Pierangelo Sequeri,
Avvenire 
sabato 3 marzo 2018

 

Gesù è il principio e il destino del mondo, come dice la bella lettera agli Efesini dalla quale è tratto l’incipit del testo della Congregazione della Dottrina della Fede: Placuit Deo. Gesù è l’unico Salvatore di Dio per tutti gli uomini: non solo per i suoi intimi, non solo per i nostri raccomandati. Per tutti.

Il nucleo del messaggio, indirizzato ai vescovi, con l’approvazione del Santo Padre, ribadisce il punto, grazie a Dio. Nonostante la sua stringatezza ecclesiastica, il testo lascia filtrare anche un certo intento istruttivo su «alcuni aspetti della salvezza cristiana», che sono a rischio di perdere la loro trasparenza, nell’impatto con un’attualità culturale che ripropone vecchi fraintendimenti della stessa fede cristiana. Vorrei sottolineare proprio questo risvolto, cogliendo fra le righe del documento, oltre i tecnicismi teologici, la profondità della visione umana ispirata dalla fede. Vediamo.

Il primo orientamento esistenziale, fortemente indirizzato verso un progetto di totale auto-salvazione, è figlio del benessere economico, del progresso tecnico, dell’individualismo radicale. È quello dell’uomo che confida esclusivamente in se stesso, per ogni cosa. Anche quando non lo ammette scopertamente, confida nella propria capacità di arrivare – se non ora, un giorno a una tale padronanza di sé e delle sue forze, da poter mettere “in salvo” tutto quello che vuole mettere in salvo: i suoi bisogni, i suoi desideri, la programmazione ottimale della sua vita individuale e la costruzione efficiente della macchina sociale. Un simile progetto, nota il nostro Documento, è una macchina da illusionista, certo. Però, a differenza delle innocue magie dei prestigiatori, fa danni seriali. Ci riempie di piccoli padreterni in cerca di una vita totalmente programmata per il benessere – a spese nostre – e crea assuefazione sociale al fastidio del prossimo, che ci sottrae risorse.

L’antica tradizione teologica ha ricevuto questo modello attraverso la visione del monaco Pelagio (da cui «neo-pelagianesimo»), sedotto dal progetto di una creatura umana che, una volta ricevute le istruzioni necessarie dal Vangelo, è in grado di fare tutto da solo, con le sole forze individuali. Papa Francesco aveva già proposto questo antico modello come rischio, adattandolo al profilo dell’uomo fai-da-te: che insidia anche, in molti modi, l’ideale cristiano dei duri e puri (la parabola evangelica del fariseo e del pubblicano, ben nota, è di insuperabile eloquenza a questo riguardo).

Il secondo modello di deviazione auto-salvifica appare invece nella tendenza a concentrare la qualità umana nell’interiorità, nell’intelligenza, nella razionalità, nel puro pensiero che si libera dagli orpelli del corpo e disprezza le sue affezioni, le sue vulnerabilità, i suoi limiti: considerandoli come una zavorra e quasi una maledizione di cui liberarsi. È l’antica Gnosi, che coltiva l’ossessione della riduzione della vita alla sola Mente.

L’odierna tendenza al cosiddetto post-umano, oggi certamente in accelerazione, appare come una versione che non ci aspettavamo dell’antico ideale gnostico: ridurre l’uomo a immaterialità, conoscenza, interiorità totalmente indipendente dal corpo umano vero e proprio, ridotto e manipolato come puro supporto. La riduzione dell’interiorità al cervello, l’illusione di una intelligenza artificiale con prestazioni infinitamente migliori, l’arricchimento senza limiti della realtà virtuale, che simula relazioni di corpi non più umani: tutto sembra marciare velocemente in questa direzione. Si tratta di un’altra modalità di fraintendimento dell’umano, alla quale l’incarnazione del Figlio, come unico principio di salvezza, sbarra la strada. Il progetto di de-umanizzazione del corpo e – rispettivamente – dell’interiorità propriamente umana (irriducibile a ormoni e neuroni) è certamente destinato a fallire. Si tratta però di sapere con quanti danni e con quante vittime.

La Chiesa esiste, conclude il documento, per farci sentire, anche «fisicamente» l’integrità del «noi umano» in cui viviamo gli affetti che ci vengono donati dall’amore di Dio, ci sosteniamo nelle contraddizioni di una umanità ferita, ci prepariamo a una vita sperata che – pur in modo inimmaginabile – sarà la trasfigurazione di questa, a opera di Dio. Corpi risorti, spiriti risorti, legami e comunità risorte, cose e idee risorte. Non facciamoci separare dalla comunità che rimane fedele – per tutti, anche quelli che non la frequentano – al vero Corpo del Signore.