di Acazia, salvato e ~ascosto da una zia. Sei anni dopo, come narrano 2Re il e 2Cronache 22-23, Atalia fu uccisa e il fanciullo sali al trono. Il carattere artificioso della scena, col noto motivo del bimbo nascosto (usato spesso per legittimare l’ascesa al trono di usurpatori), ha suggerito ad alcuni autori un’ipotesi: che a quel tempo si sia in realtà interrotta la linea dinastica davidica.

All’epoca di Tiglat-Pileser III d’Assiria (746-727 a.C.) sembra che i regni di Israele e di Damasco muovessero guerra a re Acaz di Giuda, per farlo aderire a una coalizione antiassira. Acaz, invece, chiese aiuto proprio a Tiglat-Pileser, pagandogli un tributo, rendendogli omaggio in Damasco e addirittura collocando nel tempio la copia di un altare che aveva visto appunto nella città siriana. Parlano di quei fatti 2Re 16 e Isaia all’inizio del capitolo 7. Ma quella guerra contro Acaz probabilmente non fu mai combattuta e i testi vogliono sottolineare soprattutto la sottomissione del re di Giuda all’Assiria.

La conquista di Samaria, la distruzione di Gerusalemme e l’esilio

Sul trono di Samaria passarono alcuni altri re, finché si giunse a Osea (solo omonimo del profeta); questi fu l’ultimo re d’Israele: fidando nell’aiuto egiziano, si era ribellato al re assiro Salman-assar V (726-721 a.C.) e questi attaccò il suo regno, assediando e poi occupando la capitale Samaria. Due anni dopo, morto Salman-assar e salendo al trono Sargon Il, in Israele ci fu un tentativo di ribellione anti-assira che finì tragicamente: Samaria rioccupata e l’intero territorio d’Israele incorporato nell’impero di Sargon. Era la fine del regno del Nord: una parte degli abitanti fu deportata e sostituita con allogeni. Secondo il racconto biblico (2Re 17) la popolazione rimasta era praticamente paganizzata. Ma si tratta di un brano polemico antisamaritano, scritto molti secoli dopo.

Crollato così il regno d’Israele, continuò a esistere per quasi un secolo e mezzo il piccolo regno di Giuda, in mezzo ai conflitti tra i potenti vicini e le discordie interne. Tra i monarchi dell’epoca segnaliamo Ezechia (ultimo quarto dell’VIII sec. a.C.) al quale i testi attribuiscono una riforma religiosa, difficile peraltro da inquadrare storicamente, e alcune campagne contro i Filistei all’interno del regno. Ma soprattutto i testi (2Re 18-19; 2Cr 29-32 e anche Is 36-39) raccontano la campagna del re assiro Sennacherib nel 701 a.C. contro Giuda e l’assedio di Gerusalemme che cessò all’improvviso con la ritirata assira: alcuni brani biblici, per lo più di origine posteriore, parlano di miracolo.

Ma sembra che Sennacherib abbia abbandonato l’assedio per il riscatto pagato da Ezechia e per la notizia di una rivolta in Assiria. Come governante, Ezechia fu un disastro, ma i testi biblici lodano la sua pietà. Così come, inversamente, avevano trascurato le doti politiche di re Acab, sottolineando invece le sue malefatte in campo religioso. Dopo due re noti soltanto per la loro malvagità, Manasse e Amon, ecco in trono Giosia dal 639/638 al 609 a.C. È il re celebrato per la sua riforma religiosa in senso monoteistico: «Prima di lui non vi fu un re che, come lui, si sia rivolto a Jhwh con tutto il suo cuore… secondo tutta la legge di Mosè; neppure dopo di lui ne sorse uno come lui» (così ne parla 2Re 23,25, che gli dedica i capitoli 22-23, e 2Cr 34-35). Ma i due testi discordano. Per il libro dei Re, Giosia si sarebbe convertito dopo aver letto un testo della Torah rinvenuto durante i restauri del tempio. Secondo le Cronache, la riforma (preceduta dalla conquista dell’ex regno del Nord) avrebbe poco o nulla a che fare col libro ritrovato. Discordanze a parte, il processo di riforma non poté essere rapido come appare dai testi: richiese decenni, se non secoli. Ma certo Giosia ha il merito di aver fatto del monoteismo la nuova religione ufficiale, elemento che venne perfezionato poi durante l’esilio.

Mediocri i successori di Giosia, dapprima vassalli dell’Egitto: Ioacaz, Ioiakim, biachin e un reggente, Sedecia (ma nelle fonti sembra regnare un certo disordine). Ioiakim, opponendosi al re Nabucodonosor di Babilonia, provocò l’invasione del regno di Giuda e mori in Gerusalemme assediata. Il suo successore biachin si arrese subito (597 a.C.) finendo deportato con un gruppo di notabili in Babilonia, dove lo trattarono bene (con questo gruppo fu deportato anche il profeta Ezechiele). Nel regno gli succedette come reggente Sedecia, disorientato tra le correnti che laceravano il Paese; respingendo i consigli di Geremia (come si legge nel suo libro) egli si alleò con l’Egitto contro Babilonia. Allora Nabucodonosor la fece finita, marciando un’altra volta contro Giuda e, conquistata Gerusalemme, ne distrusse il tempio nel 587 o 586 (c’è la differenza di un anno tra 2Re 25,8 e Ger 52,29). A causa poi di una rivolta in cui fu ucciso il governatore lasciato dai Babilonesi, Godolia, la regione venne incorporata nell’impero e ci fu una nuova deportazione, ma stavolta di massa: le terre dei deportati passarono al proletariato urbano e rurale, come diremmo oggi. Era la fine del regno di Giuda e anche della monarchia. Secondo una tesi recente, quest’ultima sarebbe continuata, sia pure in deportazione, presso la corte babilonese. Ma anche quest’ultima aveva ormai il tempo contato.

Il ritorno dall’esilio, la ricostruzione e l’influsso di Roma

Morto nel 561 Nabucodonosor, l’impero gli sopravvisse per soli 22 anni, e nel 539 fu abbattuto da Ciro Il di Persia. In quell’epoca viene datato l’anonimo profeta chiamato DeuteroIsaia (Is 40-55) che esprime la speranza degli esiliati Giudaiti in una pronta liberazione. I Persiani, a differenza di Assiri e Babilonesi, cercavano sempre la collaborazione dei popoli sottomessi, per evitare dispendiose campagne militari; da essi, dal loro sovrano Ciro, i Giudaiti deportati dai Babilonesi ebbero il permesso di tornare in patria.

Secondo la tradizione biblica (che tuttavia per quest’ epoca tende a farsi piuttosto confusa), gli esiliati rimpatriarono a spese dello stato persiano, come leggiamo nel libro di Esdra (5,6-6,12 e 1,2-4). Ma il primo testo è di autenticità contro-versa e il secondo è quasi certamente inautentico. Agli esuli vennero restituiti gli arredi sacri asportati dal tempio (Esd 5,13-14 e anche 1,7-11).

Infine, nello stesso libro al capitolo 2 e in quello di Neemia al capitolo 7 è segnalato il rimpatrio del primo scaglione. Non fu però un ritorno massiccio, sia per la difficoltà di reimpiantarsi in patria, sia perché chi si era fatto una posizione in Babilonia (come dice anche Giuseppe Flavio) non l’abbandonava volentieri.

Gravi difficoltà economiche affliggevano i primi reduci dall’esilio, osteggiati anche da chi era loro subentrato nel possesso della terra. In mezzo a loro operavano due profeti: Aggeo e l’autore dei primi otto capitoli del libro di Zaccaria. Questi lanciarono un progetto nuovo e apparentemente assurdo in mezzo a quella crisi: ricostruire il tempio. Ma ebbero ragione. Quei lavori, oltre a stimolare l’economia, si rivelarono per tutti un potente strumento di aggregazione. Diretti prima da Sesbassar, poi da Zorobabele (discendente di Davide e, secondo una proposta recente, anche l’ultimo re), i lavori vennero completati nel 515 a.C., e Zorobabele sparì dalla scena in circostanze non chiarite.

In quell’epoca travagliata vediamo agire due personaggi nuovi: Esdra e Neemia, di cui parlano i libri intitolati ai loro nomi (e un libro pseudoepigrafico detto III Esdra) che non sono però fonti sicure. Ciò che possiamo validamente ricavarne è che un certo Neemia, coppiere alla corte di Artaserse I, fu inviato in Giudea per una crisi di cui ci sfuggono i dettagli. I testi parlano di autorità e popolazioni ostili a Neemia, che introdusse una severa riforma religiosa, con l’osservanza stretta del sabato, il ripudio delle donne straniere e con altri precetti prima trascurati, come dice il libro del profeta Malachia: «Dai giorni dei vostri padri vi allontanate dai miei precetti e non li osservate! Ritornate a me e io ritornerò a voi» (3,7). La riforma suscitò forti avversioni e, secondo Giuseppe Flavio, molti oppositori emigrarono verso l’ex regno del Nord, dando vita così a quella che sarebbe diventata poi la comunità dei Samaritani. Esdra, invece, è un personaggio inafferrabile. Si parla di lui come «sacerdote e scriba» con speciale protezione divina. È molto difficile anche stabilire con certezza quando arrivò a Gerusalemme. Alcuni autori, dall’Ottocento in qua, ne hanno persino negato l’esistenza, vedendo in lui una figura puramente letteraria. Cominciano ora a svilupparsi certe caratteristiche proprie dell’ebraismo nei secoli. Ecco sorgere le prime sinagoghe, presenza capillare come case di preghiera e di studio nei luoghi lontani dal tempio. Scomparso poi Zorobabele, il collegio sacerdotale presieduto da un sommo sacerdote svolse quel poco di mansioni politiche che era possibile sotto un dominio persiano: il tempio era il centro della piccola comunità giudaica e anche della vasta diaspora, esercitando funzioni non solo religiose; operava pure da banca, da cassa di risparmio, da monte di pegni.

Caduto l’impero persiano nel 332 a.C., Giudea e Samaria passarono senza mutamenti sotto l’impero macedone. Poi, diviso questo tra i Diadochi, la Giudea fu dapprima soggetta ai Tolomei Lagidi d’Egitto, poi ai Seleucidi di Siria, i cui primi monarchi erano ben disposti verso l’ebraismo. Dalla fondazione di Alessandria, molti Giudaiti vi si erano insediati, dando luogo a una notevole diaspora di lingua ellenica. Al tempo stesso i Samaritani, eredi dell’antico regno d’Israele, si costituirono in comunità ebraica a sé, che non riconosceva il tempio e il sacerdozio di Gerusalemme; e che dura tuttora con poche migliaia di fedeli. Sorse inoltre la corrente apocalittica, con le figure di due personaggi assunti in cielo – Elia ed Enoc – che annunciano le loro esperienze celesti, e con l’attesa di una fine del mondo attraverso catastrofi a cui scamperanno solo gli eletti.

La rottura tra l’ebraismo e la dinastia seleucide si produsse al tempo di Antioco IV Epifane (175-164 a.C.). Ne parlano i due libri dei Maccabei e le Antichità di Giuseppe Flavio; semplificando un po’, l’attribuiscono al tentativo regio di ellenizzare a forza la regione, perseguitando l’ebraismo. Si sa che Antioco IV doveva pagare ai Romani un pesante debito di guerra, contratto da suo padre Antioco III; perciò accettava denaro per le nomine dei funzionari e tentava di depredare i templi. Nell’aristocrazia giudaita, poi, specie tra i sacerdoti, c’era una corrente filo-ellenista che sembra aver dato al re assicurazioni risultate poi inconsistenti. È un fatto che Antioco fece profanare il tempio (dedicato poi a Giove Olimpio) vietando il culto ebraico e imponendo sacrifici agli dèi. Ne nacque una rivolta condotta dall’anziano sacerdote Mattatia, della famiglia degli Asmonei, con i suoi cinque figli tra i quali Giuda detto Maccabeo (“robabilmente: «il martellatore»). Dopo decenni di lotte, i «Maccabei» diedero alla Giudea l’indipendenza e una nuova dinastia, quella dei sovrani Asmonei. Ma costoro degenerarono rapidamente, giungendo addirittura alle lotte intestine. E nel 63 a.C., per ehminarle, si chiamò dalla Siria il romano Pompeo col suo esercito. Da quel momento il Paese si trovò sotto la sovranità effettiva di Roma, anche se a volte esercitata mediante personaggi locali.

Gruppi influenti in Palestina al tempo di Gesù

Nell’ebraismo di allora emergevano gruppi con precisa fisionomia e con influenza molteplice sulla vita collettiva. Tra essi notiamo intanto i sadducei, nominati anche nel Nuovo Testamento, i quali nel tempio esercitavano le funzioni ereditarie del sacerdozio, in quanto discendenti di Sadoq, un sacerdote dell’epoca di Davide. Tradizionalisti in materia di fede, respingevano ogni dottrina insufficientemente attestata dalla Scrittura: per esempio, la risurrezione dei morti, negata in Isaia (26,14) e affermata in Daniele (12,2-3). Non cito qui il ben noto brano di 2Maccabei 12,44ss su risurrezione e preghiere per i defunti, perché non appartenente al canone ebraico. Nella prassi, invece, i sadducei erano troppo spesso possibilisti anche con i vari dominatori. Dopo la distruzione del tempio nel 70 d.C. essi perdettero la loro funzione e il sostegno economico.

I farisei. Il nome sembra derivare da una radice ebraica che indica «separazione». Separati dalle masse illetterate e quindi incapaci di studiare la Scrittura. Erano noti per l’osservanza zelante della Torah, e anche san Paolo ricorda ai Filippesi la propria origine farisea e l’obbedienza ai precetti. Sul piano dottrinale erano invece possibilisti, accettando dottrine come quella della risurrezione, e il popolo apprezzava il loro rigore morale unito all’apertura verso il nuovo. Fu certo grazie a essi che Israele sopravvisse alle due catastrofi del 70 e del 134 d.C. La polemica di Gesù con i farisei nel Nuovo Testamento e l’uso stesso del termine «fariseo» come sinonimo di ipocrita riflettono, dunque, non già giudizi storicamente fondati, bensì polemiche interne tra varie correnti ebraiche.

Gli esseni. Se ne sapeva qualcosa per via indiretta da fonti ebraiche e classiche: ma nulla di particolare, fino alla scoperta dei rotoli di Qumràn a partire dal 1947. La setta sorse probabilmente agli inizi dclii secolo a.C., e dev’essere scomparsa durante la campagna di Tito contro Masada tra il 70 e il 74 d.C. Avevano credenze dedotte dalla Bibbia, ma sempre con accento rigorista; e da altre fonti presero elementi come il contrasto tra «luce» e «tenebre» e il calendario solare (quello ebraico era lunare). Parafrasavano a volte i testi biblici (per esempio, la benedizione sacerdotale, Nm 6,24- 26) in modo da far dire loro ciò che la setta voleva. Un esempio di rigorismo: dichiaravano illecito tirar fuori di sabato un animale caduto in un pozzo o in una fossa (si veda il contrario in Mt 12,11 e in Lc 14,5).

È difficile per chi è cresciuto nella tradizione cristiana liberarsi dal pregiudizio che l’ebraismo di allora fosse un movimento eticamente fossilizzato, con una Legge divenuta fine a se stessa, e in attesa di un movimento che ne sviluppasse le istanze più valide. Questa tesi, spesso presentata in forma polemica nonostante le affermazioni del concilio Vaticano Il e poi dell’autorità ecclesiastica, urta contro l’ovvia complessità dell’ebraismo di quei tempi, la disponibilità dei suoi membri al martirio e il suo fascino su molti contemporanei, con non poche conversioni.

Se si prescinde dai gruppi più rigoristi, va detto che la massa dei credenti ebrei non si sentiva affatto oppressa da un cumulo di norme puntigliose e tassative. Al contrario, il credente viveva nella certezza che Dio gli aveva dato dei comandamenti, da osservare nei limiti delle sue possibilità, per concorrere a stabilire sulla terra la signoria di Dio e quindi la giustizia per tutti. In questo senso la Torah è anzitutto una vera e propria «buona novella», un vangelo, più che una legge nel senso deteriore del termine. Del resto il nome Torah, come sappiamo, significa «insegnamento»; e si riferisce a tutta la Scrittura: si veda soltanto l’uso del termine nei Salmi 1, 19 e 119.

Alcuni riflessi delle guerre civili romane condussero Ero-de sul trono (37-4 a.C.), discendente da Idumei convertiti e imparentato per nozze con gli Asmonei. Uomo politico accorto e buon amministratore, rese prospero il Paese con oculati programmi di lavori pubblici, sui quali primeggia la costruzione del nuovo tempio. Ma era psichicamente labile e vittima di vari complessi che lo spingevano alla crudeltà anche contro i familiari: fece uccidere la moglie e alcuni tra i propri figli, accusandoli di inesistenti complotti. La sua «strage degli innocenti» (Mt 2,16-18) è forse un episodio leggendario, ma sta a dimostrare che lo si riteneva davvero capace di qualunque eccesso.

Il vangelo di Matteo fa nascere Gesù a Betlemme durante gli ultimi anni del regno di Erode, verosimilmente verso il 4 a.C.; un’altra tradizione, invece, riportata da Luca, pone l’evento all’epoca del censimento ordinato nel 6-7 d.C. da P. Sulpicio Quirino.

http://www.gesuitibari.it

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Questa voce è stata pubblicata il 27/02/2018 da in Guida alla lettura della Bibbia, ITALIANO con tag .

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