COMBONIANUM – Formazione e Missione

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La nascita di Gesù – Betlemme e i Magi

Spiritualità comboniana (8)

Il venerdì – che ci ricorda il Cuore di Cristo – pubblichiamo un testo di spiritualità comboniana. Abbiamo iniziato con una serie di riflessioni offerte da P. Carmelo Casile durante un corso di esercizi spirituali alla comunità di Castel d’Azzano (Verona),  prendendo come punto di riferimento alcune Icone di Marko Rupnik.
Testo word 8. LA NASCITA DI GESÙ V
Testo   PDF 8. LA NASCITA DI GESÙ V

08

LA NASCITA DI GESÙ
BETLEMME E I MAGI
P. Carmelo Casile

Testo base: Mt 1, 18- 25: La nascita di Gesù a Betlemme

Mt 2, 1-12: L’Epifania

Quello che ci hanno ricordato le icone precedenti sulla spiritualità del Cuore di Gesù che si riassume nell’aver creduto all’amore che ha per noi, nell’aver risposto di sì, nell’esserci consegnati, rimanda inevitabilmente all’esigenza di dire anche agli altri ciò che abbiamo capito e che ci è stato donato.

Questa esigenza è messa in risalto con particolare intensità nell’icona che rappresenta la scena di Betlemme, che raffigura il tema della manifestazione di Gesù alle genti.

Questa icona sviluppa e approfondisce la narrazione della spiritualità del Cuore di Gesù delle icone precedenti, perché l’Epifania, in quanto evento in cui Gesù è riconosciuto dai Magi che vengono da lontano e poi ritornano nelle loro terre, è un tema eminentemente missionario: è la rivelazione dell’amore di Dio che è per tutti e vuol raggiungere e coinvolgere tutti. Per questo, è un amore che inizia dagli ultimi, i lontani o ritenuti tali, e li rende protagonisti, cioè interpreti di primo piano della Buona Notizia che “è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini” (Tito 2,11).

Dei Magi conosciamo l’essenziale: una stella cambiò la direzione delle loro vite. Un cammino, un deserto da attraversare, difficoltà e luci che li portano fino a Betlemme.

I Magi che arrivano dall’Oriente per cercare il Bambino Divino, sono ancora una volta i lontani, che si mettono in cammino e seguono la stella. Non spengono i loro presentimenti con numerosi argomenti ragionevoli, come Erode, che si dirige immediatamente ai maestri della Legge, alla ragione, per non lasciarsi sfuggire il controllo della vicenda e così poter dominare; essi, al contrario, sono venuti guidati dalla stella, pieni di gioia, hanno visto il bambino, hanno lasciato i loro doni – oro, incenso e mirra – deposti su un meraviglioso tappetino orientale, e sono già partiti (nell’icona si vede il mantello dell’ultimo di loro che se ne va). L’incontro con Gesù ha trasformato la loro esistenza e ripartirono da Betlemme prendendo nuovi cammini, quelli di Dio. Di ritorno alla loro patria, sono essi stessi epifania, manifestazione del Signore per i loro concittadini, così come è avvenuto con la Samaritana.

A Dio che per primo si offre donando il Figlio, l’umanità risponde con i suoi doni. Ma non c’è Gerusalemme, la religione ufficiale; sono dei pagani venuti da lontano che portano la loro offerta e riconoscono il Signore. È il grande paradosso, che ci deve far tanto riflettere, sono gli ultimi, i più piccoli, quelli che non sono considerati, a cui noi neanche penseremmo, sono loro che vengono e riconoscono il Salvatore.

Maria che ha presentato il suo bambino ai pastori, qui lo presenta anche ai Magi.

Il Bambino che nella scena della Natività è presentato da Maria ai pastori e ai Magi, è il frutto del suo “sì” pronunciato nell’Annunciazione con la comprensione del cuore, cioè con la totalità della sua persona (spirito, anima e corpo) donata a Dio, e non della sola testa, giacché con la sola intelligenza non avrebbe potuto intendere il messaggio di Dio1. Con questo “sì” arriviamo al Mistero della nascita di Gesù, nel quale Dio s’incarna e si fa uomo, assume l’umanità, non in astratto ma nel concreto di un corpo. È importante allora sottolineare che ciò che è tipicamente umano -il corpo- è anche tipicamente spirituale, perché Dio si è fatto uomo.

Il suo stesso “sì” all’angelo porta Maria a deporre il suo Figlio, il Dio-Bambino, nell’oscurità di un presepe che in realtà è una grotta. Infatti, l’oscurità che si nota nell’Icona dietro l’immagine del Bambino così luminoso, rimanda al presepio, nel quale è deposto e che è indicato esplicitamente come la grotta della tomba, perché Egli nasce per morire, perché per raggiungerci nella nostra morte Egli deve morire. Si tratta di un modo di rappresentare la nascita del Bambino Gesù in consonanza con l’antica iconografia, nella quale il presepe annuncia fin da subito il sepolcro. Le fasce già ricordano le vesti della crocifissione e il Bambino già apre le mani in quell’abbraccio che si compirà sulla croce. Allora la Pasqua di Gesù, la sua morte, il sepolcro, visti in questa prospettiva, ci fanno intuire che la sua vita consegnata non è solamente il momento della croce, quando Gesù consegnò al Padre il suo spirito, ma è tutta la sua vita che è vissuta come un donarla. Il Bambino deposto nella mangiatoia-sepolcro è già consegnato nelle mani degli uomini, come vero cibo che dà la vita.

Il bambino che Maria presenta avvolto in fasce e depone nel presepio, apre le braccia ad accogliere chi guarda e a dire già ora, appena nato, l’offerta di sé per la salvezza. È il mistero della manifestazione del Signore: Dio che si manifesta in Gesù, che si manifesta in un bambino, nel nostro linguaggio. È il dono infinito di Dio alla nostra esistenza. Sembra un sogno vedere Dio in un bambino piccolo e tenero, comprensibile, visibile e palpabile. Dio sa fare i doni. Ci parla nella nostra lingua… Così Dio si manifesta e ci salva.

Il gesto del Bambino – le braccia aperte in forma di croce, esattamente come nell’icona centrale della Crocifissione – ripete e insieme anticipa il mistero della Pasqua (Cfr. Gv 12,24-32).

È un gesto molto significativo proprio in rapporto alla spiritualità del Cuore di Gesù. Tutte le narrazioni dell’infanzia, come sappiamo, sono narrate in prospettiva pasquale, perché come dice il Salmo 40 (7-9) e poi lo ripete e lo esplicita la Lettera agli Ebrei (10,5-7), “entrando nel mondo Cristo disse: – Ecco io vengo, come è scritto nel Salmo, a compiere la tua volontà”. E l’autore della Lettera commenta che Cristo dice questo, si dispone a questo, per sostituire il vecchio genere di sacrifici, incapaci di salvare, con un nuovo sacrificio, l’offerta di se stesso per la salvezza.

A questo “Ecce venio” di Gesù, fa eco l’ “Ecce ancilla” di Maria, che è una componente, indica cioè un contenuto fondamentale nella spiritualità del Cuore di Gesù, perché l’aver creduto all’ “Ecce venio” di Gesù si esprime in questa risposta dell’ “Ecce ancilla” di Maria.

Già abbiamo notato che in queste icone è molto sottolineato che le caratteristiche dell’amore di Dio che si riversa su di noi, vengono poi anche realizzate nelle caratteristiche della risposta di coloro che credono. Gesù, entrando nel modo, disse “Ecce venio”; coloro che hanno creduto e rispondono dicono “Ecce venio”; come il suo entrare nel mondo in questo modo significa l’offerta della propria vita, cioè l’offerta di tutto se stesso, così anche la risposta del credente significa questa consegna totale, e non ci sarebbe possibilità vera di credere e di dare una risposta seria a questo “Ecce venio”, se non in questo modo. Come per Gesù la strada, il modo, l’unica possibilità di vivere il suo “Ecce venio” è di fare la volontà di Dio, cioè di seguire le indicazioni del Padre fino in fondo, così per noi seguire le indicazioni del Padre diventa il sacrificio di salvezza. Quando noi accogliamo la volontà di Dio espressa nei suoi comandamenti, noi diventiamo collaboratori di Dio per la salvezza del mondo. Ciò avviene, perché la volontà di Dio che ci riguarda e che noi purtroppo spesso siamo portati a depauperarla restringendola sulle cose che dobbiamo fare, è che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati (cf 1Tim 2, 4), è il suo progetto che guida tutta la Storia di Salvezza dall’inizio fino alla fine. Allora chi fa la sua volontà dicendogli di sì, collabora alla sua opera di salvezza. E allora comprendiamo come queste tematiche ci introducono nel vero significato della missione e dell’apostolato. La nostra vita è significativa ed efficace per il bene degli altri se si realizza così, ovvero se diventa l’ “Ecce venio” di Gesù vissuto nelle scelte concrete della nostra vita (cfr. RV 20), nella nostra obbedienza di fede.

Maria, che ha presentato Gesù ai pastori e ai magi, lo presenta anche a noi che guardiamo. Ella è la donna associata all’ “Ecce venio” del suo bambino, è la donna che ha detto di sì e rimane nel suo sì e lo vive con tutta se stessa fino al sì supremo stando ai piedi della croce.

Dietro il Bambino e Maria c’è la figura di Giuseppe avvolto nel suo silenzio. È l’uomo giusto, testimone e custode, nella posizione umile e grande di colui che ha creduto e, nel silenzio, è diventato pure lui protagonista del mistero della salvezza.

Nella narrazione della spiritualità del Cuore di Gesù, Giuseppe emerge come una stupenda figura di uomo credente che, posto improvvisamente di fronte ad una imprevedibile chiamata di Dio, è combattuto fra le giuste esigenze umane e la richiesta pressante di Dio. In questa tensione, egli fa un salto nella propria fede e pronuncia il suo “sì”, consegnandosi a Dio che lo chiama per un compito inaudito e in un modo che non può immaginare e che richiede tutta la sua fede, tutto il suo coraggio e tutto il suo amore. Per lungo tempo la sua figura è rimasta in ombra. Noi abbiamo imparato a chiamare Giuseppe con una parola assolutamente insufficiente: padre putativo di Gesù. Ma in realtà Gesù divenne uomo in casa di Giuseppe, la sua umanità è segnata in profondità dalla presenza di questo “uomo giusto”. È più logico, per tanto, pensarlo come il custode del mistero nell’esercizio di una paternità spirituale nei riguardi di Gesù, che è estremamente concreta. Noi sappiamo, infatti, come la maternità e la paternità dei genitori non si esaurisce nella generazione biologica, ma raggiunge la sua pienezza solo dopo, nel come la funzione della paternità e della maternità si realizza in tutto ciò che è chiesto per la formazione integrale del figlio. Sappiamo anche come questa paternità e maternità di ordine spirituale non è solo dei coniugi, ma è di ogni persona e di ogni cristiano che si prende cura degli altri. Giuseppe va visto in questa prospettiva e molto di più. In effetti, i Vangeli di Luca e di Giovanni lo chiamano «padre di Gesù». Giuseppe, in realtà, anche se – come confessa la Chiesa – non è padre naturale di Gesù, è stato però padre di Gesù secondo la Legge di Mosè, avendolo riconosciuto come figlio suo e di Maria, sua sposa. Giuseppe, «il padre di Gesù», è quel padre che ha vegliato su di Lui nel grembo della madre, che è stato testimone della sua nascita (Lc 2, 16), che lo ha circonciso e gli ha dato il nome (Lc 2, 21), che lo ha inserito nella discendenza davidica (Mt 1,20), che lo ha riscattato quale primogenito (Lc 2, 22-24), che lo ha fatto crescere procurandogli con il suo lavoro il cibo, il vestito, la casa, e lo ha inserito nella storia.

A partire dalla presenza di Gesù nel seno di Maria fino al giorno in cui se ne andò da casa rivendicando il suo dover «stare presso il Padre» (Lc 2, 49), Gesù ha trovato in Giuseppe un padre che gli ha permesso e lo ha aiutato «a crescere in statura e sapienza, in età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 40.52.

È, per tanto, un dato evangelico che Gesù non ha avuto un padre prima del concepimento, ma dopo. Negli anni di Nazareth Maria e Giuseppe appaiono come «i suoi genitori» (Lc 2, 43): Gesù chiama Giuseppe Abba, «papà», e Giuseppe lo chiama «figlio mio». In questa relazione, Giuseppe è il padre che poco a poco ha rivelato a Gesù l’obbedienza a Dio e la forza dell’amore. L’amore di Giuseppe influì sull’amore filiale di Gesù e certamente le figure di Giuseppe e Maria non sono state estranee alla decisione di Gesù di farsi eunuco in vista del regno di Dio (cf Mt 19, 12).

L’umanità di Gesù è certamente rimasta impregnata in profondità dalla figura di Giuseppe, dalle sue parole, dai suoi sguardi e dal suo silenzio, e così Giuseppe, che non ha generato Gesù secondo la carne, l’ha generato come uomo e l’ha fatto passare dalla relazione di paternità umana a quella di Dio. Sì, Gesù, «il figlio del carpentiere» (Mt 13, 55), è in verità il Verbo di Dio fatto carne che ha abitato fra noi: questo è il miracolo a cui Giuseppe ha acconsentito.

Dopo l’episodio del ritrovamento di Gesù al Tempio, l’evangelista annota che i suoi genitori non compresero le sue parole (Lc 2, 50) e lo riportarono a Nazareth. Non sappiamo quanto tempo Gesù trascorse a Nazareth dopo i dodici anni. Comunque, Giuseppe svolge il suo compito pienamente e per lui giunge l’ora di eclissarsi di fronte alla presenza del Padre di Gesù, davanti a Dio. Ormai, adempiuta la sua missione, egli scompare. Non sappiamo né come né quando sia morto, ma l’unica morte che conta è quella che egli ha dato a se stesso con la piena obbedienza con cui ha accolto Maria e Gesù in seguito alle parole del Signore ricevute in sogno.

Così, prima che si completasse il mistero di suo Figlio (e al quale egli neppure poteva chiamare Figlio), e prima ancora che Gesù consumasse la sua missione nella croce, Giuseppe aveva già preso su di sé il peso di un destino e di una missione simile a quella di Gesù.

Il segreto della consegna eroica di Giuseppe al piano di Dio su di lui ci viene rivelato da Matteo, quando ce lo presenta come “uomo giusto” (1,19) cioè che cercava sinceramente di conoscere e compiere la volontà di Dio; e come uomo dei “sogni” (1,20; 2,13; 2,219-20), cioè uomo di preghiera, contemplativo.

La spiegazione di questi sogni la troviamo già nella teologia del cristianesimo primitivo: nella meditazione, cioè in “sogno”, realtà così profonda in cui la vita raggiunge gli ultimi confini dell’universo, può divenire sensibile e visibile l’ “angelo”, cioè il destino eterno dello stesso uomo, la sua vocazione; nella meditazione traspare la missione inconfondibile dell’uomo.

Mentre meditava nel silenzio della notte, Giuseppe ha potuto penetrare nel destino di Maria. Tormentato dal dubbio e dall’incertezza, mettendosi in profonda preghiera, ha potuto presentire il mistero dell’incarnazione. È stato allora che accettò di buon animo il messaggio dell’angelo.

Il futuro, per tanto, si presenta davanti a lui come accettazione e conformità ai piani divini, come la vita di un uomo totalmente consegnato a Dio.

Questa consegna di Giuseppe profondamente segnata dal travaglio della ricerca del piano di Dio su di lui e dalla conseguente rinuncia a se stesso, è descritta da sant’Efrem il Siro. Egli negli Inni della natività presenta Giuseppe come “il giusto in pena che l’angelo tranquillizzò” (cfr. Mt 1,19-21) e nell’Inno V mette sulle sue labbra queste parole rivolte a Gesù: «Chi mi ha dato / che tu diventassi mio figlio, / o figlio dell’Altissimo? / Mi ero indignato con la madre tua / e volevo licenziarla. / Non sapevo che nel suo utero / c’era un gran tesoro, / che avrebbe arricchito in un istante / la mia povertà» (strofa 7).

L’espressione “Mi ero indignato con la madre tua” evoca probabilmente Mt 1,19, tuttavia la descrizione dell’indignazione di Giuseppe non ha riscontri diretti nel Vangelo, che lascia anzi la porta aperta a varie interpretazioni del dramma interiore del “giusto”, tra cui quella che gli attribuisce l’intenzione di ritirarsi di fronte alla grandezza di un mistero che lo supera.

Ma c’è un Inno antichissimo, attribuito a Efrem il Siro, in cui si descrive in un modo molto commovente, profondo e concreto come Giuseppe è arrivato a capire il mistero della su sposa e ha detto il suo “sì” coraggioso e deciso al volere di Dio su di lui.

È un lungo inno impostato intorno al dialogo tra Giuseppe e Maria, Maria e Giuseppe. Quando Giuseppe si accorge che la sua sposa è incinta, è da immaginare quale sconcerto, quali interrogativi siano sorti nel suo animo. Maria certamente fu interrogata da lui, e lei si è spiegata, gli ha dato la spiegazione di che cosa era successo. Ma possiamo immaginare come per Giuseppe sia stato difficile capire, quando Maria si spiega nei termini che emergono dal Vangelo. Era già stato difficile per Maria capire le parole dell’angelo, ancor più lo è per Giuseppe. Per lui è una spiegazione improbabile.

L’Inno ricordato interpreta così la prima reazione di Giuseppe, che dice in tono concitato: – Sono sbalordito di ciò che mi dici! Come posso dar credito a queste tue parole? Le vergini semplicemente non rimangono incinte senza aver rapporti o sposarsi, e tu che cosa mi vieni a raccontare?

Giuseppe sta vivendo come una specie di irata incredulità, dice l’Inno; però rimane sempre più colpito dalla pazienza di Maria, dal fatto che lei non rimane turbata, rimane nella pace e continua a parlare con Giuseppe, a spiegargli come stanno le cose. Colpito da quest’atteggiamento di Maria, egli comincia a fare una mezza concessione, dice il testo, ammette cioè che potrebbe esserci qualcosa di vero, potrebbe essere anche vero quello che sta dicendo la sua sposa. Però rimane di fronte ad un evento troppo più grande delle sue possibilità di comprensione ed inaccettabile e quindi dice: – Ci sono qui due possibilità ed entrambe mi sconcertano, non riesco ad accettarle: se ciò che dici è vero, è troppo spaventoso per me: come posso portare il peso di un mistero così grande?! Ma se ciò che dici non è vero, è un dolore troppo grande per me: come vorrei poter sfuggire ad entrambe queste risposte!

Sembra che Giuseppe non riesca ad entrare nell’evento e a capire. Allora Maria gli replica: – Bene! Ora darò sfogo alle mie parole e mi rivolgerò a mio figlio nascosto nel mio grembo, perché sia Lui a farti capire; non solo, ma ti faccia capire anche che tu devi rimanere con me.

Si conclude così questo dialogo che ha quest’aggiunta: Giuseppe dormì e l’Angelo arrivò, rivelandogli come il mistero aveva avuto luogo, ed è ciò che abbiamo letto in Matteo e commentato. Giuseppe si alzò e si inginocchiò in venerazione davanti a Maria, piena di una meraviglia che non mentisce.

Stando al racconto di Matteo e alla spiegazione che tenta di dare l’autore dell’Inno menzionato, è molto eloquente vedere come Giuseppe reagisce in modo molto concreto a ciò che di troppo grande sta capitando nella sua vita e come Dio lo guida un po’ alla volta a capire.

Un aspetto molto importante che viene sottolineato, è che Giuseppe arriva ad ammettere una possibilità del genere solo in un secondo momento attraverso il suo dubbio, la sua tribolazione, il suo interrogarsi, la sua sofferenza, il dialogo con Maria; soltanto allora, una volta che si è come predisposto attraverso il crogiolo di questa sofferenza, è accaduto il suo aprirsi al mistero: Dio adesso può intervenire e dirgli la parola che chiarisce tutto. Non avrebbe potuto farlo prima.

Questa è una legge costante nella vita spirituale. Anche se noi abbiamo paura della lotta, della fatica, della tribolazione, del dubbio e dell’oscurità, per arrivare al momento conclusivo dell’accoglienza del dono di Dio, perché il dono di Dio possa entrare nella nostra vita, bisogna accettare un camino di preparazione che inevitabilmente è anche di tribolazione.

La prova di ciò la portiamo dentro di noi stessi; se guardiamo nella nostra esperienza, ci accorgiamo che, quando qualcosa d’importante accade nella vostra vita spirituale, è perché un lungo cammino è intervenuto prima. Le cose di Dio non accadono mai all’improvviso. Dio non interviene con logiche di potenza, ma rispetta la nostra libertà e quindi l’esigenza che è intrinseca al nostro essere creature, fatte cioè in modo da poter entrare negli eventi della vita solo un po’ alla volta, facendo uso delle nostre facoltà di capire e volere. La logica dei piccoli passi nella vita spirituale è fondamentale.

La nostra preghiera allora si arricchisce, contemplando anche questa figura di Giuseppe, l’uomo del silenzio, l’uomo giusto, l’uomo del sì, il custode del mistero, ma non da fuori come se fosse un semplice funzionario, ma coinvolto profondamente, consegnato con tutto il suo essere a Gesù e a Maria.

Le parole di Maria a Giuseppe riportate nell’inno – Lo dirò al mio bambino che ti faccia capire e ti faccia anche capire che tu devi rimanere con me – ci fanno intuire anche quale rapporto di affettività, di amore legava lui a Maria e Maria a lui.

Quest’aspetto ci da motivo di implorare da lui, dalla sua intercessione e da quella di Maria, che ci sia dato a noi consacrati di crescere nella verginità del cuore, di imparare ad amare senza dare mai per scontato di esserci arrivati; di imparare che l’amore è stampato nella nostra carne mortale concreta e va costantemente orientato al sì pronunciato.

L’amore nella verginità, difatti, coinvolge l’affettività in tutta la sua dimensione e profondità, e non può essere ridotto a qualche cosa di spiritualistico, di evanescente, o contenuto semplicemente nelle prestazioni che offriamo agli altri, che a volte sono proprio quelle che ci servono per tenere gli altri fuori della nostra vita. Creature come Giuseppe e Maria, i più insigni tra i nostri padri e madri nella fede, sono modelli, che ci fanno vedere che è possibile arrivare alla verginità del cuore, ad un amore totale nella verginità, un amore come quello di Maria e di Giuseppe.

Manteniamo lo sguardo fisso sull’icona: la Madre e il Figlio che si offrono per noi; e poi Giuseppe, attento alla voce divina, è il primo ad entrare nel mistero del Cuore di Gesù e del Cuore della Madre di Dio e ora ci fa da guida per entrare in questi Santuari della salvezza; lì a terra ci sono i nostri doni, risposta al dono della vocazione con la stessa generosità dei tre Magi; il lembo del mantello dei Magi che partono, indica la sollecitudine e la gioia della condivisione con tutti della nostra esperienza di salvezza in Cristo Gesù.

1 Il P. Rupinik osserva che nella Bibbia e per gli antichi Padri il cuore era un organo dell’insieme, della totalità; quest’organo è un “centralino” a cui sono collegati tutti i fili della nostra persona. Il cuore si fa sentire quando è attaccata l’integrità della persona, la totalità; quando la persona comincia a frantumarsi, allora il cuore si fa sentire, perché il cuore custodisce tutta la persona, è l’organo dell’insieme. Per questo nella Bibbia si dice che si pensa con il cuore. Solo i moderni si sono fissati che si pensa solo con il cervello; e ciò non è vero in assoluto, perché se hai mal di testa o altri fastidi personali o che provengono dall’esterno, pensi in modo molto differente. Per tanto, si pensa con tutto ciò che si è, si pensa con il cuore, si crede con il cuore, si ama con il cuore, perché si ama con ciò che si è. E Pascal diceva: – La ragione non conosce le ragioni del cuore.

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Questa voce è stata pubblicata il 02/03/2018 da in Carisma comboniano, ITALIANO con tag .

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