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Guida alla lettura della Bibbia (6)

Per la sesta tappa del nostro percorso biblico abbiamo l’articolo di Michele Piccirillo  “Palestina: Geografia e Archeologia”. Conoscere la geografia biblica è essenziale per la comprensione del testo sacro.
Michele Piccirillo (1944 – 2008) è stato un archeologo e biblista italiano, frate francescano ofm, con tantissime pubblicazioni scientifiche, saggi e articoli su riviste, in cui illustra le ricerche storiche e archeologiche condotte da lui per circa 25 anni in molti paesi del medio oriente.
Testo:
Word Bibbia (6) Michele Piccirillo – Palestina, Geografia e Archeologia
PDF   Bibbia (6) Michele Piccirillo – Palestina, Geografia e Archeologia

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Palestina: Geografia e Archeologia
di Michele Piccirillo

Con una decisione coraggiosa, le autorità accademiche del Pontificio Istituto Biblico di Roma hanno accettato la proposta di intitolare il corso di geografia e archeologia biblica palestinologia, termine onnicomprensivo, forse un po’ antiquato, ma con un passato e un contenuto sicuro. Per conoscere la Bibbia bisogna di necessità essere dei palestinologi, cioè conoscitori di quel piccolo lembo di terra che fa da sfondo alle pagine bibliche.

Bisogna conoscerlo nel suo aspetto fisico-climatico, con le sue montagne, le sue valli, le pianure, i corsi d’acqua e le zone desertiche che ne costituiscono la geografia fisica. Bisogna poi conoscerlo nel suo aspetto umano, con le popolazioni che l’abitarono, i regni che vi si succedettero, le città che vi furono costruite, i nomi che furono dati nei diversi periodi a queste realtà studiate dalla geografia storica, di cui fa parte anche la geografia biblica.

Per sua natura, la palestinologia è una scienza interdisciplinare che integra studi di diversa specie: geografici, storici, archeologici ed esegetico-biblici. Solo combinando insieme i risultati di diverse discipline avremo un quadro unitario della regione teatro della storia della salvezza raccontata nei libri biblici.

La geografia della Palestina

Il clima e la storia della regione sono determinati da diversi fattori concomitanti. La posizione sulla costa mediterranea l’accomuna alle altre terre che si affacciano sul bacino del Mediterraneo con la vegetazione e le coltivazioni caratteristiche. «[È] una terra buona, terra di torrenti, fonti e abissi che sgorgano nelle valli e nella montagna, terra di frumento, orzo, viti, fichi e melograni, terra di oliveti e miele… »(Dt 8,7-8). Descrizione che possiamo leggere anche nella Storia di Sinuhe, un testo egiziano del XIX secolo a.C.: «Era una bella terra: vi erano fichi e uva, il vino vi era più abbondante dell’acqua. Molto era il suo miele, abbondante il suo olio; ogni specie di frutto era sui suoi alberi. C’era orzo e frumento e bestiame di ogni tipo, senza numero… e latte in tutto ciò che veniva cotto». Malgrado l’entusiasmo poetico dei due autori citati, resta una terra povera dove l’acqua scarseggia. Una povertà di risorse naturali esaltata positivamente dall’autore biblico nel confronto con la terra d’Egitto: «Non… come la terra d’Egitto… dove seminavi la tua semente e che innaffiavi con il piede come un giardino da erbaggi; …una terra di montagne e di valli, e con la pioggia del cielo si disseta di acqua; una terra di cui Jhwh tuo Dio ha cura: continuamente sono su di essa gli occhi di Jhwh tuo Dio dall’inizio dell’anno fino al suo termine» (Dt 11,10-12).

La sua posizione al crocevia tra Asia, Africa e Europa, tra il Mediterraneo e il Mar Rosso, ne sviluppò i contatti commerciali e culturali con Paesi lontani e diversi, subendo negativamente il predominio dei grandi imperi che ben presto, già dal III millennio a.C., si formarono nella valle del Nilo, nelle ricche pianure tra il Tigri e l’Eufrate o nella Siria settentrionale (la Mezzaluna fertile).

Inoltre, la predominanza del deserto sulla poca terra coltivata comporta una doppia caratterizzazione culturale e una osmosi tra le popolazioni agricole sedentarie che costruiscono le città e i villaggi e coltivano i campi, e i beduini dediti alla pastorizia che abitano il deserto e le terre periferiche.

Con la sua identità ingigantita dai testi biblici, essa resta solo una piccola parte di una unità geografica più grande, estesa a tutto il territorio siro-palestinese, un’area importante del mondo, chiusa tra le montagne dell’Amano a nord di Antiochia, la valle dell’Eufrate a est, il deserto arabico e il Mar Rosso a sud, unita all’Egitto con la penisola sinaitica. Una fascia di terra morfologicamente movimentata che, prima di affacciarsi sul Mediterraneo a occidente, è interrotta in longitudine dalla fossa siropalestinese che ne è la caratteristica fisica più importante e che in qualche modo determina l’aspetto della regione divisibile in quattro fasce in direzione nord-sud: la costa, la montagna, la depressione, l’altopiano orientale.

Sulla costa palestinese, che facciamo iniziare dalla foce del fiume Litani, troviamo i porti di Tiro e di Acco divisi dal promontorio di Ras en-Naqura, confine politico tra Libano e Israele. A sud del capo del monte Carmelo la costa si allarga progressivamente a estese pianure, la Sharon, fino alla foce del fiume Yarkon, all’altezza del porto di Jaffa, e la pianura filistea fino a Gaza. Sulla costa troviamo nell’antichità i porti di Dor, di Jaffa, di Ashkelon e di Gaza. Erode il Grande però per costruire il porto di Cesarea sulla spiaggia di Torre di Stratone dovette rubarlo al mare con ardite e costosissime opere di ingegneria. A sud di Gaza si estende il tratto desertico della costa sinaitica con le città di confine di el-Arish e di Rafah: pochi chilometri che costituivano un’avventura temuta anche per gli eserciti più organizzati. Il re assiro Esarhaddon (681-669 a.C.) così racconta la conquista dell’Egitto: «Nella decima campagna marciai contro Kushu e Musuru… Marciai dalla città di Afek che si trova nella regione di Samerina fino alla città di Rapihu nella regione contigua al torrente d’Egitto. Ma lì non c’era mica un fiume! E dovetti scavare pozzi per dare da bere ai soldati e portare l’acqua con i cammelli».

La regione è caratterizzata da due catene parallele di montagne in continuazione della montagna del Libano e dell’Antilibano, divise dal tratto settentrionale della fossa siro-africana. Il massiccio galilaico a nord è diviso dai geografi in Alta e Bassa Galilea dall’altezza delle montagne che raggiungono i 1.000 metri a nord e l’altezza media di 500 metri a sud nelle colline di Nazaret. La catena montuosa occidentale è interrotta dalla pianura di Esdrelon, la grande pianura di Megiddo, e prosegue poi nella montagna centrale di Sa-maria e di Giudea, che raggiungono rispettivamente i 1.000 metri a sud e a nord, con una sella al centro all’altezza di Gerusalemme, corridoio naturale di passaggio tra la costa e la valle del Giordano. Dal punto di vista geografico, Gerusalemme è la capitale naturale della regione montagnosa situata in alto sullo spartiacque al centro della montagna, tra il deserto e il mare e all’incrocio di strade importanti. La montagna degrada a est nel deserto di Giuda e a sud nell’area arida e stepposa del Negev. La regione collinosa, che separa la montagna centrale dalla pianura costiera, nella Bibbia prende il nome di Shefela.

Geologicamente la depressione (Ghor in arabo) è il settore settentrionale della fossa siro-africana che dalla Turchia prosegue per circa 6.500 km nell’interno dell’Africa. La fossa raggiunge la massima profondità sotto il livello del Mediterraneo nel fondale del Mar Morto (-800 metri). La pianura di Esdrelon e la valle di Bet Shean sono in diretta connessione geologica con la fossa originata da un fenomeno di sprofondamento della crosta terrestre. In territorio palestinese la depressione è caratterizzata dal corso del fiume Giordano (la valle del Giordano, come è comunemente chiamata). Tre sorgenti perenni, che sgorgano ai piedi del monte Ermon, ne assicurano un flusso continuo: Ain Hesbani in territorio libanese, Ain Banias e Ain Dan sulle pendici di telì Dan.

Dopo aver attraversato il bacino alluvionale di Hule, dove sorgeva la città di Hazor, ed essersi aperto la strada nel banco di basalto del Golan, il fiume precipita verso il lago di Tiberiade con un salto di 270 metri su una distanza di appena 14 km.

Sulle sponde del piccolo lago di 165 kmq di superficie, chiuso tra l’altopiano basaltico del Golan a est e le colline della Bassa Galilea a ovest, si svilupparono in ogni epoca città e villaggi. Il fiume Giordano, uscito dal lago, riprende la sua corsa tra le collinette marnose dello zar (in arabo kikkar, hayarden in ebraico). Gli ampi e continui meandri allungano considerevolmente il corso del fiume che, dai 205 km reali, a partire dalla sorgente dell’Hesbani, percorre 300 km prima di giungere al Mar Morto.

A sud del lago riceve le acque del suo maggiore affluente, il fiume Yarmuk, che scorre tra il Golan e l’altopiano transgiordanico, e le acque dello Iabboq. Nella valle del Giordano sorsero due città importanti: Bet Shean sulla riva destra e Pella sulla riva sinistra. A nord del Mar Morto la valle si allarga fino a raggiungere la sua massima estensione di 32 km all’altezza dell’oasi di Gerico.

Il Mar Morto, chiamato anche mare dell’Arabah, di 80 km di lunghezza nord-sud per 18 km di larghezza, è oggi diviso in due bacini distinti dall’ex penisola marnosa di Lisan, con l’oasi di Engeddi sulla sponda occidentale.

Con il nome di Arabah, sinonimo di luogo arido, è conosciuta la parte meridionale della fossa siro-giordana tra il Mar Morto e il Mar Rosso, nota nell’antichità per le miniere di rame di Feinan e di Timma. Sulla sponda sud-orientale del mare, all’uscita del wadi Hasa, sorgeva la località di Zoara. «Muovetevi, partite», ordina Mosè giunto sulla sponda orientale del fiume nelle steppe di Moab di fronte a Gerico. «Andate verso la montagna degli Amorrei e presso tutti i loro vicini, nell’Araba, sulla montagna, nella Sefela, nel Negheb e sulla costa del mare, terra dei Cananei, e al Libano, fino al grande fiume, l’Eufrate» (Dt 1,7).

L’altopiano transgiordanico, che si configura geologicamente come la continuazione della zona montagnosa che lo fronteggia in area palestinese, si caratterizza per i larghi e profondi wadi (kanyon) che lo tagliano in direzione est-ovest, ponendo le premesse naturali per la frammentazione politica che è una costante di tutta la regione siropalestinese. Nella tradizione biblica l’espressione geografica terra di Canaan acquista un valore teologico. Essa è la Terra della Promessa.

Abramo «partì come gli aveva detto Jhwh» e si incamminò verso la terra di Canaan, dove ancora una volta Dio gli apparve per dirgli: «Alla tua discendenza io darò questa terra» (Gn 12,7). Una doppia serie di testi danno i confini di questa terra.

Nella prima serie i confini del Canaan si estendono a tutta la Siria-Palestina, dal Nilo all’Eufrate e dal deserto al mare, coerentemente con quanto viene promesso ad Abramo: «Alla tua razza io do questo paese, dal torrente d’Egitto fino al fiume grande, il fiume Eufrate» (Gn 15,18). Promessa ripetuta a Mosè: «Fisserò i tuoi confini dal mare del giunco (= Mar Rosso) fino al mare dei Filistei (il Mediterraneo) e dal deserto al fiume» (Es 23,31). A Giosuè, nel momento di ricevere la missione di continuatore dell’opera di Mosè, viene confermato: «La vostra frontiera sarà dal deserto e dal Libano fino al grande fiume, il fiume Eufrate – tutta la terra degli Hittiti – e fino al grande Mare (= Mar Mediterraneo), a occidente» (Gs 1,4). Confini che vengono riproposti per descrivere l’estensione del regno davidico-salomonico al massimo della sua estensione, equiparato alla satrapia persiana dell’Oltrefiume (Abar Nahara), che si estendeva dall’Eufrate al fiume d’Egitto e dal deserto ai Mediterraneo: «Salomone dominava tutti i paesi, dal Fiume fino al paese dei Filistei e al confine d’Egitto… Egli infatti dominava tutti i paesi oltre il Fiume (Abar Nahara), da Tifsach fino a Gaza, tutti i re oltre il Fiume» (1Re 5,1.4).

La seconda serie di testi delimita e restringe il Canaan dal torrente d’Egitto (il wadi elArish, il nahal Musur delle fonti assire, confine naturale tra la Palestina e l’Egitto) a Lebo Hamat (a nord del monte Hermon), dal fiume Giordano al Mare Mediterraneo. La descrizione dettagliata dei confini del Canaan così ristretto la leggiamo in un documento geografico del libro dei Numeri (Nm 34) ripetuto con alcune varianti nel libro di Ezechiele (Ez 47,13-21). Nell’ottica unitaria del racconto della progressiva occupazione del Canaan leggiamo tre successive divisioni della terra conquistata.

Una prima divisione riguarda le tribù di Gad, di Ruben e di metà della tribù di Manasse alle quali fu dato il territorio «al di là del Giordano, a oriente», che non fa parte di diritto della terra di Canaan (Nm 32; Dt 3,12-17; Gs 13,8-32; Nm 32,32; 35,14; Gs 22,25). Nella seconda divisione, che ebbe luogo a Galgala, si ricorda il territorio diviso tra i figli di Giuda e i figli di Giuseppe (Gs 14-17). Una terza divisione si tenne a Silo, dove anche le rimanenti tribù ebbero il loro territorio (Beniamino, Simeone, Zabulon, Issacar, Asher, Neftali, Dan: Gs 18-19). Il territorio diviso corrisponde al territorio del Canaan dei testi geografici precedenti. Che il redattore di questi testi lavori su uno schema prefissato appare chiaro da ciò che segue. Egli ha già scritto che tutto il paese era stato conquistato da Giosuè «secondo quanto il Signore aveva ordinato a Mosè» (Gs 11,15.23-12, lss). Subito dopo prosegue facendogli dire da Dio: «Tu sei diventato vecchio e avanzato negli anni e il paese… e rimasto ancora in gran parte da conquistare» (Gs 13,1).

I testi che ridimensionano territorialmente il Canaan diviso ma non conquistato dalle tribù sono dati in Gs 13,1-6; Gdc 3,1-5; 1,21-34. Mancavano a sud il territorio dei Filistei, a nord il territorio dei Fenici e il territorio dalle falde del monte Hermon fino a Lebo Hamat, al centro le città cananee, che furono conquistate, recita il testo, quando «Israele fu più forte» (Gdc 1,28). Difatti tutti questi territori risultano conquistati al tempo di Davide: «Davide a Ebron regnò su Giuda… a Gerusalemme regnò su tutto Israele e su Giuda» (cfr. 2Sam 5,1-5; 8; 24,5-8). A indicare il territorio palestinese finalmente unificato troviamo l’espressione geografica «da Dan a Bersabea» (2Sam 3,10; 17,11; 24,15). «Giuda e Israele abitarono al sicuro, ciascuno all’ombra della sua vite e del suo fico, da Dan a Bersabea, durante l’intera vita di Salomone» (1Re 5,5).

Con il termine tardivo di «oltre il fiume», equivalente del Canaan, nella geografia teologica biblica il regno davidicosalomonico viene dunque presentato come la realizzazione storica della promessa fatta ad Abramo, ripetuta ai patriarchi e poi a Mosè: «Di’ ai figli di Israele: “Io sono Jhwh, vi farò uscire dalle fatiche d’Egitto…, vi prenderò per me come popolo e sarò per voi Dio…, vi condurrò alla terra per la quale ho alzato la mia mano per darla ad Abramo, Isacco e Giacobbe, e ve la darò in eredità”» (Es 6,6-8). La figura di Davide idealizzato dall’entusiasmo popolare, dalla letteratura di corte, e, sul piano religioso, dai circoli profetici, domina e permea il racconto biblico che tende a lui come a fine, e a lui ritorna, come a termine inevitabile di confronto, nello svolgimento della storia del popolo di Dio. In Davide, l’Unto del Signore, il re secondo il cuore di Dio, confluirono le tradizioni e le speranze delle tribù di Giuda e di Israele che costituirono il nucleo storico e familiare del suo regno. Il patrimonio tribale comune, sul quale si sviluppò la nuova nazione erede di tradizioni diverse e spesso parallele delle singole tribù, confluì in una visione storico-teologica unitaria che ebbe nell’espressione geografica terra di Canaan – Terra Promessa conquistata da Davide – un supporto ideologico sicuro.

Il contributo dell’archeologia

La ricerca geografica di natura storica presuppone una cartografia che a sua volta è basata sulla possibilità o meno di identificare i siti a cui fanno riferimento le fonti bibliche o extrabibliche. Tale identificazione è possibile soltanto grazie alla conservazione del nome antico attraverso una lunga serie di testimoni e di presenze umane controllate dallo scavo archeologico, o con il ritrovamento del nome antico conservato su «ostraka», cocci di vasi utilizzati per scrivere, epigrafi monumentali, e, in epoche più recenti, nell’iscrizione di un mosaico. Così, accanto ai nomi biblici conservati dai beduini e dalle popolazioni della regione come Aroer, Madaba, Betlemme, Amman ecc., dobbiamo agli archeologi il nome di Gezer, di Gabaon, di Lakish, di Dan e recentemente di Mefaat da noi letto come Castron Mefaa nell’iscrizione del mosaico di una chiesa della località conosciuta dai beduini come Umm er-Rasas nella steppa di Giordania. Per giudicare rettamente del valore storico degli atlanti biblici stampati con troppa frequenza in questi ultimi anni, ricordiamo che soltanto la metà dei circa 500 nomi di località conservati nei libri dell’Antico Testamento sono stati finora identificati con più o meno probabilità.

In questa indagine si inserisce la ricerca archeologica moderna. Per il mondo extrabiblico orientale, nel quale il racconto biblico si muove, il contributo dell’archeologia è stato determinante per conoscere i popoli che vi abitarono, la loro storia, la loro religione e civiltà, da cui abbiamo per riflesso una migliore conoscenza del messaggio biblico. Per il mondo biblico, il contributo riguarda principalmente la cultura materiale di Israele e di Giuda, restando le pagine bibliche insostituibile veicolo del messaggio religioso-culturale.

La ricerca archeologica ha difficoltà a riconoscere la presenza in territorio palestinese dello Stato davidico-salomonico, che secondo la Bibbia fu egemone nella regione per almeno mezzo secolo. Gli scavi evidenziano invece sempre di più, per un periodo più recente che certamente comincia nel X sec. a.C., la presenza di identità nazionali con caratteristiche culturali proprie.

La ricerca ha identificato con una certa sicurezza la presenza dei Filistei nella pianura costiera meridionale, anche se resta in discussione il periodo del loro arrivo: subito dopo la vittoria di Ramses III contro i Popoli del Mare o in una successiva ondata? Lo scavo di Telì Qasileh sulla sponda settentrionale del fiume Yarkon ha ridato un complesso templare filisteo con i vasi liturgici. Materiale ceramico «filisteo» proviene dallo scavo di Ashdod, come dallo scavo in corso di Telì Miqne, identificata con una certa sicurezza con la città di Ekron. Dalla necropoli di Deir el-Balah a sud di Gaza provengono diversi esemplari di sarcofagi antropomorfi normalmente messi in relazione con la presenza di mercenari di origine greca al servizio degli egiziani e ancora utilizzati dai Filistei.

Per quanto riguarda la presenza in territorio palestinese delle tribù confluite nei regni di Israele e di Giuda, gli archeologi tendono a riconoscerne le prime tracce materiali negli insediamenti del XII-XI sec. scoperti sulla montagna di Galilea, di Giudea e nella steppa del Negev. Culturalmente si tratta di nuove fondazioni di gruppi in via di sedentarizzazione fuori dall’influenza delle città cananee in regioni meno avvantaggiate. Si presentano come piccoli villaggi non fortificati con abitazioni che diventeranno di utilizzo comune nei secoli successivi, la cosiddetta «casa a pilastri», cioè con il tetto sorretto da pilastri e normalmente una cisterna nel cortile. Insediamenti che la ceramica data nel particolare contesto culturale del XII-XI secolo a.C. dopo il disgregamento della cultura urbana dei secoli precedenti. Tipici scavi di questo periodo sono quelli di Ai, di Shilo e di Khirbet Raddana sulla montagna a nord di Gerusalemme; di Beersheba, di Arad e di telì Masos nel Negev, che testimoniano una progressiva colonizzazione di una regione disabitata e disagiata, ma in un contesto di relativa pace e tranquillità in cui ha poco spazio l’epopea della conquista armata come è raccontata nel libro di Giosuè.

Per il periodo monarchico dei due regni divisi, la documentazione diventa più ricca e meno discutibile. Tipico è il caso di Hazor in Galilea, dove sull’acropoli della città cananea, dopo un lungo periodo di abbandono, viene costruita una cittadella reale provvista di una porta monumentale a quattro camere e di un muro di difesa a casamatta, cioè costituito di due muri paralleli con abitazione usata probabilmente dalla truppa, che è datata dagli archeologi al X secolo a.C., a cui risalgono anche quelle, dello stesso tipo, scoperte a Megiddo, a Gezer, a Beersheba e a Lakish.

Per l’assetto difensivo urbano, uno dei migliori esempi ècostituito dalla cittadella di Telì en-Nasbeh, identificata con Mizpa sul confine tra Israele e Giuda. Conosciuta è anche la pianta generale della cittadella di Samaria, la capitale di Israele fatta costruire dal re Omri. Il piano di città meglio noto è quello della cittadella di Beersheba a pianta circolare con le abitazioni affiancate al muro e una strada che gira tut’intorno, da cui partono i vicoli radiali verso il centro. Il carattere pubblico di una simile planimetria è sottolineato dalla presenza, all’interno delle mura vicino alla porta della città, dei magazzini dove venivano depositati generi alimentari provenienti dalle tassazioni in speciali contenitori, che portavano il sigillo reale con il nome della località e saltuariamente del funzionario reale. Numerosi sigilli privati rimandano ai «servi del re», la burocrazia al servizio del regno.

All’interno delle città più importanti dei due regni furono scavati i sinnor, testimoni di un periodo di insicurezza politica sia a nord che a sud. Queste tipiche installazioni idrauliche, che troviamo a Gerusalemme, a Gabaon, a Megiddo, a Hazor, furono scavate nel sottosuolo roccioso per raggiungere la vena d’acqua o la fonte dall’interno della città in caso di assedio.

Sul confine meridionale del regno, che secondo gli scritti biblici corrispondeva al confine meridionale di Canaan, vennero costruite delle fortezze reali rotonde o rettangolari con contrafforti, ritrovate a Qadesh Barnea, a Quntillat ‘Ajrud e nel deserto di Giuda e del Negev. Nella fortezza di Arad la sorpresa maggiore è data dalla scoperta di un tempio con un cortile con bamah (altare a forma di piattaforma per i sacrifici) e la cella sopraelevata con due altarini e una stele ancora al loro posto originale. Altarini di tipo simile in pietra con quattro corni sugli angoli erano già stati trovati a Megiddo e a Lakish. Il più grande proviene dallo scavo della cittadella di Beersheba, costruito con blocchi lavorati. Insieme alle numerose statuette di terracotta di donne con i seni nudi trovate in tutti gli scavi della regione, il tempio di Arad, gli altari e i vasi sacri, trovati in un ambiente templare di Lakish, dimostrano l’esistenza nelle città di Giuda di una religiosità popolare lontana dall’unità accentratrice del tempio di Gerusalemme e dalla purezza teologica del pensiero sacerdotale del postesilio.

Sul piano culturale grande rilievo hanno le scoperte di materiale epigrafico. Si tratta per lo più, oltre ai sigilli, di «ostraka» più o meno lunghi, come quelli di Samaria, di Lakish e di Arad, e di qualche frammento di epigrafe su pietra. L’iscrizione reale più lunga è quella trovata incisa sulla roccia del tunnel fatto scavare dal re Ezechia nella collina del Sion per far scorrere l’acqua della sorgente del Gihon all’interno della città, in preparazione dell’assedio di Sennacherib (2Re 20,20). Nulla finora che possa confrontarsi con la stele di Mesha, l’iscrizione reale ritrovata nel 1868 nel villaggio di Dhiban in territorio moabita (1Re 3,4ss). Come nulla è stato finora trovato che possa reggere il confronto con gli esempi di statuaria reale ritrovati in territorio ammonita.

Gli scavi a est e a ovest del Giordano sempre più ci mettono davanti a una realtà regionale provinciale, che ridimensiona in termini più modesti la realtà dell’epopea biblica che fa di Gerusalemme la capitale di questo mondo. Su questa cultura troneggiano le pagine bibliche che restano ancora il documento storico culturale e religioso più importante per Israele, per Giuda e per i paesi circostanti.

In un ottimismo fiducioso e aperto al futuro sempre imprevisto della ricerca archeologica, dobbiamo ricordare la recente scoperta di due laminelle d’argento del VII secolo a.C. trovate in una tomba di Gerusalemme con inciso il testo di Nm 6,24- 26: «Jhwh ti benedica e custodisca, Jhwh faccia risplendere il suo volto su di te e ti faccia grazia, Jhwh elevi il suo volto su di te e ti conceda pace», dove ricerca archeologica e pagina biblica si ritrovano e completano.

http://www.gesuitibari.it

Tratto da
Guida alla lettura della Bibbia.
Approccio interdisciplinare all’Antico e al Nuovo Testamento

San Paolo Edizioni (1995)

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Questa voce è stata pubblicata il 05/03/2018 da in Fede e Spiritualità, Guida alla lettura della Bibbia, ITALIANO con tag , , , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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