COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Il sacro abita lo splendore del creato


taprohm

L’architettura delle chiese trova da sempre ispirazione nel dialogo con l’ambiente naturale

La natura a volte sa sovrapporsi all’architettura. E l’architettura sa rendersi ancella della natura. Accade in particolare per le chiese. Ve ne sono diversi esempi: recente è il caso del complesso costruito su progetto di Renzo Piano a Ronchamp, in Francia, dove si eleva la nota cappella di Notre-Dame du Haut, progettata da Le Corbusier a metà degli anni Cinquanta, una tra le più significative chiese contemporanee. La sua presenza attira centinaia di migliaia di visitatori e il loro numero cresce di anno in anno, il che ha reso necessario predisporre un centro di accoglienza coerente col significato religioso del sito e col monastero delle Clarisse che se ne occupano. La collina è rivestita da un’aura di intoccabilità, e non solo per l’opera lecorbusiana, universalmente ritenuta una delle più elevate espressioni dell’architettura del XX secolo, ma anche perché già nei decenni precedenti il santuario che vi si ergeva era meta di pellegrinaggi. Purtroppo fu distrutto durante la Seconda guerra mondiale e la nuova cappella sorse come un segno di rinascita dopo le devastazioni belliche.
Non mancarono le opposizioni quando, nel 2008, l’Association Œuvre Notre-Dame du Haut commissionò il lavoro all’architetto genovese. Ma le resistenze furono superate grazie al fatto che Piano studiò una serie di edifici che si inseriscono nel fianco del colle, restando coperti dal prato: sono invisibili dal luogo dove sta la cappella e si presentano come gentili terrazzamenti, aperti sul panorama circostante.
Sono non-architetture, semplici strumenti atti ad abitare la terra, portando luce e voci ove altrimenti si troverebbe solitudine e oscurità. Sono luoghi ancillari, pensati per consentire ai visitatori di sentirsi a contatto con la natura e di apprezzare appieno il vicino capolavoro del maestro del razionalismo.
A Roma si trova qualcosa di analogo. Pochi chilometri a sud-est della città, un pendio si eleva dolcemente sui campi coltivati; alberi sparsi si addensano attorno alle costruzioni sul colle: pini, cipressi, palmizi. Nelle piante come nei muri degli edifici, diversi e vicini tra loro, si manifesta il desiderio di raccogliersi attorno a un santuario che, eretto a metà del Settecento e dedicato al Divino Amore, è a sua volta emblema di quella che oggi sarebbe chiamata “resilienza” della Città Eterna.
Sul luogo stava una torre recante in alto un dipinto raffigurante la Madonna, e un pellegrino, nell’anno 1740, vi giunse vicino mentre camminava verso San Pietro. Improvvisamente fu assalito da un branco di cani: l’avrebbero sbranato ma bastò che, rivolto all’immagine, invocasse l’aiuto della Vergine, e le bestie se ne andarono tranquille. Come ringraziamento per il miracolo fu costruita la chiesa. Già dall’Ottocento il sito diventò meta non solo di processioni ma anche di frequenti gite fuori porta. A distanza di due secoli l’intervento salvifico si rinnovò: nel 1944, quando la capitale era occupata dalle truppe tedesche, i romani pregarono quella stessa icona e Pio XII, il 4 giugno, fece voto che, se la città fosse stata risparmiata dai bombardamenti, un nuovo santuario sarebbe stato eretto. Effettivamente, quando giunsero gli Alleati, gli occupanti se ne andarono senza battagliare: «La nostra Madre Immacolata – affermò il Pontefice – ancora una volta ha salvato Roma da gravissimi imminenti pericoli».
Nel dopoguerra furono esaminati molteplici progetti per il nuovo santuario, ma nessuno fu trovato idoneo a ospitare la miracolosa pittura e ad accogliere il numero crescente di pellegrini e visitatori del luogo, la cui ben definita identità storica non doveva essere stravolta. Sinché l’artista francescano padre Costantino Ruggeri, con l’architetto Luigi Leoni, non propose di lasciare il piccolo borgo così com’era, col lacerto dell’antica torre e con la chiesa settecentesca: il nuovo santuario sarebbe stato ospitato nel prato, nascosto sotto l’erba, occhieggiante con le sue ampie vetrate verso la campagna. Una non-architettura: un ritorno alla natura. L’opera fu completata per il Grande Giubileo dell’anno 2000 e resta come esempio di equilibrato e discreto inserimento nel paesaggio.
di Leonardo Servadio
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Questa voce è stata pubblicata il 07/03/2018 da in ITALIANO con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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