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Più grandi della colpa /7. I patti sono sangue e carne

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Luigino Bruni, Avvenire sabato 3 marzo 2018

Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te … Posso ormai anche perdonare a Dio che la situazione è quella che senz’altro dev’essere. Che uno possa avere tanto amore da poter perdonare Dio!
Etty Hillesum, Diario 1942

In molti episodi-chiave della vita un solo racconto non basta, è troppo poco. Per dire che cosa è accaduto il giorno in cui ci siamo conosciuti, o in quello quando ci siamo sentiti chiamare per nome, una sola voce non basta. Quei momenti decisivi dobbiamo raccontarli molte volte, devono raccontarli persone diverse, e ognuno a suo modo. Le cose ripetute giovano, a chi racconta e a chi è raccontato. Quando questa bio-diversità manca, è negata o è combattuta, i nostri racconti si impoveriscono, il mistero della vita ci sfugge. La molteplicità delle storie protegge dall’ideologia, che si sviluppa quando a una sola narrazione viene attribuito il crisma di verità e a tutte le altre quello di eresia.
Questa molteplicità e varietà di racconti in genere disturbano l’uomo moderno in cerca di accordo nei dati storici, ma per lo scrittore biblico è invece un linguaggio per dire la grandezza e l’importanza degli episodi che sta narrando. La non-avarizia e la generosità della Bibbia emergono anche dall’abbondanza con cui accompagna i suoi racconti più belli; come nelle lettere d’amore, dove gli aggettivi si sommano per dire un po’ ciò che non riusciamo a dire – la Bibbia è una lunga e unica lettera d’amore indirizzata a noi, che spesso rimane chiusa dentro la busta. La verità è sinfonica, sempre.

Sono almeno tre le narrazioni della vocazione di Saul che troviamo nei Libri di Samuele, ognuna diversa dalle altre, perché espressioni delle varie tribù e città legate alla figura di Saul (e di Samuele). E così, dopo i due racconti che abbiamo già incontrato, ora il testo ci riporta un’altra tradizione sulla consacrazione a re di Saul: «Nacas l’Ammonita si mosse e pose il campo contro Iabes di Gàlaad. Tutti i cittadini di Iabes di Gàlaad dissero allora a Nacas: “Fa’ un patto con noi e ti saremo sudditi”. Rispose loro Nacas: “A queste condizioni farò un patto con voi: possa io cavare a tutti voi l’occhio destro e porre tale gesto a oltraggio di tutto Israele”» (1 Samuele 11,1-2).
Siamo dentro una narrazione molto densa, ricca, tremenda. La minaccia ora viene dagli ammoniti. Gli ebrei chiedono un patto di vassallaggio, ma Nacas (cioè il “serpente”) li umilia proponendo un patto tremendo e oltraggioso, dal prezzo pazzesco: cavare l’occhio destro a tutti gli ebrei. Nel manoscritto dei Libri di Samuele rinvenuto a Qumran, più antico e probabilmente originale, scopriamo che quel patto scellerato e pazzesco fu implementato: «Nacas aveva oppresso pesantemente i gaditi e rubeniti, cavando l’occhio destro a ciascuno di loro. Ma settemila uomini erano fuggiti dagli ammoniti ed erano giunti a Iabes Gàlaad».

Per entrare un poco dentro queste pagine durissime e lontane, che pur contengono una grande saggezza, una chiave di lettura feconda ci viene offerta dalla grande categoria biblica dell’Alleanza (berit). Il patto tra YHWH e Israele, l’atto originario e fondativo di quella esperienza religiosa e sociale diversa e unica, è descritto nella Bibbia prendendo come paradigma proprio uno di quei patti mediorientali di vassallaggio che gli ebrei avevano chiesto agli ammoniti. Il racconto di questo patto assurdo può allora farci intravvedere, sebbene in controluce, qualcosa del significato che l’Alleanza ha nell’umanesimo biblico. In un piccolo popolo, davanti ai fallimenti dei patti politici, matura progressivamente la coscienza dell’esistenza di un’altra possibilità impensata: fare un patto con Dio. Trovare l’alleato buono e affidabile in una realtà che non si vede e che non si può raffigurare. Un alleato che non cava l’occhio destro, ma ne dona un altro per vedere l’invisibile. Vivere il rapporto con Dio come un patto con l’invisibile, in mezzo a popoli che adoravano solo cose visibili e toccabili (ma mute), ha consentito a quel popolo piccolo e litigioso di generare innovazioni teologiche e spirituali straordinarie. Ciò che infatti stupisce nell’Alleanza biblica non è la sua diversità ma la sua somiglianza ai patti politici-commerciali del tempo, e quindi alla loro struttura reciproca. Nei patti ognuna delle due parti si impegna a rispettarli. La genialità fu applicare a Dio lo status di alleato, stipulare un contratto sociale e perenne con una voce, alla quale si riconosce la possibilità di stare dentro un patto di reciprocità, di mutuo impegno. Qualcosa di sorprendente, anche se oggi ce ne sfugge quasi completamente la portata. Un patto giunto agli ebrei come dono. Ma un dono che era un patto, e quindi reciprocità e mutuo vantaggio, dove entrambe le parti traggono un beneficio.

Allora un’ipotesi sconvolgente, sottostante la stessa idea di Alleanza, è l’idea che anche Dio tragga beneficio dal rapporto con gli uomini, un beneficio diverso, asimmetrico, ma che la categoria di Alleanza ci legittima a chiamare beneficio. La categoria dell’Alleanza ci dice che se YHWH ottiene un beneficio dall’allearsi con noi, la nostra fedeltà a quell’alleanza e a quel patto arricchisce anche Dio, lo cambia, lo migliora. Il Dio biblico, quello dell’antico e quello del nuovo Testamento (che è lo stesso), non è l’essere perfettissimo, perché la nostra fedeltà al patto lo fa “più perfetto” (e quindi le nostre infedeltà “meno perfetto”). Almeno questo è il pensiero biblico, una teologia che diventa immediatamente un umanesimomeraviglioso. Se siamo stati creati a «immagine e somiglianza» di un Dio che è capace di patti, anche noi gioiamo per le fedeltà di Dio e soffriamo per le sue “infedeltà”: quando si “addormenta” e noi restiamo schiavi, quando innocenti ci lascia sul mucchio di letame con Giobbe, o quando abbandona suo Figlio e i nostri sulle croci infinite nella storia. La logica dell’Alleanza ci consente anche di immaginare l’impensabile. Come ci ha rivelato Etty Hillesum nel suo lager, lasciandoci in eredità una delle pagine umane e più alte del Novecento: anche dentro gli abbandoni più bui, possiamo salvare la fede nell’Alleanza se impariamo a perdonare Dio. Qualcosa che fa venire i brividi all’anima, che dà una infinita sostanza e serietà alla fedeltà ai nostri patti “sotto il sole”. E quando siamo traditi e ingannati nei nostri patti, quando ci perdoniamo e sappiamo ricominciare insieme, possiamo sperare che qualcuno “sopra il sole” possa capirci, perché, forse, queste nostre gioie e questi dolori somigliano ai suoi. Non deve allora stupirci perché al termine del discorso di Samuele che segue questi fatti ritroviamo proprio il riferimento all’Alleanza: «YHWH non abbandonerà il suo popolo, a causa del suo grande nome, perché YHWH ha deciso di fare di voi il suo popolo» (12,22).

Dopo la richiesta di quel patto assurdo, Saul viene raggiunto dai messaggeri di Iabes che gli riferirono l’accaduto: «Tutto il popolo levò la voce e pianse… Lo spirito di Dio irruppe allora su Saul ed egli, appena udite quelle parole, si irritò molto. Prese un paio di buoi, li fece a pezzi e li inviò in tutto il territorio d’Israele per mezzo di messaggeri» (11,4-7). Siamo all’interno di una tradizione sulla tribù di Beniamino, e siamo nella città di Gàaba. Il lettore avvezzo alla lettura biblica, di fronte a Saul che trasforma i suoi buoi in “messaggi di carne”, non può non pensare immediatamente alla tremenda storia del levita narrataci dal Libro dei Giudici. In quella notte tra le più buie della Bibbia un levita di passaggio in quella città di Gàbaa con la sua donna viene ospitato da un vecchio per la notte. Un gruppo di abitanti fa irruzione nella casa, e violenta la donna. Il mattino seguente, il levita «come giunse a casa, si munì di un coltello, afferrò la donna e la tagliò, membro per membro, in dodici pezzi; poi li spedì per tutto il territorio d’Israele. Agli uomini che inviava ordinò: “Così direte a ogni uomo d’Israele: è forse mai accaduta una cosa simile da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d’Egitto fino a oggi? Pensateci, consultatevi e decidete!”» (Giudici 19,29-30). Prima di procedere nel commento dobbiamo fermarci un attimo, provare a superare il dolore e lo sconcerto di fronte a un tale racconto, e alle “tante cose simili” che purtroppo continuano ad accadere. E non è facile… Poi scopriamo una forte affinità tra i due episodi. L’ammonita oltraggiò la richiesta di patto di quegli ebrei. I beniaminiti profanarono il patto di ospitalità, tra i più sacri. Ogni offerta di patto è un’offerta di una ospitalità, e ogni negazione dell’ospitalità è una negazione di un patto. I patti e le alleanze in quei popoli antichi si celebravano squarciando animali, con il linguaggio della carne e sangue. Dio stabilì la sua Alleanza con Abramo passando come fuoco in mezzo ad animali squarciati.
Sono linguaggi fortissimi, arcaici, primitivi, che non capiamo. Ma che se riusciamo a guardarli negli “occhi” ci parlano ancora. Possiamo leggere il sangue e la carne dei patti nella Bibbia per costruirci una immagine di un Dio assetato del nostro sangue e persino di quello di suo Figlio crocifisso, di cui si disseta per placare la sua ira col mondo. E così non andiamo molto lontano, restiamo bloccati dentro i miti mediorientali, di cui c’è traccia anche nella Bibbia e che continuano a influenzare anche alcune letture cristiane del sacrificio e la teologia dell’espiazione.

Ma da quella carne e da quel sangue può iniziare anche un’altra storia, molto diversa. Quella che ci dice che i patti sono cose tremendamente serie, come lo sono il sangue e la carne, perché sono la carne e il sangue della vita insieme. Quegli uomini per dire la serietà e il valore della vita usavano le parole più forti che avevano a disposizione. Per dirci che le promesse e i patti sono importanti e seri come la carne e il sangue dei figli, dei mariti, delle mogli, dei genitori, dei fratelli. Possiamo firmare e sciogliere mille contratti, senza che ci lascino alcun segno. Con i patti non lo possiamo fare. Questi sono fatti di carne e di sangue, e quindi anche quando decidiamo di tagliarli per uscire i loro segni restano per sempre incisi nella nostra carne. Ogni alleanza è una ferita; come è una ferita la fede, quella fessura verso il cielo che per tutta la vita cerchiamo di non far richiudere, che speriamo sarà ancora aperta quando chiuderemo gli occhi e, forse, attraverso quella fessura proveremo a vedere Dio.

In un altro giorno, in un’altra notte, la Bibbia ci ha inviato un altro messaggio di carne. Questa volta era un bambino meraviglioso, Parola fatta carne e sangue. In un altro giorno, quel bambino meraviglioso diventato uomo fu appeso a un croce, altro sangue e altra carne veri. Altri messaggi incarnati, che la Bibbia, mite, continua a custodirci.
Dopo che Saul ebbe sconfitto gli ammoniti, «tutto il popolo andò a Gàlgala, e là davanti al Signore a Gàlgala, riconobbero Saul come re. Qui offrirono anche sacrifici di comunione davanti al Signore con grande gioia» (11,15).

l.bruni@lumsa.it

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Questa voce è stata pubblicata il 03/03/2018 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

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