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III Domenica di Quaresima (B) Commento

III domenica di Quaresima (B)
Gv 2,13-25

(Letture: Esodo 20,1-17; Salmo 17; 1 Corinzi 1,22-25; Giovanni 2,13-25)


Quaresima III - Boneri Francesco, Cecco del Caravaggio, Cacciata dei mercanti dal tempio, 1615


Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. […]

Se mercanteggiamo con lui, Dio ci rovescia il tavolo
Ermes Ronchi

Gesù entra nel tempio: ed è come entrare nel centro del tempo e dello spazio, nel fulcro attorno al quale tutto ruota. Ciò che ora Gesù farà e dirà nel luogo più sacro di Israele è di capitale importanza: ne va di Dio stesso. Gesù si prepara una frusta e attraversa la spianata come un torrente impetuoso, travolgendo uomini, animali, tavoli e monete. I tavoli rovesciati, le sedie capovolte, le gabbie portate via mostrano che il capovolgimento portato da Gesù è totale.
Vendono buoi per i ricchi e colombe per i sacrifici dei poveri. Gesù rovescia tutto: è finito il tempo del sangue per dare lode a Dio. Come avevano gridato invano i profeti: io non bevo il sangue degli agnelli, io non mangio la loro carne; misericordia io voglio e non sacrifici (Os 6,6). Gesù abolisce, con il suo, ogni altro sacrificio; il sacrificio di Dio all’uomo prende il posto dei tanti sacrifici dell’uomo a Dio.
Gettò a terra il denaro, il dio denaro, l’idolo mammona, vessillo innalzato sopra ogni cosa, installato nel tempio come un re sul trono, l’eterno vitello d’oro è sparso a terra, smascherata la sua illusione.
E ai venditori di colombe disse: non fate della casa del Padre, una casa di mercato. Dio è diventato oggetto di compravendita. I furbi lo usano per guadagnarci, i devoti per guadagnarselo. Dare e avere, vendere e comprare sono modi che offendono l’amore. L’amore non si compra, non si mendica, non si impone, non si finge.
Non adoperare con Dio la legge scadente del baratto dove tu dai qualcosa a Dio perché lui dia qualcosa a te. Come quando pensiamo che andando in chiesa, compiuto un rito, accesa una candela, detta quella preghiera, fatta quell’offerta, abbiamo assolto il nostro dovere, abbiamo dato e possiamo attenderci qualche favore in cambio.
Così siamo solo dei cambiamonete, e Gesù ci rovescia il tavolo. Se crediamo di coinvolgere Dio in un gioco mercantile, dobbiamo cambiare mentalità: Dio non si compra ed è di tutti. Non si compra neanche a prezzo della moneta più pura. Dio è amore, chi lo vuole pagare va contro la sua stessa natura e lo tratta da prostituta. «Quando i profeti parlavano di prostituzione nel tempio, intendevano questo culto, tanto pio quanto offensivo di Dio» (S. Fausti): io ti do preghiere e offerte, tu mi dai lunga vita, fortuna e salute.
Casa del Padre, sua tenda non è solo l’edificio del tempio: non fate mercato della religione e della fede, ma non fate mercato dell’uomo, della vita, dei poveri, di madre terra. Ogni corpo d’uomo e di donna è divino tempio: fragile, bellissimo e infinito. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita. Perché con un bacio Dio le ha trasmesso il suo respiro eterno.

Gesù, luogo dell’incontro definitivo con Dio
Enzo Bianchi

In questa terza domenica di Quaresima la chiesa ci offre un racconto tratto dal quarto vangelo, riguardante la prima epifania di Gesù a Gerusalemme, all’inizio del suo ministero pubblico.

L’episodio è introdotto dall’annotazione temporale “Si avvicinava la Pasqua dei giudei”, la festa che Israele celebra ogni anno nel plenilunio di primavera come memoriale dell’esodo dall’Egitto, l’azione salvifica con cui il Signore ha creato il suo popolo santo. Gesù, salito a Gerusalemme in occasione di questa festa, entra nel tempio (ierón), il luogo dell’incontro con Dio, della sua Presenza (Shekinah), ma constata che esso non è rispettato nella sua funzione; anzi, da luogo di culto a Dio è diventato luogo commerciale, sede di traffici “bancari”, mercato dove regna l’idolo del denaro. Com’è possibile una tale perversione? Eppure ciò avvenne per il secondo tempio, e continua ad avvenire anche in molti luoghi cristiani… Il mercato – allora di animali necessari per i sacrifici, oggi di oggetti sacri, devozionali – facilmente si installa dove accorre la gente, sempre lenta a credere ma facilmente religiosa.

Certo, quel mercato nell’area del tempio, esattamente nell’atrio riservato ai gojim, alle genti, perché potessero avvicinarsi e cercare il Dio vivente, procurava un’enorme ricchezza ai sacerdoti, agli inservienti del tempio e a tutta la città santa. In particolare, in quel luogo erano installati banchi di cambiavalute, che consentivano a quanti provenivano dalla diaspora di fare offerte al tempio e di acquistare le vittime per i sacrifici. Trovando questa realtà, subito Gesù “fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: ‘Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!’”. Gesù compie un’azione, un segno, e dice una parola. In tal modo si mostra come un profeta che denuncia il culto perverso, che con parrhesía, con franchezza, legge la situazione presente e osa dichiarare di fronte a tutti la triste fine fatta da quella che è pur sempre la casa di Dio, suo Padre. Come Geremia, critica la pratica religiosa che il tempio sembrava richiedere a nome di Dio (cf. Ger 7,15); ma si manifesta anche come il Messia, il Figlio di Dio (cf. Sal 2,7), atteso dai giudei quale purificatore e giudice. Per questo si presenta con una frusta in mano e si proclama Figlio di Dio, definendolo “Padre mio”.

Il gesto compiuto da Gesù è scandaloso per i sacerdoti e per gli uomini religiosi della città santa. Di fronte a un comportamento che contraddice la loro funzione e autorità, essi si chiedono chi sia mai questo Gesù venuto dalla Galilea. Che autorità ha? E se ce l’ha, dia un segno, mostri la sua autorizzazione ad agire in questo modo! Scacciando tutte le vittime destinate al sacrificio pasquale, Gesù di fatto impedisce la celebrazione della Pasqua secondo la Torah, dunque attenta al culto stesso. Di fronte a questa accusa, implicita nelle affermazioni degli uomini religiosi che a lui si rivolgono, egli risponde con parole enigmatiche, che sono una profezia, ma che in verità quei contestatori non possono comprendere. Dice, infatti, sfidandoli: “Distruggete questo santuario (naós) e in tre giorni lo rialzerò, lo farò risorgere”. Parole che sembrano inutili, perché quei giudei non comprendono e si domandano: “Questo santuario (naós) è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo rialzerai, lo farai risorgere?”.

In ogni caso, Gesù ormai ha posto il segno, ha detto la parola necessaria, quella che vuole il tempio non come casa di commercio ma come casa di Dio, e allora entra nel silenzio, in una tristezza indicibile. Il tempio, luogo suo perché casa di Dio suo Padre, il tempio che avrebbe dovuto riconoscerlo come il Signore, il Kýrios che ne prende possesso, preceduto da Giovanni, il nuovo Elia (cf. Ml 3,1-2.23-24), in realtà non lo riconosce, non lo accoglie. E subito dopo, l’attività commerciale e il sistema bancario riprendono esattamente come prima di lui, come se Gesù non avesse mai compiuto quel gesto…

Ma accanto a questo fallimento, che non farà che crescere fino alla condanna a morte di Gesù, il quarto vangelo registra anche la reazione dei discepoli che erano scesi con lui a Gerusalemme da Cana di Galilea. Quando lo videro compiere quel gesto, che non ha causato male fisico a nessuno ma che era una condanna eloquente del sistema religiosa su cui si reggevano il tempio e il sacerdozio, lo ritennero pieno di passione come Elia (cf. 1Re 19,10.14), e il salmo plasmò il loro pensiero: “La passione per la tua casa mi consumerà” (Sal 69,10). A dire il vero, nel salmo il verbo è al passato, qui invece al futuro, a dire che questo gesto lo porterà a essere consumato come l’Agnello pasquale: sì, questa passione per Dio porterà Gesù alla condanna e alla morte! E quando Gesù, consumato da questa passione, risorgerà, poiché tale passione-amore “fino alla fine” (eis télos: Gv 13,1) per Dio e per gli uomini non poteva morire, allora i discepoli si ricorderanno delle sue parole circa la resurrezione in tre giorni: “egli parlava del santuario (naós) del suo corpo”.

Ormai, dunque, il luogo dell’incontro con Dio è il corpo di Gesù, il luogo del vero culto a Dio è Gesù. Questo significano le sue parole rivolte più avanti a Tommaso e a Filippo: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me … Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,6.9). I sacrifici animali sono finiti per sempre, Gesù è la vera vittima del sacrificio: sacrificio secondo Dio, infatti, è “dare la vita per gli altri” (cf. Gv 15,13) e “offrire il proprio corpo per amore” (cf. Rm 12,1).

Sei casa del Padre, non fare mercato del tuo cuore
Ermes Ronchi

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!» (…). Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». (…)

E io, come vorrei il mondo, cosa sogno per la nostra casa grande che è la terra? Che sia Casa del Padre, dove tutti sono fratelli, o casa del mercato (Gv2,16), dove tutti sono rivali? È questa l’alternativa davanti alla quale oggi mi mette Gesù. E la sua scelta è così chiara e convinta da farlo agire con grande forza e decisione: si prepara una frusta e attraversa l’atrio del tempio come un torrente impetuoso, travolgendo uomini, animali, tavoli e monete.

Mi commuove in Gesù questa combattiva tenerezza: in lui convivono la dolcezza di una donna innamorata e la determinazione, la forza, il coraggio di un eroe sul campo di battaglia (C. Biscontin). Un gesto infiammato, carico di profezia: Non fate della casa del Padre mio una casa di mercato! Non fare del mercato la tua religione, non fare mercato della fede. Non adottare con Dio la legge scadente della compravendita, la logica grezza del baratto dove tu dai qualcosa a Dio (una Messa, un’offerta, una rinuncia…) perché lui dia qualcosa a te. Dio non si compra e non si vende ed è di tutti. La casa del Padre, che Gesù difende con forza, non è solo l’edificio del tempio, ma ancor più è l’uomo, la donna, l’intero creato, che non devono, non possono essere sottomessi alle regole del mercato, secondo le quali il denaro vale più della vita. Questo è il rischio più grande: profanare l’uomo è il peggior sacrilegio che si possa commettere, soprattutto se povero, se bambino, se debole, i principi del regno. «Casa di Dio siete voi, se conservate libertà e speranza» (Eb 3,6). Casa, tempio, tenda grembo di Dio sono uomini e donne che custodiscono nel mondo il fuoco della speranza e della libertà, la logica del dono, l’atto materno del dare. Tempio di Dio è l’uomo: non farne mercato! Non umiliarlo sotto le leggi dell’economia. Non fare mercato del cuore! Sacrificando i tuoi affetti sull’altare del denaro. Non fare mercato di te stesso, vendendo la tua dignità e la tua onestà per briciole di potere, per un po’ di profitto o di carriera.

Ma l’esistenza non è questione di affari: è, e non può che essere, una ricerca di felicità. Che le cose promettono e non mantengono. È solo nel dare e nel ricevere amore che si pesa la felicità della vita. I Giudei allora: quale segno ci mostri per fare così? Gesù risponde portandoli su di un altro piano: Distruggete questo tempio e in tre giorni lo riedificherò. Non per una sfida a colpi di miracolo e di pietre, ma perché vera casa di Dio è il suo corpo. E ogni corpo d’uomo è divino tempio: fragile, bellissimo e infinito. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita. Perché con un bacio Dio le ha trasmesso il suo respiro eterno.

Gratuitamente
Antonio Savone

Dopo la sosta nel deserto e quella sul monte, i nostri passi nell’itinerario quaresimale sono sospinti verso il tempio. Qui conosciamo un volto di Gesù affatto tenero. Poco avvezzi a questo gesto di Gesù che ha tutti i tratti della indignazione. Un comportamento, il suo, non dovuto a uno sbalzo di umore o alla perdita della pazienza, come può accadere a ciascuno di noi.

Dietro quel gesto, infatti, è in causa il rapporto con Dio ridotto a mercato. Dio è diventato una realtà in vendita, concesso alle mani del miglior offerente. Dio lo si può comprare, a proprio piacimento. Come è ovvio, in una religione-mercato chi non dispone di un serio budget non potrà mai accaparrarsi il favore di Dio.

Vivere il rapporto con Dio in questi termini significa non essere stati capaci di comprendere il segno che è Gesù, un segno povero, certo, ma quanto mai eloquente. È il segno di un Dio che offre alleanza, che ristabilisce comunione. Tutto questo nell’ordine della pura gratuità, del dono.

Di qui a poco, nel dialogo tra Gesù e il maestro Nicodemo, Gesù rivelerà che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il proprio Figlio unigenito”: sono queste parole, mi pare, la chiave di lettura e di comprensione di quanto ci viene annunciato dalla liturgia della Parola.

Siamo messi di fronte al grande sogno di Dio: quello di ristabilire una comunione infranta, un’alleanza lacerata. E Dio lo fa attraverso l’unico verbo che egli sa coniugare, quello del dono. “Ha tanto amato il mondo da dare…”. Al linguaggio di Dio non appartengono parole come vendere e comprare, ma una parola ben diversa: donare.

La nostra esperienza personale ci attesta continuamente quanto sia impari stare di fronte ad uno che dona e che chiede soltanto che questo dono venga accolto, non anzitutto ricambiato. Tanto ci sta stretta questa esperienza che tutta la vicenda umana non ha fatto altro che escogitare continuamente i modi per pareggiare i conti. Ed ecco allora che la casa del Padre, segno per eccellenza della gratuità di Dio, dove tu non sei accolto per le tue capacità, i tuoi meriti, le tue benemerenze, ma perché sei amato, è ridotta ad uno scambio di cose. Hai fatto questi gesti, hai detto queste parole, hai dato questa offerta, hai adempiuto il precetto, poco importa se tutto ciò era senz’anima, hai assolto il tuo debito con Dio, hai comprato Dio; ma, ahimè, hai ridotto la fede a mercato. Scaturisce la sicurezza che dando qualcosa si ha qualcosa d’altro.

Quel Dio desideroso di comunione, di alleanza, di essere il Dio con noi, diventa una presenza da ricercare all’occorrenza. Perciò può starsene rinchiuso in un luogo in cui so di poterlo incontrare. Il tempio è una struttura perenne nella storia di ogni popolo che permette di dividere lo spazio ma anche la società in due parti: quello sacro e quello profano. Quello sacro, ovviamente, in ragione del suo essere destinato al rapporto con Dio vale più di ogni altro. Ma Gesù viene a sostituire il tempio con il suo corpo. Al tempio sostituisce l’uomo. Ecco la novità, ecco qual è il luogo di Dio. Non c’è uno spazio sacro accanto a quello profano.

Del resto questa è la sua intenzione da sempre. Quando David rivela al profeta Natan il suo progetto di costruire un tempio al Signore, questi gli fa sapere che non è d’accordo: “Tu costruire un tempio a me?… no, sarò io a costruirti una casa: renderò stabile la discendenza che uscirà da te”. A Davide che pensava di costruire un tempio di pietre al Signore, Dio rivela che egli sta scegliendo una casa di carne.

Per questo Gesù si indigna, non anzitutto perché abbia di mira un luogo fisico ma una mentalità; quella di voler fissare Dio e le cose di Dio ad un prezzo, quello stabilito dai gestori del tempio.

L’uomo è convinto che la relazione con Dio sia favorita dal culto in un determinato santuario. Gesù dichiara finita l’epoca dei santuari: “credimi, donna, è giunta l’ora in cui non sia dorerà il Padre né su questo monte né a Gerusalemme”. Se il dio della religione necessita di un tempio e di un culto, il Padre, per essere tale, ha bisogno di figli che gli assomiglino. L’assomiglianza al suo amore è l’unico culto che il Padre richiede.

L’essere condotti al tempio, quest’oggi, è per essere messi a parte di una inedita rivelazione: non esiste un luogo o un tempo che possa trattenere e circoscrivere la sua presenza. Il tempio nel quale ci raduniamo per la preghiera sta a ricordare soltanto questa permanente volontà da parte di Dio di abitare in mezzo a noi. È un segno, appunto, e come tale rimanda e indica una realtà altra da cui non distogliere mai lo sguardo: la nostra carne. Così ha scelto di porre la sua tenda fra le nostre case. Ha assunto la nostra condizione di uomini e la nostra carne è diventata il suo tempio.

acasadicornelio

 

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Un commento su “III Domenica di Quaresima (B) Commento

  1. Luca Zacchi
    06/03/2015

    L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Alcuni commenti all’Evangelo proposto per la prossima domenica, terza di Quaresima (o di Passione).

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 02/03/2018 da in Domenica - commento, Fede e Spiritualità, ITALIANO, Liturgia, Quaresima (B) con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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